Il blocco degli aumenti, la stretta sul turn over e la riduzione dal 5 al 10% per gli stipendi più alti. Sono questi, sostanzialmente, i tagli “iniqui” della manovra contro cui i magistrati hanno deciso di proclamare lo sciopero generale. Protesta cui dovrebbero aderire tutti i 3,6 milioni di statali, visto che i sacrifici chiesti alle toghe sono condivisi da tutti i colleghi del pubblico impiego. Anzi, a dirla tutta gli sforzi chiesti a giudici e pubblici ministeri per contenere l’espansione della spesa pubblica sono addirittura inferiori. Può sembrare impossibile, ma per la magistratura il governo anti-toghe ha avuto un occhio di riguardo. L’aiutino è contenuto nell’articolo 9 relativo al contenimento delle spese in materia di pubblico impiego. Il comma 21 stabilisce che per tutto il personale pubblico non contrattualizzato, ovvero magistrati, professori, dirigenti dei corpi di polizia e delle forze armate, la finanziaria dispone non solo «il blocco degli incrementi retributivi a titolo di adeguamento automatico per il triennio 2011-2013», ma anche che gli stessi anni non verranno conteggiati per i successivi aumenti. Insomma, si perdono tre anni di anzianità professionale, che per le categorie sopra citate significano soldi. Nel comma 22, però, arriva la sterzata. Il testo stabilisce, infatti, solo per «la magistratura ordinaria, amministrativa, contabile, militare e avvocati e procuratori dello Stato», che «la maturazione degli automatismi stipendiali è differita di tre anni» e che, state attenti, «il periodo di differimento concorre alla maturazione degli automatismi stipendiali spettanti dal primo gennaio 2014». In altre, per le toghe, e solo per loro, i tre anni di congelamento vengono comunque calcolati ai fini degli scatti di carriera e retributivi.
Il cavillo pro-toghe
Il cavillo non è indifferente, se si considerano i balzi di stipendio che i magistrati ottengono in base agli anni, scadenzati con le valutazioni di professionalità. Tanto per avere un’idea, un pm alla prima valutazione di professionalità prende 6.404 euro lordi mensili, superata la terza valutazione (il passo successivo, circa 13 anni di servizio) la busta paga scatta a 8.295 euro.
In cambio del “favore” i magistrati hanno deciso di aggravare un altro po’ lo stato di salute della giustizia italiana, bloccando l’attività dei tribunali per un’intera giornata e programmando scioperi bianchi e proteste per un numero di giorni non ancora definito. Quantificare i danni della protesta togata non è chiaramente possibile. Ma qualche numero può aiutarci a capire dove andrà a colpire l’intervento a gamba tesa dei magistrati. Basti pensare, tanto per dirne una, che la macchina della giustizia costa ai contribuenti qualcosa come 8 miliardi di euro l’anno, circa 30 milioni per ogni giornata lavorativa. Soldi che per il primo luglio, data dello sciopero, avremo speso invano. Ma è solo l’inizio. Perché ogni giorno che il sole sorge e tramonta 465 processi penali chiudono i battenti per effetto della prescrizione. Il giochino non è a costo zero: brucia ogni anno circa 80 milioni di euro. Altro effetto diretto dei ritardi della giustizia sui conti dell’erario è quello che riguarda il mancato rispetto dei tempi del giusto processo. Una pratica così diffusa in Italia che tra il 1999 e il 2007 la Corte di Giustizia europea ci ha condannato 948 volte. Di fatto una sentenza ogni tre giorni. E il costo è salato: solo nel 2007 lo Stato ha dovuto pagare 56 milioni di danni.
L’impatto della giustizia lumaca è ovviamente devastante sull’economia. Nel rapporto Doing Business 2010 la banca mondiale nella classifica dei Paesi con più ostacoli giudiziari alle imprese ci piazza al 156esimo posto su 181. Una posizione che l’Italia si è conquistata con il suo record di 1.210 giorni, che è il tempo necessario ad un creditore coinvolto in una disputa contrattuale per ottenere il recupero dei soldi, calcolato dal giorno di inizio della causa in tribunale. Qualcuno ha stimato che durante quell’attesa si brucia circa il 30% del credito che cercavamo di recuperare.
Stipendi col turbo
Due conti se li è fatti pure Confartigianato, che rappresenta le aziende più piccole e quindi più vulnerabili alla malagiustizia. Ebbene, l’attesa per le sentenze delle cause civili comporta alle imprese danni per oltre 2,3 miliardi di euro l’anno, 6 milioni al giorno. Un’esagerazione? Se si pensa che i procedimenti civili pendenti alla fine del 2009, secondo quanto riportato dalla relazione annuale del ministero della Giustizia, sono 5.625.057 viene il dubbio, piuttosto, che sia una cifra sottostimata.
Su una cosa, però, i magistrati hanno ragione. Il blocco degli aumenti in qualche modo peserà più a loro che agli altri statali. Il motivo è semplice: lo stipendio delle toghe, negli ultimi anni, è quello che ha corso di più. Nel triennio 2006-2008, l’ultimo fotografato dal ministero dell’Economia, la busta paga della magistratura ordinaria si è gonfiata del 17% rispetto al 5,3% del pubblico impiego. Senza contare che il punto di partenza era ben diverso. Le retribuzioni medie degli statali vanno infatti dal minimo dei ministeriali (28.557 euro), al massimo dei magistrati ( 126.258 euro). E tra questi spiccano quelli della Corte dei conti, dove lo stipendio complessivo raggiunge i 178.080 euro, e del Consiglio di Stato, con 162.841 euro.
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Al principio fu creato l'universo. Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa. (Douglas Adams)
lunedì 7 giugno 2010
L'oro dei giudici. Con un giorno di sciopero i magistrati bruciano 30 milioni e 465 processi
sabato 5 giugno 2010
Lifting alla manovra per piacere alle aziende
Si era capito che Silvio Berlusconi aveva in serbo qualche sorpresa per rilanciare l’azione di governo e rispondere agli appelli arrivati da Confindustria e Bankitalia sulle riforme per la ripresa. Quell’accenno nel comunicato di Palazzo Chigi alla necessità di un processo forte di liberalizzazione era il chiaro riferimento ad una misura che il premier stava studiando insieme a Giulio Tremonti. E ieri l’idea è uscita dal cilindro: una «sospensione di 2-3 anni» delle autorizzazioni per le Pmi, la ricerca e le attività artigiane di piccola entità. Se questo avverrà, un’azienda si potrà davvero aprire in un giorno, come sognano da tempo i liberisti e, soprattutto, gli imprenditori.
Il provvedimento, annunciato al G20 finanziario di Busan (Corea del Sud) da un ministro dell’Economia che ha ribadito più volte la co-partenità con il Cavaliere, è una mossa ad altissimo impatto simbolico che permetterà al governo di parlare di rivoluzione liberale e di ammorbidire lo spirito cupo della manovra tutta tagli e sacrifici. Le due cose, chiaramente, cammineranno parallelamente e con tempi ben diversi. Quello illustrato ieri da Tremonti è un progetto che passa attraverso la modifica dell’articolo 41 della Costituzione. I dettagli saranno annunciati oggi alla seconda giornata del G20 e all’Ecofin di lunedì. Ma ieri il ministro si è dilungato molto sull’iniziativa. L’Europa e l’Italia, ha spiegato, «non hanno alternative» di fronte alle sfide della globalizzazione e devono «eliminare l’eccesso di regole che l’Unione si è autocostruita». Questo blocca come un macigno la strada dello sviluppo e la rende meno competitiva rispetto a paesi emergenti come la Corea o il Brasile, vanificando inoltre i soldi destinati alla crescita. L’alternativa per il Vecchio Continente, ha proseguito il ministro, è quella «di una dolce morte», di una condanna a fare «il guardiano di un cimitero o, al massimo, il tenutario elegante di un antico Relais».
Entrando nel merito del provvedimento, Tremonti ha spiegato che supera «le lenzuolate di Bersani o il piano Casa di Berlusconi», «entrambi falliti perché il sistema non si cambia dall'interno». Il progetto, pensato assieme al premier, prevede una legge costituzionale da presentare dopo la manovra. La misura, ha assicurato il ministro, «non è in contrasto con il federalismo fiscale», non comporta aggravi di spesa e avrà carattere transitorio per provarne l’efficacia. Sarà così limitata all’economia reale e non alla finanza, mentre l’urbanistica avrà un regime a parte. «Pensiamo», ha detto, «a una radicale e totale autocertificazione per le pmi, l’artigianato e la ricerca con i controlli e verifica dei requisiti che vanno fatte ex post».
La rivoluzione liberale non ha comunque placato le proteste delle categorie contro la manovra. Dopo i magistrati e i farmacisti ieri è stato il turno dei medici del servizio pubblico, che hanno proclamato due giornate di sciopero per il 12 e il 19 luglio. I sindacati hanno anche deciso lo stato di agitazione, una manifestazione nazionale a Roma il 16 giugno e assemblee negli ospedali. In realtà, la protesta è stata voluta praticamente dalla sola Cgil. Cisl e Uil hanno infatti espresso voto contrario e non parteciperanno allo sciopero. Secondo il loro giudizio si tratta di una scelta «sbagliata», «intempestiva» e che risponde «ad esigenze tattiche e strategiche al momento inadeguate e controproducenti». Le due organizzazioni sindacali chiedono invece al ministro della Salute, Ferruccio Fazio, e Berlusconi, di avviare una consultazione urgente per individuare gli emendamenti in modo da «evitare le possibili ricadute negative sull'assistenza sanitaria ai cittadini».
La manovra, che ieri Romano Prodi ha definito in linea con la sua azione, defindendola ribattezzandola Visconti (Visco-Tremonti), inizierà il suo iter il 9 giugno con le audizioni di sindacati, Ance, Confedilizia, Confcooperative e Lega delle Cooperative. Il 10 sarà il turno di Confindustria, dell’Abi, della Banca d'Italia e della Corte dei Conti. Le audizioni termineranno venerdì l’Istat. Non è previsto in calendario l’intervento di Tremonti.
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Il provvedimento, annunciato al G20 finanziario di Busan (Corea del Sud) da un ministro dell’Economia che ha ribadito più volte la co-partenità con il Cavaliere, è una mossa ad altissimo impatto simbolico che permetterà al governo di parlare di rivoluzione liberale e di ammorbidire lo spirito cupo della manovra tutta tagli e sacrifici. Le due cose, chiaramente, cammineranno parallelamente e con tempi ben diversi. Quello illustrato ieri da Tremonti è un progetto che passa attraverso la modifica dell’articolo 41 della Costituzione. I dettagli saranno annunciati oggi alla seconda giornata del G20 e all’Ecofin di lunedì. Ma ieri il ministro si è dilungato molto sull’iniziativa. L’Europa e l’Italia, ha spiegato, «non hanno alternative» di fronte alle sfide della globalizzazione e devono «eliminare l’eccesso di regole che l’Unione si è autocostruita». Questo blocca come un macigno la strada dello sviluppo e la rende meno competitiva rispetto a paesi emergenti come la Corea o il Brasile, vanificando inoltre i soldi destinati alla crescita. L’alternativa per il Vecchio Continente, ha proseguito il ministro, è quella «di una dolce morte», di una condanna a fare «il guardiano di un cimitero o, al massimo, il tenutario elegante di un antico Relais».
Entrando nel merito del provvedimento, Tremonti ha spiegato che supera «le lenzuolate di Bersani o il piano Casa di Berlusconi», «entrambi falliti perché il sistema non si cambia dall'interno». Il progetto, pensato assieme al premier, prevede una legge costituzionale da presentare dopo la manovra. La misura, ha assicurato il ministro, «non è in contrasto con il federalismo fiscale», non comporta aggravi di spesa e avrà carattere transitorio per provarne l’efficacia. Sarà così limitata all’economia reale e non alla finanza, mentre l’urbanistica avrà un regime a parte. «Pensiamo», ha detto, «a una radicale e totale autocertificazione per le pmi, l’artigianato e la ricerca con i controlli e verifica dei requisiti che vanno fatte ex post».
La rivoluzione liberale non ha comunque placato le proteste delle categorie contro la manovra. Dopo i magistrati e i farmacisti ieri è stato il turno dei medici del servizio pubblico, che hanno proclamato due giornate di sciopero per il 12 e il 19 luglio. I sindacati hanno anche deciso lo stato di agitazione, una manifestazione nazionale a Roma il 16 giugno e assemblee negli ospedali. In realtà, la protesta è stata voluta praticamente dalla sola Cgil. Cisl e Uil hanno infatti espresso voto contrario e non parteciperanno allo sciopero. Secondo il loro giudizio si tratta di una scelta «sbagliata», «intempestiva» e che risponde «ad esigenze tattiche e strategiche al momento inadeguate e controproducenti». Le due organizzazioni sindacali chiedono invece al ministro della Salute, Ferruccio Fazio, e Berlusconi, di avviare una consultazione urgente per individuare gli emendamenti in modo da «evitare le possibili ricadute negative sull'assistenza sanitaria ai cittadini».
La manovra, che ieri Romano Prodi ha definito in linea con la sua azione, defindendola ribattezzandola Visconti (Visco-Tremonti), inizierà il suo iter il 9 giugno con le audizioni di sindacati, Ance, Confedilizia, Confcooperative e Lega delle Cooperative. Il 10 sarà il turno di Confindustria, dell’Abi, della Banca d'Italia e della Corte dei Conti. Le audizioni termineranno venerdì l’Istat. Non è previsto in calendario l’intervento di Tremonti.
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L’istituto di ricerche che studia ancora l’inglese
L’inglese. Può sembrare paradossale per un istituto di ricerca, ma il principale problema dell’Isae è con la lingua di Shakespeare. La scarsa dimestichezza dell’Istituto di studi e analisi economica è finita nel mirino dell’ultima relazione della Corte dei Conti sulla gestione finanziaria dell’ente. «Va raccomandata», si legge nel rapporto, «una più attenta utilizzazione degli incarichi di ricerca e consulenza, anche in considerazione del fatto che molti di essi si rferiscono alla necessità di traduzioni in e dall’inglese, lingua nella quale l’Ente dovrebbe già avere personale qualificato anche a seguito dei numerosi e specifici corsi effettuati». In effetti, tra le numerose spese per il personale, i magistrati contabili segnalano «diverse partecipazioni a corsi di formazione specialistica ed un forte rilievo è stato dedicato alla formazione nella lingua inglese». Per rendere un po’ più fluente la conoscenza degli esperti, l’Isae ha anche stipulate collaborazioni con l’International Language School di Roma per un corso articolato su più livelli e destinato a tutto il personale su base volontaria. Ed ecco il punto. I corsi erano volontari. Ergo, pochissimi devono averli seguiti. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che ancora nel 2010 tra gli undici incarichi di consulenza (i dati sono aggiornati all’11 maggio) commissionati dall’Isae ben otto sono di traduzione in lingua inglese di rapporti dell’istituto.
Il fenomeno, alquanto bizzarro, non è stato comunque sufficiente ad impietosire Giulio Tremonti, che pure continua a dire che l’Italia si è salvata dalla crisi proprio perché non parla inglese.
L’istituto nato nel 1999 dalla fusione dell’Ispe con l’Isco è rimasto nell’elenco degli enti che dovranno chiudere baracca e burattini e trasferire le proprie competenze in altra sede. In particolare il lavoro di studio di ricerca dell’Isae verrà svolto in parte dall’Istat e in parte dallo stesso ministero dell’Economia, dove si spera che qualcuno l’inglese lo parli. Dall’operazione il ministro si aspetta, stando a quanto scritto nella relazione alla manovra un risparmio di spesa di 135mila euro. Soldi che derivano principalmente dall’annullamento dello stipendio del presidente Alberto Majocchi (83mila euro), dei compensi per il comitato amministrativo (34mila euro) e per il collegio dei revisori (16mila euro). Il che significa che per i 117 dipendenti attualmente in servizio non dovrebbero esserci grandi ripercussioni. Una bufera si abbatterà semmai sul mare di consulenze e incarichi esterni che l’Isae negli ultimi anni non si è fatto mancare.
E risparmi potrebbero arrivare anche sul fronte del conto economico. Fino ad ora, infatti, malgrado la sua indipendenza, l’Isae ha lavorato quasi esclusivamente con lo Stato e pochissimo con il privato. Guardando l’ultimo bilancio pubblico disponibile, quello relativo al 2008 si vede che il valore della produzione ammonta a 12 milioni di euro. Di questi ben 10 arrivano da «contributi a carico dello Stato». Detto questo, va riconosciuto che l’ente non è in rosso. Nel 2008 il risultato è stato un avanzo economico di 267mila euro.
Quanto alla protesta nei confronti dell’assorbimento previsto dalla manovra i dipendenti dell’Isae hanno lanciato sul sito un appello per scongiurare la chiusura. Appello in cui spicca, curiosamente, l’assenza del sindacato. Sempre pronti a difdendere tutti dalle aggressioni del governo, questa volta, i rappresentanti dei lavoratori hanno limitato le adesioni a poco più di una decina di firme, rispetto alle centinaia provenienti dal mondo dell’università e della ricerca.
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Il fenomeno, alquanto bizzarro, non è stato comunque sufficiente ad impietosire Giulio Tremonti, che pure continua a dire che l’Italia si è salvata dalla crisi proprio perché non parla inglese.
L’istituto nato nel 1999 dalla fusione dell’Ispe con l’Isco è rimasto nell’elenco degli enti che dovranno chiudere baracca e burattini e trasferire le proprie competenze in altra sede. In particolare il lavoro di studio di ricerca dell’Isae verrà svolto in parte dall’Istat e in parte dallo stesso ministero dell’Economia, dove si spera che qualcuno l’inglese lo parli. Dall’operazione il ministro si aspetta, stando a quanto scritto nella relazione alla manovra un risparmio di spesa di 135mila euro. Soldi che derivano principalmente dall’annullamento dello stipendio del presidente Alberto Majocchi (83mila euro), dei compensi per il comitato amministrativo (34mila euro) e per il collegio dei revisori (16mila euro). Il che significa che per i 117 dipendenti attualmente in servizio non dovrebbero esserci grandi ripercussioni. Una bufera si abbatterà semmai sul mare di consulenze e incarichi esterni che l’Isae negli ultimi anni non si è fatto mancare.
E risparmi potrebbero arrivare anche sul fronte del conto economico. Fino ad ora, infatti, malgrado la sua indipendenza, l’Isae ha lavorato quasi esclusivamente con lo Stato e pochissimo con il privato. Guardando l’ultimo bilancio pubblico disponibile, quello relativo al 2008 si vede che il valore della produzione ammonta a 12 milioni di euro. Di questi ben 10 arrivano da «contributi a carico dello Stato». Detto questo, va riconosciuto che l’ente non è in rosso. Nel 2008 il risultato è stato un avanzo economico di 267mila euro.
Quanto alla protesta nei confronti dell’assorbimento previsto dalla manovra i dipendenti dell’Isae hanno lanciato sul sito un appello per scongiurare la chiusura. Appello in cui spicca, curiosamente, l’assenza del sindacato. Sempre pronti a difdendere tutti dalle aggressioni del governo, questa volta, i rappresentanti dei lavoratori hanno limitato le adesioni a poco più di una decina di firme, rispetto alle centinaia provenienti dal mondo dell’università e della ricerca.
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Altri buchi in banca, altro venerdì nero
Torna il panico in Borsa. Dopo un’apertura in rialzo, Piazza Affari ha repentinamente virato al ribasso verso le 12, trascinata dai titoli bancari che hanno iniziato a scivolare in tutta Europa. Nella bufera generale Milano è stata una tra le piazze peggiori con l’Ftse Mib a -3,7% e l’All Share a -3,6%.
A innescare le vendite ci hanno pensato, in prima battuta, le voci relative a forti perdite sui derivati per il colosso del credito Société Generale. Dal quartiere generale della banca francese non è arrivato alcun commento ufficiale. Ci sarebbe stato un tentativo di contattare direttamente gli analisti, che però non è servito a far crollare il titolo alla Borsa di Parigi del 7,58%. Hanno chiuso in forte calo anche le spagnole Bbva (-6,84%) e Santander (-5,78%), penalizzate dal downgrade di Morgan Stanley, mentre Hsbc in una nota ha abbassato il giudizio sull’Europa, ad eccezione del Regno Unito, da neutral a underweight spiegando che restano troppe incertezze sulla salute delle banche, sulla condizione futura dell’euro, sul debito sovrano e sulla crescita per essere disposti in questo momento ad assumersi dei rischi in queste regioni.
Male pure gli istituti di credito austriaci come Raiffesen (-10,5%) e Erste group (-7,6%), con la Borsa di Vienna che ha chiuso a -4,1% per la forte esposizione delle banche nei confronti dell’Ungheria. Ed è qui l’altra miccia della giornata. Ieri il portavoce del premier ungherese ha infatti detto che il paese si trova «in una situazione molto grave» a causa delle «manipolazioni» a livello di statistiche nazionali e alle «bugie» del precedente governo. Risultato: giù del 3,34% la borsa ungherese, del 5% il listino di Atene e del 3,8% Madrid. Parigi ha segnato -2,86%, Francoforte -1,91% e Londra -1,63%.
La situazione dei mercati è peggiorata ulteriormente dopo la pubblicazione del dato Usa sull’occupazione, che ha deluso le attese, mostrando una creazione di posti di lavoro in misura nettamente inferiore alle stime. Milano ha risentito fortemente del calo delle banche, visto il peso rilevante dei finanziari sul paniere principale. Intesa Sanpaolo ha perso il 6,10%, Unicredit il 5,68%, Ubi banca il 5,65%, Bpm il 5,28% e il banco Popolare il 5,09%. L’unico titolo positivo sull’Ftse Mib è stato St (+0,46%), che ha beneficiato dei giudizi positivi degli analisti, all’indomani dell’incontro annuale con gli investitori a Londra.
I timori si sono immediatamente ripercossi sui rendimenti dei Credit default swap (i titoli che assicurano contro il rischio di insolvenza) dei vari paesi e sui differenziali dei titoli decennali di Stato. Il Cds a 5 anni dell’Italia si è ampliato fino a 290 punti base dai 237 di giovedì mentre lo spread sui decennali contro i Bund è salito a 170 punti base, ai massimi da inizio 2009. Il Cds della Francia è salito a 104 da 84 punti base e lo spread dei decennali si è allargato a 44 punti base dai 36 dell’altroieri. Il Cds della Spagna è salito a 320 pb da 258 mentre lo spread dei decennali rispetto al Bund tedesco viaggia sui 199 pb. Su anche i Cds della Grecia, balzati da 762 a 790 punti. Mentre in Ungheria sono saliti a 430 punti base, ai massimi dal luglio 2009, con un balzo settimanale di 180 punti.
Il terremoto europeo e i cattivi dati sul lavoro Usa si sono abbattuti anche sulle contrattazioni di Wall Street, in calo sin dalle battute iniziali. Il Dow Jones, in serata, perde il 2,03%, con American Express che arretra del 2,6%, General Electric del 2,5% e Microsoft del 2,4%. Il Nasdaq cede l’1,72%. L’S&P 500 arretra dell’1,91% a 1.081,67 punti. La fotografia scattata dal Dipartimento del Lavoro ha messo in evidenza la creazione di 431mila posti di lavoro in maggio con un tasso di disoccupazione sceso al 9,7%. Gli analisti si aspettavano qualcosa di più. Anche perché dei posti di lavoro guadagnati 390mila sono riconducibili al governo mentre solo 40mila al settore privato.
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A innescare le vendite ci hanno pensato, in prima battuta, le voci relative a forti perdite sui derivati per il colosso del credito Société Generale. Dal quartiere generale della banca francese non è arrivato alcun commento ufficiale. Ci sarebbe stato un tentativo di contattare direttamente gli analisti, che però non è servito a far crollare il titolo alla Borsa di Parigi del 7,58%. Hanno chiuso in forte calo anche le spagnole Bbva (-6,84%) e Santander (-5,78%), penalizzate dal downgrade di Morgan Stanley, mentre Hsbc in una nota ha abbassato il giudizio sull’Europa, ad eccezione del Regno Unito, da neutral a underweight spiegando che restano troppe incertezze sulla salute delle banche, sulla condizione futura dell’euro, sul debito sovrano e sulla crescita per essere disposti in questo momento ad assumersi dei rischi in queste regioni.
Male pure gli istituti di credito austriaci come Raiffesen (-10,5%) e Erste group (-7,6%), con la Borsa di Vienna che ha chiuso a -4,1% per la forte esposizione delle banche nei confronti dell’Ungheria. Ed è qui l’altra miccia della giornata. Ieri il portavoce del premier ungherese ha infatti detto che il paese si trova «in una situazione molto grave» a causa delle «manipolazioni» a livello di statistiche nazionali e alle «bugie» del precedente governo. Risultato: giù del 3,34% la borsa ungherese, del 5% il listino di Atene e del 3,8% Madrid. Parigi ha segnato -2,86%, Francoforte -1,91% e Londra -1,63%.
La situazione dei mercati è peggiorata ulteriormente dopo la pubblicazione del dato Usa sull’occupazione, che ha deluso le attese, mostrando una creazione di posti di lavoro in misura nettamente inferiore alle stime. Milano ha risentito fortemente del calo delle banche, visto il peso rilevante dei finanziari sul paniere principale. Intesa Sanpaolo ha perso il 6,10%, Unicredit il 5,68%, Ubi banca il 5,65%, Bpm il 5,28% e il banco Popolare il 5,09%. L’unico titolo positivo sull’Ftse Mib è stato St (+0,46%), che ha beneficiato dei giudizi positivi degli analisti, all’indomani dell’incontro annuale con gli investitori a Londra.
I timori si sono immediatamente ripercossi sui rendimenti dei Credit default swap (i titoli che assicurano contro il rischio di insolvenza) dei vari paesi e sui differenziali dei titoli decennali di Stato. Il Cds a 5 anni dell’Italia si è ampliato fino a 290 punti base dai 237 di giovedì mentre lo spread sui decennali contro i Bund è salito a 170 punti base, ai massimi da inizio 2009. Il Cds della Francia è salito a 104 da 84 punti base e lo spread dei decennali si è allargato a 44 punti base dai 36 dell’altroieri. Il Cds della Spagna è salito a 320 pb da 258 mentre lo spread dei decennali rispetto al Bund tedesco viaggia sui 199 pb. Su anche i Cds della Grecia, balzati da 762 a 790 punti. Mentre in Ungheria sono saliti a 430 punti base, ai massimi dal luglio 2009, con un balzo settimanale di 180 punti.
Il terremoto europeo e i cattivi dati sul lavoro Usa si sono abbattuti anche sulle contrattazioni di Wall Street, in calo sin dalle battute iniziali. Il Dow Jones, in serata, perde il 2,03%, con American Express che arretra del 2,6%, General Electric del 2,5% e Microsoft del 2,4%. Il Nasdaq cede l’1,72%. L’S&P 500 arretra dell’1,91% a 1.081,67 punti. La fotografia scattata dal Dipartimento del Lavoro ha messo in evidenza la creazione di 431mila posti di lavoro in maggio con un tasso di disoccupazione sceso al 9,7%. Gli analisti si aspettavano qualcosa di più. Anche perché dei posti di lavoro guadagnati 390mila sono riconducibili al governo mentre solo 40mila al settore privato.
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Si infiamma il duello tra la Roma e l’Unicredit. Botta e risposta sui conti Italpetroli
Si è chiusa con un rinvio al 23 giugno la prima udienza arbitrale tra Unicredit e Italpetroli per gettare le basi di un’intesa che metta fine alla battaglia legale sul rientro dei crediti per oltre 325 milioni vantati dalla banca nei confronti della holding della famiglia Sensi, di cui Unicredit è socio al 49%. All’udienza, durata oltre due ore, non ha preso parte Rosella Sensi. A rappresentare Italpetroli c’erano i legali Agostino Gambino e Antonio Conte. Per Unicredit era presente l’avvocato Francesco Carbonetti. Al termine dell’udienza, il presidente del collegio arbitrale Cesare Ruperto, affiancato da Romano vaccarella ed Enrico Gabrielli, ha deciso il rinvio fissando la prossima udienza per tentare la conciliazione alle ore 12 del 23 giugno.
L’auspicio di Gambino è che, «da ambo le parti, si possa raggiungere un accordo di conciliazione». In realtà, il clima sembra tutt’altro che sereno. All’istituto di credito guidato da Alessandro Profumo non è infatti piaciuto il dito puntato della Sensi sulla “fuga” di notizie relativa alla situazione patrimoniale del gruppo.
In un comunicato di fuoco UniCredit ha smentito «le gravi insinuazioni contenute nel comunicato stampa diffuso al mercato da Italpetroli, che parrebbe attribuire alla stessa Unicredit la paternità di notizie, riferite dalla compagnia come false, apparse sulla stampa». La banca, che «si riserva ogni azione a propria tutela», spiega anche «di non essere a conoscenza del contenuto del progetto di bilancio approvato dalla compagnia Italpetroli né, tantomeno, della posizione assunta dal collegio sindacale e/o dalla società di revisione in relazione al bilancio medesimo».
A scatenare il putifierio alcune notizie di stampa secondo cui il collegio sindacale e la società di revisione avrebbero comunicato ad Italpetroli l’intenzione di non firmare o non certificare il bilancio 2009. Il che, in soldoni, significa che se il gruppo non accetta la ciambella di salvataggio di Unicredit e cede l’As Roma, l’unica prospettiva è il fallimento. Furiosa la reazione della società: «Tali pseudo notizie, la cui origine e la cui finalità sono del tutto chiare, non ci sorprendono, ma comunque ci indignano, poiché ancora una volta, non si è esitato ad aggredire e denigrare un gruppo di imprese sane ed i suoi lavoratori, nonchè una società sportiva, come l’As Roma, che gode di ottima salute, senza alcun rispetto per la passione di milioni di tifosi». Secondo Italpetroli si tratta del «consueto tempismo, questa volta il giorno precedente la prima udienza dell’arbitrato promosso da Italpetroli per l’accertamento dell’illegittimità del recesso di Unicredit dall'accordo stipulato nel 2008, la condanna della banca al risarcimento dei danni per almeno 50 milioni di euro e la declaratoria di riduzione delle pretese della banca stessa, anche per anatocismo, per circa 80 milioni» nella diffusione, delle «solite false notizie, che ormai circolano da almeno un anno».
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L’auspicio di Gambino è che, «da ambo le parti, si possa raggiungere un accordo di conciliazione». In realtà, il clima sembra tutt’altro che sereno. All’istituto di credito guidato da Alessandro Profumo non è infatti piaciuto il dito puntato della Sensi sulla “fuga” di notizie relativa alla situazione patrimoniale del gruppo.
In un comunicato di fuoco UniCredit ha smentito «le gravi insinuazioni contenute nel comunicato stampa diffuso al mercato da Italpetroli, che parrebbe attribuire alla stessa Unicredit la paternità di notizie, riferite dalla compagnia come false, apparse sulla stampa». La banca, che «si riserva ogni azione a propria tutela», spiega anche «di non essere a conoscenza del contenuto del progetto di bilancio approvato dalla compagnia Italpetroli né, tantomeno, della posizione assunta dal collegio sindacale e/o dalla società di revisione in relazione al bilancio medesimo».
A scatenare il putifierio alcune notizie di stampa secondo cui il collegio sindacale e la società di revisione avrebbero comunicato ad Italpetroli l’intenzione di non firmare o non certificare il bilancio 2009. Il che, in soldoni, significa che se il gruppo non accetta la ciambella di salvataggio di Unicredit e cede l’As Roma, l’unica prospettiva è il fallimento. Furiosa la reazione della società: «Tali pseudo notizie, la cui origine e la cui finalità sono del tutto chiare, non ci sorprendono, ma comunque ci indignano, poiché ancora una volta, non si è esitato ad aggredire e denigrare un gruppo di imprese sane ed i suoi lavoratori, nonchè una società sportiva, come l’As Roma, che gode di ottima salute, senza alcun rispetto per la passione di milioni di tifosi». Secondo Italpetroli si tratta del «consueto tempismo, questa volta il giorno precedente la prima udienza dell’arbitrato promosso da Italpetroli per l’accertamento dell’illegittimità del recesso di Unicredit dall'accordo stipulato nel 2008, la condanna della banca al risarcimento dei danni per almeno 50 milioni di euro e la declaratoria di riduzione delle pretese della banca stessa, anche per anatocismo, per circa 80 milioni» nella diffusione, delle «solite false notizie, che ormai circolano da almeno un anno».
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venerdì 4 giugno 2010
Tremonti chiede aiuto. Il Cav: sei leale ma il capo resto io
La tensione è salita al punto che alla fine Silvio Berlusconi ha deciso di intervenire. Da una parte le pressioni e le insofferenze sempre più accese dei ministri e della maggioranza parlamentare, pronti a dare battaglia sulla manovra, dall’altra l’insistenza con cui Giulio Tremonti da giorni (minacciando più volte le dimissioni) chiede al Cavaliere di sostenere pubblicamente il suo lavoro. Insistenza che è proseguita telefonicamente anche ieri.
Così, in serata, è arrivato il comunicato. «Il governo è fermamente convinto di avere fatto la cosa giusta, nel tempo giusto» e Berlusconi e Tremonti, «fuori dai giochi e dagli intrighi di palazzo, hanno lavorato insieme e continueranno a lavorare insieme legati, oltre che dall’impegno di governo, da una leale ed antica amicizia personale».
Una difesa così plateale e irrituale, quella uscita da Palazzo Chigi, che dà il senso della fibrillazione scatenata negli ultimi giorni dall’atteggiamento del titolare di Via XX Settembre. Nel testo il Cavaliere lancia messaggi alla maggioranza, dicendosi «certo» del suo «senso di responsabilità», ma soprattutto al “suo” ministro. Sui saldi di manovra la condivisione è piena. Anche perché sono basati «sull’impegno europeo» e sono la giusta contromisura alla «crisi finanziaria più grave nel mondo dopo quella del 1929». Ma nelle convinzioni “forti” del governo Berlusconi inserisce «ciò che è necessario e possibile per rendere il nostro Paese competitivo sulla crescita, a partire da un grande progetto di liberalizzazioni delle attività economiche».
Qualcuno tra i parlamentari del PdL ha voluto leggere nella frase un esplicito richiamo alle parole usate da Tremonti qualche giorno fa sulle pagine del Corriere della Sera, sistenendo che deve essere «libero tutto ciò che non è vietato». In realtà il riferimento di Berlusconi somiglia moltissimo agli appelli lanciati in successione dalla Marcegaglia e da Draghi. Si tratta di quel riferimento alla crescita e alle riforme a costo zero su cui il governatore di Bankitalia, con soddisfazione del Cavaliere, ha insistito moltissimo nelle sue considerazioni finali di lunedì scorso.
Il senso del messaggio è che a fare di calcolo ci pensa Tremonti, ma sulle riforme il timone è nelle mani del presidente del Consiglio. E non è escluso che alcune di queste riforme possano essere agganciate alla manovra durante il dibattito parlamentare. Dove Berlusconi potrebbe anche fare un passaggio personale per illustrare i contenuti, ma soprattutto il senso della manovra.
La battaglia, comunque, si preannuncia dura e faticosa. Il presidente dei senatori di maggioranza Maurizio Gasparri, ha già detto che «si potranno discutere in Parlamento singoli punti». E anche la Lega sicuramente utilizzerà il dibattito in aula per far sentire la sua voce. Le stoccate più decise dovrebbero essere, ancora una volta, quelle provenienti dalla pattuglia dei finiani. «Sacrosanta» la manovra, che rappresenta la «gamba del rigore», ha annunciato ieri l’economista vicino a Fini, Mario Baldassarri, ora serve «la gamba della crescita», ovvero «altri 10 miliardi di tagli alla spesa corrente».
Ieri sono proseguite le proteste delle categorie. I magistrati hanno confermato lo sciopero contro i «tagli iniqui». Ma anche i farmacisti sono scesi in campo. All’allarme lanciato da Federfarma si è aggiunto quello di Assogenerici, che definisce le misure del governo «controproducenti» e «penalizzanti». Il ministro della Salute, Fazio, è già al lavoro su un emendamento per alleggerire gli effetti della manovra almeno sulle farmacie più piccole. Contro Tremonti si è infine schierato Luca Cordero di Montezemolo, che sul sito della sua associazione ItaliaFutura ha accusato il ministro di passare troppo tempo ad «autocitarsi e a lodare le sue capacità».
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Così, in serata, è arrivato il comunicato. «Il governo è fermamente convinto di avere fatto la cosa giusta, nel tempo giusto» e Berlusconi e Tremonti, «fuori dai giochi e dagli intrighi di palazzo, hanno lavorato insieme e continueranno a lavorare insieme legati, oltre che dall’impegno di governo, da una leale ed antica amicizia personale».
Una difesa così plateale e irrituale, quella uscita da Palazzo Chigi, che dà il senso della fibrillazione scatenata negli ultimi giorni dall’atteggiamento del titolare di Via XX Settembre. Nel testo il Cavaliere lancia messaggi alla maggioranza, dicendosi «certo» del suo «senso di responsabilità», ma soprattutto al “suo” ministro. Sui saldi di manovra la condivisione è piena. Anche perché sono basati «sull’impegno europeo» e sono la giusta contromisura alla «crisi finanziaria più grave nel mondo dopo quella del 1929». Ma nelle convinzioni “forti” del governo Berlusconi inserisce «ciò che è necessario e possibile per rendere il nostro Paese competitivo sulla crescita, a partire da un grande progetto di liberalizzazioni delle attività economiche».
Qualcuno tra i parlamentari del PdL ha voluto leggere nella frase un esplicito richiamo alle parole usate da Tremonti qualche giorno fa sulle pagine del Corriere della Sera, sistenendo che deve essere «libero tutto ciò che non è vietato». In realtà il riferimento di Berlusconi somiglia moltissimo agli appelli lanciati in successione dalla Marcegaglia e da Draghi. Si tratta di quel riferimento alla crescita e alle riforme a costo zero su cui il governatore di Bankitalia, con soddisfazione del Cavaliere, ha insistito moltissimo nelle sue considerazioni finali di lunedì scorso.
Il senso del messaggio è che a fare di calcolo ci pensa Tremonti, ma sulle riforme il timone è nelle mani del presidente del Consiglio. E non è escluso che alcune di queste riforme possano essere agganciate alla manovra durante il dibattito parlamentare. Dove Berlusconi potrebbe anche fare un passaggio personale per illustrare i contenuti, ma soprattutto il senso della manovra.
La battaglia, comunque, si preannuncia dura e faticosa. Il presidente dei senatori di maggioranza Maurizio Gasparri, ha già detto che «si potranno discutere in Parlamento singoli punti». E anche la Lega sicuramente utilizzerà il dibattito in aula per far sentire la sua voce. Le stoccate più decise dovrebbero essere, ancora una volta, quelle provenienti dalla pattuglia dei finiani. «Sacrosanta» la manovra, che rappresenta la «gamba del rigore», ha annunciato ieri l’economista vicino a Fini, Mario Baldassarri, ora serve «la gamba della crescita», ovvero «altri 10 miliardi di tagli alla spesa corrente».
Ieri sono proseguite le proteste delle categorie. I magistrati hanno confermato lo sciopero contro i «tagli iniqui». Ma anche i farmacisti sono scesi in campo. All’allarme lanciato da Federfarma si è aggiunto quello di Assogenerici, che definisce le misure del governo «controproducenti» e «penalizzanti». Il ministro della Salute, Fazio, è già al lavoro su un emendamento per alleggerire gli effetti della manovra almeno sulle farmacie più piccole. Contro Tremonti si è infine schierato Luca Cordero di Montezemolo, che sul sito della sua associazione ItaliaFutura ha accusato il ministro di passare troppo tempo ad «autocitarsi e a lodare le sue capacità».
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Previsioni postume e conflitti d’interesse. Rating al capolinea
L’ultima vittima è Bp. Ieri sia Fitch sia Moody’s hanno abbassato il rating della compagnia petrolifera per l’impatto dei costi legati alla marea nera. Ma l’elenco è sterminato. E non sempre così condivisibile.
Non è un caso che mercoledì la Commissione Ue abbia messo a punto un regolamento, che dovrebbe entrare in vigore entro la fine dell’anno, per trasferire la vigilanza sulle agenzie che danno i voti alla capacità delle aziende e degli Stati di pagare i propri debiti ad un’Authorithy europea che si chiamerà “European Securities and Markets Authority”. Qui dovranno registrarsi obbligatoriamente tutte le agenzie di rating operanti nella Ue, circa 45 società di cui la maggior parte filiali delle cosiddette “big three” statunitensi: Standard & Poor’s, Fitch e Moody’s. L’Authority avrà il potere di fare ispezioni, aprire inchieste e proporre multe e sanzioni.
Ma anche gli Stati Uniti (malgrado molti ritengano che dietro i giudizi negativi delle agenzie sull’Europa ci sia lo zampino speculativo dei grandi fondi Usa) si stanno muovendo. Sempre mercoledì a Washington il presidente del Financial Crisis Inquiry Commission, la commissione di inchiesta del Congresso Usa sulla crisi finanziaria, ha rivelato come il fatturato di Moody’s sia passato dai 600 milioni di dollari del 2000 a 2,2 miliardi nel 2007. A sostenere questa crescita i ben remunerati giudizi positivi (ben 42.625 triple A) assegnati ai titoli legati ai prestiti immobiliari. Nello stesso periodo l’agenzia ha espresso rating nel settore per 4.700 miliardi di dollari e 736 miliardi in Cdo, i cosiddetti titoli tossici.
La morale è che i bei voti portano nelle casse delle agenzie un bel po’ di soldi. Stupiscono meno, in quest’ottica, le triple A assegnate a Parmalat alla vigilia del crack. Ma soprattutto le “promozioni” relative ai grandi fallimenti americani. Qualche esempio? Fino al 28 novembre 2001 i titoli di Enron erano ancora classificati a livello investimento, quel giorno furono bocciati a livello spazzatura, quattro giorni dopo l’azienda dichiarava bancarotta, mandando in fumo miliardi di dollari. Pochi mesi dopo è la volta di WorldCom (società di tlc del valore di 102 miliardi di dollari): il declassamento arriva meno di dieci settimane prima del fallimento.
Ma il caso clamoroso riguarda la crisi dei mutui subprime. Non si può dimenticare la tripla A che brillava sui titoli della banca d’investimento Lehman Brother nel settembre 2008, poco prima che l’istituto dichiarasse bancarotta.
Anche sui bond governativi le agenzie hanno collezionato insuccessi. Nel 2000, prima del maxidefault dell’Argentina, i tango-bond erano considerati «altamente speculativi», ma non troppo rischiosi. E prima della auto-denuncia del governo di Atene sul reale deficit pubblico, anche i titoli di Stato greci erano considerati un buon investimento. Ce n’è abbastanza, insomma, per considerare la misura abbondantemente colma. La questione sarà sul tavolo del G-20 di Toronto di fine giugno. Resta da vedere se le “tre sorelle” si lasceranno detronizzare. Finora, malgrado i numerosi tentativi, nessuno ci è mai riuscito.
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Non è un caso che mercoledì la Commissione Ue abbia messo a punto un regolamento, che dovrebbe entrare in vigore entro la fine dell’anno, per trasferire la vigilanza sulle agenzie che danno i voti alla capacità delle aziende e degli Stati di pagare i propri debiti ad un’Authorithy europea che si chiamerà “European Securities and Markets Authority”. Qui dovranno registrarsi obbligatoriamente tutte le agenzie di rating operanti nella Ue, circa 45 società di cui la maggior parte filiali delle cosiddette “big three” statunitensi: Standard & Poor’s, Fitch e Moody’s. L’Authority avrà il potere di fare ispezioni, aprire inchieste e proporre multe e sanzioni.
Ma anche gli Stati Uniti (malgrado molti ritengano che dietro i giudizi negativi delle agenzie sull’Europa ci sia lo zampino speculativo dei grandi fondi Usa) si stanno muovendo. Sempre mercoledì a Washington il presidente del Financial Crisis Inquiry Commission, la commissione di inchiesta del Congresso Usa sulla crisi finanziaria, ha rivelato come il fatturato di Moody’s sia passato dai 600 milioni di dollari del 2000 a 2,2 miliardi nel 2007. A sostenere questa crescita i ben remunerati giudizi positivi (ben 42.625 triple A) assegnati ai titoli legati ai prestiti immobiliari. Nello stesso periodo l’agenzia ha espresso rating nel settore per 4.700 miliardi di dollari e 736 miliardi in Cdo, i cosiddetti titoli tossici.
La morale è che i bei voti portano nelle casse delle agenzie un bel po’ di soldi. Stupiscono meno, in quest’ottica, le triple A assegnate a Parmalat alla vigilia del crack. Ma soprattutto le “promozioni” relative ai grandi fallimenti americani. Qualche esempio? Fino al 28 novembre 2001 i titoli di Enron erano ancora classificati a livello investimento, quel giorno furono bocciati a livello spazzatura, quattro giorni dopo l’azienda dichiarava bancarotta, mandando in fumo miliardi di dollari. Pochi mesi dopo è la volta di WorldCom (società di tlc del valore di 102 miliardi di dollari): il declassamento arriva meno di dieci settimane prima del fallimento.
Ma il caso clamoroso riguarda la crisi dei mutui subprime. Non si può dimenticare la tripla A che brillava sui titoli della banca d’investimento Lehman Brother nel settembre 2008, poco prima che l’istituto dichiarasse bancarotta.
Anche sui bond governativi le agenzie hanno collezionato insuccessi. Nel 2000, prima del maxidefault dell’Argentina, i tango-bond erano considerati «altamente speculativi», ma non troppo rischiosi. E prima della auto-denuncia del governo di Atene sul reale deficit pubblico, anche i titoli di Stato greci erano considerati un buon investimento. Ce n’è abbastanza, insomma, per considerare la misura abbondantemente colma. La questione sarà sul tavolo del G-20 di Toronto di fine giugno. Resta da vedere se le “tre sorelle” si lasceranno detronizzare. Finora, malgrado i numerosi tentativi, nessuno ci è mai riuscito.
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Bazoli benedice l’addio dell’amico Faissola
Negli uffici milanesi dell’Abi è tutto un susseguirsi di riconoscimenti al gran gesto di Corrado Faissola che ha spianato la strada all’ascesa di Giuseppe Mussari verso la guida dell’Associazione bancaria. «Abbiamo preso atto», ha spiegato il coordinatore del Comitato dei saggi, Alessandro Azzi, «della decisione del presidente di non confermare la propria candidatura e abbiamo apprezzato lo spirito finalizzato a consentire che tutta la categoria si esprima unitariamente sul tema delicatissimo della presidenza».
«Un atto che attesta un grande senso di responsabilità», ha ribadito Giovanni Bazoli, che dietro le quinte ha brigato fino all’ultimo per trovare una soluzione che limitasse i danni per l’amico Faissola. Lavoro che il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo (istituto che ufficialmente si è schierato con Mussari) ha condotto in prima persona dopo l’ingresso nel comitato dei saggi in sostituzione del ex presidente del comitato di gestione della banca milanese, Enrico Salza.
Alla fine, però, il banchiere ha dovuto cedere. Da tempo, del resto, si vociferava sulle partite incrociate di un accordo ben più ampio che avrebbe consentito a Bazoli, tra le altre cose, di incassare la nomina dell’ex direttore generale della Mittel ad amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti. Non sono causali, in quest’ottica, le parole con cui Bazoli ha commentato l’uscita di scena di Faissola. «Non sono rimasto sorpreso», ha spiegato, «la decisione è frutto di valutazioni congiunte».
Sta di fatto che al comitato esecutivo del 23 giugno, com’è tradizione dell’Abi, si arriverà con una sola candidatura, quella del presidente di Banca Montepaschi, Mussari, sostenuto dalle grandi banche, ma anche dal presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti. Restano a bocca asciutta, a prima vista, i piccoli. Banche popolari e credito cooperativo avevano infatti puntato sulla riconferma di Faissola. Per ottenere il loro sostegno Mussari si sarebbe impegnato a cambiare lo statuto dell’associazione entro i primi due mesi del mandato per sancire l’alternanza fra grandi e piccole banche e fornire deleghe ai vicepresidenti espressione delle popolari. L’iniziativa sarebbe il frutto della mediazione portata avanti da Antonio Patuelli, già dirigente di spicco del Pli ed ex sottosegretario, da anni esponente di punta sia dell’Abi che dell’Acri.
Di questo non si sarebbe comunque discusso ieri. Le modifiche allo statuto, ha spiegato Azzi al termine della riunione con gli altri saggi Bazoli, Profumo, Berneschi e Venesio «non sono oggetto del nostro mandato».
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«Un atto che attesta un grande senso di responsabilità», ha ribadito Giovanni Bazoli, che dietro le quinte ha brigato fino all’ultimo per trovare una soluzione che limitasse i danni per l’amico Faissola. Lavoro che il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo (istituto che ufficialmente si è schierato con Mussari) ha condotto in prima persona dopo l’ingresso nel comitato dei saggi in sostituzione del ex presidente del comitato di gestione della banca milanese, Enrico Salza.
Alla fine, però, il banchiere ha dovuto cedere. Da tempo, del resto, si vociferava sulle partite incrociate di un accordo ben più ampio che avrebbe consentito a Bazoli, tra le altre cose, di incassare la nomina dell’ex direttore generale della Mittel ad amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti. Non sono causali, in quest’ottica, le parole con cui Bazoli ha commentato l’uscita di scena di Faissola. «Non sono rimasto sorpreso», ha spiegato, «la decisione è frutto di valutazioni congiunte».
Sta di fatto che al comitato esecutivo del 23 giugno, com’è tradizione dell’Abi, si arriverà con una sola candidatura, quella del presidente di Banca Montepaschi, Mussari, sostenuto dalle grandi banche, ma anche dal presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti. Restano a bocca asciutta, a prima vista, i piccoli. Banche popolari e credito cooperativo avevano infatti puntato sulla riconferma di Faissola. Per ottenere il loro sostegno Mussari si sarebbe impegnato a cambiare lo statuto dell’associazione entro i primi due mesi del mandato per sancire l’alternanza fra grandi e piccole banche e fornire deleghe ai vicepresidenti espressione delle popolari. L’iniziativa sarebbe il frutto della mediazione portata avanti da Antonio Patuelli, già dirigente di spicco del Pli ed ex sottosegretario, da anni esponente di punta sia dell’Abi che dell’Acri.
Di questo non si sarebbe comunque discusso ieri. Le modifiche allo statuto, ha spiegato Azzi al termine della riunione con gli altri saggi Bazoli, Profumo, Berneschi e Venesio «non sono oggetto del nostro mandato».
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giovedì 3 giugno 2010
Finmeccanica batte Lockheed. Costruirà 81 satelliti per Iridium
Lasciare al palo la Lockheed Martin in terra statunitense non è cosa di tutti i giorni. L’impresa è riuscita a Thales Alenia Space, il colosso delle comunicazioni aerospaziali controllato al 33% dalla nostra Finmeccanica e al 66% dalla francese Thales. Il gruppo ha infatti incassato una commessa da 2,1 miliardi di dollari per costruire 81 satelliti per Iridium communication, il più grande fornitore mondiale di servizi di comunicazione mobile satellitare. La joint venture italo-francese dovrà realizzare la costellazione satellitare a orbita bassa Next. Un progetto che segue quello affidato precedentemente proprio alla Locked, che questa volta è però rimasta a bocca asciutta.
Un aiuto importante al progetto è arrivato da Parigi. La Coface, l’agenzia di credito all’esportazione francese, si farà infatti carico di garantire il 95% degli 1,8 miliardi di linee di credito necessarie alla società americana per completare l’investimento. In questo modo, ha spiegato ieri l’ad di Iridium, Matt Dessch, «non ci saranno problemi a trovare i soldi per il finanziamento».
Il 40% della commessa sarà subappaltata a società nordamericane fra cui Ball Aerospace e Boeing Co. Thales Alenia potrà incominciare lo sviluppo dei satelliti non appena saranno definiti gli aspetti finanziari dell’operazione, presumibilmente prima dell’estate. Il lancio inaugurale dovrebbe avvenire nel primo trimestre del 2015.
«Siamo stati selezionati per questo contratto», ha spiegato Reynald Seznec, presidente e ad di Thales Alenia Space, «dopo una lunga competizione internazionale iniziata nel 2007. Questo successo è anche un chiaro riconoscimento della nostra esperienza nell’architettura di sistemi e in quella delle telecomunicazioni in generale». I siti di Thales in Francia, Italia e Belgio saranno fortemente coinvolti nel progetto. Le attività saranno suddivise tra gli stabilimenti di Cannes, Tolosa, Roma e Charleroy. Iridium Next sarà compatibile con la precedente generazione del sistema e la rimpiazzerà gradualmente per fornire servizio mobile potenziato di tipo 3G.
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Un aiuto importante al progetto è arrivato da Parigi. La Coface, l’agenzia di credito all’esportazione francese, si farà infatti carico di garantire il 95% degli 1,8 miliardi di linee di credito necessarie alla società americana per completare l’investimento. In questo modo, ha spiegato ieri l’ad di Iridium, Matt Dessch, «non ci saranno problemi a trovare i soldi per il finanziamento».
Il 40% della commessa sarà subappaltata a società nordamericane fra cui Ball Aerospace e Boeing Co. Thales Alenia potrà incominciare lo sviluppo dei satelliti non appena saranno definiti gli aspetti finanziari dell’operazione, presumibilmente prima dell’estate. Il lancio inaugurale dovrebbe avvenire nel primo trimestre del 2015.
«Siamo stati selezionati per questo contratto», ha spiegato Reynald Seznec, presidente e ad di Thales Alenia Space, «dopo una lunga competizione internazionale iniziata nel 2007. Questo successo è anche un chiaro riconoscimento della nostra esperienza nell’architettura di sistemi e in quella delle telecomunicazioni in generale». I siti di Thales in Francia, Italia e Belgio saranno fortemente coinvolti nel progetto. Le attività saranno suddivise tra gli stabilimenti di Cannes, Tolosa, Roma e Charleroy. Iridium Next sarà compatibile con la precedente generazione del sistema e la rimpiazzerà gradualmente per fornire servizio mobile potenziato di tipo 3G.
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mercoledì 2 giugno 2010
I dirigenti di Palazzo Chigi si aumentano lo stipendio
Il messaggio, a prima vista, è sconcertante. Dopo i fischi rivolti a Giulio Tremonti per aver portato sul tavolo del Consiglio dei ministri una manovra troppo severa, su Palazzo Chigi sono fioccati aumenti da 280 a 676 euro. E il blocco degli stipendi del pubblico impiego? La spiegazione c’è, anche se la tempistica resta molto infelice.
All’indomani dell’entrata in vigore della manovra di lacrime e sangue varata dal governo, con tanto di pubblicazione in Gazzetta ufficiale, è successo che i dirigenti della presidenza del Consiglio hanno finalmente chiuso l’accordo per il rinnovo contrattuale. Nessuna deroga, né plateali violazioni delle disposizioni contenute nel provvedimento di bilancio che congela, fin da quest’anno, lo stipendio degli statali al livello del 2009. Si tratta, semplicemente, di un mostruoso ritardo. Sul tavolo dell’accordo c’era infatti il quadriennio normativo 2006-2009 e il biennio economico 2006-2007 per i contratti di Area VIII, i dirigenti di Palazzo Chigi per l’appunto.
Nulla di strano o di provocatorio, quindi, nei festeggiamenti della Cisl Funzione pubblica, che sottolinea «un risultato importante che porta miglioramenti significativi». E altri ne dovrebbero arrivare presto «con il secondo biennio contrattuale 2008-2009, per il quale a breve inizieremo le trattative».
Tutto dovuto e legittimo. Anche la soddisfazione del segretario nazionale Cisl Fp, Daniela Volpato, quando spiega di essere riuscita ad «ottenere aumenti economici molto positivi sia sul tabellare sia sulle altre voci della retribuzione». Certo è che mentre il Paese si prepara a tirare la cinghia e si avvia sulla strada dell’austerity, le cifre che finiscono in tasca ai dirigenti del governo fanno un po’ impressione. Anche perché si vanno ad aggiungere a retribuzioni non proprio da fame. Con minimi che vanno da 44 a 51mila euro lordi annui a cui bisogna sommare robuste retribuzioni di produzione, che per la prima fascia passano dai 43mila euro ai 179mila di Guido Bertolaso. Più modesta, infine, la retribuzione di risultato, che oscilla tra i 9 e i 19mila euro.
Con l’accordo firmato ieri nelle buste paga dei dirigenti di seconda fascia entreranno complessivamente 280,22 euro in più al mese. Cifra a cui si arriva sommando l’aumento del tabellare, a regime, di 141,39 euro medi, l’aumento del salario di posizione fissa, a regime, di 39,68 euro medi, e quello del salario di risultato a regime dal 31 dicembre 2007 di 99,15 euro medi.
Per la dirigenza di prima fascia il totale dell’incremento mensile di stipendio merita effettivamente i festeggiamenti del sindacato: si tratta infatti di 676,01 euro. Gruzzolo formato dall’aumento del tabellare, a regime, di 180,85 euro medi, da quello del salario di posizione fissa, a regime, di 118,50 euro medi e da quello del salario di risultato, a regime, di 376,66 euro medi.
I nuovi stipendi (tenendo conto anche del secondo biennio che ancora deve essere contrattato) resteranno chiaramente bloccati fino al 2013 come tutti quelli dei dipendenti statali. Quanto agli aumenti sono tutti stati effettuati tenendo conto del vincolo, inderogabile sia per il passato che per il futuro, del tetto di incremento fissato al 3,2%. Non solo, una bella fetta di questi stipendi, vista l’entità media, dal 2011 cadrà sotto la scure della riduzione dal 5 al 10% prevista per le retribuzioni sopra la soglia dei 90mila euro annui lordi. Una misura da cui il governo si aspetta di ricavare complessivamente 28,9 milioni.
Detto questo, è evidente che non sia il momento migliore per parlare di aumenti di stipendio. Dal ministero della Funzione pubblica assicurano che di vecchi contratti da rinnovare ne sono rimasti pochi. L’auspicio, a questo punto, è che si faccia in fretta.
© Libero
All’indomani dell’entrata in vigore della manovra di lacrime e sangue varata dal governo, con tanto di pubblicazione in Gazzetta ufficiale, è successo che i dirigenti della presidenza del Consiglio hanno finalmente chiuso l’accordo per il rinnovo contrattuale. Nessuna deroga, né plateali violazioni delle disposizioni contenute nel provvedimento di bilancio che congela, fin da quest’anno, lo stipendio degli statali al livello del 2009. Si tratta, semplicemente, di un mostruoso ritardo. Sul tavolo dell’accordo c’era infatti il quadriennio normativo 2006-2009 e il biennio economico 2006-2007 per i contratti di Area VIII, i dirigenti di Palazzo Chigi per l’appunto.
Nulla di strano o di provocatorio, quindi, nei festeggiamenti della Cisl Funzione pubblica, che sottolinea «un risultato importante che porta miglioramenti significativi». E altri ne dovrebbero arrivare presto «con il secondo biennio contrattuale 2008-2009, per il quale a breve inizieremo le trattative».
Tutto dovuto e legittimo. Anche la soddisfazione del segretario nazionale Cisl Fp, Daniela Volpato, quando spiega di essere riuscita ad «ottenere aumenti economici molto positivi sia sul tabellare sia sulle altre voci della retribuzione». Certo è che mentre il Paese si prepara a tirare la cinghia e si avvia sulla strada dell’austerity, le cifre che finiscono in tasca ai dirigenti del governo fanno un po’ impressione. Anche perché si vanno ad aggiungere a retribuzioni non proprio da fame. Con minimi che vanno da 44 a 51mila euro lordi annui a cui bisogna sommare robuste retribuzioni di produzione, che per la prima fascia passano dai 43mila euro ai 179mila di Guido Bertolaso. Più modesta, infine, la retribuzione di risultato, che oscilla tra i 9 e i 19mila euro.
Con l’accordo firmato ieri nelle buste paga dei dirigenti di seconda fascia entreranno complessivamente 280,22 euro in più al mese. Cifra a cui si arriva sommando l’aumento del tabellare, a regime, di 141,39 euro medi, l’aumento del salario di posizione fissa, a regime, di 39,68 euro medi, e quello del salario di risultato a regime dal 31 dicembre 2007 di 99,15 euro medi.
Per la dirigenza di prima fascia il totale dell’incremento mensile di stipendio merita effettivamente i festeggiamenti del sindacato: si tratta infatti di 676,01 euro. Gruzzolo formato dall’aumento del tabellare, a regime, di 180,85 euro medi, da quello del salario di posizione fissa, a regime, di 118,50 euro medi e da quello del salario di risultato, a regime, di 376,66 euro medi.
I nuovi stipendi (tenendo conto anche del secondo biennio che ancora deve essere contrattato) resteranno chiaramente bloccati fino al 2013 come tutti quelli dei dipendenti statali. Quanto agli aumenti sono tutti stati effettuati tenendo conto del vincolo, inderogabile sia per il passato che per il futuro, del tetto di incremento fissato al 3,2%. Non solo, una bella fetta di questi stipendi, vista l’entità media, dal 2011 cadrà sotto la scure della riduzione dal 5 al 10% prevista per le retribuzioni sopra la soglia dei 90mila euro annui lordi. Una misura da cui il governo si aspetta di ricavare complessivamente 28,9 milioni.
Detto questo, è evidente che non sia il momento migliore per parlare di aumenti di stipendio. Dal ministero della Funzione pubblica assicurano che di vecchi contratti da rinnovare ne sono rimasti pochi. L’auspicio, a questo punto, è che si faccia in fretta.
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