mercoledì 11 novembre 2009

«O io o le pensioni». Tremonti frena la riforma

Le pensioni non si toccano. La Finanzaria neppure. Altro che cabina di regia. Sfuggito all’assedio dei finiani, sgattaiolato via dalla morsa del partito e uscito dall’angolo in cui l’aveva spinto il Cavaliere, Giulio Tremonti ha colto l’Ecofin al balzo ed è tornato a far sentire la sua voce. La musica non sembra affatto cambiata. Anzi, se mai era possibile, il ministro dell’Economia da Bruxelles è stato ancora più chiaro del solito. Certo, c’è la comunità internazionale da rassicurare alla vigilia della bacchettata della Commissione Ue sullo sforamento del nostro deficit, ma il messaggio arriva forte e chiaro soprattutto in Italia.
Di sforbiciate alla spesa sociale non se ne parla. «Se la parola è tagli alle pensioni», ha tuonato Tremonti, «mai fino a quando ci sarò io». Perché, ha spiegato, «qualsiasi manovra sul sociale va fatta lasciando i soldi al sociale, non si prendono dalle pensioni per fare altre cose». Toccare la previdenza, «come diceva l’ex cancelliere tedesco Schroeder, non è come cambiare l’Rc auto». E comunque, a giudizio del ministro, non c’è alcun motivo di intervenire. Il sistema, ha spiegato, tiene grazie ad importanti riforme già varate, dalla legge Amato del 1992 fino al nuovo intervento contenuto nella manovra estiva.
E se sulle pensioni il no è secco, anche sul resto non è che ci sia molto da discutere. I margini di manovra per un mini-taglio delle tasse erano e restano strettissimi. Il pertugio è reso sottilissimo da quel «non dobbiamo e non possiamo fare di più» con cui Tremonti sintetizza l’approvazione da parte di Bruxelles del piano triennale di rientro dal deficit. «Non servono nuove manovre», ha spiegato il ministro, «l’Europa ci chiede solo di confermare la Finanziaria che già c’è». Il che è già un risultato straordinario. «Non pensavo andasse così bene», ha chiosato. Questo implica che ogni passo che porta fuori dal percorso va soppesato con cautela. Anche perché, come ha ricordato non casualmente il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli, «Bruxelles ha lodato l’oculatezza della gestione delle finanze pubbliche italiane in questo periodo di crisi». Così, dopo una metafora sanitaria ad affetto in tempi di influenza A («tutti dobbiamo prendere la medicina, a noi è stata data la possibilità di curarci prima e di prenderla in minime dosi»), Tremonti ha gioco facile nel liquidare la questione Irap: «Intanto è stato approvato dall’Europa il bilancio su tre anni, questo è il presupposto di tutto, poi vedremo». Quel “vedremo”, secondo la traduzione di Maurizio Gasparri, significa «che il ministro dell’Economia chiede di attendere gli esiti dello scudo fiscale» e quindi «una riflessione sui tempi». Difficile che questi tempi siano quelli fissati per il via libera del Senato alla Finanziaria, previsto al massimo per sabato. Oggi, con il voto sull’articolo 2, la discussione in aula entra nel vivo. Ma appare improbabile che si vada oltre il “contentino”, come un primo taglietto fiscale sugli affitti. Ieri, in serata, si è comunque tenuto l’ennesimo vertice tra governo e maggioranza. Tra le ipotesi sul tavolo c’è anche quella del maxiemendamento, che potrebbe contenere alcune delle proposte avanzate nei giorni scorsi dai senatori del Pdl.

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