mercoledì 30 giugno 2010

Bossi con Berlusconi: manovra meno dura

Dopo il balletto di Silvio Berlusconi, anche Umberto Bossi vuole dire la sua sulla manovra. E anche lui, salvo successive smentite, assicura che sui tagli si può ragionare. Del resto non è un segreto che la secca opposizione dei neo-governatori del Carroccio (Zaia in testa) alla stretta sulle Regioni stia mettendo a dura prova l’asse Lega-Tremonti.
Per trovare la quadra, tanto per usare un termine caro al Senatur, Bossi ha deciso di scendere in campo in prima persona. «Vedrò di convincere il ministro», dice. Perché, continua riferendosi ad eventuali modifiche alla manovra, «lo spazio c’è».
Qualche spiraglio è arrivato ieri dalla commissione Bilancio, al lavoro in seduta notturna sul pacchetto di emendamenti del relatore Antonio Azzollini. Tra le proposte di modifica c’è ne infatti una relativa al Patto di stabilità interno. Per avere tutti i dettagli bisognerà aspettare le relazioni tecniche che arriveranno solo oggi. Il testo comunque prevede che, mantenendo invariata l’entità dei tagli, sia lasciata la possibilità agli enti locali di modularli a piacere. In particolare, le sforbiciate saranno ripartite «secondo criteri e modalità stabiliti in sede di conferenza Stato-Regioni e di conferenza Stato-Città» entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge. Non è proprio quello che chiedono le amministrazioni locali, ma è probabilmente il massimo che per ora è disposto a concedere Giulio Tremonti.
In tutto Azzollini ha presentato 11 emendamenti, ma si riserva di integrare il pacchetto oggi con altre due o tre proposte. Tra i temi caldi che saranno oggetto di modifiche ci sono l’innalzamento a 65 anni dell’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego dal 2012 e la soglia d’invalidità per beneficiare dell’assegno, che sarà portata  all’85%, ma solo per le patologie meno  gravi. Del pacchetto faranno parte anche novità per rendere meno pesante l’impatto della manovra sul comparto sicurezza. Sulla scuola, ha spiegato Azzollini, «siamo al lavoro», ma il meccanismo per alleviare i docenti dal blocco degli stipendi dovrebbe consistere in una compensazione attraverso la destinazione ai docenti del 30% dei risparmi che in base alla manovra triennale del 2008 erano destinati al comparto scuola.
Nessuna modifica riguarda lo scaglionamento delle liquidazioni nel pubblico impiego e il blocco degli stipendi. Non sono per ora arrivate indicazioni neanche sui certificati verdi, ma quasi certamente ci saranno ampie modifiche all’articolo 45 della manovra e non, come da più parti auspicato, la soppressione della norma che abolisce l’obbligo per il Gse di riacquistare i certificati in eccesso sul mercato. Una misura che, se non modificata, scardinerebbe il meccanismo degli incentivi alle fonti rinnovabili.
Si allontana invece per le imprese l’ipotesi di una proroga di sei mesi della Tremonti-ter, in scadenza oggi. La detassazione degli utili  reinvestiti per l’acquisto di nuovi macchinari non dovrebbe far parte del pacchetto del relatore. Per quanto riguarda l’Abruzzo, c’è la proroga al 20 dicembre 2010 della sospensione degli adempimenti tributari (imprenditori o autonomi) con volume d’affari non superiore a 200mila euro. La disposizione non si applica a banche e assicurazioni.  La misura sarà finanziata con una serie di rincari sui tabacchi. Qualche limatura, infine, alle norme fiscali. Gli accertamenti, che la manovra stabiliva fossero di immediata eseguibilità, diventeranno esecutivi in due mesi.
Intanto ieri il Senato ha dato il via libera alla conversione in legge del decreto di riforma delle Fondazioni lirico-sinfoniche voluto da Sandro Bondi.

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Le Borse inguaiate dagli aiuti della Bce

Un anno fa le banche si avventarono sulla preda come belve fameliche. L’occasione era ghiotta: 442 miliardi di euro con un tasso d’interesse dell’1%, da restituire in dodici mesi. Soldi facili. Forse troppo. Al punto che qualcuno definì la mossa della Bce per drenare liquidità ai mercati come un vero e proprio regalo agli speculatori. Adesso, a poche dalla scadenza di domani, i 1.121 istituti di credito che si spartirono la torta non sanno come pagare il debito. Risultato: listini europei a picco e 145 miliardi andati in fumo.
Se al panico per la tenuta del sistema bancario dell’Unione aggiungiamo le difficoltà dei mercati asiatici e il crollo della fiducia dei consumatori americani che ha mandato in tilt le contrattazioni di Wall Street, il quadro dell’ennesimo terremoto borsistico mondiale è completo.
I listini del Vecchio Continente hanno aperto subito in calo, sulla scia di Tokyo (-1,27%) e Shangahai (-4,27%). Poi lo scivolone delle materie prime (con il petrolio sceso sotto quota 76 dollari) e la disfatta delle banche hanno fatto il resto. A poco sono servite le parole di Christian Noyer, membro del consiglio della Bce e governatore della Banca di Francia, il quale ha assicurato che l’istituto di Francoforte farà in modo che le banche rispettino la scadenza e restituiscano i prestiti senza difficoltà. In effetti, il sistema del credito dovrebbe poter contare complessivamente su un surplus di liquidità depositato presso l’Eurotower di circa 300 miliardi. E per chi non ce la facesse c’è sempre la possibilità di rifinanziarsi a breve termine (3 mesi) alla Banca centrale oggi e domani.
D’altra parte, stando alle stime di Barclays Capital, le banche di Spagna, Irlanda, Grecia, Portogallo e Italia avrebbero accumulato prestiti Bce in scadenza questa settimana per circa 151 miliardi, che si andrebbero ad aggiungere ai 442. Gli investitori hanno quindi ritenuto più credibile delle rassicurazioni ufficiali l’indiscrezione serpeggiata tra gli analisti che gli istituti, soprattutto quelli spagnole, starebbero facendo pressioni sul board guidato da Jean-Claude Trichet per ottenere un rinnovo del maxi-finanziamento a 12 mesi.
Non è un caso che il listino Madrid abbia accusato il colpo maggiore, lasciando sul terreno il 5,45% con il Bbva che ha perso il 7,24% malgrado un balzo degli utili nei primi quattro mesi dell’anno. Ma a picco sono andate una dietro l’altra anche le borse di Francoforte (-3,3%), Londra (-3,10%) e Parigi (-4,01%), dove il Credit Agricole ha chiuso la seduta a -7,94%.
Le cose non sono andate meglio a Piazza Affari, con l’Ftse Mib crollato del 4,44%. Pesantissime le perdite del settore bancario. La maglia nera spetta ad Intesa Sanpaolo, che ha ceduto il 7,76% penalizzata anche dal downgrade del Credit Suisse da outperform a neutral, seguita da Bpm (-6,27%), Unicredit (-5,64%), Mps (-5,58%), Ubi (-5,31%) e Mediobanca (-4,58%). La bufera ha travolto anche altri comparti. Fiat sulla scia del calo del settore auto in Europa ha chiuso a -5,92%. Mentre le oscillazioni sulle materie prima hanno trascinato in basso Eni (-3,63%) ed Enel (-3,38%). male anche Pirelli (-4,31) ed Exor (-4,30%).
La tensione non ha risparmiato Wall Street, che a metà seduta è stata zavorrata dal pessimo dato sulla fiducia dei consumatori a giugno. Gli analisti si aspettavano un ribasso, ma non di queste dimensioni. L’indice redatto dal Conference Board è infatti calato a 52,9 punti dai 62,7 punti di maggio, al minimo da marzo. Così, dopo più di due ore dall’apertura delle contrattazioni il Dow Jones cedeva il 2,39% a 9.896,68 punti, il Nasdaq il 3,16% a 2.150,52, e l’S&P 500 il 2,70% a 1.045,56 punti. Inevitabile il contagio sui rendimenti dei più sicuri titoli di Stato, in fortissimo ribasso: i decennali sono scesi al di sotto del 3% per la prima volta in 14 mesi, mentre quelli dei bond con scadenza a due anni sono ai minimi storici.
L’atmosfera non è migliore sul fronte valutario, dove il declino dell’euro, sotto il peso dei conti in rosso di Grecia, Spagna e Portogallo, prosegue inesorabile. La moneta unica ieri è sprofondata a un nuovo minimo storico contro la valuta elvetica a 1,3206 franchi svizzeri. Ha toccato il livello più basso da otto anni e mezzo sulla valuta del Sol Levante, calando a 107,50 yen, e ha aggiornato i minimi sulla sterlina da 19 mesi a questa parte, scendendo a 0,8091 pence. Nei confronti del biglietto verde l’euro è invece scivolato sotto quota 1,22 dollari a 1,2170 dagli 1,2277 di lunedì sera in chiusura a New York. Solo nell’ultimo trimestre la moneta europa ha perso il 9,6% nei confronti della divisa statunitense.
Come se non bastasse, le paure di un probabile default della Grecia hanno poi fatto schizzare i Credit default swap sul debito del Paese ellenico di 13 punti a 1.101 punti, riavvicinandosi al record di 1.125 toccato il 4 giugno. Anche i contratti sulla Spagna sono saliti di 9 punti al record di 275 punti.

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martedì 29 giugno 2010

Il pressing delle Regioni fa tentennare il premier

Roberto Formigoni si dice sicuro che Silvio Berlusconi incontrerà i governatori. E il Cavaliere, dal Brasile, avrebbe fatto sapere che la manovra non è intoccabile: «La rivedremo». Certo, poco dopo è arrivata la smentita del sottosegretario Paolo Bonaiuti, forse caldeggiata da Giulio Tremonti, ma in fondo una possibilità di accordo tra le Regioni e il presidente del Consiglio sulla rimodulazione dei tagli previsti dalla Finanziaria non sembra così lontana. E forse neanche le distanze col ministro dell’Economia sono così siderali. Ieri Tremonti si è rifiutato di commentare la lettera-appello delle cinque regioni di centrodestra del Sud, che hanno criticato l’idea di favorire solo le amministrazioni virtuose. Ma il governatore del Lazio, Renata Polverini, ha detto che il ministro le avrebbe «assicurato» che «sui tagli si può fare qualcosa, pur mantenendo i saldi». Anche il responsabile degli Affari regionali, Raffaele Fitto, intervistato dall’Opinione, ha spiegato che «ci sono regioni, come il Lazio e la Campania, che hanno ereditato situazioni gravose a causa di irresponsabili amministrazioni passate» e che «per casi analoghi è forse possibile trovare qualche accorgimento alla manovra»
Quanto alla rottura del fronte unico, l’ex sindacalista ha spiegato che dietro la lettera non c’è alcuna spaccatura. «Tutti abbiamo sottoscritto un documento unitario contro la manovra», ha detto la Polverini.
Non crede ad una strategia separatista neanche Formigoni. «È inutile che qualcuno faccia il furbo e cerchi di vedere distanze che non ci sono», ha detto il governatore della Lombardia. In effetti, anche il presidente del Molise nonché vicepresidente della Conferenza delle Regioni, Michele Iorio, che è uno dei cinque firmatari, ha ribadito che non c’è «alcuna forma di rottura del fronte unico contro la manovra».
Detto questo, è difficile non vedere almeno qualche distinguo nelle parole di Luca Zaia, il quale ieri ha ribadito che  «tagliare indiscriminatamente significa penalizzare chi ha bene amministrato e lasciare chi ha sprecato libero di continuare a farlo». L’obiettivo del riequilibrio sarebbe comunque condiviso da tutti. Questo il giudizio del presidente della Conferenza delle regioni che ieri ha ribadito la richiesta di un incontro urgente con il premier e l’adesione alla «proposta di istituire una commissione straordinaria governo-regioni che verifichi la qualità della spesa della Pa sia al centro sia alla periferia».
Intanto il relatore della manovra Antonio Azzollini sta effettuando gli ultimi ritocchi all’emendamento omnibus che dovrebbe essere presentato oggi in commissione Bilancio al Senato.

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lunedì 28 giugno 2010

Anche Zaia se la prende con i tagli di Tremonti

Ci sarà la fiducia, anzi no. Forse. A gettare un po’ di confusione sulla manovra ieri ci ha pensato Maurizio Saia. «Tutto dovrà trovare sintesi in un maxiemendamento su cui inevitabilmente sarà posta la fiducia in aula». Così avrebbe detto il senatore della commissione Bilancio rispondendo ad alcuni cronisti sull’iter della Finanziaria. Poco dopo la smentita. «Non ho mai parlato di fiducia», precisa Saia in una nota. Ma poi aggiunge: «È chiaro che se i tempi subiranno una dilatazione, come sta già avvenendo, spetterà alla Camera decidere il da farsi». Per quanto riguarda l’ipotesi della presentazione di un maxiemendamento, Saia spiega che «la possibilità potrebbe verificarsi in commissione sulla base della convergenza che tra maggioranza ed opposizione si sta registrando su vari punti».
Di sicuro, per ora, c’è che l’approdo nell’aula di Palazzo Madama non sarà più il primo luglio. L’appuntamento è slittato al 6 luglio, mentre il termine per la presentazione degli emendamenti è stato fissato per per il 5 alle 14.
Nessuna accelerazione, del resto, è arrivata dall’incontro tra il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e i senatori del PdL per sciogliere i nodi della manovra. Il titolare di via XX settembre ha ricevuto al ministero il presidente della commissione Bilancio, Antonio Azzollini, il presidente e il vice del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello e il capogruppo in commissione Saia. Nel corso dell’incontro non si è andato oltre un primo screening. Solo la settimana prossima, tra martedì e mercoledì, ci sarà un’analisi più approfondita.
Anche ieri ha tenuto banco la durissima protesta delle regioni. Mercoledì prossimo, nel pomeriggio, ci sarà un incontro tra regioni, comuni, province e comunità montane proprio per mettere a punto una piattaforma comune sulla manovra. I governatori sembrano comunque intenzionati ad andare fino in fondo. Intanto pure il leghista Luca Zaia, inizialmente più attento a non incrinare i rapporti tra il Carroccio e Tremonti, è tornato all’attacco. «Le Regioni saranno costrette a restituire tutta una serie di competenze se la manovrà confermerà i tagli nei loro confronti», ha tuonato il governatore del Veneto a margine dell’assemblea degli industriali di Treviso. La Regione guidata da Zaia su un bilancio di 1.671 milioni di euro ha un taglio di oltre 350 milioni. Il che significa, ha spiegato il presidente, «che dobbiamo dire ai veneti che dal 2011 noi non abbiamo più risorse per far fronte a quella che è ritenuta la spesa discrezionale. Spese non superflue ma funzionali al rilancio dell’economia».
In tempo reale la replica di Maurizio Sacconi, anche lui presente a Treviso. «Il governo», ha detto il ministro del Welfare, «ha dimostrato disponibilità al dialogo e noto qualche volta un atteggiamento un po’ politicizzato nella polemica. Da parte delle regioni non ho ancora visto piani industriali di razionalizzazione». «Le regioni fanno già la loro parte», ha ribattutto Zaia.
Anche Roberto Formigoni contesta la lettura ideologica. «La nostra», ha detto dai microfoni di Repubblica tv, «non è una contrapposizione preconcetta, ma nasce dalla volontà di scrivere insieme una manovra, che è indispensabile, ma carica tutto sulle Regioni». Il governatore della Lombardia ha rilanciato la proposta di una commissione mista col governo per verificare i costi e individuare gli sprechi.
Nell’attesa Vasco Errani ha scritto al ministro Raffaele Fitto chiedendo la convocazione di una riunione straordinaria della Conferenza Stato-Regioni. Scontato l’ordine del giorno: la restituzione delle deleghe previste dalla Bassanini annunciata giovedì dai governatori.

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venerdì 25 giugno 2010

Le Regioni minacciano: non governiamo più

Dopo i magistrati e i sindacati ora anche le Regioni vogliono scioperare. L’idea, più propriamente, è quella di una “serrata”. Basta trasporto pubblico locale e viabilità, basta agricoltura, protezione civile, energia, incentivi a imprese. Insomma, i governatori non vogliono più occuparsi delle competenze trasferite dal centro alla periferia dalla legge Bassanini del 1997. La singolare protesta messa in scena contro i tagli previsti dalla Finanziaria è stata annunciata ieri dal presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Vasco Errani. Sulla carta il ragionamento non fa una grinza. Si tratta di competenze, ha spiegato, «che costano 3,1 miliardi di euro mentre il taglio previsto nel solo 2001 è di 4 miliardi». Niente soldi, niente responsabilità. Una provocazione, chiaramente, su cui i governatori intendono però andare fino in fondo. L’intenzione è quella di chiedere una Conferenza Stato-Regioni straordinaria per riconsegnare le deleghe della Bassanini.
E sulla serrata i governatori ritrovano anche quella compattezza che nei giorni scorsi era stata messa in crisi dalla proposta dei tagli selettivi, da calibrare in base alla virtuosità delle amministrazioni.
Ieri il fronte si è presentato senza spaccature. L’ordine del giorno approvato dalla conferenza in cui le Regioni chiedono udienza a Berlusconi e ai presidenti di Camera e Senato, dicendosi pronte a «dare una doverosa informazione al presidente della Repubblica», è stato approvato all’unanimità. «Compresi i colleghi Cota e Zaia della Lega», ci ha tenuto a sottolineare il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni. Il premier, però, prima di partire per il Canada si è schierato con Giulio Tremonti assecondando la linea dura del ministro dell’Economia. «Ci sono pochi spazi per intervenire», ha confidato Berlusconi in relazioni alle rivedicazioni dei governatori.
Fatto sta che le Regioni intendono mostrare «le gravi ripercussioni che la manovra comporterà per l’intero Paese» e denunciare, si legge nel documento, «le mancate risposte del governo alle loro richieste e proposte» e i «tentativi di creare divisioni tra le Regioni ad autonomia ordinaria e speciale». Di qui anche la richiesta di istituire una commissione straordinaria, Governo-Regioni, con il compito di verificare i costi di gestione delle pubbliche amministrazioni per trovare altri risparmi da investire in chiave anti crisi. Sul piede di guerra, oltre a Formigoni ci sono anche fedelissimi di Berlusconi come Ugo Capellacci o governatori neoletti con il Pdl come Giuseppe Scopelliti. Per il presidente della Sardegna, «la politica di rigore non può risolversi nel taglio indiscriminato di trasferimenti indispensabili», mentre per il governatore della Calabria «la posizione ferma di Tremonti non aiuta di certo il dialogo». Il presidente Errani ha poi chiesto ad Anci e Upi, rispettivamente le associazioni di Comuni e province, di costruire una piattaforma comune per gestire la situazione. Appello immmediatamente raccolto dal presidente Anci, Sergio Chiamparino.
Intanto a Palazzo Madama i lavori procedono a rilento. Ieri è arrivato il via libera solo per una manciata di emendamenti. Il grosso è atteso per la prossima settimana. «Presenterò i miei martedì», ha annunciato il relatore Antonio Azzollini (PdL). Ancora non è stabilito se il governo presenterà un maxiemendamento o se le modifiche di governo e maggioranza confluiranno tutte nelle proposte di Azzollini.

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Catricalà prepara l’addio all’Antitrust. Destinazione Consob

Sottosegretario, ministro, presidente della Consob. Si fossero concretizzate tutte le indiscrezioni circolate negli ultimi due anni sul suo conto, a quest’ora il curriculum di Antonio Catricalà sarebbe più lungo di diverse pagine. Nella primavera del 2008 il presidente dell’Antitrust veniva accreditato con insistenza come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, nel ruolo dove invece resta inossidabile Gianni Letta. Qualche giorno fa i due si sono scambiate pubbliche effusioni ricordando il periodo in cui Catricalà era segretario generale di Palazzo Chigi. «Ho avuto il privilegio di lavorare con lui e se qualcosa riesco a fare molto lo debbo ad Antonio», ha rivelato il sottosegretario. «E’  una di quelle persone che gli impegni li rispetta», ha replicato il numero uno dell’authority. E chissà se tra quegli impegni c’è anche uno dei due incarichi di prestigio su cui il pettegolezzo politico si è di nuovo concentrato nelle ultime settimane. Alcuni assicurano che sarà lui il prossimo ministro dello Sviluppo, altri danno invece già per acquisita la poltrona più alta della Consob. Su quest’ultima ipotesi finora Catricalà ha sempre messo le mani avanti: «Il presidente della Consob viene scelto dal Consiglio dei ministri e nessun ministro ha fatto il mio nome». Ieri, però, sembrava che qualche ministro si fosse deciso a fare il passo. La scelta, secondo un’anticipazione di Radiocor, sarebbe finita addirittura sul tavolo del Cdm di ieri. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa, lasciando Palazzo Chigi al termine della riunione, ha però precisato che l’argomento non è stato affrontato. Di sicuro, una decisione dovrà essere presa entro breve. Tra una settimana, infatti, scade la lunghissima permanenza di Lamberto Cardia alla Consob (dal 1997 come commissario, dal 2003 come presidente grazie ad una proroga di 2 anni nel 2008 che ha portato il suo mandato da 5 a 7 anni) e l’ipotesi di un’ulteriore proroga sembra ormai sfumata. Secondo fonti vicine al Tesoro, a Giulio Tremonti non sarebbe dispiaciuto il pm di Milano, Francesco Greco, ma in corsa c’è anche il sottosegretario all’Economia, Giuseppe Vegas e Vincenzo Carbone, primo presidente della Corte di Cassazione. Non è escluso che a frenare la nomina sia proprio la necessità di trovare un’intesa complessiva che riguardi anche la casella dello Sviluppo. Nel frattempo, c’è la Lega che ha presentato una proposta di legge per trasferire sia la Consob sia l’Antitrust da Roma a Milano. Catricalà, in ogni caso, dovrebbe fare le valigie.

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giovedì 24 giugno 2010

Un operaio su tre contro Torino. Sacconi: l’azienda deve restare

«Con Marchionne non ho ancora parlato, ci parlerò. So che è tranquillo e che ha apprezzato il largo consenso che ha avuto». Il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, è ottimista e fiducioso: «Sono convinto che l’impegno preso verrà mantenuto». Nel day after di Pomigliano c’è qualcosa che non quadra. Doveva essere il giorno dei festeggiamenti, della svolta storica, della fuga in avanti.
Invece, all’indomani del referendum che con il 62,2% dei sì ha chiaramente decretato la sconfitta della Fiom e il via libera dei lavoratori alla proposta della Fiat, i dubbi sembrano prevalere sulle certezze. Tutti, dai sindacati favorevoli all’accordo agli esponenti di governo fino a Confindustria, si affannano a sottolineare l’esito inequivocabile del voto, cercando di dare maggiore forza a un risultato che ci si aspettava più netto. Soprattutto dalle parti della Lingotto. Di qui i timori di una clamorosa retromarcia. «Non voglio nemmeno ipotizzare che Fiat cambi idea», spiega il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. «Ora tocca alla Fiat, rispetti i patti», gli fa eco il ministro per le Politiche europee, Andrea Ronchi. «Non possiamo immaginare né possono esserci passi indietro», aggiunge il viceministro dello Sviluppo economico, Adolfo Urso. «L’intesa non si cambia», dice anche Emma Marcegaglia.
Un pressing serrato che resta, però, senza risposta. Da Torino arriva una nota stringata che è qualcosa di diverso da un contributo di chiarezza sul futuro dello stabilimento di Pomigliano. «L’azienda lavorerà con le parti sindacali che si sono assunte la responsabilità dell’accordo al fine di individuare ed attuare insieme le condizioni di governabilità necessarie per la realizzazione di progetti futuri», si legge in un comunicato ufficiale della Fiat in cui si sottolinea anche che il gruppo «ha preso atto della impossibilità di trovare condivisione da parte di chi sta ostacolando, con argomentazioni dal nostro punto di vista pretestuose, il piano per il rilancio di Pomigliano».
Difficile dire esattamente quale sia il senso delle parole accuratamente scelte dagli spin doctor del Lingotto. L’ad Sergio Marchionne non sembra per ora intenzionato ad offrire maggiori spunti di riflessione. Dopo avere valutato con i suoi collaboratori l’esito del voto di Pomigliano il manager è volato negli Stati Uniti, dove dovrebbe rimanere alcuni giorni per occuparsi delle questioni Chrysler.
Così, il campo viene occupato dai passaparola e dalle indiscrezioni. In ambienti sindacali si fa notare che nella nota della Fiat non si parla specificamente del progetto per la Futura Panda, ma più genericamente della «realizzazione di progetti futuri». Non sarebbe dunque escluso che il Lingotto stia valutando la possibilità di produrre a Pomigliano altri modelli, che richiederebbero una diversa organizzazione del lavoro e, forse, anche un diverso peso dei livelli di occupazione.
Se invece sarà confermata la Panda, continuano a circolare voci sull’ipotesi della Newco, che riassumerebbe con un nuovo contratto i singoli lavoratori disponibili ad accettare le condizioni poste dall’accordo. Un modo, quest’ultimo, per blindare ulteriormente un progetto che per la Fiat vale 700 milioni di investimenti. Il risultato non schiacciante del referendum, del resto, ridà corpo alle preoccupazioni della vigilia sulla difficoltà di ottenere da parte di tutti il rispetto degli impegni presi. La Fiom aveva promesso battaglia qualunque fosse l’esito della consultazione. Ieri il segretario generale Maurizio Landini, si è limitato a chiedere la riapertura del tavolo con la Fiat, assicurando che non si sarà alcun boicottaggio. Ma è facile immaginare che con quel 30% di no incassato dal voto i duri della Cgil non perderanno occasione per mostrare i muscoli.
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mercoledì 23 giugno 2010

L’assalto alla Manovra ora tocca ai Comuni

Mentre Umberto Bossi polemizza com Gianfranco Fini gli sherpa leghisti sono al lavoro per risolvere la grana manovra. La rivolta degli amministratori del Carroccio contro il ministro dell’Economia caro al Senatur sta crando infatti non pochi imbarazzi. La parola d’ordine è ricucire con Giulio Tremonti senza scontentare i governatori e i sindaci del Nord. Il terreno su cui si sta conducendo la trattativa è quello del salvataggio degli enti virtuosi.
La proposta allo studio di Via XX Settembre, che la Lega ha anche tradotto in un emendamento, prevede che le Regioni e le Province che abbiano rispettato il patto di stabilità interno e della Salute nel triennio 2007-2009 e che abbiano uscite pari o inferiori alla media nazionale siano immuni dai tagli previsti dalla manovra. La questione sarà sul tavolo dell’ennesimo vertice che si terrà oggi pomeriggio tra i rappresentanti delle Regioni e i ministri Tremonti, Raffaele Fitto e Roberto Calderoli. La ricetta nordista sembra aver già conquistato il ministro per gli Affari regionali, solitamente paladino delle istanze del Sud. «Le Regioni del Mezzogiorno», ha detto Fitto parlando con i giornalisti, «devono assumersi la responsabilità di scelte di profondo cambiamento. Il principio della virtuosità è un criterio assoluto che non può essere visto male dalle Regioni del Sud».
L’idea non piace per niente al governatore dell’Abruzzo, Gianni Chiodi. «L’importante», spiega l’esponente del Pdl, «è che siano premiati i comportamenti virtuosi e non gli enti virtuosi». Per Chiodi «ci sono Regioni che si definiscono virtuose ma in questi anni hanno aumentato il proprio indebitamento, mentre l’Abruzzo, che nel 2007 era la più indebitata, ha ridotto lo stock del debito del 12,5% in un anno e mezzo e non può non essere considerata virtuosa». Diverso il ragionamento di Roberto Formigoni, che tenta di tenere compatto il fronte delle Regioni insistendo sulla contrapposizione centro-periferia. «Esaminando i bilanci dei diversi livelli di governo, quello delle Regioni risulta essere il più virtuoso», spiega il presidente della Lombardia, «avendo diminuito in questi anni l’indebitamento del 6,21% mentre le amministrazioni centrali lo hanno aumentato del 10,87%». Quello che serve è dunque un ribilanciamento dei sacrifici, non uno “scudo” per i virtuosi.
Oggi ai governatori si aggiungono i sindaci, che scenderanno in piazza davanti al Senato, anche loro contro la manovra.
Nella serata di ieri non si è invece riunito, come previsto, il Comitato del PdL incaricato di scremare i 1.100 emendamenti presentati dalla maggioranza. Formalmente erano assenti giustificati capogruppo e vice. La realtà è che si sta prendendo tempo in attesa che il governo definisca i contorni del maxiemendamento.

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Gli operai votano a dispetto della Fiom

Una giornata di attesa. Con la speranza che al Giambattista Vico di Pomigliano possa riprendere presto il lavoro. Alla chiusura delle urne, alle 21, aveva votato oltre il 95% dei lavoratori. Complessivamente 4.642 sui 4.881 aventi diritto. A tarda notte le schede scrutinate lasciavano intravedere una vittoria dei sì decisamente netta (circa il 76%). Numeri che di certo non tranquillizzano la Fiom. I metalmeccanici della Cgil nei giorni scorsi avevano invitato i lavoratori ad andare comunque a votare per evitare ritorsioni dell’azienda. Ma fino all’ultimo momento hanno denunciato a gran voce l’illegittimità del referendum. L’adesione così massiccia e i risultati parziali dello spoglio non lasciano prevedere nulla di buono per i sostenitori ad oltranza del no all’accordo proposto dalla Fiat e firmato da tutte le sigle tranne quella che fa capo alla Cgil.
La Uilm è soddisfatta della percentuale altissima e dell’andamento del voto. «Un robusto viatico per il futuro della fabbrica», aggiunge la Fim Cisl. Ma l’atmosfera ieri è stata comunque tesa. In ballo c’è la sopravvivenza della produzione e, soprattutto, delle buste paga per 5mila operai e 15 lavoratori dell’indotto. Normale, dunque che nessuno avesse voglia di sorridere. Volti scuri, sia all’entrata sia all’uscita dei turni. Tute blu silenziose, molte a testa bassa. In un giorno in cui anche la cassa integrazione è stata annullata, proprio per consentire la partecipazione alle votazioni, la preoccupazione era tanta.
Dietro il mantenimento dei posti di lavoro c’è l’accordo tanto contestato dalla Fiom. La produzione della Panda verrà effettuata tenendo aperta la fabbrica 24 ore al giorno, 6 giorni su 7, per 18 turni totali. Ma l’orario individuale resta invariato a 40 ore contrattuali. Il diciottesimo turno potrà essere coperto con un mix tra permessi annui retribuiti, festività di domenica e 4 novembre, permessi dei turnisti di notte. Quello lavorato, per esigenze produttive, sarà effettuato con il ricorso allo straordinario, per un massimo di 15 volte l’anno. Ma i punti più discussi sono quelli che riguardano l’assenteismo “anomalo”. In caso di picchi di assenze per malattia collegati a scioperi, manifestazioni esterne, «messa in libertà» per cause di forza maggiore o mancanza di fornitura, l’azienda si riserva di non retribuire i primi tre giorni. Viene infine introdotta una clausola di responsabilità per il rispetto degli impegni assunti nell’accordo, prevedendo sanzioni alle organizzazioni sindacali (su riscossione delle deleghe e utilizzo dei permessi). Per i singoli lavoratori valgono le norme disciplinari del contratto. L’eventuale sciopero che violi punti dell’accordo è sanzionabile economicamente.
Ad attendere il risultato del referendum ieri, oltre ai lavoratori, all’azienda e al governo, c’erano anche i vertici del Pd. L’accordo tra Fiat e sindacati a Pomigliano potrebbe non rimanere un caso isolato ed anzi portare a ridisegnare le relazioni industriali: questo il timore emerso ieri in numerosi interventi alla Direzione del Pd, dalla presidente del partito Rosy Bindi fino al segretario Pier Luigi Bersani. Proprio la Bindi, aprendo i lavori, ha dato il là al dibattito: «Non possiamo tranquillizzarci ripetendo che Pomigliano rimarrà un caso isolato. Il Pd deve incalzare sia il sindacato che gli imprenditori», perché «non si metta in contrasto il diritto del lavoro con i diritti dei lavoratori». Quindi, fermo restando che «non va perso l’investimento Fiat a Pomigliano», ha concluso, «dobbiamo interrogarci su come stanno cambiando le relazioni industriali, azienda per azienda». «Siamo di fronte a un passaggio delicato», ha detto Bersani, «noi diciamo che bisogna preservare gli investimenti e che non se ne faccia un modello».

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martedì 22 giugno 2010

Tremonti mette una pezza al pasticcio PdL sul condono

Per casa e fisco niente condoni. Lo ha chiarito Paolo Bonaiuti, lo ha ribadito il sottosegretario all’Economia Luigi casero e lo ha confermato in serata Giulio Tremonti.
Un errore, una furbata, una svista? Difficile dirlo. Sta di fatto che nelle centinaia di pagine dei faldoni piombati ieri in commissione Bilancio c’erano anche gli emendamenti galeotti. Le firme sono sempre le stesse. Si tratta dei senatori del Pdl Paolo tancredi, Cosimo Latronico e Gilberto Pichetto Fratin. Il primo prevede la riapertura dei termini del condono edilizio del 2003 per gli abusi, anche compiuti nelle aree sottoposte a vincoli paesaggistici, realizzati fino al 31 marzo 2010. Il secondo è invece relativo alla riapertura dei termini per il condono fiscale del 2002, per le violazioni commesse fino al 31 dicembre 2008.
Le ipotesi sono durate lo spazio di pochi minuti. «L’emendamento non sarà sostenuto certo dal capogruppo Gasparri né dal governo», ha  tuonato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Bonaiuti. Immediatamente seguito dal sottosegretario Casero, che ha ribadito la contrarietà ufficiale del Tesoro a qualsiasi ipotesi di condono. In serata è intervenuto anche il ministro. «Mi riconosco», ha detto Tremonti, «nelle parole dell’onorevole Casero».
Nel frattempo, a dimostrazione del pasticciaccio, sono arrivate anche le scuse del primo firmatario, che ha preso le distanze dall’emendamento dando la colpa al caos e alla fretta che ogni volta caratterizzano la presentazione delle proposte emendamenti. «Ne abbiamo firmati a centinaia», dice Tancredi, assicurando che i testi saranno ritirati.
L’opposizione, ovviamente, si è lanciata all’assalto. «Immorale», «dannoso», «da barbari», sono solo alcune delle accuse partite a raffica da Pd, Idv e Udc.
Ma ad infierire sul passo falso del Pdl ci sono anche i finiani «Non solo questi emendamenti vanno bocciati», ha criticato il deputato Fabio Granata, «ma i loro firmatari dovrebbero essere ufficialmente richiamati dai vertici del PdL». È gravissimo, ha proseguito, che in Parlamento esistano ancora sostenitori di nuove ipotesi di condono edilizio e che puntualmente ad ogni finanziaria riemergano tentativi di colpi di mano attraverso emendamenti al testo». Gli ha fatto eco Gianmario Mariniello, direttore dell’associazione voluta da Gianfranco Fini, Generazione Italia. «Il condono è una malattia tutta italiana», ha scritto sul sito, «una scorciatoia per sanare, con un piccolo comma, illegalità gigantesche. È un premio ai furbi, è diseducativo, è moralmente raccapricciante, è socialmente devastante».

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