Roberto Formigoni si dice sicuro che Silvio Berlusconi incontrerà i governatori. E il Cavaliere, dal Brasile, avrebbe fatto sapere che la manovra non è intoccabile: «La rivedremo». Certo, poco dopo è arrivata la smentita del sottosegretario Paolo Bonaiuti, forse caldeggiata da Giulio Tremonti, ma in fondo una possibilità di accordo tra le Regioni e il presidente del Consiglio sulla rimodulazione dei tagli previsti dalla Finanziaria non sembra così lontana. E forse neanche le distanze col ministro dell’Economia sono così siderali. Ieri Tremonti si è rifiutato di commentare la lettera-appello delle cinque regioni di centrodestra del Sud, che hanno criticato l’idea di favorire solo le amministrazioni virtuose. Ma il governatore del Lazio, Renata Polverini, ha detto che il ministro le avrebbe «assicurato» che «sui tagli si può fare qualcosa, pur mantenendo i saldi». Anche il responsabile degli Affari regionali, Raffaele Fitto, intervistato dall’Opinione, ha spiegato che «ci sono regioni, come il Lazio e la Campania, che hanno ereditato situazioni gravose a causa di irresponsabili amministrazioni passate» e che «per casi analoghi è forse possibile trovare qualche accorgimento alla manovra»
Quanto alla rottura del fronte unico, l’ex sindacalista ha spiegato che dietro la lettera non c’è alcuna spaccatura. «Tutti abbiamo sottoscritto un documento unitario contro la manovra», ha detto la Polverini.
Non crede ad una strategia separatista neanche Formigoni. «È inutile che qualcuno faccia il furbo e cerchi di vedere distanze che non ci sono», ha detto il governatore della Lombardia. In effetti, anche il presidente del Molise nonché vicepresidente della Conferenza delle Regioni, Michele Iorio, che è uno dei cinque firmatari, ha ribadito che non c’è «alcuna forma di rottura del fronte unico contro la manovra».
Detto questo, è difficile non vedere almeno qualche distinguo nelle parole di Luca Zaia, il quale ieri ha ribadito che «tagliare indiscriminatamente significa penalizzare chi ha bene amministrato e lasciare chi ha sprecato libero di continuare a farlo». L’obiettivo del riequilibrio sarebbe comunque condiviso da tutti. Questo il giudizio del presidente della Conferenza delle regioni che ieri ha ribadito la richiesta di un incontro urgente con il premier e l’adesione alla «proposta di istituire una commissione straordinaria governo-regioni che verifichi la qualità della spesa della Pa sia al centro sia alla periferia».
Intanto il relatore della manovra Antonio Azzollini sta effettuando gli ultimi ritocchi all’emendamento omnibus che dovrebbe essere presentato oggi in commissione Bilancio al Senato.
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Al principio fu creato l'universo. Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa. (Douglas Adams)
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martedì 29 giugno 2010
venerdì 11 giugno 2010
Parte l’assalto alla manovra, ma Tremonti tira dritto
Le proteste delle categorie, in confronto, sono poca cosa. Ieri la manovra ha affrontato il primo giro di esami veri, sia tecnici sia politici. E i voti non sono probabilmente quelli che Giulio Tremonti si aspettava. La bocciatura più dura, e anche più carica di insidie, è quella arrivata dalle regioni. Il dissenso uscito dall’incontro tra i governatori e il ministro dell’Economia è netto e bipartisan. Ad offrire la sintesi è il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, che ha parlato di «tagli del tutto sproporzionati, di manovra irricevibile e di distanza grandissima col governo». Ma il giudizio è condiviso da tutti, anche dai fedelissimi di centrodestra. A partire dal governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, secondo il quale «la manovra spazza via il federalismo fiscale» e crea addirittura «una situazione di emergenza nazionale».
L’unico che ha tentato di non togliere il sostegno al governo è stato Luca Zaia. Il presidente del Veneto, pur definendo «la situazione preoccupante e critica», ha detto di non vedere «rischi per il federalismo».
I saldi non si toccano
La Conferenza delle regioni si riunirà nuovamente in una conferenza straordinaria martedì. Nel frattempo si aprirà un tavolo col governo. Gli spazi di manovra appaiono comunque strettissimi. Tremonti promette «un patto», ma sui saldi è irremovibile: «Crediamo che ci sia margine e spazio per riduzioni fattibili e sostenibili della spesa delle regioni». Il ministro si è detto aperto a «proposte e a ipotesi di studi e suggerimenti», visto che le regioni hanno chiesto la possibilità «di formulare tagli alternativi su altri comparti». Ma, ha precisato, «non possono essere modificati saldi e soldi». Anche perché, ha polemizzato il ministro «le Regioni fanno missioni e hanno sedi all’estero, c’è chi si fa i grattacieli, vediamo se riusciamo ad incidere su questo santuario».
Effetto depressivo
A criticare la manovra non ci sono però solo i governatori. Di impatto «depressivo» sulla ripresa ieri hanno parlato anche Bankitalia e Corte dei Conti durante le audizioni in commissione Bilancio del Senato. Secondo Via Nazionale «a parità di tutte le altre condizioni nel biennio 2011-2012 la manovra potrebbe cumulativamente ridurre la crescita del Pil di poco più di mezzo punto percentuale attraverso una compressione dei consumi e degli investimenti». Questo determinerebbe un «maggior disavanzo nel 2012 valutabile in poco meno di 0,3 punti percentuali che porterebbe il saldo di quell’anno a circa il 3% del Pil». Risultato: potrebbero «essere necessari ulteriori interventi qualora si presentasse uno scenario più sfavorevole». Oltretutto »nella seconda metà dell'anno la crescita del prodotto potrebbe indebolirsi». Bankitalia ha poi espresso dubbi sulle stime del gettito derivante dalla lotta all’evasione, che «presentano molti elementi di incertezza». Analisi condivisa anche dall’Agenzia delle Entrate.
L’allarme sulla crescita è stato invece rilanciato dalla magistratura contabile, secondo la quale «l’effetto della manovra 2011-2012 sarà come primo impatto di segno restrittivo».
Via le province
Perplessità sono poi arrivate dai tecnici di Palazzo Madama, che hanno chiesto chiarimenti in particolare contro gli «elementi di aleatorietà» di alcune delle misure sulla lotta all’evasione. Preoccupata sulla crescita è infine anche la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che ritiene «insufficienti» le misure di stimolo alla ripresa economica. Inoltre, ha detto, »colpisce che così poco venga fatto per quanto riguarda i costi della politica e che siano stati, ad esempio, totalmente rinviati le riflessione e gli interventi sulle province». Su quest’ultime sembrano pronti a dare battaglia in Parlamento i finiani. «La cronistoria della non abolizione delle province è ormai conosciuta da tutti e di certo la classe politica italiana, e in particolare il Pdl, non sta facendo una bella figura», ha scritto Italo Bocchino, vice presidente dei deputati Pdl, sul sito della creatura di Fini, Generazione Italia.
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L’unico che ha tentato di non togliere il sostegno al governo è stato Luca Zaia. Il presidente del Veneto, pur definendo «la situazione preoccupante e critica», ha detto di non vedere «rischi per il federalismo».
I saldi non si toccano
La Conferenza delle regioni si riunirà nuovamente in una conferenza straordinaria martedì. Nel frattempo si aprirà un tavolo col governo. Gli spazi di manovra appaiono comunque strettissimi. Tremonti promette «un patto», ma sui saldi è irremovibile: «Crediamo che ci sia margine e spazio per riduzioni fattibili e sostenibili della spesa delle regioni». Il ministro si è detto aperto a «proposte e a ipotesi di studi e suggerimenti», visto che le regioni hanno chiesto la possibilità «di formulare tagli alternativi su altri comparti». Ma, ha precisato, «non possono essere modificati saldi e soldi». Anche perché, ha polemizzato il ministro «le Regioni fanno missioni e hanno sedi all’estero, c’è chi si fa i grattacieli, vediamo se riusciamo ad incidere su questo santuario».
Effetto depressivo
A criticare la manovra non ci sono però solo i governatori. Di impatto «depressivo» sulla ripresa ieri hanno parlato anche Bankitalia e Corte dei Conti durante le audizioni in commissione Bilancio del Senato. Secondo Via Nazionale «a parità di tutte le altre condizioni nel biennio 2011-2012 la manovra potrebbe cumulativamente ridurre la crescita del Pil di poco più di mezzo punto percentuale attraverso una compressione dei consumi e degli investimenti». Questo determinerebbe un «maggior disavanzo nel 2012 valutabile in poco meno di 0,3 punti percentuali che porterebbe il saldo di quell’anno a circa il 3% del Pil». Risultato: potrebbero «essere necessari ulteriori interventi qualora si presentasse uno scenario più sfavorevole». Oltretutto »nella seconda metà dell'anno la crescita del prodotto potrebbe indebolirsi». Bankitalia ha poi espresso dubbi sulle stime del gettito derivante dalla lotta all’evasione, che «presentano molti elementi di incertezza». Analisi condivisa anche dall’Agenzia delle Entrate.
L’allarme sulla crescita è stato invece rilanciato dalla magistratura contabile, secondo la quale «l’effetto della manovra 2011-2012 sarà come primo impatto di segno restrittivo».
Via le province
Perplessità sono poi arrivate dai tecnici di Palazzo Madama, che hanno chiesto chiarimenti in particolare contro gli «elementi di aleatorietà» di alcune delle misure sulla lotta all’evasione. Preoccupata sulla crescita è infine anche la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che ritiene «insufficienti» le misure di stimolo alla ripresa economica. Inoltre, ha detto, »colpisce che così poco venga fatto per quanto riguarda i costi della politica e che siano stati, ad esempio, totalmente rinviati le riflessione e gli interventi sulle province». Su quest’ultime sembrano pronti a dare battaglia in Parlamento i finiani. «La cronistoria della non abolizione delle province è ormai conosciuta da tutti e di certo la classe politica italiana, e in particolare il Pdl, non sta facendo una bella figura», ha scritto Italo Bocchino, vice presidente dei deputati Pdl, sul sito della creatura di Fini, Generazione Italia.
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