Ci risiamo. La Cisl è di nuovo sotto attacco. Dopo il fumogeno lanciato contro Raffaele Bonanni a Torino, gli attacchi alle sedi di Treviglio e Livorno, ieri la violenza è tornata ad affacciarsi contemporaneamente a Roma e nella provincia di Lecco. Nella Capitale alcuni militanti della sinistra antagonista che fanno capo ad Action si sono presentati davanti alla sede centrale del sindacato, in via Po, per protestare “pacificamente” a colpi di uova e vernice rossa, con l’aggiunta di qualche volantino. Nelle stesse ore a Merate un gruppo di operai della Fiom-Cgil, provenienti da una fabbrica vicina dove, tanto per cambiare, avevano proclamato uno sciopero, ha fatto irruzione nella sede locale della Cisl lanciando insulti e lasciando volantini.
Al principio fu creato l'universo. Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa. (Douglas Adams)
giovedì 7 ottobre 2010
mercoledì 6 ottobre 2010
Marchionne sbanda. A Cisl e Uil che chiedono di vedere il piano di rilancio l’ad di Fiat risponde con l’ultimatum: accordo preventivo o niente. Così tratta le due sigle come la Fiom
«Senza sindacati Fabbrica Italia non parte». Sergio Marchionne si è presentato così, con l’ennesimo ultimatum, al tavolo con le parti sociali sul progetto della Fiat per rilanciare la produzione. Niente sconti, niente concessioni. Solo la conferma di un percorso annunciato: se entro l’anno i sindacati non si schiereranno ufficialmente al fianco del Lingotto, il piano di investimenti da 20 miliardi salta. Le parole del manager non sono nuove. Sono mesi che l’ad della Fiat insiste sulle garanzie necessarie a convincere l’azienda che restare in Italia sia una buona scelta. Ma nel frattempo Marchionne ha incassato non solo il sì su Pomigliano, ma anche l’accordo sulle deroghe al contratto dei metalmeccanici. Una piccola rivoluzione che di fatto spiana la strada a quella maggiore flessibilità chiesta a gran voce dal Lingotto.
martedì 5 ottobre 2010
Operatori alla guerra delle tariffe. Missione anti-Telecom a Bruxelles
Un costo non in linea con l’Europa, che taglia le gambe agli investimenti nella rete di nuova generazione. Oggi a Bruxelles si gioca l’ennesimo round della guerra tra Telecom e gli operatori alternativi per tentare di scongiurare gli aumenti dell’unbundling (il canone che bisogna pagare all’ex monopolista per l’utilizzo del cosiddetto ultimo miglio) decisi qualche settimana fa dall’Authority. Sul piatto, secondo i calcoli dei “piccoli”, ci sarebbe un salasso di circa 600 milioni di euro per i prossimi tre anni, che diventerebbero 1,1 miliardi spalmati su cinque anni se si considerano gli aumenti già approvati lo scorso anno. Cifre nei giorni scorsi contestate dall’authority (che ha parlato di 70 milioni complessivi) ma parzialmente confermate da Deutsche Bank, che in un report ha quantificato in 200 milioni il possibile guadagno per Telecom. Al di là dell’ovvia considerazione in base alla quale aumentare la redditività della rete in rame dell’ex monopolista scoraggia qualsiasi accelerazione sulla nuova rete veloce in fibra ottica, Fastweb, Wind, Vodafone e Tiscali si presenteranno oggi davanti al commissario Ue per le Tlc, Neelie Kroes, con dati e cifre che dovrebbero dimostrare l’errore anche tecnico dell’aumento deciso dall’Agcom (8,63 euro al mese nel 2010, 9,14 e 9,48 rispettivamente nel 2010 e nel 2011).
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Altro giro di valzer per Wind, comprano i russi
Da Via XX Settembre alla Piazza Rossa, passando per le piramidi. A cinque anni di distanza dall’operazione con cui il controllo del terzo operatore di telefonia mobile italiano è passato dalle mani del Tesoro, attraverso l’Enel,aquelle del magnate egiziano Naguib Sawiris, per Wind è di nuovo tempo di cambiamenti. Ieri, dopo settimane di trattative, VimpelCom e Weather Investments hanno siglato l’accordo che darà vita al quinto operatore mondiale della telefonia. Dalla fusione tra il secondo operatore russo e i gioielli della famiglia Sawiris nasce un gruppo con oltre 174 milioni di utenti nella telefonia mobile e un giro di affari complessivo da 21,5 miliardi di dollari.
lunedì 4 ottobre 2010
In cinque milioni col doppio lavoro, la metà in nero
La disoccupazione scende. Anzi no, sale. Non passa giorno, ormai, senza che qualcuno snoccioli numeri sul mondo del lavoro. Tutti rigorosomente veri e tutti rigorosamente diversi. Qualche settimana fa l’Istat ci ha spaventato annunciando che la disoccupazione nel secondo trimestre dell’anno è salita al livello record dell’8,5%. Mani nei capelli. Senonché pochi giorni dopo sempre l’Istat ci spiega che ad agosto i senza lavoro rappresentano solo l’8,2% del totale, il dato più positivo dal settembre 2009. Non abbiamo fatto in tempo a tirare un sospiro di sollievo che ieri la Cgil se n’è uscita sostenendo che la disoccupazione è salita nei sei mesi al livello monstre dell’11,5%. Com’è possibile, direte voi? La spiegazione sta nel fatto che il sindacato rosso ha inserito nel calcolo anche i cassaintegrati e i cosiddetti inattivi, cioè coloro che il lavoro hanno smesso di cercarlo o non lo hanno mai cercato.
Marchionne contro il clima violento: «Hanno aperto gli zoo»
Un’Italia violenta, in cui «sono stati aperti i cancelli dello zoo» e che «ha perso il senso delle istituzioni», ma dove la Fiat vuole continuare a investire nonostante qualcuno «la prenda a schiaffi». Non usa mezzi termini Sergio Marchionne. Di fronte ai Cavalieri del lavoro riuniti a convegno a Firenze per parlare di Europa al manager preme soprattutto difendere l’accordo di Pomigliano, che «non azzera alcun diritto istituzionale» e rappresenta il frutto della scelta della Fiat di restare in Italia, malgrado «logiche economiche e finanziarie spingerebbero verso altre scelte e altri Paesi». Ma le parole di Marchionne si dirigono in fretta sui fatti degli ultimi giorni, sulle tensioni alimentate dalla Fiom a Treviglio e a Livorno, sulla criminalizzazione della Cisl e anche sulla vicenda che ha coinvolto il direttore di Libero, Maurizio Belpietro. «Il paese», spiega con amarezza l’ad del Lingotto, «ha perso il senso istituzionale, la bussola è partita, qualcuno ha aperto i cancelli dello zoo e sono usciti tutti». Una situazione «difficile da spiegare» quando si va in giro per il mondo. Qualcosa di «vergognoso».
sabato 2 ottobre 2010
Il Corriere sciopera contro Internet
«Cari colleghi, questa lettera vi complicherà la vita». Sono righe esplosive, quelle spedite da Ferruccio de Bortoli alla redazione. Piene di realismo, ma anche di spine. Risultato: due giorni di buio totale. Niente giornale in edicola oggi e domani, nessun aggiornamento sul sito web. Più un pacchetto di altri cinque giorni di sciopero. Una protesta scontata, considerato l’affondo del direttore del Corriere della Sera, che parte dalle nuove tecnologie («è finita l’era del piombo») per finire ad affondare il coltello contro i “senatori” di Via Solferino, che farebbero di tutto per ostacolare il nuovo e i nuovi. «Non è più accettabile, anzi è preoccupante», scrive de Bortoli, «il muro che è stato eretto nei confronti del coinvolgimento di giovani colleghi. Non è più accettabile una visione così gretta e corporativa». Nel denunciare la scarsa collaborazione sulle piattaforme multimediali, il direttore prende a mazzate l’intero “sistema Corriere”. Non è più accettabile, è il refrain, «che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. Non è più accettabile che perduri la norma che prevede il consenso dell’interessato a ogni spostamento», ma anche «non è più accettabile, e nemmeno possibile, che l’edizione iPad non preveda il contributo di alcun giornalista professionista dell’edizione cartacea del Corriere».
venerdì 1 ottobre 2010
Cgil fuori controllo. Uova marce e petardi contro la sede Cisl
A farne le spese è sempre la Cisl. Questa volta però la contestazione/aggressione non è arrivata dai giovani militanti di un centro sociale, come nel caso del petardo sparato contro Raffaele Bonanni alla festa del Pd, ma da un gruppo di operai della Fiom-Cgil, con tanto di dirigente al seguito. L’episodio, che il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha definito il frutto di «una vera e propria campagna d’odio», è avvenuto a Treviglio, in provincia di Bergamo. Sull’onda della rabbia alimentata dai commenti durissimi dei vertici del sindacato rosso contro i “traditori” che hanno firmato l’accordo sulle deroghe del contratto, un gruppetto di lavoratori della Same, guidato dal segretario generale della Fiom di Bergamo, Eugenio Borella, ha pensato bene di passare alle vie di fatto. Così, gli operai si sono presentati davanti alla sede della Cisl, dov’era in corso una riunione congiunta con i metalmeccanici della Uil proprio sulla vicenda Pomigliano, e hanno iniziato a lanciare fischi e insulti prima, uova e petardi poi.
Riparte l’alta velocità, ma guidano i giudici
La partita, paradossalmente, non è ancora chiusa. Il match legale tra le Fs e i francesi di Alstom proseguirà il 18 novembre, quando il Tar del Lazio dovrebbe, si spera, mettere fine alla vicenda con il giudizio di merito. Per ora il tribunale amministrativo («per non pregiudicare il servizio pubblico») si è limitato a revocare la sospensiva con cui il 27 agosto aveva bloccato la gara da 1,5 miliardi per la fornitura di 50 treni superveloci. Una gara pubblica vinta dal nuovo V300 Zefiro prodotto da Ansaldo Breda e Bombardier, ma subito contestata dai concorrenti di Alstom.
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Tremonti: «Non temiamo le nuove regole di Bruxelles»
«Non temiamo le nuove regole». Giulio Tremonti non ci sta a fare il sorvegliato speciale dell’Europa. Il commissario agli affari monetari, Olli Rhen (che giovedì ha puntato il dito sull’enorme debito pubblico italiano), può sbraitare quanto vuole. Ma, ha spiegato il ministro dell’Economia a margine dell’Ecofin, «visto che la crisi è venuta dalla finanza privata e non da quella pubblica, siamo convinti che per l’Italia un conteggio algebrico tra attivi e passivi ci metta in zona di sicurezza». La tesi, non nuova, è che malgrado le apparenze (un debito pubblico al 118,2% ben oltre la soglia del 60% prevista dal nuovo patto di stabilità) l’Italia abbia una solidità sul fronte del risparmio privato che la mette al riparo dai terremoti che hanno scosso l’Europa. Non si può, ha spiegato Tremonti, «guardare in una tasca e non in un’altra». Anche il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, ha ricordato che il problema del debito «non riguarda solo l’Italia» e che comunque il nostro Paese «non è a rischio sanzioni». Rehn non ha rinunciato alla controreplica: «Mi dovrei comprare una giacca italiana ben tagliata per capire come funziona il meccanismo della doppia tasca».
© Libero
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