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lunedì 7 marzo 2011

L'Italia nicchia sulle quote di Gheddafi. "Aspettiamo l'Europa"

La prudenza, come ha detto venerdì lo stesso Silvio Berlusconi, resta ed è massima. Ma l’ipotesi di un congelamento delle quote di Gheddafi nelle società italiane diventa sempre più concreta. «L’Italia aderirà a tutti i tipi e le categorie di sanzioni decisi dall’Onu e dall’Ue», ha detto ieri Franco Frattini, comprese quelle «sulle partecipazioni azionarie».

giovedì 5 agosto 2010

Unicredit caccia 4.700 dipendenti

L’avanzata di Gheddafi, lo scivolone sui conti, le tensioni con i sindacati sugli esuberi. Non è un’estate facile quella di Alessandro Profumo, che esce da un inverno altrettanto travagliato. Passato a battagliare con i soci, principalmente le Fondazioni, e la politica, principalmente la Lega, per far digerire il progetto della Banca unica. Ed è proprio su One4C, il piano di accorpamento in Unicredit delle cinque società controllate, che si profila ora la grana più grossa. Non è un caso che i vertici di Piazza Cordusio abbiano aspettato fino all’ultimo via libera definitivo (arrivato all’unanimità dal cda di martedì) per alzare il velo sulla bomba esuberi. Separare gli aspetti tecnico-organizzativi dai tagli era probabilmente l’unico modo di far arrivare in porto il progetto. La strategia ha permesso all’ad di Unicredit di sciogliere i nodi legati alle resistenze di alcuni grandi soci e di ottenere persino il consenso di massima dagli stessi sindacati.
Che il problema, prima o poi, dovesse essere affrontato era però chiaro. Già lo scorso novembre, quando la banca unica muoveva i suoi primi passi, si era rumoreggiato di un blocco di esuberi tra le 6 e le 7mila unità. Ieri, con il traguardo del primo novembre (data di partenza del progetto) bene in vista, è arrivato il verdetto definitivo:  il piano richiede il sacrificio di 4.700 posti di lavoro nel triennio 2011-2013.
Una mazzata per i sindacati, che hanno subito denunciato l’effetto Marchionne. «Delle due l’una», ha tuonato il segretario generale della Fabi, Lando Sileoni, o Profumo pensa di farsi un contratto nazionale a parte oppure ha deciso di imporre al settore del credito il modello organizzativo che ha presentato alle organizzazioni sindacali». Il risultato è la promessa, per settembre, di «un aspro e duro confronto» su un modello «che dal 2007 ad oggi ha prodotto la fuoriuscita dal gruppo di 10mila lavoratori». In campo, vista l’entità dei tagli, è pronto a scendere anche il governo. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha bloccato preventivamente qualsiasi blitz sui tagli. «Sarà doveroso un confronto approfondito e sono vietati in tutti i modi atti unilaterali», ha detto.
Le cose non vanno molto meglio sul fronte societario. All’indomani di una semestrale poco entusiasmante (con utili in calo e sofferenze in aumento) è arrivata un’altra notizia che non mancherà di suscitare polemiche. I libici sono diventati ufficialmente il primo socio di Unicredit. Ieri la Libyan Investments Autorithy, il braccio finanziario di Gheddafi, ha annunciato di aver portato la partecipazione sopra il 2%, facendo così lievitare l’intera compagine libica intorno al 7%, visto che la Banca Centrale Libica e la Libyan Arab Foreign Bank già sono titolari di un 4,98%. Se a queste percentuali si aggiunge il 4,99% detenuto dal fondo Aabar di Abu Dhabi, la quota complessiva in mano a operatori legati al mondo arabo sale al 12%. Cifra che non farà piacere ad alcuni esponenti della Lega, che già avevano sollevato con forza il problema del collegamento tra banca e territorio proprio in occasione dell’ingresso di Aabar. Anche l’autunno, per Profumo, si preannuncia molto caldo.

© Libero

giovedì 22 luglio 2010

Santa alleanza fra Farnesina e Tesoro per attirare i fondi sovrani

Infrastrutture, grandi opere, turismo. Per cavalcare i primi segnali di ripresa il governo gioca la carta dei fondi sovrani. Entro il prossimo 5 agosto, ha spiegato ieri Franco Frattini dal Salone di Farnborough (Londra), si riunirà il Comitato strategico per valutare la presenza e l’interesse di investitori arabi e asiatici, in particolare cinesi, nel nostro Paese. L’organismo coordinato dal ministero degli Esteri e da quello dell’Economia, Giulio Tremonti, è nato due anni fa più per arginare eventuali assalti ai gioielli italiani messi in difficoltà dalla crisi che per favorire occasioni di business dall’estero. Ora, però, il Tesoro e la Farnesina vogliono trasformare l’insidia in opportunità.
 Il comitato presieduto da Enrico Vitali ha del resto già individuato le aree di intervento. Principalmente made in Italy e Pmi, dove l’investimento, è consigliabile e non presenta rischi. Più garanzie servono invece nel settore bancario e in quello delle comunicazioni, dove l’ingresso è possibile (poche settimane fa il fondo di Abu Dhabi è entrato con il 5% in Unicredit, affiancandosi ai libici già presenti nel capitale dell’istituto di credito) solo a fronte di garanzie. Vi sono ovviamente settori, come ha ribadito ieri Frattini, esclusi in partenza dal raggio d’azione dei fondi sovrani. Tra questi c’è quello della difesa. Finmeccanica, insomma, non si tocca. Anzi, il ministro degli Esteri ci ha tenuto a sottolineare che «è compito del Governo riaffermare la fiducia e il sostegno ad un gruppo di interesse strategico nazionale» come quello guidato da Pierfrancesco Guarguaglini. Frattini ha poi escluso che ci siano complotti, ma ha anche spiegato che non «ci sono molti gruppi al mondo come Finmeccanica, che sappiano fare altrettanto». E quando è difficile combattere sul terreno della concorrenza, ha proseguito, «forse si cerca di dare qualche colpo sotto la cintura. Noi a questo dobbiamo reagire con forza». Sul piano industriale, intanto, Finmeccanica reagisce con i numeri. Ieri la controllata Alenia Aeronautica ha messo a segno un nuovo contratto per i Superjet che costruisce con la russa Sukhoi:  la società di leasing Pearl Aircraft Corporation  ha acquisto 30 velivoli per un valore di mercato che supera i 900 milioni di dollari.

© Libero