Al principio fu creato l'universo. Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa. (Douglas Adams)
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martedì 23 agosto 2011
Le Borse si godono la disfatta di Gheddafi. L’Eni sente profumo di petrolio
Le notizie rimbalzano da Tripoli a Rimini, dove i vertici delle principali aziende italiane, tra una conferenza e l’altra, gironzolano tra gli stand del Meeting di Cl. L’ottimismo sembra dettare la linea. Malgrado la situazione in Libia sia ancora fluida ed incerta, tutti già festeggiano. L’ad di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, dice di aver «parlato con Bengasi» e assicura che «i contratti in essere verrano rispettati». «Si riapre un mercato importante», dice il presidente dell’Eni, «che serviva a garantire il fabbisogno italiano di energia». E il fatto che succeda prima dell’inverno, continua, «è una cosa positiva». L’Enel, con l’ad Fulvio Conti, si dichiara addirittura pronto a valutare «opportunità di investimento» nel Paese nordafricano ora che non c’è più Gheddafi.
lunedì 7 marzo 2011
L'Italia nicchia sulle quote di Gheddafi. "Aspettiamo l'Europa"
La prudenza, come ha detto venerdì lo stesso Silvio Berlusconi, resta ed è massima. Ma l’ipotesi di un congelamento delle quote di Gheddafi nelle società italiane diventa sempre più concreta. «L’Italia aderirà a tutti i tipi e le categorie di sanzioni decisi dall’Onu e dall’Ue», ha detto ieri Franco Frattini, comprese quelle «sulle partecipazioni azionarie».
mercoledì 2 marzo 2011
Incubo sanzioni. Le nostre aziende chiamano Tremonti
Secondo Massimo Ponzellini, presidente di Bpm e Impregilo, le banche e le società italiane che hanno soci libici nel capitale non hanno nulla da temere. D’altra parte la sua Impregilo ha molti affari in Libia, ma nessun azionista. Direttamente coinvolta in un’ipotesi di congelamento delle quote è invece Finmeccanica. I fondi libici hanno un pacchetto del 2% che potrebbe rientrare nelle sanzioni già scattate in Svizzera e Gran Bretagna sulla base della risoluzione dell’Onu. Stesso discorso per Unicredit, che è per oltre il 7% in mano alla finanza di Gheddafi.
venerdì 25 febbraio 2011
La rivolta libica ci è costata 4 miliardi soltanto in Borsa
L’elemosina arrivata da Bruxelles per fronteggiare l’emergenza immigrati fa quasi sorridere. Ancor prima dell’invasione annunciata di centinaia di migliaia (ma secondo qualcuno saranno milioni) di profughi e rifugiati, l’Italia sta già pagando un prezzo altissimo per la crisi libica. L’Eni, come ha ammesso ieri l’ad Paolo Scaroni cercando di rassicurare i mercati, ha più che dimezzato la produzione nel Paese nordafricano passando da 280mila barili equivalenti a 120mila. Ancora più concreto per le tasche degli italiani l’effetto Gheddafi sui prezzi della benzina, che ieri, in particolare nel Mezzogiorno, ha raggiunto picchi di 1,55 euro per la verde e 1,44 euro per il diesel.
giovedì 24 febbraio 2011
I beduini ci tagliano il gas. E il petrolio...
L’unica notizia positiva è che l’Eni ha chiuso la seduta a Piazza Affari, forse anche grazie al misterioso blackout della Borsa per “problemi tecnici” che ha tenuto i terminali spenti fino alle 15.30, limitando le perdite ad uno 0,86%. Per il resto, la situazione peggiora di ora in ora. E il rischio che il fuoco di Tripoli faccia passare all’Italia le ultime settimane d’inverno al freddo è un’ipotesi con cui il governo ha iniziato a fare i conti. A far scattare l’allarme è stata la tempestiva chiusura del maxi gasdotto dell’Eni Greenstream, che porta dalla Libia all’Italia un quantitivo di gas (9,4 miliardi di metri cubi) pari al 10% del nostro intero fabbisogno. Una decisione praticamente obbligata, quella del Cane a sei zampe, dopo l’intensificarsi delle tensioni, la mancanza di personale (i dipendenti della centrale di pompaggio di Mellitha non si sono presentati al lavoro) e, non ultime, le minacce arrivate dalla città di Nalut, nella zona dei monti occidentali libici dove l’infrastruttura comincia il suo cammino.
martedì 22 febbraio 2011
Le bombe di Tripoli colpiscono Piazza Affari
«Seguiamo con attenzione l’evolversi delle tensioni in Libia, però non siamo preoccupati per il gruppo». La tranquillità d’ordinanza ostentata dall’ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, peraltro alla vigilia di un delicato cda, non cambia molto la sostanza dei fatti. E cioè che agli sviluppi della rivolta in Libia è legato il destino di partecipazioni societarie italiane di primo livello.
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giovedì 17 febbraio 2011
Oltre 6 miliardi di utili, un euro di dividendo. Eni fa felici pure i russi
Utili balzati del 44,7% ad oltre 6 miliardi e conferma del dividendo a quota un euro anche per il 2010. Ma anche rafforzamento del legame con i russi sull’asse Libia-Siberia. È stata una giornata intensa, quella di Paolo Scaroni. La mattina passata ad illustrare i conti dell’Eni che hanno sorpreso il mercato con risultati superiori alle stime. Il pomeriggio al vertice con il presidente Dimitri Medvedev per aggiungere un altro tassello alla strategia di espansione sul fronte russo.
giovedì 5 agosto 2010
Unicredit caccia 4.700 dipendenti
L’avanzata di Gheddafi, lo scivolone sui conti, le tensioni con i sindacati sugli esuberi. Non è un’estate facile quella di Alessandro Profumo, che esce da un inverno altrettanto travagliato. Passato a battagliare con i soci, principalmente le Fondazioni, e la politica, principalmente la Lega, per far digerire il progetto della Banca unica. Ed è proprio su One4C, il piano di accorpamento in Unicredit delle cinque società controllate, che si profila ora la grana più grossa. Non è un caso che i vertici di Piazza Cordusio abbiano aspettato fino all’ultimo via libera definitivo (arrivato all’unanimità dal cda di martedì) per alzare il velo sulla bomba esuberi. Separare gli aspetti tecnico-organizzativi dai tagli era probabilmente l’unico modo di far arrivare in porto il progetto. La strategia ha permesso all’ad di Unicredit di sciogliere i nodi legati alle resistenze di alcuni grandi soci e di ottenere persino il consenso di massima dagli stessi sindacati.
Che il problema, prima o poi, dovesse essere affrontato era però chiaro. Già lo scorso novembre, quando la banca unica muoveva i suoi primi passi, si era rumoreggiato di un blocco di esuberi tra le 6 e le 7mila unità. Ieri, con il traguardo del primo novembre (data di partenza del progetto) bene in vista, è arrivato il verdetto definitivo: il piano richiede il sacrificio di 4.700 posti di lavoro nel triennio 2011-2013.
Una mazzata per i sindacati, che hanno subito denunciato l’effetto Marchionne. «Delle due l’una», ha tuonato il segretario generale della Fabi, Lando Sileoni, o Profumo pensa di farsi un contratto nazionale a parte oppure ha deciso di imporre al settore del credito il modello organizzativo che ha presentato alle organizzazioni sindacali». Il risultato è la promessa, per settembre, di «un aspro e duro confronto» su un modello «che dal 2007 ad oggi ha prodotto la fuoriuscita dal gruppo di 10mila lavoratori». In campo, vista l’entità dei tagli, è pronto a scendere anche il governo. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha bloccato preventivamente qualsiasi blitz sui tagli. «Sarà doveroso un confronto approfondito e sono vietati in tutti i modi atti unilaterali», ha detto.
Le cose non vanno molto meglio sul fronte societario. All’indomani di una semestrale poco entusiasmante (con utili in calo e sofferenze in aumento) è arrivata un’altra notizia che non mancherà di suscitare polemiche. I libici sono diventati ufficialmente il primo socio di Unicredit. Ieri la Libyan Investments Autorithy, il braccio finanziario di Gheddafi, ha annunciato di aver portato la partecipazione sopra il 2%, facendo così lievitare l’intera compagine libica intorno al 7%, visto che la Banca Centrale Libica e la Libyan Arab Foreign Bank già sono titolari di un 4,98%. Se a queste percentuali si aggiunge il 4,99% detenuto dal fondo Aabar di Abu Dhabi, la quota complessiva in mano a operatori legati al mondo arabo sale al 12%. Cifra che non farà piacere ad alcuni esponenti della Lega, che già avevano sollevato con forza il problema del collegamento tra banca e territorio proprio in occasione dell’ingresso di Aabar. Anche l’autunno, per Profumo, si preannuncia molto caldo.
© Libero
Che il problema, prima o poi, dovesse essere affrontato era però chiaro. Già lo scorso novembre, quando la banca unica muoveva i suoi primi passi, si era rumoreggiato di un blocco di esuberi tra le 6 e le 7mila unità. Ieri, con il traguardo del primo novembre (data di partenza del progetto) bene in vista, è arrivato il verdetto definitivo: il piano richiede il sacrificio di 4.700 posti di lavoro nel triennio 2011-2013.
Una mazzata per i sindacati, che hanno subito denunciato l’effetto Marchionne. «Delle due l’una», ha tuonato il segretario generale della Fabi, Lando Sileoni, o Profumo pensa di farsi un contratto nazionale a parte oppure ha deciso di imporre al settore del credito il modello organizzativo che ha presentato alle organizzazioni sindacali». Il risultato è la promessa, per settembre, di «un aspro e duro confronto» su un modello «che dal 2007 ad oggi ha prodotto la fuoriuscita dal gruppo di 10mila lavoratori». In campo, vista l’entità dei tagli, è pronto a scendere anche il governo. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha bloccato preventivamente qualsiasi blitz sui tagli. «Sarà doveroso un confronto approfondito e sono vietati in tutti i modi atti unilaterali», ha detto.
Le cose non vanno molto meglio sul fronte societario. All’indomani di una semestrale poco entusiasmante (con utili in calo e sofferenze in aumento) è arrivata un’altra notizia che non mancherà di suscitare polemiche. I libici sono diventati ufficialmente il primo socio di Unicredit. Ieri la Libyan Investments Autorithy, il braccio finanziario di Gheddafi, ha annunciato di aver portato la partecipazione sopra il 2%, facendo così lievitare l’intera compagine libica intorno al 7%, visto che la Banca Centrale Libica e la Libyan Arab Foreign Bank già sono titolari di un 4,98%. Se a queste percentuali si aggiunge il 4,99% detenuto dal fondo Aabar di Abu Dhabi, la quota complessiva in mano a operatori legati al mondo arabo sale al 12%. Cifra che non farà piacere ad alcuni esponenti della Lega, che già avevano sollevato con forza il problema del collegamento tra banca e territorio proprio in occasione dell’ingresso di Aabar. Anche l’autunno, per Profumo, si preannuncia molto caldo.
© Libero
martedì 6 luglio 2010
La marea nera di Bp intossica anche i titoli. I mercati fanno il tifo per l’intervento di Gheddafi
Potrebbe essere Muammar Gheddafi a salvare i mercati internazionali da un secondo caso Lehman. Fantafinanza? Non proprio. La notizia è che il fondo sovrano libico (Lybian Investment Authority) potrebbe entrare nell’azionariato di British Petrolium. A lasciar trapelare l’indiscrezione è stato il presidente della società petrolifera statale Shokri Ghanem. «Con il prezzo delle azioni dimezzato, Bp è diventata interessante», ha detto al Dow Jones, aggiungendo che il Paese nordarficano ha ancora «fiducia nell’azienda».
La realtà è che il colosso petrolifero è diventato un boccono ghiotto. Dal giorno dell’incidente nel Golfo del Messico, a fine aprile, le azioni del gruppo petrolifero hanno perso circa la metà del loro valore, qualcosa come 100 miliardi del loro valore. Mentre gli sforzi per arginare la marea nera, secondo quanto si legge in una nota diffusa ieri dalla società britannica, sono costati 3,12 miliardi di dollari. Per ora.
Il rischio è che la macchia di petrolio si allarghi e la voragine nei conti di Bp anche. Non è un caso che nei giorni scorsi il colosso petrolifero abbia fatto circolare l’intenzione di aprire il capitale, cedendo una quota del 5-10%, a nuovi investitori. Per Gheddafi si tratta di un buon investimento. Che rientrebbe nella strategia messa in atto negli ultimi mesi di fare acquisti a prezzi scontati tra le società europee.
Per i mercati mondiali, però, l’operazione potrebbe essere una vera e propria ancora di salvezza. Si è finora sottovalutata, infatti, la quantità di liquidità del mondo finanziario globale che dipende dalla solvibilità della Bp. Al centro della questione ci sono i soliti derivati. La società britannica, come quasi tutte le grandi compagnie petrolifere, ha un peso smisurato sul mercato dei prodotti strutturati. La Bp può infatti emettere derivati, fornendo garanzie molto più affidabili di quelle che possono vantare le grandi banche, beni reali, gas e barili di petrolio contenuti nei giacimenti sottosuolo della multinazionale sparsi in tutto il mondo.
Ora, se British petroleum dovesse perdere la sua reputazione di buon pagatore o, nella peggiore delle ipotesi, avviarsi verso il fallimento, tutto il sistema di derivati a lungo termine legati al greggio e ai gas naturali rischierebbe di esplodere con violenza inaudita. Per avere un’idea della deflagrazione basti pensare che a metà del 2009, secondo i dati diffusi recentemente dalla banca dei regolamenti internazionali, il mercato dei prodotti Otc (over the counter, non quotati) ha raggiunto complessivamente la mostruosa cifra di 615mila miliardi di dollari.
Ben venga dunque Gheddafi e il suo fondo sovrano. Bp ha già accantonato (sotto forma di prestiti bancari) 9 miliardi di dollari per fare fronte ai costi e alle passività associate all’incidente. Ma l’oro libico, se le riserve non dovessero bastare, potrebbe essere determinante. L’ipotesi, non a caso, è stata festeggiata dai mercati, che ieri hanno spinto il titolo in Borsa su del 3,5%, con oscillazioni nel corso della seduta fino al 10%.
© Libero
La realtà è che il colosso petrolifero è diventato un boccono ghiotto. Dal giorno dell’incidente nel Golfo del Messico, a fine aprile, le azioni del gruppo petrolifero hanno perso circa la metà del loro valore, qualcosa come 100 miliardi del loro valore. Mentre gli sforzi per arginare la marea nera, secondo quanto si legge in una nota diffusa ieri dalla società britannica, sono costati 3,12 miliardi di dollari. Per ora.
Il rischio è che la macchia di petrolio si allarghi e la voragine nei conti di Bp anche. Non è un caso che nei giorni scorsi il colosso petrolifero abbia fatto circolare l’intenzione di aprire il capitale, cedendo una quota del 5-10%, a nuovi investitori. Per Gheddafi si tratta di un buon investimento. Che rientrebbe nella strategia messa in atto negli ultimi mesi di fare acquisti a prezzi scontati tra le società europee.
Per i mercati mondiali, però, l’operazione potrebbe essere una vera e propria ancora di salvezza. Si è finora sottovalutata, infatti, la quantità di liquidità del mondo finanziario globale che dipende dalla solvibilità della Bp. Al centro della questione ci sono i soliti derivati. La società britannica, come quasi tutte le grandi compagnie petrolifere, ha un peso smisurato sul mercato dei prodotti strutturati. La Bp può infatti emettere derivati, fornendo garanzie molto più affidabili di quelle che possono vantare le grandi banche, beni reali, gas e barili di petrolio contenuti nei giacimenti sottosuolo della multinazionale sparsi in tutto il mondo.
Ora, se British petroleum dovesse perdere la sua reputazione di buon pagatore o, nella peggiore delle ipotesi, avviarsi verso il fallimento, tutto il sistema di derivati a lungo termine legati al greggio e ai gas naturali rischierebbe di esplodere con violenza inaudita. Per avere un’idea della deflagrazione basti pensare che a metà del 2009, secondo i dati diffusi recentemente dalla banca dei regolamenti internazionali, il mercato dei prodotti Otc (over the counter, non quotati) ha raggiunto complessivamente la mostruosa cifra di 615mila miliardi di dollari.
Ben venga dunque Gheddafi e il suo fondo sovrano. Bp ha già accantonato (sotto forma di prestiti bancari) 9 miliardi di dollari per fare fronte ai costi e alle passività associate all’incidente. Ma l’oro libico, se le riserve non dovessero bastare, potrebbe essere determinante. L’ipotesi, non a caso, è stata festeggiata dai mercati, che ieri hanno spinto il titolo in Borsa su del 3,5%, con oscillazioni nel corso della seduta fino al 10%.
© Libero
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