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venerdì 17 febbraio 2012

Intesa non paga i debiti di Monti

Non è la prima banca che scappa dall’Italia, ma la mossa di Morgan Stanley, che il 3 gennaio ha chiesto al Tesoro di chiudere alcune posizioni aperte in prodotti derivati, con un esborso di 2,56 miliardi, lascia qualche dubbio in più. Via XX settembre avrebbe infatti tentato di mollare la patata bollente a Banca Imi (gruppo Intesa), chiedendole di prendersi in carico il pacchetto di derivati. L’istituto, però, secondo quanto risulta a Libero, si è ben guardato dall’accettare e si è cortesemente sfilato dall’operazione, malgrado i buoni rapporti con un governo dove siede l’ex ad Passera. La puzza di bruciato aumenta. Ed è arrivata fino in Parlamento, dove il deputato del Pdl Marcello De Angelis ha già presentato un’interrogazione urgente al governo.

© Libero

martedì 6 luglio 2010

La marea nera di Bp intossica anche i titoli. I mercati fanno il tifo per l’intervento di Gheddafi

Potrebbe essere Muammar Gheddafi a salvare i mercati internazionali da un secondo caso Lehman. Fantafinanza? Non proprio. La notizia è che il fondo sovrano libico (Lybian Investment Authority) potrebbe entrare nell’azionariato di British Petrolium. A lasciar trapelare l’indiscrezione è stato il presidente della società petrolifera statale Shokri Ghanem. «Con il prezzo delle azioni dimezzato, Bp è diventata interessante», ha detto al Dow Jones, aggiungendo che il Paese nordarficano ha ancora «fiducia nell’azienda».
La realtà è che il colosso petrolifero è diventato un boccono ghiotto. Dal giorno dell’incidente nel Golfo del Messico, a fine aprile, le azioni del gruppo petrolifero hanno perso circa la metà del loro valore, qualcosa come 100 miliardi del loro valore. Mentre gli sforzi per arginare la marea nera, secondo quanto si legge in una nota diffusa ieri dalla società britannica, sono costati 3,12 miliardi di dollari. Per ora.
Il rischio è che la macchia di petrolio si allarghi e la voragine nei conti di Bp anche. Non è un caso che nei giorni scorsi il colosso petrolifero abbia fatto circolare l’intenzione di aprire il capitale, cedendo una quota del 5-10%, a nuovi investitori. Per Gheddafi si tratta di un buon investimento. Che rientrebbe nella strategia messa in atto negli ultimi mesi di fare acquisti a prezzi scontati tra le società europee.
Per i mercati mondiali, però, l’operazione potrebbe essere una vera e propria ancora di salvezza. Si è finora sottovalutata, infatti, la quantità di liquidità del mondo finanziario globale che dipende dalla solvibilità della Bp. Al centro della questione ci sono i soliti derivati. La società britannica, come quasi tutte le grandi compagnie petrolifere, ha un peso smisurato sul mercato dei prodotti strutturati. La Bp può infatti emettere  derivati, fornendo garanzie molto più affidabili di quelle che possono vantare le grandi banche, beni reali, gas e barili di petrolio contenuti nei giacimenti sottosuolo della multinazionale sparsi in tutto il mondo.
Ora, se British petroleum dovesse perdere la sua reputazione di buon pagatore o, nella peggiore delle ipotesi, avviarsi verso il fallimento, tutto il sistema di derivati a lungo termine legati al greggio e ai gas naturali rischierebbe di esplodere con violenza inaudita. Per avere un’idea della deflagrazione basti pensare che a metà del 2009, secondo i dati diffusi recentemente dalla banca dei regolamenti internazionali, il mercato dei prodotti Otc (over the counter, non quotati) ha raggiunto complessivamente la mostruosa cifra di 615mila miliardi di dollari.
Ben venga dunque Gheddafi e il suo fondo sovrano. Bp ha già accantonato (sotto forma di prestiti bancari)  9 miliardi di dollari per fare fronte ai costi e alle passività associate all’incidente. Ma l’oro libico, se le riserve non dovessero bastare, potrebbe essere determinante. L’ipotesi, non a caso, è stata festeggiata dai mercati, che ieri hanno spinto il titolo in Borsa su del 3,5%, con oscillazioni nel corso della seduta fino al 10%.

© Libero