giovedì 8 luglio 2010

Le banche tornano a prestarsi soldi

Ai possessori di un mutuo variabile la notizia non piacerà. Ma il segnale potrebbe invece essere positivo per l’andamento complessivo dell’economia. I tassi interbancari infatti continuano a crescere, confermando una tendenza in corso da alcuni giorni. Ieri l’euribor a tre mesi, base di riferimento per gran parte dei mutui a tasso variabile, è tornato sopra quota 0,80% assestandosi allo 0,802% da 0,797% di martedì. È un livello che non si raggiungeva da circa dieci mesi, ovvero dallo scorso settembre. In rialzo anche il contratto a 1 mese, salito a 0,523% da 0,518% e quello a sei mesi, assestatosi a 1,0650% da 1,0610%.
Secondo molti osservatori il trend al rialzo è strettamente collegato alla scadenza della scorsa settimana, quando le banche hanno dovuto restituire i 442 miliardi che avevano preso a prestito dalla Banca centrale europea un anno fa al tasso fisso dell’1%. A fronte della decisione dell’Eurotower di non riproporre un’asta a 12 mesi, le banche sono evidentemente tornate a rifornirsi di liquidità sul mercato interbancario. Di qui il rialzo dei tassi. In altre parole, il mercato della liquidità torna a non essere più completamente dipendente dalle emissioni della Banca centrale. Il che significa che la ripresa sta muovendo i suoi primi passi.
Il costo a cui le banche si prestano il denaro resta comunque su valori molto bassi rispetto alla media storica. E, soprattutto, molto lontani da quelli toccati all’inizio della crisi nel 2008. tanto per avere un’idea basti pensare che l’euribor nell’ottobre del 2008 aveva raggiunto la spaventosa soglia del 5,11%. Una percentuale che non si vedeva dal dicembre del 2000.
Per le famiglie che tutti i mesi devono fare i conti la rata del mutuo, insomma, non dovrebbe esserci troppo da allarmarsi. Il movimento dell’euribor sembra per ora molto lento e, soprattutto, finalizzato a riavvicinarsi al tasso ufficiale della Bce che è all’1%.
Del resto, stando all’ultimo rapporto mensile dell’Abi, il tasso medio sui prestiti in euro alle famiglie per l’acquisto di abitazioni ha raggiunto a maggio il minimo storico del 2,58%.
Il calcolo effettuato dall’associazione bancaria sintetizza l’andamento dei tassi fissi e variabili ed è influenzato anche dalla variazione della composizione fra le erogazioni in base alla tipologia di mutuo. Non si tratta dunque di un andamento solo legato al livello dell’euribor. Il risultato è comunque tranquillizante. A maggio ci sono infatti 2 punti base in meno rispetto al mese precedente e addirittura 117 punti base in meno rispetto a maggio 2009.
Malgrado i tassi ai minimi i mutui hanno subito pesantemente l’impatto della crisi. I prestiti per l’acquisto delle abitazioni in Italia sono ammontati nel 2009 a 32.992 milioni di euro contro i 41.732 milioni del 2008. 
Anche l’Istat qualche tempo fa ha certificato la frenata dei prestiti registrando nel 2009 758.679 stipule complessive, con un calo del 2,7% rispetto all’anno precedente.
Qualcosa, però, sta cambiando. Nei primi quattro mesi del 2010, secondo i dati dell’Abi, i mutui sottoscritti dalle famiglie italiane hanno raggiunto i 12.261 milioni, in aumento rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno, quando ammontavano a 10.791 milioni.

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mercoledì 7 luglio 2010

Troppi cellulari sul web. La rete rischia il collasso

La rete mobile è vicina al collasso mentre quella in fibra ottica non riesce neppure a partire. L’unica buona notizia arrivata ieri dalla relazione annuale di Corrado Calabrò è che in 15 anni le tariffe sono scese del 31%. Con una dinamica che ci vede ai primi posti in Europa. In testa alle classifiche siamo anche, inutile dirlo, per il possesso di telefonini. In particolare per i nuovi smartphone, con cui è possibile navigare e scaricare dati dalla rete. Gli utenti in Italia hanno addirittura raggiunto i 15 milioni (+11% sul 2009), contro gli 11,1 del Regno Unito, i 9,9 della Spagna, gli 8,4 della Germania e i 7,1 della Francia. Risultato: la rete rischia di non farcela a gestire il volume di dati che ogni giorno partono e arrivano dai telefonini.
Ed ecco il paradosso, mentre l’Italia è il secondo Paese europeo per diffusione della banda larga mobile, quella fissa non vuole saperne di decollare. Secondo i dati diffusi ieri dal presidente dell’authority per le tlc siamo ben «sotto la media Ue». Per la precisione al diciassettesimo posto, con il 20,6% della popolazione  raggiunta da collegamenti veloci al web rispetto al 24,8% del Vecchio continente. Non va affatto meglio per il numero di famiglie connesse a internet: qui l’Italia scende addirittura al ventiduesimo posto in Europa, con un 53% rispetto ad una media del 65 per cento.
Le uniche eccellenze citate dal presidente riguardano la Lombardia e la Provincia di Trento, dove la società Open Gate Italia sta realizzando insieme a Trentino Network una rete in fibra ottica di 750 chilometri. Ma i valori nazionali sono bassissimi anche per quello che riguarda «la diffusione degli acquisti online e il contributo dell’Ict al pil». In altre parole, il nostro Paese è il fanalino di coda nel commercio e nei servizi elettronici. La quota di esportazioni legate all’Ict è pari al 2,2%. Un valore «che relega l’Italia al penultimo posto in Europa».
Il problema è antico, ma la soluzione non sembra essere neanche all’orizzonte. Anzi, la guerra che negli ultimi mesi si è scatenata tra l’ex monopolista Telecom e gli operatori alternativi sulla rete di nuova generazione (Ngn) potrebbe addirittura allontanare ulteriormente l’obiettivo. È questo il principale allarme lanciato da Calabrò, che ha invitato le società non solo a passare dai progetti ai fatti, «serve concretezza», ma soprattutto ad evitare inutili «duplicazioni». Allo stato attuale, ha infatti denunciato il presidente dell’authority, «c’è una parziale sovrapposizione delle aree geografiche d’intervento, senza coordinamento delle opere di posa». Tutt’altra dovrebbe essere la strada per non perdere di vista il traguardo europeo del 50% della popolazione raggiunta dalla banda larga entro il 2020. Bisogna puntare a un «progetto Italia» che «eviti costose duplicazioni delle infrastrutture civili e faccia fare al Paese il salto di qualità di cui ha bisogno». Per il cambio di passo, ha proseguito Calabrò, serve un’agenda digitale «su misura». Un piano in cui ognuno dovrà rimboccarsi le maniche. L’Autorità farà la sua parte con le regole per l’accesso, ma è necessario anche un «organico disegno legislativo che componga ed essenzializzi molteplici misure». Insomma, come ha spiegato il presidente della Camera, Gianfranco Fini, manca un «progetto Paese».
Gli operatori alternativi (Vodafone, Wind, Fastweb e Tiscali) hanno risposto subito all’appello. «Siamo pronti a partire non appena governo e Agcom ci metteranno in condizione di farlo», ha detto l’ad di Wind, Luigi Gubitosi. Anche per l’ad di Vodafone Italia, Paolo Bertoluzzo, occorrono regole certe. Ma il concetto importante, secondo il manager, è quello richiamato con forza da Calabro di “fiber nation”: «È fondamentale unire le forze». Nessun problema, a quanto pare, per Franco Bernabé: «Siamo assolutamente disponibili ad una sinergia sulle infrastrutture». Anche se, replica l’ad di Telecom, «il nostro piano è coerente con l’agenda europa».
La bontà delle intenzioni si verificherà molto presto. Il viceministro alle Comunicazioni, Paolo Romani, ha convocato un nuovo tavolo sulla rete Ngn con tutti gli operatori per il 19 luglio. Quella potrebbe essere l’occasione per trasformare le parole in fatti.

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Tlc, l’incubo di Calabrò a Roma è già realtà

Per recuperare il ritardo italiano nella banda larga e puntare a raggiungere gli obiettivi posti dall’Agenda europea sul digitale servono «piani operativi» per la nuova rete di telefonia da parte degli operatori che dovrebbero evitare «costose duplicazioni» e dar vita ad un Progetto Italia.
Ieri, dopo la bacchettata lanciato da Corrado Calabrò durante la presentazione della relazione annuale dell’authority per le Tlc, tutte le società si sono affrettate a dichiarare la propria disponibilità a collaborare. Anche l’ad di Telecom, Franco Bernabé,  ha assicurato che sulla banda larga ultraveloce ci può essere sinergia.
Eppure, solo qualche settimana fa l’ex monopolista e gli operatori alternativi (Vodafone, Wind, Fastweb e Tsicali) si contendevano Roma quartiere per quartiere in una gara a chi cablava più famiglie con la fibra ottica.
Telecom aveva annunciato l’avvio di un piano per collegare 15mila abitazioni in Prati, per poi passare entro la fine dell’anno ad 80mila, coinvolgendo le zone Belle Arti, Appia e Pontelungo.
Mentre Fastweb, Wind e Vodafone rispondevano con una sperimentazione nell’area di Collina Fleming con l’obiettivo di collegare 7.400 abitazioni alla Ngn (rete di nuova generazione) entro luglio.
Non sappiamo se gli abitanti dei quartieri finiti nel mirino abbiano effettivamente a casa la banda larga. Di sicuro, però, quello che è successo nella Capitale è esattamente quello che ieri ha denunciato Calabrò come uno degli ostacoli al progetto per realizzare la nuova rete in Italia. E cioè «la parziale sovrapposizione delle aree geografiche d’intervento, senza coordinamento delle opere di posa».

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martedì 6 luglio 2010

Un volo da 10 miliardi per Alitalia

Se è vero, come ha detto Roberto Colaninno qualche tempo fa, che «la vera partita si giocherà nel 2011», l’accordo firmato ieri potrebbe essere un tassello importante nel destino di Alitalia. La ex compagnia di bandiera ha infatti ufficializzato l’ingresso nella joint venture transatlantica insieme ad Air France-Klm e a Delta Air Lines. Lanciata nel 2009, l’alleanza potrà ora contare sul controllo del 26% circa dell’intera capacità aerea transatlantica, con ricavi annui stimati per oltre 10 miliardi di dollari. Le quattro compagnie partner condivideranno, almeno fino al 31 marzo del 2022, costi e ricavi delle proprie rotte attraverso l’Oceano. Per Alitalia, ha spiegato l’ad Rocco Sabelli, significa un impatto positivo sui conti, «nell’arco dei prossimi 2-3 anni, di 50 milioni in termini di reddito operativo».

Network integrato
Per i passeggeri significa un accesso privilegiato al più grande network transatlantico al mondo con quasi 250 voli e 55 mila posti offerti al giorno, che oggi comprendono 20 voli giornalieri tra 5 scali negli Stati Uniti e gli aeroporti di Fiumicino e di Malpensa. Roma si unisce ad Amsterdam, Atlanta, Detroit, Minneapolis, New York Jfk, Parigi Charles De Gaulle, quale hub principale della joint venture, con ulteriori collegamenti transatlantici da Cincinnati, Milano Malpensa, Memphis e Salt Lake City. Dovunque, i diritti di traffico lo consentano, le compagnie offriranno collegamenti in code share tra gli Usa e l’Unione, e in molti casi ci saranno collegamenti tra gli scali europei e statunitensi perfettamente integrati tra le quattro aerolinee.
Il perimetro geografico della joint venture include tutti i voli tra il Nord America e l’Europa, tra Amsterdam e l’India e tra il Nord America e Tahiti. Come ha detto Sabelli, l’alleanza rappresenta il «modello più evoluto di cooperazione tra compagnie nel mondo che va oltre il modello di Skyteam».
Malgrado la grandiosità del progetto, che Sabelli definisce «uno dei pliastri strategici del piano Fenice», l’accordo non sarà ovviamente sufficiente a risolvere tutti i problemi di Alitalia.

Niente aumento
La strada verso il risanamento della compagnia è ancora lunga e non priva di insidie. Qualche settimana fa è stato lo stesso presidente Colaninno a paventare il rischio di un’ulteriore iniezione di risorse fresche da parte dei soci se le cose non dovessero andare bene. L’obiettivo iniziale era infatti il pareggio operativo nel 2010. Il traguardo è stato spostato nel 2011 anche per colpa della crisi internazionale che ha portato difficoltà inattese. Ma la tolleranza di un anno era prevista dal piano ed è quindi, ha detto Colaninno, «tollerabile». Ma se così non fosse, ha aggiunto, «dopo la perdita di 320 milioni accusata nel 2009, Alitalia avrà bisogno di soldi».
La prospettiva non è comunque ancora all’orizzonte. La compagnia ha chiuso il primo trimestre con ricavi a 639 milioni, in crescita rispetto ai 515 milioni del primo trimestre 2009. Anche il risultato operativo (-125 milioni) è migliorato rispetto allo scorso anno (-210 milioni). Al 31 marzo la disponibilità liquida totale risultava di 390 milioni. Su quest’ultimo fronte le cose sono leggermente migliorate. «Al 30 giugno abbiamo 500 milioni di disponibilità finanziarie tra cassa e linee di credito disponibili», ha precisato l’amministratore delegato. Il che vuol dire che, per ora, «non sono previsti aumenti di capitale» e che «i target del piano, aggiornato il 12 maggio scorso, sono raggiungibili».  In ogni caso, ha proseguito, «se azionisti importanti, come Colaninno e Benetton che insieme fanno il 13 o 14% del capitale, si dicono pronti a mettere altri soldi nel caso ve ne fosse bisogno, dov’è il problema? Per me è un segnale di fiducia, una cosa positiva».

La fusione non si fa
Nel secondo trimestre dell’anno, complice anche la nube dell’impronunciabile vulcano islandese, le cose sono andate un po’ meno bene. Nei primi tre mesi il numero di passeggeri era cresciuto del 7% mentre il load factor (coefficiente di riempimento degli aerei) era aumentato di 12,5 punti percentuali, da 52% a 64,5 per cento.
Complessivamente nel semestre le percentuali hanno subito una leggera frenata. L’aumento dei passeggeri si è attestato al 3%, mentre il fattore di riempimento è cresciuto del  9%. In leggera flessione rispetto al primo trimestre anche l’aumento del traffico intercontinentale (+30%) e quello internazionale (14%). Si tratta, in ogni caso, di valori crescenti sul 2009, che dovrebbero far ben sperare e che Sabelli giudica «molto soddisfacenti».
Quanto alle conseguenze dell’accordo, l’ad ha escluso che l’alleanza costituisca una prima tappa verso la fusione con Air France-Klm, già azionista di maggioranza della nuova Alitalia. L’operazione non è «nei nostri piani né nelle nostre prospettive», ha detto Sabelli, cui ha fatto eco il presidente e ad della compagnia franco-olandese Pierre Henri Gourgeon: «Il nostro obiettivo era questo. Ora siamo nella piena collaborazione come era stato programmato».

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La marea nera di Bp intossica anche i titoli. I mercati fanno il tifo per l’intervento di Gheddafi

Potrebbe essere Muammar Gheddafi a salvare i mercati internazionali da un secondo caso Lehman. Fantafinanza? Non proprio. La notizia è che il fondo sovrano libico (Lybian Investment Authority) potrebbe entrare nell’azionariato di British Petrolium. A lasciar trapelare l’indiscrezione è stato il presidente della società petrolifera statale Shokri Ghanem. «Con il prezzo delle azioni dimezzato, Bp è diventata interessante», ha detto al Dow Jones, aggiungendo che il Paese nordarficano ha ancora «fiducia nell’azienda».
La realtà è che il colosso petrolifero è diventato un boccono ghiotto. Dal giorno dell’incidente nel Golfo del Messico, a fine aprile, le azioni del gruppo petrolifero hanno perso circa la metà del loro valore, qualcosa come 100 miliardi del loro valore. Mentre gli sforzi per arginare la marea nera, secondo quanto si legge in una nota diffusa ieri dalla società britannica, sono costati 3,12 miliardi di dollari. Per ora.
Il rischio è che la macchia di petrolio si allarghi e la voragine nei conti di Bp anche. Non è un caso che nei giorni scorsi il colosso petrolifero abbia fatto circolare l’intenzione di aprire il capitale, cedendo una quota del 5-10%, a nuovi investitori. Per Gheddafi si tratta di un buon investimento. Che rientrebbe nella strategia messa in atto negli ultimi mesi di fare acquisti a prezzi scontati tra le società europee.
Per i mercati mondiali, però, l’operazione potrebbe essere una vera e propria ancora di salvezza. Si è finora sottovalutata, infatti, la quantità di liquidità del mondo finanziario globale che dipende dalla solvibilità della Bp. Al centro della questione ci sono i soliti derivati. La società britannica, come quasi tutte le grandi compagnie petrolifere, ha un peso smisurato sul mercato dei prodotti strutturati. La Bp può infatti emettere  derivati, fornendo garanzie molto più affidabili di quelle che possono vantare le grandi banche, beni reali, gas e barili di petrolio contenuti nei giacimenti sottosuolo della multinazionale sparsi in tutto il mondo.
Ora, se British petroleum dovesse perdere la sua reputazione di buon pagatore o, nella peggiore delle ipotesi, avviarsi verso il fallimento, tutto il sistema di derivati a lungo termine legati al greggio e ai gas naturali rischierebbe di esplodere con violenza inaudita. Per avere un’idea della deflagrazione basti pensare che a metà del 2009, secondo i dati diffusi recentemente dalla banca dei regolamenti internazionali, il mercato dei prodotti Otc (over the counter, non quotati) ha raggiunto complessivamente la mostruosa cifra di 615mila miliardi di dollari.
Ben venga dunque Gheddafi e il suo fondo sovrano. Bp ha già accantonato (sotto forma di prestiti bancari)  9 miliardi di dollari per fare fronte ai costi e alle passività associate all’incidente. Ma l’oro libico, se le riserve non dovessero bastare, potrebbe essere determinante. L’ipotesi, non a caso, è stata festeggiata dai mercati, che ieri hanno spinto il titolo in Borsa su del 3,5%, con oscillazioni nel corso della seduta fino al 10%.

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lunedì 5 luglio 2010

Tutti contro Azzollini, re degli emendamenti gaffe

La vicenda è finita in tempo reale anche su Wikipedia. Nelle ultime righe della sua biografia si legge: «Nel 2010 ha depositato in commissione Bilancio al Senato un emendamento che prevede la riduzione delle tredicesime per le forze di polizia, i vigili del fuoco, i magistrati, i professori e i diplomatici». Un’informazione aggiunta in fretta, venerdì sera, ancor prima che il povero Antonio Azzollini fosse letteralmente sommerso dai rimbrotti e dalle critiche di opposizione, sindacati, categorie e di tutto lo stato maggiore del PdL, compreso Silvio Berlusconi: «Non ci sarà alcuna norma sulle tredicesime». Per il presidente della commissione Bilancio è il secondo scivolone in poche ore, o meglio il secondo “refuso”, come ormai tutti lo definiscono dopo la frettolosa correzione dell’emendamento sulle pensioni. Ma lui, in fondo, non si scompone più di tanto. «Era un’opzione», ha spiegato serafico, «se non ci sarà, non ci sarà». Del resto, Azzollini non è tipo da lasciarsi scoraggiare. Ne ha viste troppe nella sua Molfetta per farsi turbare da qualche polemica. Quando nel 1992, dopo aver militato nel Pdup, nei Verdi e, infine, nel Pci-Pds, salì sul carro della giunta di “unità” guidata dall’ex Dc Annalisa Altomare, il partito lo cacciò su due piedi. Lui si giustificò con l’emergenza della situazione: il precedente sindaco era stato tragicamente ucciso a fucilate per aver negato l’autorizzazione ad un concerto di Nino D’Angelo. Da allora, quella di Azzollini è una carriera in continua ascesa. Si mette in mostra negli ambienti cattolici della città, finché, nel 1994, non si schiera con il Cavaliere. La sfida elettorale con Giuseppe Ayala finisce male, ma Azzollini approda comunque al Senato con i “resti” della quota proporzionale. Le cronache narrano che a chi gli contesta il passato da comunista, risponde: «... non potevo rimanere ucciso ideologicamente sotto le macerie del muro». Dal ’96 siede a Palazzo Madama,  ma da diversi anni si divide tra il Senato e Molfetta, dove è sindaco. Qualcuno lo critica per non aver lasciato la guida di una città con più di 60mila abitanti. Ma lui sostiene di riuscire a fare tranquillamente il senatore, il sindaco e pure il presidente della Bilancio. Gli scivoloni e le stranezze sono il suo “pane”. Cui Azzollini ama aggiungere la crema di gianduia, al punto che nella campagna elettorale del 2008 tra le promesse c’era quella di un Nutella party per i bambini. Rieletto sindaco, il Tar minaccia di sciogliere la giunta per la mancanza di donne nell’esecutivo. Un problema? Macché. Dopo un paio di ricorsi persi e un anno di attesa, la donna arriva. Bastava chiedere.
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A Piazza Affari bruciati 90 miliardi in sei mesi

Novanta miliardi di euro. È questo il bottino della crisi a Piazza Affari. Soldi che le imprese quotate hanno bruciato in soli sei mesi di contrattazioni borsistiche. A cedere sotto i colpi del mercato sono state principalmente le società più grandi. Dall’inizio dell’anno l’Ftse Mib, l’indice dei titoli a maggiore capitalizzazione, ha perso il 19%. Ma la bufera ha travolto anche le medie e piccole. L’Ftse All Share, che raccoglie tutte le società presenti a Piazza Affari, ha lasciato sul terreno il 17 per cento.
Percentuali che, tradotte in euro, danno appunto il conto salato dei 90 miliardi. Il valore delle società quotate a Piazza Affari è infatti passato dai 480 miliardi di euro di gennaio, agli attuali 393 miliardi. Con un perdita di circa un quinto della capitalizzazione complessiva.
I sei mesi turbolenti, segnati dall’assalto degli speculatori, dal panico degli investitori e dalle difficoltà dei governi nel rimettere in sesto i conti pubblici, hanno pesato complessivamente su tutta l’Europa. L’indice delle principali società del Vecchio Continente (il Dj Stoxx 600) ha infatti chiuso il semestre in flessione dell’8%. E gli effetti della bufera economico-finanziaria si sono fatti sentire anche Oltreoceano, con Wall Street che nell’ultimo trimestre è scivolata del 10 per cento. Ma il calo vistoso di Piazza Affari resta una delle peggiori performance anche confrontandola con l’andamento dei listini di Paesi considerati molto più a rischio del nostro come Lisbona (-17,7%) e Dublino (-8,2%).
Peggio di Milano in Europa hanno fatto solo Madrid (-23,8%) ed Atene (-38,7%), che hanno registrato crolli pesantissimi. Per il resto, Parigi ha chiuso i sei mesi a -16,5%, mentre Londra ha perso il 12%. L’unica che ha tenuto è la piazza di Francoforte. La maggiore solidità dell’economia tedesca si è riflessa anche sull’andamento del Dax (il principale indice borsistico), che tra gennaio e luglio ha perso soltanto il 3,5 per cento.
La flessione media del listino di Piazza Affari nasconde, chiaramente, singoli ribassi ben più significativi. Tra le società più grandi la maglia nera spetta ad Italcementi, che nei sei mesi ha perso il 38,6%, seguita da Unipol (-37,2) e Fondiaria-Sai (-32,7%). Male anche le banche, a partire da Intesa (-31,9) e la Popolare di Milano (-31,3).
Ma i veri record si trovano tra i titoli a minore capitalizzazione, dove alcune società hanno registrato nei sei mesi perdite vertiginose. Telecom Italia media, ad esempio, ha bruciato in Borsa addirittura il 68% del suo valore, mentre Stefanel si è fermata ad un meno 57,8%.  Che la situazione non  sia stata facile per nessuno lo dimostra però la lista dei migliori dell’Ftse Mib, dove in settima posizione troviamo Exor, che ha comunque perso nei sei mesi lo 0,07 per cento.
Pur con il mare in burrasca c’è chi ha voluto lo stesso avviare la navigazione. A sfidare le intemperie dei mercati, mentre altre società come Moby o Kos facevano marcia indietro, è stata la piccola Tesmec, società fondata dalla famiglia Caccia Dominioni nel 1951, che si occupa di soluzioni per la costruzione e la manutenzione di reti elettriche aeree e interrate e tubi (pipeline).
Il presidente e amministratore delegato, Ambrogio Caccia Dominioni, ha affrontato l’avventura con coraggio: «Il fatto che siamo soli ad andare avanti potrebbe essere un’opportunità». L’ottimismo finora non è bastato. Lo sbarco a Piazza Affari di giovedì scorso è partito con una sospensione del titolo per eccesso di ribasso. Nel corso della seduta il titolo è riuscito a fare prezzo lasciando però sul terreno il 6,6%. Venerdì le cose non sono andate meglio (-7,2%), ma potrebbero farlo domani alla riapertura delle Borse.
Non a tutti, del resto, è andata male. Soprattutto tra i piccoli, i cui titoli oscillano maggiormente, c’è chi non si può davvero lamentare. Gli azionisti di Ternienergia e Marcolin ad esempio hanno potuto festeggiare la chiusura del semestre con rialzi mostruosi rispettivamente del 98,9% e 89,9 per cento.

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sabato 3 luglio 2010

Tagli alle tredicesime di poliziotti e pm

Forse non è l’emendamento annunciato un paio di giorni fa da Giulio Tremonti. Certo è che per i magistrati, a poche ore dalla conclusione dello sciopero, una sorpresa è arrivata. Una sopresa natalizia, malgrado il calo torrido, visto che in ballo ci sono le tredicesime. A prevedere la sforbiciata sulla mensilità aggiuntiva della retribuzione è un emendamento presentato ieri sera dal relatore della manovra Antonio Azzollini. Pm e giudici non saranno da soli. Accanto a loro c’è l’intero comparto della sicurezza (poliziotti, militari, vigili del fuoco), nonché i professori universitari, i ricercatori e i diplomatici. Per tutti il testo prevede la possibilità di una riduzione delle tredicesime al fine di «assicurare risparmi di spesa».
Una beffa? Non del tutto. La proposta è infatti collegata, nel rispetto del principio tremontiano dei “saldi e dei soldi invariati”, ad una rimodulazione del congelamento degli stipendi della Pa. Le retribuzioni dei pubblici dipendenti nel 2011, 2012 e 2013 non potranno superare quelli del 2010. Un emendamento di Azzollini apre però una piccola finestra: il blocco sarà «al netto degli effetti derivanti da eventi straordinari della dinamica retributiva, ivi incluse le variazioni dipendenti da eventuali arretrati, conseguimento di funzioni diverse in corso d’anno, fermo in ogni caso quanto previsto dal comma 21, terzo e quarto periodo, per le progressioni di carriera comunque denominate, maternità, malattia, missioni svolte all’estero, effettiva presenza in servizio».
In altre parole, chi riceve una promozione o è in attesa di una gratifica arretrata, potrà derogare al blocco. A pagare per lo sforamento di spesa conseguente sarà il personale «di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001 numero 165», ovvero, tra gli altri, magistrati ordinari, amministrativi e contabili, avvocati e procuratori dello Stato, personale militare e delle Forze di polizia, personale della carriera diplomatica e della carriera prefettizia. La tredicesima mensilità spettante a queste categorie, si legge nel testo, «può essere ridotta con decreti non regolamentari su proposta dei ministri competenti di concerto con il ministero dell’Economia e delle Finanze; con decreti è fissata la percentuale di riduzione necessaria ai fini del conseguimento del predetto risparmio di spesa».
L’unica eccezione, manco a dirlo, sarà proprio per le toghe. Per i magistrati, infatti, il decreto che stabilirà l’entità dei tagli sarà emanato «su conforme delibera degli organi di autogoverno». Vale a dire che senza il placet del Csm nessuno potrà tagliare niente.
Novità in vista anche per il settore farmaceutico. I tagli per il settore previsti dalla manovra  saranno spalmati su tutta la filiera e non riguarderanno solo le farmacie e i grossisti ma anche le aziende. L’emendamento presentato da Azzollini prevede anche l’adeguamento a partire dal 2011 del prezzo dei farmaci equivalenti alla media dei prezzi europea che è più bassa rispetto a quella italiana. Viene inoltre prevista l’apertura di un tavolo di confronto tra il ministero della Salute, dell’Economia, dell’Aifa e delle associazioni di categoria per introdurre una remunerazione fissa per tutti i tipi di farmaci e non più proporzionale al loro costo come avviene attualmente. In particolare, l’emendamento del relatore stabilisce che «la quota minima spettante per i farmaci di classe A (tutti i farmaci gratuiti per i cittadini) scende dal 6,65% al 3% per i grossisti, mentre aumenta dal 26,7% al 30,35% per i farmacisti. Entro 60 giorni dall’approvazione della legge, poi, dovrà partire un tavolo tecnico per la revisione dei criteri di remunerazione della spesa farmaceutica secondo questi criteri: «Estensione delle modalità di tracciabilità e controllo a tutte le forme di distribuzione dei farmaci; possibilità di introduzione di una remunerazione della farmacia basata su una prestazione fissa in aggiunta a una ridotta percentuale sul prezzo di riferimento del farmaco, che, stante la prospettata evoluzione del mercato farmaceutico, garantisca una riduzione della spesa per il Servizio sanitario nazionale».
Infine, entra in manovra la mini-naja. Un altro emendamento del relatore prevede l’introduzione per i giovani di corsi brevi, non superiori a tre settimane da svolgersi presso «reparti delle Forze armate». Si tratta di una novità introdotta «in via sperimentale per un triennio». I corsi sono «intesi a fornire», si legge nell’emendamento, «le conoscenze di base riguardanti il dovere costituzionale di difesa della Patria, le attività prioritarie delle Forze armate, in particolare delle missioni di pace a salvaguardia degli interessi nazionali».

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venerdì 2 luglio 2010

Il controllo dell’Eni passa alla Cdp

Nei prossimi mesi a Via XX Settembre balleranno circa 10 miliardi. Con la conseguenza imprevista che il controllo dell'Eni passerà alla Cassa depositi e prestiti. È la partita di giro con cui Giulio Tremonti ha messo la parola fine al lungo braccio di ferro con l'Antitrust. Un contenzioso partito nel 2005 e reso via via più pressante dalle sentenze del Tar prima e del Consiglio di Stato poi.
Oggetto del contendere, la compresenza in pancia alla Cdp (controllata al 70% dal Tesoro e al 30% da 65 Fondazioni bancarie) di pacchetti azionari di Terna (il 29,9%) e di Enel (il 17,3%). Una convivenza inopportuna secondo l'Autorità guidata da Antonio Catricalà, che l'anno scorso considerata la situazione difficile dei mercati aveva concesso a Via XX Settembre 12 mesi di proroga.
L'attesa non è però stata vana. Il ministro dell'Economia ha infatti spiazzato tutti con un'operazione ben più ampia del previsto. Ci si aspettava una cessione di una quota sufficiente a far scendere la partecipazione dell'Enel sotto la soglia di quella di Terna. Invece, il cda della Cassa presieduto da Franco Bassanini ha deliberato ieri mattina (ultimo giorno utile per non incappare nelle ire dell'Antitrust) la vendita non solo dell'intero pacchetto di azioni del colosso energetico, ma anche delle partecipazioni detenute in Poste Italiane (il 35%) e di StMicroeletronics (il 13,7% controllato attraverso il 50% di Stm Holding).
In un colpo solo la spa guidata dal neo ad di fede "bazoliana" voluto da Tremonti, Giovanni Gorno Tempini, ha fatto piazza pulita di tre delle cinque principali partecipazioni azionarie. Tradotto in cifre, secondo il valore iscritto a bilancio dalla Cdp, si tratta complessivamente di circa 9,7 miliardi. Quote che nel 2009 hanno portato nelle casse della spa pubblica 405 milioni di dividendi.
Cifre che dovrebbero rientrare in tempi ragionevoli attraverso quello che in gergo tecnico viene definito "swap" con azioni dell'Eni. L'entità dello scambio sarà oggetto di valutazione nei prossimi mesi. La Cdp ha infatti annunciato la nomina di un advisor indipendente che si occuperà della questione.
Facendo due calcoli a spanne e considerando che l'attuale quota del 9,9% dell'Eni detenuta dalla cassa è iscritta a bilancio per 7,1 miliardi è facile ipotizzare che la percentuale si aggirerà tra il 12-15% del Cane a sei zampe. Il che significa che al Tesoro rimarrà una mini-partecipazione tra il 5 e l'8%, mentre la Cassa diventerà il vero azionista di controllo con una quota che potrebbe sfiorare il 25 per cento.
Dalla spa guidata da Bassanini e Gorno Tempini fanno sapere che è stata colta l'occasione dell'obbligo Antitrust per dare il via ad una razionalizzazione complessiva delle partecipazione con l'obiettivo di mantenere e rafforzare quelle più vicine alla mission della Cdp, ovvero gli investimenti in reti e in infrastrutture. Ma l'operazione studiata dal Tesoro sembra andare ben oltre il semplice riassetto del portafoglio.
Per quanto riguarda l'Eni si tratta di un passaggio significativo. Il controllo di una delle principali aziende strategiche italiane finisce infatti per la prima volta in mano ad un soggetto misto pubblico-privato, con le Fondazioni guidate dal battagliero presidente dell'Acri nonchéè grande azionista di Intesa Sanpaolo (attraverso la Fondazione Cariplo), Giuseppe Guzzetti, che potrebbero voler dire la loro sulle operazioni rilevanti e sugli indirizzi industriali.
Non solo. Il trasferimento di quote potrebbe anche creare problemi all'annunciata cessione da parte dell'Eni del gasdotto europeo Tag proprio alla Cdp. Una cessione imposta dall'Antitrust Ue per garantire il rispetto della concorrenza tra i vari operatori che utilizzano il metanodotto che dalla Russia, attraverso l'Austria, arriva fino in Italia. Si accontenterà Bruxelles di un'operazione in cui venditore e acquirente praticamente coincidono? Senza contare la questione della definizione del prezzo (circa 800 milioni), finora considerato da Bassanini il vero nodo da sciogliere per dare il via all'operazione. Chi sarà ora a stabilirlo?
Non meno implicazioni si nascondono dietro la cessione di Poste.
Va infatti ricordato che la Cdp, oltre al 35% del capitale, possiede una convenzione con la società guidata da Massimo Sarmi per la distribuzione dei buoni fruttiferi e dei libretti postali. Un business enorme, con una raccolta che nel 2009 ha sfiorato complessivamente i 190 miliardi, finito più volte nel mirino della Ue per violazioni delle norme sugli aiuti di Stato. Ora le Poste, proprio alle porte della liberalizzazione del settore prevista per il 2011, torneranno interamente in mano pubblica.

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I governatori: «La manovra è peggiorata»

Questa volta, niente assalti alla diligenza. La manovra non sarà ancora oggetto di negoziazione in Parlamento. «Il Paese può stare tranquillo», ha assicurato Giulio Tremonti durante l’incontro a Palazzo Madama con i senatori del Pdl, la finanziaria uscirà dalle Camere «a soldi e saldi invariati».
La notizia è piaciuta poco ai governatori che non hanno neanche apprezzato il compromesso tentato in commissione dal relatore Antonio Azzollini con l’emendamento che concede più autonomia agli enti territoriali sulla distribuzione dei tagli. «La proposta di modifica è una pezza peggiore del buco», tuona Roberto Formigoni, che resta convinto di dover interloquire direttamente con il premier. «C’è una persona che vale di più di un sottosegretario e di un ministro e confidiamo in quello che ha detto realmente questa persona», spiega il governatore della Lombardia riferendosi a Silvio Berlusconi. E un incontro col premier viene invocato anche dal presidente della conferenza delle Regioni, Vasco Errani, e da quello dell’Anci, Sergio Chiamparino. Persino i cinque governatori del Sud che continuano a sostenere la linea del dialogo ammettono, come fa il presidente del Lazio Renata Polverini, che l’emendamento forse non è peggiorativo, «ma di certo non aiuta».
E a Umberto Bossi, che in serata ha parlato di «pace scoppiata» tra il ministro dell’Economia e le regioni, risponde per le rime Errani: «La pace vera arriverà solo nel momento in cui il governo si renderà disponibile a rivedere i tagli».
Tutt’altra, per ora, l’intenzione di Tremonti, che invece sta studiando modi per recuperare risorse aggiuntive. Il ministro ha confermato che sulle banche non ci saranno tasse, ma si è detto disponibile a valutare idee per un eventuale intervento sulle assicurazioni. Il titolare di Via XX Settembre ha parlato delle asimmetrie delle tariffe tra Italia ed Europa, aggiungendo che «se c’è una proposta sulle assicurazioni sono disposto a prenderla in esame». Qualsiasi risorsa andrebbe comunque ad aggiungersi ai risparmi e non a finanziare nuove misure. Il ministro ha poi ribadito l’intenzione di andare avanti sulla semplificazione delle procedure che gravano sulle piccole imprese, ma non ha sciolto il nodo sul tipo di strumento legislativo da adoperare. In serata Tremonti è tornato sui tagli alle regioni. A modo suo: «Pensiamo che ci sia un buon emendamento nella manovra, pensiamo che ci sia spazio per la discussione responsabile e seria».

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