mercoledì 19 maggio 2010

Tremonti presenta il conto a evasori e finti invalidi

Lacrime e sangue. Ma solo per chi se lo merita. Perché la manovra non sarà soltanto «correttiva», ma anche «etica». Dopo aver stoppato con durezza le indiscrezioni «confuse» e «confusionarie» circolate intorno alle misure allo studio per l’aggiustamento dei conti pubblici, ieri Giulio Tremonti ha voluto dire la sua. Un contributo alla chiarezza non eccessivamente generoso, quello arrivato da Bruxelles al termine dell’Ecofin, che è comunque servito a stabilire alcuni punti fermi. Niente aumenti delle tasse, niente interventi sul sistema pensionistico e stretta su evasori e falsi invalidi. Quanto alla “casta”, il ministro dell’Economia non ha voluto rivelare nulla, ma ha spiegato che «il taglio degli stipendi dei parlamentari del 5%» lo fa «sorridere». Quello, ha ironizzato, «è solo l’aperitivo».
Tremonti ha comunque ribadito che le classi più deboli non saranno colpite: «Non metteremo le mani in tasca agli italiani». Sulle pensioni il ministro non si è sbilanciato: «In Italia abbiamo il sistema previdenziale più stabile d'Europa. E se mi chiedete se stiamo stravolgendo il sistema pensionistico vi dico di no, perché il sistema funziona». Parole che secondo l’economista del Pdl, Giuliano Cazzola, non escludono interventi sulle finestre che produrrebbero risparmi da 800mila ad un miliardo di euro.
Ma nel mirino ci sono principalmente gli sprechi, la corruzione e le irregolarità che gonfiano la spesa, con un «uso non appropriato del denaro pubblico». «Ridurremo il peso della mano pubblica lì dove è meno produttiva e dove non ha effetti recessivi», ha spiegato. Gli esempi citati dal ministro sono quelli già circolati all’indomani della presentazione della Relazione unificata sull’economia al Consiglio dei ministri. In primo luogo gli assegni di invalidità. «La spesa dal 2001 ad oggi, col Titolo quinto che ha dato alle Regioni poteri di spesa ma non di presa, è salita da 6 miliardi di euro a 16 miliardi di euro, un punto di Pil». Qui, secondo i calcoli fatti dagli esperti del Tesoro, sarebbe possibile recuperare qualcosa come 4 miliardi di euro. Somme che vanno a persone che non hanno alcun diritto. Ma il monitoraggio della spesa sarà serrato, anche sulle risorse erariali che finiscono in pancia agli enti locali. «Esistono trasferimenti dal ministero degli Interni ad una platea di Comuni», ha detto Tremonti, che ammontano a 15 miliardi di euro ogni anno. I margini di intervento sono dunque enormi». Proseguirà poi la stretta, già prevista dalla manovra triennale varata nel 2008, sull’evasione fiscali. Con controlli intensificati a partire dai contribuenti che dichiarano di non avere alcun reddito e da chi sostiene di risiedere all’estero.
Il ministro ha però voluto mettere in chiaro che da Bruxelles non ci saranno pressioni indebite, come qualcuno paventava. «L’Italia ha già ricevuto nel dicembre scorso indicazioni dalla Ue per la correzione dei propri conti e noi intendiamo rispettare quegli impegni e quei numeri. Non ci è stato chiesto nient’altro», ha precisato Tremonti sottolineando la differenza da quanto accaduto per Spagna e Portogallo. La manovra, che il governo intende varare «prima di luglio» e che oggi lo stesso titolare di via XX Settembre illustrerà nelle sue grandi linee Silvio Berlusconi, si conferma dunque finalizzata ad una correzione del deficit dello 0,8% sia nel 2011 che nel 2012, per un ammontare complessivo di circa 26 miliardi di euro.
In serata anche Umberto Bossi ha confermato che la manovra sarà «dura», pur ammettendo di non conscerne i dettagli, tranne «le liti tra Brunetta e Tremonti, che sono all’ordine del giorno». Su un eventuale aumento delle tasse, il leader del Carroccio ha commentato: «Speriamo di no, sono già molto alte nel Paese».
Quanto ai temi discussi dall’Ecofin, Tremonti ha mostrato soddisfazione per l’accordo raggiunto sulla regolamentazione degli hedge fund, nonostante i malumori inglesi: «È un esempio di come debba essere la politica a dettare le regole». In merito alla proposta della Commissione Ue di armonizzare le politiche di bilancio con un controllo più stretto sul debito, il ministro si è detto d’accordo, a patto che «si consideri tutto il debito, quello pubblico e quello privato».

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martedì 18 maggio 2010

L’euro debole fa bene a meccanica e tessile

C’è chi con il minieuro ci ha già guadagnato. Si tratta dei cosiddetti frontalieri, un esercito di 19mila lavoratori che ogni giorno varca la frontiera per operare in Svizzera. Per loro, che vengono pagati in franchi, ogni punto che perde la moneta unica è una boccata d’ossigeno. Grazie al cambio, da dicembre ad oggi lo stipendio di un operaio frontaliere è già aumentato di circa 185 euro al mese.
Ma sono in molti, in questi giorni, a fare i conti con i contraccolpi valutari del terremoto greco, che ieri ha portato l’euro a chiudere a 1,23 dollari dopo uno scivolone in avvio a 1,22, minimo degli ultimi quattro anni. C’è chi, come le piccole imprese, non vede scenari drammatici, ma opportunità. «Il brutto è che deriva da una crisi e non da una politica monetaria», spiega il presidente di Confapi, Paolo Galassi, ma non c’è dubbio «che il crollo dell’euro favorisca la competitività della piccola e media impresa». Già, i piccoli, gli artigiani, ma anche il turismo e il made in Italy. Sono molti i settori che potrebbero ricevere una spinta dalla discesa della moneta unica. Il tasso di cambio favorevole dei primi mesi dell’anno, ad esempio, ha già prodotto un incremento del 6% delle esportazioni di vino. Gli Stati Uniti, sottolinea infatti la Coldiretti, «rappresentano un importante mercato di sbocco per l’agroalimentare italiano». Ed è solo l’inizio. «Ipotizzando una prosecuzione del trend di indebolimento della moneta unica, con il cambio euro/dollaro a 1,25 a fine 2010 e 1,15 entro il 2011», si legge in un rapporto dell’Area pianificazione strategica di Banca Monte Paschi, «l’effetto sulle esportazioni italiane è quantificabile in una crescita dello 0,7% nel 2010 e dell’1,5% l’anno successivo». Ma se la domanda estera dovesse ripartire, la crescita cumulata nel biennio potrebbe raggiungere anche il 7% rispetto al -18% del 2009.
Tra i comparti più favoriti, chiaramente, il manifatturiero, che rappresenta circa il 95% del nostro export. Con picchi nel tessile e nell’abbigliamento. Ma potrà correre di più anche l’alimentare, la meccanica e la metallurgia. Qualche esempio? Interpump, società italiana specializzata in pompe per l’agricoltura e l’industria, fa il 78% del suo fatturato all’estero. Stesso discorso per la Manas, piccola azienda di scarpe da donna, il cui giro d’affari di 70 milioni è dovuto per il 65% all’export. Arriva fino al 91% il fatturato realizzato fuori dall’Italia da Datalogic, leader dei lettori per codici a barre con ricavi annui di 370 milioni.
Ma anche marchi più conosciuti come Ferragamo (620 milioni di fatturato, il 50% solo in Asia) o Luxottica (5 miliardi, il 60% negli Stati Uniti, diventato il 70% nel primo trimestre 2010), vivono sulle esportazioni. Lo sa bene, Corrado Passera, che ha definito «significativo» il «potenziale di crescita» dei ricavi di Intesa proprio grazie «all’improvvisa svalutazione dell’euro, che darà sostegno all’economia». E un «effetto positivo» ci sarà anche per le Generali, ha spiegato l’ad Giovanni Perissinotto.

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Tremonti e Brunetta al lavoro per evitare un’euro-mazzata

 Tagli, risparmi, sacrifici. I sedici ministri dell’Economia dell’Unione si sono ritrovati ieri a Bruxelles per fare il punto sulla crisi e coordinare gli interventi di aggiustamento dei conti pubblici. Ma è chiaro che la partita non si chiuderà all’Ecofin di oggi. Ognuno dei sedici dovrà infatti, prima o poi, tornare a casa e fare i conti con i suoi. E non è detto che tutti siano disposti a farsi da parte. Non lo è per niente, ad esempio, Renato Brunetta, che, dopo aver ascoltato in silenzio per giorni e giorni indiscrezioni e ipotesi su ogni tipo di sforbiciata ai danni degli statali, ieri ha deciso di stoppare il gioco. «Gli stipendi della Pa non si toccano», ha spiegato, «non stiamo come la Grecia».
Bisogna poi vedere quanto il ministro della Funzione pubblica riuscirà a duellare con il collega Giulio Tremonti.  Il quale, a dire la verità, ha denunciato domenica le poche idee molto confuse che circolano sulla Finanziaria biennale da 25 miliardi che dovrà approdare sul tavolo del Consiglio dei ministri nei primi giorni di giugno.
Nell’attesa, Brunetta ha assicurato che la manovra non conterrà alcun taglio agli stipendi dei dipendenti pubblici. «Ci sono sprechi da tagliare, ovunque si annidino, a partire dagli sprechi in politica. Ciascuno deve fare la propria parte», ha aggiunto Brunetta, ribadendo che «il governo non metterà le mani nelle tasche degli italiani». Parlando al convegno inaugurale della XXI edizione del Forum Pa, il ministro ha però sottolineato, in linea con la posizione sostenuta anche durante il braccio di ferro durante la scorsa Finanziaria, che «questo provvedimento non sarà solo e tanto di tagli agli sprechi, dovrà essere parallelamente di rilancio e sviluppo del Paese, realizzando quelle riforme che sono a costo zero, che sono come le ho definite sotto zero».
Per essere ancora più chiari,  il ministro della Pa ha spiegato che «questo Paese non sopporterebbe un mero taglio keynesiano della spesa, perchè farebbe ridurre la domanda effettiva e il reddito. Noi abbiamo bisogno di più crescita, con minore spesa pubblica cattiva. Questo è l’oggetto della nostra azione nelle prossime settimane». I tagli dovranno quindi essere «selettivi e intelligenti». Altrimenti il rischio è che si «puniscano allo stesso modo cicale e formiche e questo è sbagliato. I tagli orizzontali non servono, sono deleteri, sono una iattura: è come restringere la cinta di qualche buco pensando di essere dimagriti».
Se decidere quali tagli sarà compito del governo, quanti tagli molto probabilmente lo deciderà Bruxelles. E i timori di Tremonti e dello stesso Silvio Berlusconi sono tutti rivolti alle mosse del cancelliere tedesco, Angela Merkel, che sta cercando di fare passare una linea “lacrime e sangue” che sgambetterebbe l’Italia, ma soffocherebbe anche la ripresa Ue. L’ipotesi è sul tavolo. L’Eurogruppo, che oggi sbloccherà i primi 14,5 miliardi di prestiti alla Grecia, ha infatti accolto favorevolmente gli ulteriori tagli decisi per il 2010 da Spagna e Portogallo. E e ha auspicato «più sacrifici» e manovre più stringenti anche da parte di tutti gli altri.
A spingere in questa direzione soprattutto la Germania, che vorrebbe addirittura inserire nelle Costituzioni dei Paesi dell’euro un «freno ai deficit», vale a dire una soglia massima invalicabile per i disavanzi. Proprio come ha già fatto Berlino, che nella Carta ha inserito una disposizione in cui si prevede di ridurre il deficit di 10 miliardi, portandolo entro il 2016 allo 0,35% dall’attuale 5%.

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domenica 16 maggio 2010

Premi, contratti e buonuscite. Tremonti mette a dieta gli statali

I sindacati sono sul piede di guerra, l’opposizione punta il dito sull’irresponsabilità del governo, mentre nella maggioranza è scattata la corsa a chi vuole tagliare di più. Dopo la sforbiciata del 5% degli stipendi parlamentari suggerita da Calderoli ieri la Santanché ha rilanciato fino al 10%, per Malan dovrebbero essere colpite anche le consulenze e per la Boniver pure le retribuzioni dei super manager.
La verità è che, malgrado le polemiche, le proposte e le ricostruzioni giornalistiche, nessuno sa esattamente quali siano le misure allo studio di Giulio Tremonti per aggiustare i conti.
«Tutti parlano e commentano, ma numeri finora non ne sono circolati», spiega una fonte parlamentare che segue da vicino le mosse di Via XX Settembre, «qualcosa di concreto si saprà solo all’inizio di giugno, quando la manovra arriverà sul tavolo del Consiglio dei ministri». All’Economia i tecnici stanno comunque lavorando a testa bassa. La situazione internazionale e l’esempio degli altri Paesi Ue impongono a Tremonti di dare un segnale forte sulla spesa, al di là dei 25 miliardi già annunciati per la correzione in due anni di 1,6 punti di deficit.
Il terreno è però impervio. Anche perché i tagli a Pa e pubblico impiego sono già abbondantemente previsti dalla Finanziaria triennale da 36 miliardi varata nel 2008. Complessivamente per i ministeri sono stati previsti risparmi di spesa di 8,4 miliardi nel 2009, 8,9 miliardi nel 2010 e 15,6 miliardi nel 2011. Si può fare di più senza provocare rivolte di piazza? Ne è convinto Sacconi, che ieri in un’intervista ha ribadito l’intenzione del governo di «ridurre il perimetro della spesa pubblica». Sul tavolo, tra le opzioni possibili da monetizzare in tempi brevi, c’è sicuramente il blocco dei contratti degli statali, che sui tre anni vale 5,3 miliardi. Nel pacchetto potrebbe rientrare un prelievo dei Fondi unici delle amministrazioni per i premi di produttività legati alla contrattazione integrativa, fino a un miliardo. Sempre per il pubblico impiego si ragiona sulla proroga del blocco del turn-over al 2012, che garantirebbe 800 milioni, e del Tfr, mentre dal taglio dei costi della politica potrebbe arrivare un miliardo. Non è escluso che Tremonti rispolveri anche il vecchio piano per la valorizzazione del patrimonio pubblico che nel 2004 si aggirava sui 1.800 miliardi. Anche perché sulla strada dei risparmi sulla Pa c’è un agguerrito Brunetta che sembra pronto all’ennesimo duello con l’amico Giulio.
Di crisi e di conti pubblici il ministro parlerà anche con le banche. Domani è previsto un incontro privato a Milano con i vertici dei principali istituti di credito alla presenza anche del direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli. Il sostegno delle banche sarà necessario per mantenere alta la fiducia degli investitori sul mercato azionario e su quello dei titoli di Stato.
 
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sabato 15 maggio 2010

Avvoltoi sull’Italia. La Borsa perde il 5%

Oro alle stelle, euro ai minimi e Borse in picchiata. La furia degli speculatori si scatena di nuovo sui mercati internazionali. E l’Europa è costretta ad archiviare l’ennesimo venerdì nero. L’indice Stoxx Europe 600, che fotografa l’andamento dei principali titoli quotati sui listini del Vecchio continente, ha ceduto il 3,41%, che equivale a 172 miliardi bruciati in una sola giornata.
Gli ordini di vendita si sono avventati principalmente sul settore bancario, travolgendo i listini in cui il mondo del credito è più rappresentato. La Spagna soprattutto (-6,6%), ma anche l’Italia. Piazza Affari ha chiuso la seduta in calo del 5,2%. Tra i titoli più colpiti, oltre a Geox che è stata trascinata giù del 10% da una cattiva trimestrale, ci sono Intesa SanPaolo (-5,3%), Unicredit (-6,3%), Ubi (-8,3%), Mps (-5,9%), Bpm (-6,8%) e Banco Popolare (-6,2%). Ma la sfilza dei ribassi si è estesa a macchia d’olio su tutto il Continente. L’effetto panico si è abbattuto anche su Londra (-3,14%), Parigi (-4,59%), Francoforte (-3,12%), Amsterdam (-3,13%), Atene (-3,41%), Lisbona (-4,27%), Dublino (-3,66%). E il contraccolpo è arrivato anche a Wall Street, dove il Dow Jones, dopo tre ore di contrattazioni, perdeva ancora l’1,5%.
La bufera non ha ovviamente risparmiato il mercato valutario, con l’euro sceso sotto gli 1,24 dollari, ai minimi dai tempi del crac di Lehman Brothers, ovvero dal novembre 2008. La fuga dalla moneta unica ha subito provocato l’impennata dell’oro, arrivato a sfiorare 1.250 dollari l’oncia.
Ad alimentare le incertezze degli investitori, in mattinata, ci hanno pensato i soliti esperti di Moody’s che hanno preannunciato come «molto probabile» un deciso taglio del rating della Grecia nel giro dei prossimi tre mesi. Ma il carico da novanta è quello arrivato dalla Germania con l’intervista del numero uno di Deutsche Bank, Josef Ackermann, il quale ha messo in dubbio la capacità della Grecia di rimborsare completamente il suo debito. Parole che hanno costretto Berlino a intervenire con una secca smentita: la Germania non ha mai messo in dubbio la solvibilità di Atene.
Parole che non sono comunque riuscite a impedire l’effetto sui rendimenti dei titoli di Stato di Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda, che hanno ripreso a salire facendo allargare lo spread con i bund tedeschi. Stesso discorso per i Cds, che misurano il rischio default dei Paesi, schizzati di nuovo verso l’alto dopo un periodo di relativa tranquillità.
Non è ottimista l’Fmi, che ieri ha invitato i Paesi più ricchi, se non vogliono mettere a rischio la ripresa, ad agire «in modo deciso e significativo» per mettere in ordine i conti pubblici. Il Fondo ha però confermato la tenuta dei conti pubblici italiani. Per portare il debito al 60% del pil nel 2030, all’Italia serve una correzione del 4,1% fra il 2010 e il 2020, ovvero un aggiustamento decisamente inferiore a quello richiesto alla Francia (8,3%) e in linea con quello tedesco (4%). Il nostro Paese deve però agire su due fronti: le pensioni e la sanità. Di «sacrifici per tutti» ha parlato ieri anche il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, che ha annunciato una manovra a breve in cui i tagli alle spese riguarderanno anche «ministri e parlamentari».

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venerdì 14 maggio 2010

L’Europa vuole mettere a dieta l’Italia

La cinghia va stretta un altro po’. E subito. Chi pensava di poter aspettare il nuovo e più severo Patto di stabilità per inaugurare la linea del rigore estremo sui conti pubblici è stato gelato ieri dalla Bce, che ha chiesto ai governi dell’eurozona un impegno immediato sui saldi di bilancio. «Dagli ultimi dati», si legge nel Bollettino mensile, «emerge che per correggere gli ampi squilibri sarà, in generale, necessario intensificare gli sforzi». Per essere più chiari, il risanamento dovrà «superare in misura considerevole l’aggiustamento strutturale dello 0,5% del Pil su base annua stabilito come requisito minimo nel Patto di stabilità». E più «più si aspetterà a correggere gli squilibri», avverte la Bce, «maggiore risulterà l’aggiustamento necessario e più elevato sarà il rischio di subire un danno in termini di reputazione e fiducia». Insomma, non c’è tempo da perdere.
L’invito è chiaramente rivolto a tutti. Le previsioni per il 2010, del resto parlano di una media europea del rapporto deficit/pil al 6,8%, oltre il doppio del tetto previsto inizialmente dai parametri di Maastricht. Nel club c’è anche l’Italia, malgrado l’ottimismo del Fondo monetario, che qualche giorno fa ha stimato l’indebitamento del nostro Paese per il 2010 al 5,2%, al di sotto di quello tedesco (5,7%) e francese (8,2%). Previsioni incoraggianti, che devono però essere affiancate a un debito che schizzerà al 118% del Pil e a una crescita inferiore al resto d’Europa. Tremonti, in altre parole, dovrà fare bene i suoi calcoli. Basterà la manovra da 25 miliardi in due anni prevista dal ministro dell’Economia?  Secondo Maurizio Sacconi la Finanziaria già annunciata dal governo «sarà consistente e significativa, anche superiore alle esigenze richieste dai parametri Ue». Il ministro del Welfare ammette comunque che «sarà necessario ridurre il perimetro della spesa pubblica». In effetti, guardando i numeri, Tremonti si sta muovendo sul filo del rasoio. I 25 miliardi (che equivalgono all’1,6% del Pil) dovrebbero servire, stando a quanto si legge nella Relazione unificata sull’economia presentata pochi giorni fa, a ridurre il deficit/pil strutturale (cioè al netto delle una tantum) dello 0,8% nel 2011 e dello 0,5% nel 2012. Un altro 0,5% di rientro è stimato per l’anno in corso. Questo significa, facendo una media, che l’aggiustamento dei conti non è così superiore a quello richiesto e, anzi, qualsiasi errore nelle previsioni (quelle sul 2010 del governo, ad esempio, non coincidono né sul deficit né sul Pil con quelle degli organismi internazionali) farebbe scendere l’asticella al di sotto della soglia di sicurezza.
 Del resto, proprio ieri la Bce ha tagliato le stime di crescita di Eurolandia (dall’1,4 all’1,3%) e ha ribadito che la crisi finanziaria potrebbe rallentare ulteriormente la corsa. Brutte notizie arrivano anche sull’occupazione, che è balzata oltre il 10% e rischia di raggiungere il 10,4% fra meno di un anno. Notizia che ha fatto immediatamente scattare l’allarme della Cgil, che chiede «certezza di ammortizzatori adeguati per tutto il 2011» e «tutele per chi è privo di ogni protezione e per i tanti che termineranno il periodo di disoccupazione senza trovare lavoro». In sostanza, altri soldi pubblici da spendere. Mentre i tecnici di Tremonti tentano di sbrigliare la matassa, il ministro incassa però la seconda fiducia degli investitori sul debito nel giro di pochi giorni. Quello di ieri, secondo molti osservatori che avevano storto il naso sui rendimenti eccessivi dei Bot collocati lunedì, era il vero esame da superare. Ebbene, il Tesoro ha piazzato senza problemi 3 miliardi di Btp a 5 anni e 2 miliardi con scadenza 15 anni, con richieste che hanno superato abbondantemente l’offerta. Sui rendimenti, sono andati benissimo i titoli a 5 anni, con un calo di 7 punti, ai minimi storici. Un  po’ peggio quelli a 15, con tassi saliti di 2 punti. Complessivamente, però, il differenziale fra Btp e Bund tedesco continua a ridursi. Ieri ha raggiunto quota 95 punti.

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giovedì 13 maggio 2010

Bruxelles scriverà la Finanziaria agli Stati troppo spreconi

Impegni più severi, controlli più stringenti, sanzioni più dure. Non piace a tutti il nuovo Patto di Stabilità proposto dalla Commissione Ue, ma per ora nessuno si azzarda a difendere il vecchio. Ed è già qualcosa. Al centro della bozza messa a punto da Bruxelles ci sono chiaramente i debiti pubblici, che diventano sorvegliati speciali, ma anche il coordinamento delle politiche economiche e di bilancio, che potranno essere oggetto di vigilanza preventiva.
Insomma, gli Stati dovranno perdere quote di sovranità.  Ma «se i governi non si decidono a rafforzare l’unione economica, tanto vale dimenticarsi di quella monetaria», ha spiegato Josè Manuel Barroso nel presentare la proposta di Bruxelles. «Bisogna agire adesso», ha sottolineato il presidente della Commissione Ue che spera di fare andare in porto la riforma del Patto entro la fine dell’anno perché sia operativa già nel 2011. Nel mirino, si legge nel documento, ci sono soprattutto «gli elevati livelli di debito pubblico che non possono essere prolungati a tempo indefinito». Perché «i recenti eventi hanno messo in luce non solo la vulnerabilità degli Stati membri che devono sostenere il peso di debiti molto elevati, ma anche le potenziali ripercussioni negative» che ciò può avere su tutta la zona euro.
Il commissario agli affari economici e monetari, Olli Rehn, è stato chiaro: «Se un Paese ha un livello di debito al 100%, o superiore, diventa fondamentale non solo riportare il deficit sotto il 3%, ma ridurlo in maniera tale da garantire una sufficiente discesa del debito». L’Italia, che insieme alla Grecia è il paese con un debito sopra il 100%, è avvertita. Ma sotto osservazione ci sono anche i tanti paesi dell’Eurozona che attualmente sforano il parametro del 60%, comprese Francia e Germania, che dovranno essere «sottoposti a procedura di infrazione» se le correzioni apportate non saranno giudicate «appropriate». La Commissione Ue dovrà quindi valutare se il livello di deficit, pur essendo sotto il 3%, «è coerente con un costante e sostanziale declino del debito pubblico». Ma il cuore della riforma è la vigilanza preventiva. Si propone di introdurre dal 2011, un Semestre europeo nel corso del quale «coordinare e sincronizzare» le politiche economiche e di bilancio.
In pratica, a inizio anno l’Ecofin detta le linee guida strategiche da seguire per preparare le Finanziarie e le eventuali riforme strutturali. L’obiettivo è quello di evitare che gli squilibri macroeconomici si allarghino, mettendo a rischio la tenuta della zona euro. Per quanto riguarda le sanzioni si va dal versamento di un «deposito cauzionale» nelle casse Ue alla sospensione dei fondi strutturali e di coesione, in caso di ripetute violazioni del Patto. Ma «in caso di politiche di bilancio inadeguate», la Ue può decidere come un Paese deve spendere le risorse comunitarie.
Infine, la Commissione ha sposato la tesi tremontiana del Fondo Ue, sostenendo la necessità di creare un «robusto meccanismo permanente di risoluzione delle crisi» che possa fornire nel medio e lungo termine sostegno finanziario ai Paesi della zona euro in difficoltà.
Mentre Bruxelles studia il nuovo Patto in Europa è il giorno delle polemiche. L’Handelsblatt ha infatti rivelato uno scambio che avrebbe convinto Berlino ad aprire il portafoglio per aiutare la Grecia: l’arrivo alla presidenza dea Bce del numero uno della Bundesbank, Axel Weber. Secondo il quotidiano economico, a questo punto, la candidatura alternativa, quella del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, «non ha più alcuna possibilità di successo». Malgrado le tensioni i mercati, sia pure con cautela, stanno tornando alla normalità: l’euro ieri ha riguadagnato quota 1,27 dollari. Le borse sono tornate a correre e sono in calo anche i premi di rendimento dei titoli di Spagna, Grecia e Portogallo rispetto ai bund tedeschi.

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Il governo benedice le cordate alternative sul nucleare

Giuliano Zuccoli rimette nel cassetto il dossier nucleare, ma il governo apre alla cordata alternativa. L’affondo del presidente del consiglio di gestione di A2A non è andato come ci si aspettava. Il progetto con cui il manager voleva far partire il progetto della cordata alternativa a quella già costituita da Enel ed Edf è stato stoppato dal consiglio per l’assenza di un via libera preventivo dei soci, i comuni di Milano e di Brescia, che sono ancora scettici su un’operazione che comporterebbe guadagni futuri ma costi immediati. Contemporaneamente, però, sulla seconda cordata è arrivata a sorpresa l’apertura del governo. Il sottosegretario allo Sviluppo, Stefano Saglia, intervenendo ad un convegno organizzato dalla statunitense Westinghouse e da Ansaldo Nucleare (le due società che lavorano con la tecnologia alternativa a quella usata da Enel-Edf), ha spiegato che la partita sull’atomo non è affatto chiusa. «Qualcuno pensa che sia di difficile gestione», la convivenza tra le tecnologie per il nucleare Ap1000 (americana) e l’Epr (francese), «ma noi siamo convinti che abbiano caratteristiche non in contraddizione e siano due opportunità che possono utilmente integrarsi sul territorio italiano, che è complesso». Nulla comunque potrà partire se il governo non sbloccherà l’Agenzia per il nucleare. Lo ha ribadito ieri anche l’Enel, smentendo alcune indiscrezioni che parlavano di Montalto e Piacenza come due siti che il gruppo avrebbe già individuato per le nuove centrali. Proprio per evitare inutili allarmismi ieri l’ad Fulvio Conti ha chiesto al direttivo di Confindustria di «parlare tutti insieme al Paese per generare una nuova consapevolezza» sul nucleare. Quanto ai conti, Enel archivia il primo trimestre con un utile netto praticamente dimezzato (-45%) a causa delle partite straordinarie legate all’opzione put concessa ad Acciona sul 25% di Endesa. Al netto di quel provento, i profitti risultano in crescita (+11,9%), così come i risultati operativi. L’Ebitda è salito del 16,3% a 4,47 miliardi, mentre per i ricavi l'incremento è stato del 19,9% fino a 18,1 miliardi.

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mercoledì 12 maggio 2010

A2A si allea con la Lega. Nasce il nucleare padano

Dal credito all’energia. Dopo aver annunciato l’assalto alle banche per tutelare gli interessi del popolo del Nord,  l’attivismo leghista si allarga anche al nucleare. Una partita verso cui, formalmente, il Carroccio non ha mai mostrato particolare interesse. Anzi, in campagna elettorale i due candidati-governatori Luca Zaia e Roberto Cota avevano subito messo in chiaro che di fare le centrali in Veneto o in Piemonte non se ne sarebbe parlato. Concetto ribadito senza mezzi termini una volta eletti.
Eppure, c’è chi negli ultimi mesi si è dedicato molto alla possibilità di creare un secondo consorzio alternativo a quello Enel-Edf per gestire il rilancio del nucleare italiano. A seguire il dossier è Bruno Caparini, esperto di impiantistica nucleare, padre del deputato nonché direttore di Telepadania Davide, proprietario del castello di Ponte di Legno dove Umberto Bossi trascorre le vacanze e fedelissimo da sempre del Senatur, che l’ha voluto nel consiglio di sorveglianza di A2A. Organismo in cui siede dal giugno dello scorso anno non senza alcune polemiche legate ad un’esperienza di fallimento societario che sarebbe stata omessa nel curriculum e che avrebbe, secondo i contestatori, messo in discussione i suoi requisiti di norabilità e professionalità.  Scaramucce legate in gran parte ad uno scontro interno con l’ex presidente del consiglio di sorveglianza Renzo Capra.
L’operazione ruota intorno al progetto fortemente sostenuto da Giuliano Zuccoli. Il presidente della multiutility lombarda insiste sull’atomo da più di un anno. Finora, però, il piano è rimasto sulla carta. Anche perché per andare avanti servono non solo finanziamenti, ma anche un partner industriale di peso. E il principale candidato, l’Eni, ha fino ad oggi sempre smentito qualsiasi interesse. Più complicata da percorrere sarebbe la strada del partner straniero, anche se si è parlato della tedesca E.On e della stessa Edison, che A2A controlla insieme ai francesi di Edf. In questo caso, però, l’interesse strategico nazionale dovrebbe essere garantito da un grande investitore finanziario italiano o da un altro socio industriale. Dopo l’ingresso di Ansaldo Energia nel consorzio Enel-Edf non sarà facile trovare un’alternativa.
Un mesetto fa il manager della multiutility lombarda è tornato all’attacco sostenendo che «sul nucleare in Italia non si può avere una sola cordata e neppure una sola tecnologia» e candidando apertamente A2A a svolgere il ruolo del competitor. Dopo un anno di annunci, Zuccoli sembra finalmente intenzionato ad uscire allo scoperto. Il dossier sul nucleare sarà infatti portato oggi ufficialmente sul tavolo del consiglio di gestione di A2A.
Nella riunione il presidente dovrebbe illustrare il progetto della cordata alternativa, la cui parte del leone dovrebbe spettare ad un drappello di ex municipalizzate, affiancate da gruppi specializzati nella tecnologia atomica e da un partner finanziario di spessore.
Ed è qui che potrebbe entrare in gioco lo zampino leghista. Gli amministratori del Carroccio consentirebbero a Zuccoli di avere preziosi alleati negli enti locali che, attraverso il controllo societario delle utility, parteciperebbero alla partita. I primi con cui fare i conti, del resto, sono proprio i comuni che hanno in pancia le azioni A2A, Milano e Brescia. Sia Letizia Moratti sia Adriano Paroli non sarebbero entusiasti di un progetto che nel lungo periodo porterebbe grandi guadagni ma nell’immediato costerebbe qualcosa come 4 miliardi di investimenti. Un po’ troppi considerati i 4,65 miliardi di debiti della multiutility che, fra le altre cose, deve anche sciogliere il nodo della cogestione francese di Edison. Sul fronte finanziario un aiuto leghista potrebbe arrivare attraverso le Fondazioni azioniste dei grandi istituti bancari del Nord, a partire da quelle Intesa e Unicredit su cui il Carroccio ha già detto di voler puntare i riflettori. Di nomi, per ora, non se ne fanno. Oltre alle società già citate sarebbero in pista anche Iride (multiutility controllata dai comuni di Genova e Torino), l’americana Westinghouse, Saipem (Eni) in veste di general contractor, e anche la Cassa depositi e prestiti come possibile finanziatrice. Un fronte, quest’ultimo, su cui l’asse Bossi-Tremonti potrebbe fare la differenza.

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Il rigore di ragionier Giulio piace al mercato dei bond

L’Italia ha dovuto indorare un po’ la pillola, ma alla fine gli investitori non si sono tirati indietro. I 5,5 miliardi di Bot a 12 mesi sono andati via con una richiesta che ha sfiorato il doppio dell’offerta. Esito tutt’altro che scontato per il primo esame dopo il piano europeo anti-crisi. Considerato anche il contesto di forte incertezza e confusione che ieri ha fatto ripartire le pressioni sull’euro e piombare di nuovo i listini europei sotto lo zero dopo l’euforia esplosa  lunedì.
Qualcuno sostiene che lo scoglio vero sarà quello di domani, quando il Tesoro dovrà collocare 1,5-3 miliardi di titoli a cinque anni e 1-2 miliardi a 15 anni. Per adesso Giulio Tremonti incassa l’ennesima fiducia del mercato sul debito italiano. L’asta di ieri allontana un altro po’ il rischio contagio e premia il ruolo dell’Italia nel portare avanti un piano anticrisi che il ministro dell’Economia aveva già proposto per contrastare i fallimenti delle banche all’inizio della bufera.
Qualcosina in più del solito, tuttavia, il titolare di Via XX Settembre ha dovuto concedere. Per rendere più appetibili i titoli il Tesoro si è trovato costretto a pagare un rendimento dell’1,442 per cento. Si tratta di uno 0,5 in più rispetto all’ultima collocazione di Bot sul mercato, che riporta il premio ai livelli di febbraio 2009. Un prezzo che secondo gli esperti di Unicredit non mette comunque in ombra il risultato dell’asta. Tanto più, spiegano dall’istituto di credito, che «lo spread fra il Btp italiano e il Bund tedesco si è mantenuto su livelli piuttosto stabili a 103,8 punti, in lieve rialzo rispetto a quota 100 toccata lunedì. Il che significa che il titolo non è stato scaricato subito dopo l’asta e ha tenuto anche sul mercato secondario. Diversa l’opinione del Financial Times, che nell’edizione online ha subito puntato il dito sul fatto che l’Italia per attirare gli investtitori abbia «dovuto pagare il più elevato rendimento sui bond annuali», sottolineando che non si tratta di un buon segnale. Premio o no, dalla partita sul debito sono ancora esclusi i piccoli risparmiatori. Malgrado il rialzo di ieri, infatti, il rendimento del Bot annuale, al netto di tasse e commissioni, resta inferiore all’1 per cento. Troppo poco per convincere i Bot-People.
Tutto sommato positivo, vista la situazione di instabilità, è stato anche il messaggio lanciato ieri dal Fondo monetario internazionale. Messaggio che piacerà soprattutto a Tremonti. L’Fmi ha infatti ribadito le difficoltà dell’Italia ad uscire dalla recessione, ma indicato i nostri conti pubblici come i più virtuosi d’Europa. Una sorta di medaglia appuntata sul petto del ministro dell’Economia, la cui politica del rigore, per quanto discussa e contestata, permetterà all’Italia di chiudere il 2010 con un deficit/pil al 5,2% (rispetto al 5% previsto da Tremonti) al di sotto della media Ue del 6,8%, ma soprattutto al di sotto del 5,7% tedesco e dell’8,2% francese.
Le caso vanno un po’ peggio sul fronte della crescita. Qui, malgrado Tremonti si ostini a prevedere un +1% per la fine dell’anno, l’Fmi ha ribadito le sue precedenti stime, che non ci vedono andare oltre lo 0,8%. Con prospettive non brillanti anche per gli anni successivi. Nel 2011 la nostra economia avanzerà solo dell’1,2%, contro un pil dell’area euro in rialzo dell’1,5% grazie soprattutto al traino di Francia (+1,8%) e Germania (+1,7%). Il rallentamento della crescita italiana è, secondo l’Fmi, «un sintomo della scarsa competitività della nostra economia». Ed è anche a causa di ciò, si legge ancora, che l’Italia rientra in quel gruppo di Paesi dell’area che il prossimo anno «emergeranno più lentamente dalla recessione».
Intanto da Bruxelles iniziano a filtrare le ipotesi di modifica del Patto di stabilità a cui sta lavorando la Commissione Ue. Il cuore della proposta, che può essere realizzata senza modifiche dei trattati Ue, ruota intorno al rafforzamento della vigilanza preventiva sulle manovre di bilancio e sulle riforme strutturali degli Stati membri. In secondo luogo Bruxelles prevede di rendere vincolante il parametro sul debito pubblico oltre a quello sul deficit; di sanzionare i Paesi poco virtuosi; di creare un meccanismo permanente di risoluzione delle crisi e di potenziare il controllo di Eurostat sulla veridicità delle statistiche nazionali.