Altro che rinegoziazione. «Non vediamo la necessità di cambiare il testo o di una riapertura della discussione sui contenuti, ora stiamo affrontando questioni tecniche, ma l'accordo politico sul Mes è stato raggiunto». È stata questa la frase sbattuta dal presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, in faccia all’Italia e al povero ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che si era presentato a Bruxelles con la missione impossibile di portare a casa qualche piccolo, anche formale, trofeo per smorzare le tensioni nella maggioranza.
Al principio fu creato l'universo. Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa. (Douglas Adams)
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giovedì 5 dicembre 2019
giovedì 18 gennaio 2018
Patuelli resta presidente dell'Abi per aver difeso le banche dalla Ue
Non sarà stato tutto merito suo. Ma di certo il contributo di Antonio Patuelli nella battaglia che ha spinto la Vigilanza Bce a fare marcia indietro sul famoso addendum sugli Npl che avrebbe messo in ginocchio le banche italiane, è stato tutt’altro che irrilevante. Basti pensare al serrato lavoro diplomatico con cui il presidente dell’Abi è riuscito a portare al fianco del nostro Paese non solo la potente associazione bancaria francese, ma anche la federazione europea del credito, che in passato non si era mai mostrata troppo sensibile ai problemi degli istituti nostrani.
mercoledì 23 dicembre 2015
Crediti svalutati dell'80%. Bomba da 160 miliardi per le banche italiane
C’è grande fibrillazione in questi giorni a Via XX Settembre e a Via Nazionale, dove i tecnici dell’Economia e di Bankitalia stanno cercando di trovare la quadra sulla montagna di sofferenze bancarie, arrivata alla quota monstre di 200 miliardi, che non solo zavorra il credito a famiglie e imprese, ma rischia di riproporre presto il copione già visto con i quattro istituti commissariati.
giovedì 18 ottobre 2012
Un'impresa su due resta senza credito. L'Abi si difende: non c'è richiesta
Se la situazione non è drammatica, poco ci manca. Meno di un’impresa industriale su due si rivolge al sistema bancario per avere credito. È quanto emerge da un’indagine di Unioncamere che il presidente, Ferruccio Dardanello, ha presentato ieri al convegno sui Confidi di Eurogroup ”Imprese e voglia di rilancio”. Il 53,7% degli imprenditori del settore manifatturiero, nel 2011, non si è affidato alle banche, erano il 46,5% nel 2010 e il 35,6% nel 2009.
mercoledì 21 settembre 2011
Giulio pensa di durare dieci anni
L’annuncio è tempestivo. I tempi un po’ meno. La risposta del governo al pressing internazionale (e nazionale) sulla necessità di rilanciare lo sviluppo è arrivata ieri, a poche ore dal declassamento di S&P, nel corso di un incontro con le associazioni delle imprese e delle banche a Via XX Settembre.
giovedì 8 luglio 2010
Le banche tornano a prestarsi soldi
Ai possessori di un mutuo variabile la notizia non piacerà. Ma il segnale potrebbe invece essere positivo per l’andamento complessivo dell’economia. I tassi interbancari infatti continuano a crescere, confermando una tendenza in corso da alcuni giorni. Ieri l’euribor a tre mesi, base di riferimento per gran parte dei mutui a tasso variabile, è tornato sopra quota 0,80% assestandosi allo 0,802% da 0,797% di martedì. È un livello che non si raggiungeva da circa dieci mesi, ovvero dallo scorso settembre. In rialzo anche il contratto a 1 mese, salito a 0,523% da 0,518% e quello a sei mesi, assestatosi a 1,0650% da 1,0610%.
Secondo molti osservatori il trend al rialzo è strettamente collegato alla scadenza della scorsa settimana, quando le banche hanno dovuto restituire i 442 miliardi che avevano preso a prestito dalla Banca centrale europea un anno fa al tasso fisso dell’1%. A fronte della decisione dell’Eurotower di non riproporre un’asta a 12 mesi, le banche sono evidentemente tornate a rifornirsi di liquidità sul mercato interbancario. Di qui il rialzo dei tassi. In altre parole, il mercato della liquidità torna a non essere più completamente dipendente dalle emissioni della Banca centrale. Il che significa che la ripresa sta muovendo i suoi primi passi.
Il costo a cui le banche si prestano il denaro resta comunque su valori molto bassi rispetto alla media storica. E, soprattutto, molto lontani da quelli toccati all’inizio della crisi nel 2008. tanto per avere un’idea basti pensare che l’euribor nell’ottobre del 2008 aveva raggiunto la spaventosa soglia del 5,11%. Una percentuale che non si vedeva dal dicembre del 2000.
Per le famiglie che tutti i mesi devono fare i conti la rata del mutuo, insomma, non dovrebbe esserci troppo da allarmarsi. Il movimento dell’euribor sembra per ora molto lento e, soprattutto, finalizzato a riavvicinarsi al tasso ufficiale della Bce che è all’1%.
Del resto, stando all’ultimo rapporto mensile dell’Abi, il tasso medio sui prestiti in euro alle famiglie per l’acquisto di abitazioni ha raggiunto a maggio il minimo storico del 2,58%.
Il calcolo effettuato dall’associazione bancaria sintetizza l’andamento dei tassi fissi e variabili ed è influenzato anche dalla variazione della composizione fra le erogazioni in base alla tipologia di mutuo. Non si tratta dunque di un andamento solo legato al livello dell’euribor. Il risultato è comunque tranquillizante. A maggio ci sono infatti 2 punti base in meno rispetto al mese precedente e addirittura 117 punti base in meno rispetto a maggio 2009.
Malgrado i tassi ai minimi i mutui hanno subito pesantemente l’impatto della crisi. I prestiti per l’acquisto delle abitazioni in Italia sono ammontati nel 2009 a 32.992 milioni di euro contro i 41.732 milioni del 2008.
Anche l’Istat qualche tempo fa ha certificato la frenata dei prestiti registrando nel 2009 758.679 stipule complessive, con un calo del 2,7% rispetto all’anno precedente.
Qualcosa, però, sta cambiando. Nei primi quattro mesi del 2010, secondo i dati dell’Abi, i mutui sottoscritti dalle famiglie italiane hanno raggiunto i 12.261 milioni, in aumento rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno, quando ammontavano a 10.791 milioni.
© Libero
Secondo molti osservatori il trend al rialzo è strettamente collegato alla scadenza della scorsa settimana, quando le banche hanno dovuto restituire i 442 miliardi che avevano preso a prestito dalla Banca centrale europea un anno fa al tasso fisso dell’1%. A fronte della decisione dell’Eurotower di non riproporre un’asta a 12 mesi, le banche sono evidentemente tornate a rifornirsi di liquidità sul mercato interbancario. Di qui il rialzo dei tassi. In altre parole, il mercato della liquidità torna a non essere più completamente dipendente dalle emissioni della Banca centrale. Il che significa che la ripresa sta muovendo i suoi primi passi.
Il costo a cui le banche si prestano il denaro resta comunque su valori molto bassi rispetto alla media storica. E, soprattutto, molto lontani da quelli toccati all’inizio della crisi nel 2008. tanto per avere un’idea basti pensare che l’euribor nell’ottobre del 2008 aveva raggiunto la spaventosa soglia del 5,11%. Una percentuale che non si vedeva dal dicembre del 2000.
Per le famiglie che tutti i mesi devono fare i conti la rata del mutuo, insomma, non dovrebbe esserci troppo da allarmarsi. Il movimento dell’euribor sembra per ora molto lento e, soprattutto, finalizzato a riavvicinarsi al tasso ufficiale della Bce che è all’1%.
Del resto, stando all’ultimo rapporto mensile dell’Abi, il tasso medio sui prestiti in euro alle famiglie per l’acquisto di abitazioni ha raggiunto a maggio il minimo storico del 2,58%.
Il calcolo effettuato dall’associazione bancaria sintetizza l’andamento dei tassi fissi e variabili ed è influenzato anche dalla variazione della composizione fra le erogazioni in base alla tipologia di mutuo. Non si tratta dunque di un andamento solo legato al livello dell’euribor. Il risultato è comunque tranquillizante. A maggio ci sono infatti 2 punti base in meno rispetto al mese precedente e addirittura 117 punti base in meno rispetto a maggio 2009.
Malgrado i tassi ai minimi i mutui hanno subito pesantemente l’impatto della crisi. I prestiti per l’acquisto delle abitazioni in Italia sono ammontati nel 2009 a 32.992 milioni di euro contro i 41.732 milioni del 2008.
Anche l’Istat qualche tempo fa ha certificato la frenata dei prestiti registrando nel 2009 758.679 stipule complessive, con un calo del 2,7% rispetto all’anno precedente.
Qualcosa, però, sta cambiando. Nei primi quattro mesi del 2010, secondo i dati dell’Abi, i mutui sottoscritti dalle famiglie italiane hanno raggiunto i 12.261 milioni, in aumento rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno, quando ammontavano a 10.791 milioni.
© Libero
sabato 19 giugno 2010
Emma e Giulio insieme: niente tasse sulle banche
Bene la trasparenza, ma sulle tasse andiamoci piano. All’indomani dell’accordo di massima tra i 27 leader europei sull’idea di presentare alle banche, sotto forma di balzelli, il conto della crisi, Giulio Tremonti torna a premere il freno. «Nostro interesse è che ci siano maggiori dettagli e un certo grado di flessibilità», ha spiegato durante una conferenza stampa a Via XX Settembre con il commissario Ue al Mercato interno Michel Barnier, «non tutte le realtà sono uguali. Confidiamo in una discussione flessibile, Paese per Paese».
Qualche dettaglio in più, in effetti, non farebbe male. Il progetto della Commissione europea, ha spiegato ieri Barnier, «è di un fondo di previdenza pagato dalle banche per le banche e diversa è la ratio di chi parla di un prelevamento» da trasferire ai bilanci pubblici. Quella, ha assicurato il commissario, «non è la mia proposta». Anche il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, ieri ha tentato di chiarire il senso della stangata agli istituti di credito. «Nel caso in cui ci siano nuove crisi», ha detto, «non saranno i Paesi a dover pagare ma saranno le banche stesse a creare una specie di fondo». Si tratterebbe, insomma, di un sorta di autotassazione volta a prevenire ed evitare i salvataggi pubblici.
Secondo Barroso «ognuno deve dare il proprio contributo» e agli Stati membri che dicono di non poter mettere «la bank levy perché nei loro Paesi non hanno avuto questi problemi» il presidente risponde che «non è un buon argomento, perché non è escluso che ne abbiano in futuro». Detto questo, Barroso ha ammesso che far passare l’idea in sede di G20 sarà molto «difficile», perché «alcuni Stati hanno già detto che non sono d’accordo». Una sponda arriva però da Oltreoceano. A Toronto, ha detto il presidente Usa, Barack Obama, nella lettera inviata ai leader del G20, «dobbiamo ribadire il nostro impegno» anche sul principio «che il settore finanziario contribuisca in modo giusto e sostanziale pagando per i fardelli creati».
Qualunque sia la formula, la parola “tasse” in Italia non raccoglie molti consensi. L’ipotesi di una nuova imposta sulle banche «è profondamente sbagliata e anche un po’ sleale», ha spiegato l’ad di Unicredit, Alessandro Profumo, «considerato che abbiamo il carico fiscale più alto di tutte le industrie» e che «non abbiamo ricevuto aiuti pubblici». Dell’ipotesi di «un prelievo per finanziare un fondo che intervenga in momenti pre-insolvenza» si può invece parlare, purché il fondo operi «sotto la guida di un supervisore o di un’entità terza che lavora sotto l’egida dell’European Banking Authority». Scontato il dissenso dell’Abi, che si dice nettamente «contraria all’introduzione di nuove imposte indipendentemente dalla loro finalità».
Ma a difendere gli istituti di credito scendono in campo gli industriali, preoccupati di eventuali ricadute sulle imprese. «Non siamo molto d’accordo», ha spiegato Emma Marcegaglia, «perché è come dire ci sarà un’altra crisi e prepariamo già i soldi per poterla pagare». E poi, ha continuato la presidente di Confindustria, «è molto facile che si trasformi in maggiori costi per le imprese e per i risparmiatori». Piuttosto, «preferiamo la logica di nuove regole, di regolatori attivi».
A paventare il rischio di una stretta sul credito non ci pensa due volte l’associazione bancaria. «Il nuovo prelievo», si legge in una nota dell’Abi, «potrebbe avere effetti sulla capacità di finanziamento dell’economia reale». Concetto condiviso, però, anche dall’economista Giacomo Vaciago, secondo il quale le «banche europee non sono vacche da mungere» e «sono decisive per una speranza di ripresa dell’economia».
Grande condivisione c’è invece sulla proposta di pubblicare le prove di resistenza (stress test) delle banche. Idea che piace molto a Mario Draghi. «Sono lieto di vedere», ha detto nel corso di un convegno, «che in Europa c’è consenso sulla pubblicazione degli stress test. Sicuramente lo faremo anche in Italia. I Paesi con delle buone banche hanno tutto da perdere a non rivelare qual è la situazione, mentre hanno tutto da guadagnare da questa maggiore trasparenza». Concetto sottoscritto pienamente anche da Profumo: «Una buona cosa per Paesi con banche forti come l’Italia». Barroso ha ribadito che a luglio saranno presentati «i risultati dei test su 25 istituti transnazionali. Poi l’obiettivo è andare avanti» con una serie più generale di esami. Le modalità di pubblicazione degli stress test saranno decise la prossima settimana in una riunione tra Commissione Ue, Bce, Cebs (Comitato europeo di vigilanza bancaria) e Stati membri.
© Libero
Qualche dettaglio in più, in effetti, non farebbe male. Il progetto della Commissione europea, ha spiegato ieri Barnier, «è di un fondo di previdenza pagato dalle banche per le banche e diversa è la ratio di chi parla di un prelevamento» da trasferire ai bilanci pubblici. Quella, ha assicurato il commissario, «non è la mia proposta». Anche il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, ieri ha tentato di chiarire il senso della stangata agli istituti di credito. «Nel caso in cui ci siano nuove crisi», ha detto, «non saranno i Paesi a dover pagare ma saranno le banche stesse a creare una specie di fondo». Si tratterebbe, insomma, di un sorta di autotassazione volta a prevenire ed evitare i salvataggi pubblici.
Secondo Barroso «ognuno deve dare il proprio contributo» e agli Stati membri che dicono di non poter mettere «la bank levy perché nei loro Paesi non hanno avuto questi problemi» il presidente risponde che «non è un buon argomento, perché non è escluso che ne abbiano in futuro». Detto questo, Barroso ha ammesso che far passare l’idea in sede di G20 sarà molto «difficile», perché «alcuni Stati hanno già detto che non sono d’accordo». Una sponda arriva però da Oltreoceano. A Toronto, ha detto il presidente Usa, Barack Obama, nella lettera inviata ai leader del G20, «dobbiamo ribadire il nostro impegno» anche sul principio «che il settore finanziario contribuisca in modo giusto e sostanziale pagando per i fardelli creati».
Qualunque sia la formula, la parola “tasse” in Italia non raccoglie molti consensi. L’ipotesi di una nuova imposta sulle banche «è profondamente sbagliata e anche un po’ sleale», ha spiegato l’ad di Unicredit, Alessandro Profumo, «considerato che abbiamo il carico fiscale più alto di tutte le industrie» e che «non abbiamo ricevuto aiuti pubblici». Dell’ipotesi di «un prelievo per finanziare un fondo che intervenga in momenti pre-insolvenza» si può invece parlare, purché il fondo operi «sotto la guida di un supervisore o di un’entità terza che lavora sotto l’egida dell’European Banking Authority». Scontato il dissenso dell’Abi, che si dice nettamente «contraria all’introduzione di nuove imposte indipendentemente dalla loro finalità».
Ma a difendere gli istituti di credito scendono in campo gli industriali, preoccupati di eventuali ricadute sulle imprese. «Non siamo molto d’accordo», ha spiegato Emma Marcegaglia, «perché è come dire ci sarà un’altra crisi e prepariamo già i soldi per poterla pagare». E poi, ha continuato la presidente di Confindustria, «è molto facile che si trasformi in maggiori costi per le imprese e per i risparmiatori». Piuttosto, «preferiamo la logica di nuove regole, di regolatori attivi».
A paventare il rischio di una stretta sul credito non ci pensa due volte l’associazione bancaria. «Il nuovo prelievo», si legge in una nota dell’Abi, «potrebbe avere effetti sulla capacità di finanziamento dell’economia reale». Concetto condiviso, però, anche dall’economista Giacomo Vaciago, secondo il quale le «banche europee non sono vacche da mungere» e «sono decisive per una speranza di ripresa dell’economia».
Grande condivisione c’è invece sulla proposta di pubblicare le prove di resistenza (stress test) delle banche. Idea che piace molto a Mario Draghi. «Sono lieto di vedere», ha detto nel corso di un convegno, «che in Europa c’è consenso sulla pubblicazione degli stress test. Sicuramente lo faremo anche in Italia. I Paesi con delle buone banche hanno tutto da perdere a non rivelare qual è la situazione, mentre hanno tutto da guadagnare da questa maggiore trasparenza». Concetto sottoscritto pienamente anche da Profumo: «Una buona cosa per Paesi con banche forti come l’Italia». Barroso ha ribadito che a luglio saranno presentati «i risultati dei test su 25 istituti transnazionali. Poi l’obiettivo è andare avanti» con una serie più generale di esami. Le modalità di pubblicazione degli stress test saranno decise la prossima settimana in una riunione tra Commissione Ue, Bce, Cebs (Comitato europeo di vigilanza bancaria) e Stati membri.
© Libero
venerdì 4 giugno 2010
Bazoli benedice l’addio dell’amico Faissola
Negli uffici milanesi dell’Abi è tutto un susseguirsi di riconoscimenti al gran gesto di Corrado Faissola che ha spianato la strada all’ascesa di Giuseppe Mussari verso la guida dell’Associazione bancaria. «Abbiamo preso atto», ha spiegato il coordinatore del Comitato dei saggi, Alessandro Azzi, «della decisione del presidente di non confermare la propria candidatura e abbiamo apprezzato lo spirito finalizzato a consentire che tutta la categoria si esprima unitariamente sul tema delicatissimo della presidenza».
«Un atto che attesta un grande senso di responsabilità», ha ribadito Giovanni Bazoli, che dietro le quinte ha brigato fino all’ultimo per trovare una soluzione che limitasse i danni per l’amico Faissola. Lavoro che il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo (istituto che ufficialmente si è schierato con Mussari) ha condotto in prima persona dopo l’ingresso nel comitato dei saggi in sostituzione del ex presidente del comitato di gestione della banca milanese, Enrico Salza.
Alla fine, però, il banchiere ha dovuto cedere. Da tempo, del resto, si vociferava sulle partite incrociate di un accordo ben più ampio che avrebbe consentito a Bazoli, tra le altre cose, di incassare la nomina dell’ex direttore generale della Mittel ad amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti. Non sono causali, in quest’ottica, le parole con cui Bazoli ha commentato l’uscita di scena di Faissola. «Non sono rimasto sorpreso», ha spiegato, «la decisione è frutto di valutazioni congiunte».
Sta di fatto che al comitato esecutivo del 23 giugno, com’è tradizione dell’Abi, si arriverà con una sola candidatura, quella del presidente di Banca Montepaschi, Mussari, sostenuto dalle grandi banche, ma anche dal presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti. Restano a bocca asciutta, a prima vista, i piccoli. Banche popolari e credito cooperativo avevano infatti puntato sulla riconferma di Faissola. Per ottenere il loro sostegno Mussari si sarebbe impegnato a cambiare lo statuto dell’associazione entro i primi due mesi del mandato per sancire l’alternanza fra grandi e piccole banche e fornire deleghe ai vicepresidenti espressione delle popolari. L’iniziativa sarebbe il frutto della mediazione portata avanti da Antonio Patuelli, già dirigente di spicco del Pli ed ex sottosegretario, da anni esponente di punta sia dell’Abi che dell’Acri.
Di questo non si sarebbe comunque discusso ieri. Le modifiche allo statuto, ha spiegato Azzi al termine della riunione con gli altri saggi Bazoli, Profumo, Berneschi e Venesio «non sono oggetto del nostro mandato».
© Libero
«Un atto che attesta un grande senso di responsabilità», ha ribadito Giovanni Bazoli, che dietro le quinte ha brigato fino all’ultimo per trovare una soluzione che limitasse i danni per l’amico Faissola. Lavoro che il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo (istituto che ufficialmente si è schierato con Mussari) ha condotto in prima persona dopo l’ingresso nel comitato dei saggi in sostituzione del ex presidente del comitato di gestione della banca milanese, Enrico Salza.
Alla fine, però, il banchiere ha dovuto cedere. Da tempo, del resto, si vociferava sulle partite incrociate di un accordo ben più ampio che avrebbe consentito a Bazoli, tra le altre cose, di incassare la nomina dell’ex direttore generale della Mittel ad amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti. Non sono causali, in quest’ottica, le parole con cui Bazoli ha commentato l’uscita di scena di Faissola. «Non sono rimasto sorpreso», ha spiegato, «la decisione è frutto di valutazioni congiunte».
Sta di fatto che al comitato esecutivo del 23 giugno, com’è tradizione dell’Abi, si arriverà con una sola candidatura, quella del presidente di Banca Montepaschi, Mussari, sostenuto dalle grandi banche, ma anche dal presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti. Restano a bocca asciutta, a prima vista, i piccoli. Banche popolari e credito cooperativo avevano infatti puntato sulla riconferma di Faissola. Per ottenere il loro sostegno Mussari si sarebbe impegnato a cambiare lo statuto dell’associazione entro i primi due mesi del mandato per sancire l’alternanza fra grandi e piccole banche e fornire deleghe ai vicepresidenti espressione delle popolari. L’iniziativa sarebbe il frutto della mediazione portata avanti da Antonio Patuelli, già dirigente di spicco del Pli ed ex sottosegretario, da anni esponente di punta sia dell’Abi che dell’Acri.
Di questo non si sarebbe comunque discusso ieri. Le modifiche allo statuto, ha spiegato Azzi al termine della riunione con gli altri saggi Bazoli, Profumo, Berneschi e Venesio «non sono oggetto del nostro mandato».
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