Basta con la mitizzazione del contributivo. Ad infiammare il convegno organizzato dall’Associazione nazionale magistrati e degli Avvocati dello Stato in pensione ci ha pensato Maurizio Sacconi, che dal palco della Casa dell’Aviatore a Roma ha tentato di smascherare la truffa delle nuova previdenza.
«Bisogna finirla», ha spiegato l’ex ministro del Lavoro ora presidente dell’omonima commissione del Senato, «di considerare il sistema contributivo un regno delle virtù in contrapposizione a quello del vizio rappresentato dal retributivo.
Al principio fu creato l'universo. Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa. (Douglas Adams)
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mercoledì 11 novembre 2015
lunedì 14 novembre 2011
La Cgil è costretta a ringraziare Berlusconi per i cassaintegrati
Miglior riconoscimento al lavoro del governo uscente sugli ammortizzatori sociali non poteva arrivare. È stata infatti la Cgil ieri a ricordare che dal 2008 all’ottobre 2011 sono state registrare in Italia circa 3 miliardi e 300 milioni di ore di cassa integrazione.
venerdì 11 novembre 2011
Le agenzie private del lavoro pronte a funzionare da paracadute sociale
Di strada ce n’è ancora tantissima da fare. A più di otto anni dall’introduzione dello staff leasing (Legge Biagi del 2003), secondo un’indagine Iposos realizzata per Assolavoro, l’86% degli italiani non sa cosa sia il lavoro somministrato e il 17% lo paragona addirittura al lavoro nero (era addirittura il 35% nel 2008). Malgrado livelli spaventosi di disinformazione, i morsi della crisi hanno comunque favorito la crescita del lavoro temporaneo, che di fatto, attraverso i contratti stipulati direttamente dalle agenzie per il lavoro, rappresenta l’unica forma di flessibilità in grado di offrire le stesse garanzie previste dalle occupazioni tradizionali.
martedì 8 febbraio 2011
Il governo chiama Marchionne. «I soldi qui, la sede dove vuoi»
Va via, resta. A sentire la Cgil, la Fiat avrebbe già iniziato a preparare le valigie. «Abbiamo già avuto segnali concreti, nelle scorse settimane e a fine 2010, di spostamenti per periodi non brevi di lavoratori degli enti centrali Fiat negli Stati Uniti», sostiene Federico Bellono, segretario generale della Fiom torinese. I fatti però sono altri. E sono gli stessi su cui si è discusso e polemizzato fino all’inverosimile negli ultimi mesi, a partire dalla salvaguardia dei livelli occupazionali fino agli investimenti produttivi.
sabato 8 gennaio 2011
Disoccupazione record, ma il lavoro c’è. Un giovane su tre è senza impiego, ma nel 2010 sono rimasti vuoti 150mila posti
Si può discutere quanto si vuole sull’andamento della crisi. Ma che le brutte sorprese non siano finite è fuori di dubbio. La fotografia scattata ieri dall’Istat ci dimostra che, malgrado qualche timido segnale positivo, la strada per uscire dal pantano è ancora lunga. La disoccupazione non arretra di un millimetro e quella giovanile schizza a livelli da allarme rosso.
mercoledì 10 novembre 2010
Sacconi prova a far lavorare la Cgil
I duri della Fiom non ci hanno pensato neanche un secondo. La mano tesa di Maurizio Sacconi sul nuovo statuto dei lavoratori, ha tuonato il segretario Maurizio Landini, è un atto «gravissimo e inaccettabile». Eppure, più che una provocazione, l’invito rivolto ieri dal ministro del Welfare ai sindacati ha tutta l’aria di una grande opportunità. Soprattutto per la Cgil, che avrebbe la possibilità di smarcarsi dall’abbraccio soffocante delle tute blu e di far coincidere la nuova segreteria con una svolta storica per la confederazione rossa.
giovedì 28 ottobre 2010
Primo sì a Marchionne. Il governo detassa la produttività
Anche ieri da imprenditori e manager sono continuati ad arrivare sostegno e apprezzamenti alla linea Marchionne. Ma la vera sponda alla rivoluzione avviata dal numero uno della Fiat è quella che sta preparando il governo attraverso il dl sviluppo. È qui che il martellamento del manager sulla necessità di aumentare la produttività e la competitività delle aziende del gruppo potrebbe incontrarsi con le esigenze dei lavoratori. Abbiamo già visto che il piano Pomigliano, una volta a regime, potrebbe portare in tasca agli operai qualcosa come 250 euro netti mensili in più.
sabato 16 ottobre 2010
Bankitalia conta 628mila disoccupati in più. Draghi pessimista: «Ripresa incerta». Sacconi e Tremonti: «Dati esoterici e inutilmente ansiogeni»
«Esoterici» per Maurizio Sacconi, «ansiogeni» per Giulio Tremonti. Sarà il momento politico particolare, fatto sta che i dati diffusi ieri da Bankitalia al governo e all’Agenzia delle Entrate non sono proprio andati giù. Non è la prima volta che il bollettino economico di Via Nazionale suscita reazioni e polemiche. Questa volta, però, lo scontro è al vetriolo. Il quadro dipinto dai tecnici del governatore Mario Draghi, secondo i ministri economici, è molto più fosco di quello reale. Nel mirino di Sacconi, in particolare, ci sono i numeri sulla disoccupazione, che secondo Bankitalia sarebbe salita nel secondo trimestre del 2010 oltre l’11%, ben al di sopra dell’8,5% certificato recentemente dall’Istat. Non bruscolini. Tanto per avere un’idea, si sta parlando di qualcosa come 628mila persone in più senza lavoro. Si tratta chiaramente di un calcolo, non nuovo a Via Nazionale, basato su criteri differenti da quelli utilizzati dall’Istituto di statistica, che prende in esame anche i cosiddetti inattivi (chi il lavoro ha smesso di cercarlo) e la quota di cassintegrati.
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domenica 10 ottobre 2010
«Dieci, cento, mille Pomigliano». Urlo liberatorio contro la Cgil
Certo, ci sono le richieste sul fisco, le proposte per lo sviluppo e il pressing sulle politiche sociali, ma la manifestazione di ieri sarà ricordata soprattutto per la spallata al vecchio sistema sindacale. Quello della triplice, per intenderci. Già, perché al di là della folla, dei comizi e degli slogan, la cosa che si è notata di più ieri per le strade di Roma è stata l’assenza delle solite bandiere rosse. È la prima volta. Cisl e Uil hanno portato centinaia di migliaia di lavoratori in piazza. E la Cgil è rimasta alla finestra. Per carità, nessuno punta il dito sui sindacalisti di Corso d’Italia. I nostri avversari, ci tengono a sottolineare gli organizzatori, «sono gli evasori» e la manifestazione non è “contro” qualcuno, ma “per” rilanciare l’azione di governo sulle politiche fiscali e su quelle per la crescita. Difficile, però, dimenticare quello che è successo nelle scorse settimane. Il clima di intolleranza, le tensioni sulla Fiat e sul contratto dei metalmeccanici, le aggressioni fisiche contro la Cisl, i proclami battaglieri della Fiom-Cgil.
venerdì 1 ottobre 2010
Cgil fuori controllo. Uova marce e petardi contro la sede Cisl
A farne le spese è sempre la Cisl. Questa volta però la contestazione/aggressione non è arrivata dai giovani militanti di un centro sociale, come nel caso del petardo sparato contro Raffaele Bonanni alla festa del Pd, ma da un gruppo di operai della Fiom-Cgil, con tanto di dirigente al seguito. L’episodio, che il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha definito il frutto di «una vera e propria campagna d’odio», è avvenuto a Treviglio, in provincia di Bergamo. Sull’onda della rabbia alimentata dai commenti durissimi dei vertici del sindacato rosso contro i “traditori” che hanno firmato l’accordo sulle deroghe del contratto, un gruppetto di lavoratori della Same, guidato dal segretario generale della Fiom di Bergamo, Eugenio Borella, ha pensato bene di passare alle vie di fatto. Così, gli operai si sono presentati davanti alla sede della Cisl, dov’era in corso una riunione congiunta con i metalmeccanici della Uil proprio sulla vicenda Pomigliano, e hanno iniziato a lanciare fischi e insulti prima, uova e petardi poi.
giovedì 9 settembre 2010
Gli squadristi rossi attaccano Bonanni
Domenica scorsa la sinistra aspettava ghignando le annunciate contestazioni tutte interne al centrodestra contro Fini a Mirabello. E invece, il brutto copione è andato in scena alla festa del Pd a Torino, dove nel mirino di un gruppo di militanti poco pacifici intervenuti alla kermesse non è finito un esponente della maggioranza o un imprenditore, ma un sindacalista. Uno dei più moderati, per giunta, come il leader della Cisl, Raffaele Bonanni. Episodi di contestazione si erano già verificati la scorsa settimana nei confronti del presidente del Senato, Renato Schifani.
Ma ieri la tensione è salita alle stelle. E al posto di qualche fischio sono invece volati i fumogeni e si è sfiorato lo scontro fisico. Oltre ai cartelli di insulti (“Marchionne comanda, Bonanni obbedisce”) i contestatori hanno accolto il segretario della Cisl al grido di “vergogna”, lanciando fac simili di 50 euro con la scritta “il denaro è un buon servo e un cattivo padrone”. Non soddisfatto, qualcuno del gruppo ha pensato bene di lanciare un fumogeno contro il palco, che ha sibilato verso Bonanni colpendo fortunatamente alla fine solo il giubbotto di striscio. Ancora non contento, qualcuno è addirittura salito sul palco, sperando di raggiungere fisicamente l’odiato sindacalista che negli ultimi mesi si è permesso di lavorare in direzione di un nuovo rapporto tra capitale e lavoro per aumentare la produttività senza lasciare i lavoratori senza garanzie o, peggio ancora, senza impiego.
I contestatori sono stati tutti identificati. Tra loro, oltre ad alcuni esponenti dell’area antagonista anche studenti medi e universitari, precari e qualche lavoratore. Complessivamente si è trattato di un gruppo di circa 50 persone. La studentessa che ha lanciato il fumogeno frequenta il centro sociale Askatasuna, una delle realtà antagoniste più dure di Torino. È chiaro che dietro l’aggressione a Bonanni c’è il clima di tensione delle ultime settimane sulla vicenda Fiat. Non è un caso che tra i primi a condannare l’accaduto siano stati Cgil e Fiom, che nei giorni scorsi non hanno risparmiato un’escalation dei toni e delle polemiche. Unanimi e generalizzati gli attestati di solidarietà a Bonanni e di denuncia nei confronti degli aggressori. Anche il padrone di casa Pierluigi Bersani si è affrettato a telefonare al leader della Cisl parlando di «inconcepibile attacco squadrista». Lo stesso segretario del Pd, però, così come altri esponenti del partito, non ha mancato di sottolineare polemicamente le responsabilità delle forze dell’ordine che avrebbero vigilato poco e male. Critiche immediatamente rintuzzate dal Questore di Torino, Faraoni, il quale ha voluto ricordare che la polizia ha sempre dovuto tener conto delle richieste arrivate dagli organizzatori. E in serata, a dimostrazione del clima ormai arroventato, a Terni è stato contestato Luigi Angeletti, segretario della Uil, ospite della locale Festa democratica.
Durissima la condanna arrivata da Confindustria, che guarda con «preoccupazione al ripetersi di fenomeni di intolleranza nei confronti proprio di chi è più impegnato nel dialogo e nel processo di riforma della società».
© Libero
Ma ieri la tensione è salita alle stelle. E al posto di qualche fischio sono invece volati i fumogeni e si è sfiorato lo scontro fisico. Oltre ai cartelli di insulti (“Marchionne comanda, Bonanni obbedisce”) i contestatori hanno accolto il segretario della Cisl al grido di “vergogna”, lanciando fac simili di 50 euro con la scritta “il denaro è un buon servo e un cattivo padrone”. Non soddisfatto, qualcuno del gruppo ha pensato bene di lanciare un fumogeno contro il palco, che ha sibilato verso Bonanni colpendo fortunatamente alla fine solo il giubbotto di striscio. Ancora non contento, qualcuno è addirittura salito sul palco, sperando di raggiungere fisicamente l’odiato sindacalista che negli ultimi mesi si è permesso di lavorare in direzione di un nuovo rapporto tra capitale e lavoro per aumentare la produttività senza lasciare i lavoratori senza garanzie o, peggio ancora, senza impiego.
I contestatori sono stati tutti identificati. Tra loro, oltre ad alcuni esponenti dell’area antagonista anche studenti medi e universitari, precari e qualche lavoratore. Complessivamente si è trattato di un gruppo di circa 50 persone. La studentessa che ha lanciato il fumogeno frequenta il centro sociale Askatasuna, una delle realtà antagoniste più dure di Torino. È chiaro che dietro l’aggressione a Bonanni c’è il clima di tensione delle ultime settimane sulla vicenda Fiat. Non è un caso che tra i primi a condannare l’accaduto siano stati Cgil e Fiom, che nei giorni scorsi non hanno risparmiato un’escalation dei toni e delle polemiche. Unanimi e generalizzati gli attestati di solidarietà a Bonanni e di denuncia nei confronti degli aggressori. Anche il padrone di casa Pierluigi Bersani si è affrettato a telefonare al leader della Cisl parlando di «inconcepibile attacco squadrista». Lo stesso segretario del Pd, però, così come altri esponenti del partito, non ha mancato di sottolineare polemicamente le responsabilità delle forze dell’ordine che avrebbero vigilato poco e male. Critiche immediatamente rintuzzate dal Questore di Torino, Faraoni, il quale ha voluto ricordare che la polizia ha sempre dovuto tener conto delle richieste arrivate dagli organizzatori. E in serata, a dimostrazione del clima ormai arroventato, a Terni è stato contestato Luigi Angeletti, segretario della Uil, ospite della locale Festa democratica.
Durissima la condanna arrivata da Confindustria, che guarda con «preoccupazione al ripetersi di fenomeni di intolleranza nei confronti proprio di chi è più impegnato nel dialogo e nel processo di riforma della società».
© Libero
mercoledì 14 luglio 2010
Il manovratore Giulio trionfa in Europa e bacchetta Sacconi
In serata è Silvio Berlusconi, in una nota, a sottolineare che «il governo ha a cuore l’interesse dei cittadini e perciò intende portare a rapida approvazione la manovra che stabilizzerà il bilancio pubblico come ha chiesto l’Europa».
Ma, come aveva preannunciato lui stesso lunedì sera, ieri è stato il giorno di Giulio Tremonti, che dopo aver incassato il pieno sostegno di Bruxelles si è tolto anche qualche sassolino dalla scarpa. Come quello sul superamento del tetto a 40 anni dei contributi pensionistici. Altro che “refuso”, ha spiegato il ministro smentendo quello che per giorni è stato considerato una sorta di errore materiale del povero relatore Antonio Azzollini. Era semplicemente, ha detto Tremonti, «un tentativo di ulteriore rigore di bilancio». Tentativo su cui, evidentemente si è consumato uno dei tanti duelli interni alla maggioranza con la vittoria finale del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, che ha ottenuto la correzione della norma.
Complessivamente, comunque, il ministro ha assicurato che sulla finanziaria non c’è stato «nessun arretramento, né sui numeri, né sui contenuti». Anzi, nel corso delle settimane il testo «è migliorato». Il via libera dei colleghi europei è arrivato mentre al Senato è iniziata la discussione generale. Discussione che culminerà col voto di fiducia.
«È stato valutato come l’Italia abbia adottato misure efficaci ed adeguate, perfettamente in linea con gli impegni presi», ha detto il titolare di via XX settembre. Spiegando che la manovra è dettata dall’Europa «ma sarebbe stata comunque necessaria, visto che riflette la situazione dell’elevato debito pubblico e dei mercati».
Nel testo approvato dalla Ue (che ha dato l’ok anche a Francia, Germania, Regno Unito, Spagna e Portogallo) si sottolinea che «il governo italiano ha finora agito conformemente alle raccomandazioni». Insomma, la manovra targata Tremonti viene ritenuta credibile per poter portare, come previsto, il disavanzo dal 5,3% del 2009 al 2,7% nel 2012.
Quanto al debito, che stando ai dati di Bankitalia ha raggiunto un nuovo record a maggio (1.827 miliardi), Tremonti assicura che «il debito pubblico è di enorme rilevanza, ma non esclusiva». «Non farei a cambio», ha concluso, «con Paesi che hanno un debito pubblico più basso ma uno privato quattro volte più grande».
A Roma, intanto, si attende il maxiemendamento, che dovrebbe essere presentato questa mattina. Tra i nodi principali, oltre al braccio di ferro con le Regioni sui tagli, c’è la questione delle quote latte che ieri ha scatenato proteste bipartisan, ma soprattutto l’intervento di Gianfranco Fini, che ha definito la sospensione delle multe voluta dalla Lega «un esempio di malcostume e di cattiva politica». «Valuterò la questione al mio ritorno a Roma», ha tagliato corto Tremonti.
© Libero
Ma, come aveva preannunciato lui stesso lunedì sera, ieri è stato il giorno di Giulio Tremonti, che dopo aver incassato il pieno sostegno di Bruxelles si è tolto anche qualche sassolino dalla scarpa. Come quello sul superamento del tetto a 40 anni dei contributi pensionistici. Altro che “refuso”, ha spiegato il ministro smentendo quello che per giorni è stato considerato una sorta di errore materiale del povero relatore Antonio Azzollini. Era semplicemente, ha detto Tremonti, «un tentativo di ulteriore rigore di bilancio». Tentativo su cui, evidentemente si è consumato uno dei tanti duelli interni alla maggioranza con la vittoria finale del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, che ha ottenuto la correzione della norma.
Complessivamente, comunque, il ministro ha assicurato che sulla finanziaria non c’è stato «nessun arretramento, né sui numeri, né sui contenuti». Anzi, nel corso delle settimane il testo «è migliorato». Il via libera dei colleghi europei è arrivato mentre al Senato è iniziata la discussione generale. Discussione che culminerà col voto di fiducia.
«È stato valutato come l’Italia abbia adottato misure efficaci ed adeguate, perfettamente in linea con gli impegni presi», ha detto il titolare di via XX settembre. Spiegando che la manovra è dettata dall’Europa «ma sarebbe stata comunque necessaria, visto che riflette la situazione dell’elevato debito pubblico e dei mercati».
Nel testo approvato dalla Ue (che ha dato l’ok anche a Francia, Germania, Regno Unito, Spagna e Portogallo) si sottolinea che «il governo italiano ha finora agito conformemente alle raccomandazioni». Insomma, la manovra targata Tremonti viene ritenuta credibile per poter portare, come previsto, il disavanzo dal 5,3% del 2009 al 2,7% nel 2012.
Quanto al debito, che stando ai dati di Bankitalia ha raggiunto un nuovo record a maggio (1.827 miliardi), Tremonti assicura che «il debito pubblico è di enorme rilevanza, ma non esclusiva». «Non farei a cambio», ha concluso, «con Paesi che hanno un debito pubblico più basso ma uno privato quattro volte più grande».
A Roma, intanto, si attende il maxiemendamento, che dovrebbe essere presentato questa mattina. Tra i nodi principali, oltre al braccio di ferro con le Regioni sui tagli, c’è la questione delle quote latte che ieri ha scatenato proteste bipartisan, ma soprattutto l’intervento di Gianfranco Fini, che ha definito la sospensione delle multe voluta dalla Lega «un esempio di malcostume e di cattiva politica». «Valuterò la questione al mio ritorno a Roma», ha tagliato corto Tremonti.
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giovedì 24 giugno 2010
Un operaio su tre contro Torino. Sacconi: l’azienda deve restare
«Con Marchionne non ho ancora parlato, ci parlerò. So che è tranquillo e che ha apprezzato il largo consenso che ha avuto». Il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, è ottimista e fiducioso: «Sono convinto che l’impegno preso verrà mantenuto». Nel day after di Pomigliano c’è qualcosa che non quadra. Doveva essere il giorno dei festeggiamenti, della svolta storica, della fuga in avanti.
Invece, all’indomani del referendum che con il 62,2% dei sì ha chiaramente decretato la sconfitta della Fiom e il via libera dei lavoratori alla proposta della Fiat, i dubbi sembrano prevalere sulle certezze. Tutti, dai sindacati favorevoli all’accordo agli esponenti di governo fino a Confindustria, si affannano a sottolineare l’esito inequivocabile del voto, cercando di dare maggiore forza a un risultato che ci si aspettava più netto. Soprattutto dalle parti della Lingotto. Di qui i timori di una clamorosa retromarcia. «Non voglio nemmeno ipotizzare che Fiat cambi idea», spiega il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. «Ora tocca alla Fiat, rispetti i patti», gli fa eco il ministro per le Politiche europee, Andrea Ronchi. «Non possiamo immaginare né possono esserci passi indietro», aggiunge il viceministro dello Sviluppo economico, Adolfo Urso. «L’intesa non si cambia», dice anche Emma Marcegaglia.
Un pressing serrato che resta, però, senza risposta. Da Torino arriva una nota stringata che è qualcosa di diverso da un contributo di chiarezza sul futuro dello stabilimento di Pomigliano. «L’azienda lavorerà con le parti sindacali che si sono assunte la responsabilità dell’accordo al fine di individuare ed attuare insieme le condizioni di governabilità necessarie per la realizzazione di progetti futuri», si legge in un comunicato ufficiale della Fiat in cui si sottolinea anche che il gruppo «ha preso atto della impossibilità di trovare condivisione da parte di chi sta ostacolando, con argomentazioni dal nostro punto di vista pretestuose, il piano per il rilancio di Pomigliano».
Difficile dire esattamente quale sia il senso delle parole accuratamente scelte dagli spin doctor del Lingotto. L’ad Sergio Marchionne non sembra per ora intenzionato ad offrire maggiori spunti di riflessione. Dopo avere valutato con i suoi collaboratori l’esito del voto di Pomigliano il manager è volato negli Stati Uniti, dove dovrebbe rimanere alcuni giorni per occuparsi delle questioni Chrysler.
Così, il campo viene occupato dai passaparola e dalle indiscrezioni. In ambienti sindacali si fa notare che nella nota della Fiat non si parla specificamente del progetto per la Futura Panda, ma più genericamente della «realizzazione di progetti futuri». Non sarebbe dunque escluso che il Lingotto stia valutando la possibilità di produrre a Pomigliano altri modelli, che richiederebbero una diversa organizzazione del lavoro e, forse, anche un diverso peso dei livelli di occupazione.
Se invece sarà confermata la Panda, continuano a circolare voci sull’ipotesi della Newco, che riassumerebbe con un nuovo contratto i singoli lavoratori disponibili ad accettare le condizioni poste dall’accordo. Un modo, quest’ultimo, per blindare ulteriormente un progetto che per la Fiat vale 700 milioni di investimenti. Il risultato non schiacciante del referendum, del resto, ridà corpo alle preoccupazioni della vigilia sulla difficoltà di ottenere da parte di tutti il rispetto degli impegni presi. La Fiom aveva promesso battaglia qualunque fosse l’esito della consultazione. Ieri il segretario generale Maurizio Landini, si è limitato a chiedere la riapertura del tavolo con la Fiat, assicurando che non si sarà alcun boicottaggio. Ma è facile immaginare che con quel 30% di no incassato dal voto i duri della Cgil non perderanno occasione per mostrare i muscoli.
© Libero
Invece, all’indomani del referendum che con il 62,2% dei sì ha chiaramente decretato la sconfitta della Fiom e il via libera dei lavoratori alla proposta della Fiat, i dubbi sembrano prevalere sulle certezze. Tutti, dai sindacati favorevoli all’accordo agli esponenti di governo fino a Confindustria, si affannano a sottolineare l’esito inequivocabile del voto, cercando di dare maggiore forza a un risultato che ci si aspettava più netto. Soprattutto dalle parti della Lingotto. Di qui i timori di una clamorosa retromarcia. «Non voglio nemmeno ipotizzare che Fiat cambi idea», spiega il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. «Ora tocca alla Fiat, rispetti i patti», gli fa eco il ministro per le Politiche europee, Andrea Ronchi. «Non possiamo immaginare né possono esserci passi indietro», aggiunge il viceministro dello Sviluppo economico, Adolfo Urso. «L’intesa non si cambia», dice anche Emma Marcegaglia.
Un pressing serrato che resta, però, senza risposta. Da Torino arriva una nota stringata che è qualcosa di diverso da un contributo di chiarezza sul futuro dello stabilimento di Pomigliano. «L’azienda lavorerà con le parti sindacali che si sono assunte la responsabilità dell’accordo al fine di individuare ed attuare insieme le condizioni di governabilità necessarie per la realizzazione di progetti futuri», si legge in un comunicato ufficiale della Fiat in cui si sottolinea anche che il gruppo «ha preso atto della impossibilità di trovare condivisione da parte di chi sta ostacolando, con argomentazioni dal nostro punto di vista pretestuose, il piano per il rilancio di Pomigliano».
Difficile dire esattamente quale sia il senso delle parole accuratamente scelte dagli spin doctor del Lingotto. L’ad Sergio Marchionne non sembra per ora intenzionato ad offrire maggiori spunti di riflessione. Dopo avere valutato con i suoi collaboratori l’esito del voto di Pomigliano il manager è volato negli Stati Uniti, dove dovrebbe rimanere alcuni giorni per occuparsi delle questioni Chrysler.
Così, il campo viene occupato dai passaparola e dalle indiscrezioni. In ambienti sindacali si fa notare che nella nota della Fiat non si parla specificamente del progetto per la Futura Panda, ma più genericamente della «realizzazione di progetti futuri». Non sarebbe dunque escluso che il Lingotto stia valutando la possibilità di produrre a Pomigliano altri modelli, che richiederebbero una diversa organizzazione del lavoro e, forse, anche un diverso peso dei livelli di occupazione.
Se invece sarà confermata la Panda, continuano a circolare voci sull’ipotesi della Newco, che riassumerebbe con un nuovo contratto i singoli lavoratori disponibili ad accettare le condizioni poste dall’accordo. Un modo, quest’ultimo, per blindare ulteriormente un progetto che per la Fiat vale 700 milioni di investimenti. Il risultato non schiacciante del referendum, del resto, ridà corpo alle preoccupazioni della vigilia sulla difficoltà di ottenere da parte di tutti il rispetto degli impegni presi. La Fiom aveva promesso battaglia qualunque fosse l’esito della consultazione. Ieri il segretario generale Maurizio Landini, si è limitato a chiedere la riapertura del tavolo con la Fiat, assicurando che non si sarà alcun boicottaggio. Ma è facile immaginare che con quel 30% di no incassato dal voto i duri della Cgil non perderanno occasione per mostrare i muscoli.
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martedì 15 giugno 2010
La Fiom contro Pomigliano. Meglio la crisi dell’accordo
Se, come dice il leader della Uil, Luigi Angeletti, «l’accordo di Pomigliano costituisce una vicenda spartiacque nel sistema delle relazioni sindacali», appare chiaro che la Fiom-Cgil ha deciso di restare sul lato opposto. Sul lato della contrapposizione a oltranza, dell’isolamento e dell’antagonismo. La decisione è arrivata nel tardo pomeriggio. «Così com’è l’accordo non lo firmiamo». Questa la posizione votata all’unanimità dal comitato centrale della Fiom che sarà portata oggi al tavolo con la Fiat. La convocazione, secondo quanto risulta da fonti sindacali, è prevista per le ore 14 nella sede romana di Confindustria.
L’incontro dovrebbe servire per fare il punto sul tema della Commissione paritetica contenuto nella «clausola di raffreddamento» prevista nell’accordo separato condiviso venerdì scorso tra il Lingotto e Fim-Cisl, Uilm, Fismic e Ugl.
I margini di trattativa con la Fiom sembrano, allo stato, inesistenti. Secondo il segretario generale, Maurizio Landini, non solo il testo non può essere firmato, ma non puù neanche essere sottoposto a referendum perché «contiene profili di illegittimità» sia rispetto al contratto nazionale sia rispetto alla stessa Costituzione.
In ballo c’è il futuro degli impianti di Pomigliano e delle 5mila persone che ci lavorano. Secondo le intenzioni della Fiat, lo stabilimento napoletano (ex Alfa sud) dovrebbe produrre dal prossimo anno la nuova Panda, che verrebbe trasferita dalla Polonia, con un deciso incremento della capacità produttiva, dell’utilizzo degli impianti e dei livelli occupazionali.
L’accordo respinto
Per procedere nella ristrutturazione, con un investimento di 700 milioni, l’ad Sergio Marchionne ha chiesto una modifica sostanziale del modello organizzativo, a partire da orari e turnazioni. Organizzato attualmente su due turni giornalieri per cinque giorni settimanali, Pomigliano dovrebbe passare a 18 turni settimanali: tre turni giornalieri per sei giorni compreso il sabato notte.
Secondo la Fiom il tutto sarebbe tranquillamente fattibile applicando il contratto di lavoro, «che permette all’azienda di produrre le 280mila auto all’anno e le 1.045 al giorno che sono gli obiettivi del piano che Marchionne vuole fare». Se l’azienda applicherà semplicemente il contratto nazionale, ha detto Landini, «la Fiom non metterà in campo alcuna opposizione».
Così non è, però, secondo i duri della Cgil, che minacciano di accodarsi, raddoppiando le ore, allo sciopero generale proclamato dalla Confederazione per il 25 giugno. In particolare il sindacato dei metalmeccanici considera inaccettabili le parti dell’accordo relative alle «clausole integrative del contratto individuale di lavoro».
Testo illegittimo
Si tratta di norme con cui il Lingotto ha cercato di stringere le maglie dei rapporti tra lavoratori e azienda per evitare brutte sorprese. Nel testo, ad esempio, si prevede che «la violazione, da parte del singolo lavoratore, di una delle condizioni contenute nell’accordo costituisce infrazione disciplinare da sanzionare, secondo gradualità, in base agli articoli contrattuali relativi ai provvedimenti disciplinari e ai licenziamenti per mancanze».
Nel mirino anche la clausola sull’assenteismo anomalo: in caso di picchi di assenze per malattia collegati a scioperi, manifestazioni esterne, «messa in libertà» per cause di forza maggiore o mancanza di fornitura, l’azienda si riserva di non retribuire i primi tre giorni.
Nulla che abbia fatto strappare i capelli agli altri quattro sindacati, che anzi considerano molto scorrette le posizioni dei colleghi dei metalmeccanici della Cgil. «Quanti pensano che l’accordo di Pomigliano sia illegittimo, e rappresenti una sorta di ricatto, offendono il ruolo della contrattazione sindacale centrate sul principio di responsabilità per il lavoro, la crescita, e lo sviluppo», ha sottolineato il segretario confederale della Cisl, Luigi Sbarra.
Resta da capire, ora, quali potrebbero essere i contraccolpi della linea oltranzista adottata dalla Fiom. Nei giorni scorsi si diceva che Marchionne si sarebbe accontentato di quattro firme su cinque. E anche il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ieri mattina parlava di un accordo praticamente «già fatto». In serata, però, dallo stesso responsabile del Welfare così come dai sindacati, dalla Confindustria e persino dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, si sono moltiplicati gli appelli alla Fiom affinché torni sui suoi passi.
Strappo a sinistra
In attesa dell’incontro di oggi con l’azienda la tensione comunque cresce. La decisione ha anche innescato dinamiche di contrapposizioni inedite all’interno della sinistra. Da una parte c’è una frattura sotterranea nella stessa confederazione tra Fiom e Cgil, con la seconda che fa sapere alla prima che «il lavoro e l’occupazione sono il primo punto di responsabilità» per un giudizio sul futuro di Pomigliano. Dall’altra c’è la sinistra radicale che oltre ad attaccare la Fiat e il governo se la prende anche con il Pd, accusando Pierluigi Bersani di eccessiva debolezza. La posizione del partito è in effetti molto simile a quella della Cgil. Come ha spiegato il responsabile economico Stefano Fassina, pur riconoscendo che «nel documento della Fiat ci sono dei punti molto pesanti sui diritti fondamentali», «è evidente che non siamo nelle condizioni di perdere gli investimenti prospettati dalla Fiat a Pomigliano d’Arco».
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L’incontro dovrebbe servire per fare il punto sul tema della Commissione paritetica contenuto nella «clausola di raffreddamento» prevista nell’accordo separato condiviso venerdì scorso tra il Lingotto e Fim-Cisl, Uilm, Fismic e Ugl.
I margini di trattativa con la Fiom sembrano, allo stato, inesistenti. Secondo il segretario generale, Maurizio Landini, non solo il testo non può essere firmato, ma non puù neanche essere sottoposto a referendum perché «contiene profili di illegittimità» sia rispetto al contratto nazionale sia rispetto alla stessa Costituzione.
In ballo c’è il futuro degli impianti di Pomigliano e delle 5mila persone che ci lavorano. Secondo le intenzioni della Fiat, lo stabilimento napoletano (ex Alfa sud) dovrebbe produrre dal prossimo anno la nuova Panda, che verrebbe trasferita dalla Polonia, con un deciso incremento della capacità produttiva, dell’utilizzo degli impianti e dei livelli occupazionali.
L’accordo respinto
Per procedere nella ristrutturazione, con un investimento di 700 milioni, l’ad Sergio Marchionne ha chiesto una modifica sostanziale del modello organizzativo, a partire da orari e turnazioni. Organizzato attualmente su due turni giornalieri per cinque giorni settimanali, Pomigliano dovrebbe passare a 18 turni settimanali: tre turni giornalieri per sei giorni compreso il sabato notte.
Secondo la Fiom il tutto sarebbe tranquillamente fattibile applicando il contratto di lavoro, «che permette all’azienda di produrre le 280mila auto all’anno e le 1.045 al giorno che sono gli obiettivi del piano che Marchionne vuole fare». Se l’azienda applicherà semplicemente il contratto nazionale, ha detto Landini, «la Fiom non metterà in campo alcuna opposizione».
Così non è, però, secondo i duri della Cgil, che minacciano di accodarsi, raddoppiando le ore, allo sciopero generale proclamato dalla Confederazione per il 25 giugno. In particolare il sindacato dei metalmeccanici considera inaccettabili le parti dell’accordo relative alle «clausole integrative del contratto individuale di lavoro».
Testo illegittimo
Si tratta di norme con cui il Lingotto ha cercato di stringere le maglie dei rapporti tra lavoratori e azienda per evitare brutte sorprese. Nel testo, ad esempio, si prevede che «la violazione, da parte del singolo lavoratore, di una delle condizioni contenute nell’accordo costituisce infrazione disciplinare da sanzionare, secondo gradualità, in base agli articoli contrattuali relativi ai provvedimenti disciplinari e ai licenziamenti per mancanze».
Nel mirino anche la clausola sull’assenteismo anomalo: in caso di picchi di assenze per malattia collegati a scioperi, manifestazioni esterne, «messa in libertà» per cause di forza maggiore o mancanza di fornitura, l’azienda si riserva di non retribuire i primi tre giorni.
Nulla che abbia fatto strappare i capelli agli altri quattro sindacati, che anzi considerano molto scorrette le posizioni dei colleghi dei metalmeccanici della Cgil. «Quanti pensano che l’accordo di Pomigliano sia illegittimo, e rappresenti una sorta di ricatto, offendono il ruolo della contrattazione sindacale centrate sul principio di responsabilità per il lavoro, la crescita, e lo sviluppo», ha sottolineato il segretario confederale della Cisl, Luigi Sbarra.
Resta da capire, ora, quali potrebbero essere i contraccolpi della linea oltranzista adottata dalla Fiom. Nei giorni scorsi si diceva che Marchionne si sarebbe accontentato di quattro firme su cinque. E anche il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ieri mattina parlava di un accordo praticamente «già fatto». In serata, però, dallo stesso responsabile del Welfare così come dai sindacati, dalla Confindustria e persino dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, si sono moltiplicati gli appelli alla Fiom affinché torni sui suoi passi.
Strappo a sinistra
In attesa dell’incontro di oggi con l’azienda la tensione comunque cresce. La decisione ha anche innescato dinamiche di contrapposizioni inedite all’interno della sinistra. Da una parte c’è una frattura sotterranea nella stessa confederazione tra Fiom e Cgil, con la seconda che fa sapere alla prima che «il lavoro e l’occupazione sono il primo punto di responsabilità» per un giudizio sul futuro di Pomigliano. Dall’altra c’è la sinistra radicale che oltre ad attaccare la Fiat e il governo se la prende anche con il Pd, accusando Pierluigi Bersani di eccessiva debolezza. La posizione del partito è in effetti molto simile a quella della Cgil. Come ha spiegato il responsabile economico Stefano Fassina, pur riconoscendo che «nel documento della Fiat ci sono dei punti molto pesanti sui diritti fondamentali», «è evidente che non siamo nelle condizioni di perdere gli investimenti prospettati dalla Fiat a Pomigliano d’Arco».
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martedì 8 giugno 2010
L’Europa non fa sconti: donne in pensione a 65 anni
Certo c’è il costo sociale, ma c’è anche sul piatto una sforbiciata strutturale alla spesa pubblica di diversi miliardi. Cosa che ben si accompagna allo spirito della manovra, tutta tagli e rigore. L’alternativa, comunque, non si pone. L’Italia dovrà alzare da 60 a 65 anni l’età pensionabile delle dipendenti pubbliche al massimo entro il primo gennaio del 2012. Punto e basta. Come ha spiegato il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, «non c’è alcuno spazio per la trattativa».
Dopo numerosi avvertimenti e sentenze, insomma, la Commissione Ue non intende più concedere sconti al nostro Paese. È questo il verdetto arrivato ieri dall’incontro tra Sacconi e la vicepresidente dell’esecutivo europeo, Viviane Reding, che si è svolto a Lussemburgo. «Siamo di fronte a qualcosa che non dipende dalla volontà del governo», ha detto il ministro. Un messaggio rivolto soprattutto ai sindacati, che saranno ascoltati nei prossimi giorni e che vengono invitati a «non scioperare contro la pioggia». Perché di fronte alla «ferma posizione» di Bruxelles, piaccia o non piaccia, nulla può essere fatto. «In una democrazia le sentenze di una Corte si rispettano», ha tagliato corto la commissaria Reding, sottolineando come «sia più che ragionevole aver dato all’Italia tempo fino al primo gennaio del 2012». A questo punto la parola passa al consiglio dei ministri che, ha spiegato Sacconi, dopodomani «dovrà decidere cosa fare».
Appare quasi scontato che le norme con cui il governo italiano si adeguerà alla sentenza della Corte Ue di giustizia del novembre 2008 saranno inserite nella manovra da 24 miliardi. «È questo il veicolo più tempestivo che attualmente abbiamo a disposizione», ha detto il titolare del Welfare. Anche perché secondo i calcolo dei tecnici del ministero non adeguarsi subito alla sentenza della Corte Ue costerebbe all’Italia molto caro: i conti non sono ancora stati fatti, ma in linea di massima il rischio è quello di una sanzione fino a 714mila euro al giorno, dal giorno in cui è stata emessa la sentenza. Se l’Italia dovesse porre fine all'infrazione oggi, si spiega, dovrebbe già pagare oltre 19 milioni di euro. Sacconi ha già informato dell’esito dell'incontro con Viviane Reding il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti (anch’egli a Lussemburgo per partecipare alla riunione dell’Eurogruppo) e quello della Funzione pubblica, Renato Brunetta, spiegando loro l’impraticabilità della soluzione di compromesso elaborata negli ultimi giorni, quella che prevedeva di accorciare il periodo di transizione, portandolo dal 2018 al 2016.
«La gradualità che avevamo proposto», ha spiegato ancora Sacconi, «era per garantire alle donne di programmare in anticipo le proprie scelte di vita. Ma la nostra proposta non è stata considerata sufficiente». Il ministro ha quindi respinto la tesi di chi sostiene che la determinazione della Commissione Ue fa comodo al governo che, innalzando subito l’età pensionabile delle dipendenti pubbliche, può fare cassa, incrementando le entrate della manovra. In effetti il taglio sarà strutturale e farà sentire i suoi effetti solo a regime. L’ipotesi attuale, ad esempio, avrebbe consentito di risparmiare 2,5 miliardi spalmato tra oggi e il 2018. «I conti non li abbiamo ancora fatti», ha spiegato Sacconi, «ma la misura avrebbe sulla manovra economica un’incidenza molto modesta e contenuta nel breve periodo, visto che secondo i dati dell’Inpdap le donne interessate non sarebbero più di 30mila il primo anno».
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Dopo numerosi avvertimenti e sentenze, insomma, la Commissione Ue non intende più concedere sconti al nostro Paese. È questo il verdetto arrivato ieri dall’incontro tra Sacconi e la vicepresidente dell’esecutivo europeo, Viviane Reding, che si è svolto a Lussemburgo. «Siamo di fronte a qualcosa che non dipende dalla volontà del governo», ha detto il ministro. Un messaggio rivolto soprattutto ai sindacati, che saranno ascoltati nei prossimi giorni e che vengono invitati a «non scioperare contro la pioggia». Perché di fronte alla «ferma posizione» di Bruxelles, piaccia o non piaccia, nulla può essere fatto. «In una democrazia le sentenze di una Corte si rispettano», ha tagliato corto la commissaria Reding, sottolineando come «sia più che ragionevole aver dato all’Italia tempo fino al primo gennaio del 2012». A questo punto la parola passa al consiglio dei ministri che, ha spiegato Sacconi, dopodomani «dovrà decidere cosa fare».
Appare quasi scontato che le norme con cui il governo italiano si adeguerà alla sentenza della Corte Ue di giustizia del novembre 2008 saranno inserite nella manovra da 24 miliardi. «È questo il veicolo più tempestivo che attualmente abbiamo a disposizione», ha detto il titolare del Welfare. Anche perché secondo i calcolo dei tecnici del ministero non adeguarsi subito alla sentenza della Corte Ue costerebbe all’Italia molto caro: i conti non sono ancora stati fatti, ma in linea di massima il rischio è quello di una sanzione fino a 714mila euro al giorno, dal giorno in cui è stata emessa la sentenza. Se l’Italia dovesse porre fine all'infrazione oggi, si spiega, dovrebbe già pagare oltre 19 milioni di euro. Sacconi ha già informato dell’esito dell'incontro con Viviane Reding il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti (anch’egli a Lussemburgo per partecipare alla riunione dell’Eurogruppo) e quello della Funzione pubblica, Renato Brunetta, spiegando loro l’impraticabilità della soluzione di compromesso elaborata negli ultimi giorni, quella che prevedeva di accorciare il periodo di transizione, portandolo dal 2018 al 2016.
«La gradualità che avevamo proposto», ha spiegato ancora Sacconi, «era per garantire alle donne di programmare in anticipo le proprie scelte di vita. Ma la nostra proposta non è stata considerata sufficiente». Il ministro ha quindi respinto la tesi di chi sostiene che la determinazione della Commissione Ue fa comodo al governo che, innalzando subito l’età pensionabile delle dipendenti pubbliche, può fare cassa, incrementando le entrate della manovra. In effetti il taglio sarà strutturale e farà sentire i suoi effetti solo a regime. L’ipotesi attuale, ad esempio, avrebbe consentito di risparmiare 2,5 miliardi spalmato tra oggi e il 2018. «I conti non li abbiamo ancora fatti», ha spiegato Sacconi, «ma la misura avrebbe sulla manovra economica un’incidenza molto modesta e contenuta nel breve periodo, visto che secondo i dati dell’Inpdap le donne interessate non sarebbero più di 30mila il primo anno».
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