Il treno riparte e l’Italia rischia di restare a terra. È questo il dato che emerge dall’ultimo rapporto Excelsior realizzato in tandem da Unioncamere e dal ministero del Lavoro. I numeri complessivi parlano di un’occupazione che dà segnali di risveglio. Malgrado il saldo finale resti ancora negativo (-178mila unità), nel 2010 le imprese prevedono di assumere 20mila persone in più dell’anno passato. Uno scatto dovuto principalmente alle medie aziende più innovative e a quelle proiettate verso i mercati esteri. «La vitalità del sistema produttivo», di cui ha parlato ieri il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, si scontra però con la scarsa competitività del mercato del lavoro. Sul totale delle assunzioni previste (802mila), ben 147mila (il 26,7%) rischiano di andare a vuoto per la mancanza di personale con le qualifiche e la professionalità necessarie. «Sono questi i dati che ci preoccupano», ha detto Maurizio Sacconi intervenendo alla presentazione del rapporto, «perché dimostrano che non abbiamo le competenze per agganciare la ripresa».
I numeri, in effetti, sono impressionanti. Tra gli addetti al marketing, gli infermieri e i farmacisti, la percentuale di offerta lavorativa che resterà senza risposta arriva addirittura al 50%, mentre si aggira intorno al 40% la quota di assunzioni “difficili” nel campo dell’informatica, degli agenti di vendita e degli addetti alla logistica. Ma in generale la carenza riguarda tutte le figure professionali qualificate. Proprio quelle di cui hanno bisogno le imprese per rimettersi sui binari. «Il rapporto», ha proseguito il ministro del Welfare, «ci dice che il ritardo italiano può frenare l’internazionalizzazione e ostacolare l’attrazione dei consumatori emergenti». Nasce anche da qui, l’idea del ministro di intensificare la frequenza del rapporto Excelsior, che diventerà da subito semestrale e, successivamente, trimestrale, e di allargare il campione da 100 a 200mila imprese. «Si tratta», ha detto Sacconi, «di uno strumento essenziale per mettere orientare le politiche sul lavoro e mettere in linea domanda e offerta. Le informazioni saranno anche pubblicate su un portale Internet per dare la possibilità alle famiglie di fare le migliori scelte educative per i figli». L’obiettivo è quello di evitare che per colpa di «convenzioni sociali e scarsa conoscenza» si ingrossi l’esercito di «quei giovani-vecchi, con alle spalle carriere scolastiche tutt’altro che brillanti, che entrano tardi e male nel mondo del lavoro e sono destinati ad essere disadattati sociali».
Tornando al rapporto, le cose vanno un pochino meglio nel Nord-Est e al Centro, mentre la situazione resta difficile nel Mezzogiorno. Sicilia e in Sardegna sono le due regioni dove la riduzione degli occupati sarà più marcata (-2,3 e -2,4%).
La carta vincente per chi ha ingranato la marcia resta ancora una volta la flessibilità. Non soltanto quella contrattuale (i rapporti a tempo determinato sono cresciuti del 10% portandosi al 42,3% delle assunzioni complessive), quanto di impostazione del lavoro. «In sostanza», ha spiegato Dardanello, «la disponibilità dei lavoratori ad accrescere le proprie conoscenze, ad alimentare la propria creatività, ad affrontare e risolvere problemi».
Continuano ad annaspare, infine, le micro-imprese. Dal miglioramento generalizzato dei saldi sono escluse le aziende con meno di 10 dipendenti che nel 2010 saranno costrette a tagliare circa 85mila posti di lavoro, il 2,5% della propria base occupazionale.
© Libero
Al principio fu creato l'universo. Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa. (Douglas Adams)
sabato 31 luglio 2010
Ci sono 150mila posti di lavoro, ma i candidati non si presentano
Per Enel 400 milioni di utili al mese
Enel cavalca la ripresa e alza i target per il 2010. Fulvio Conti parla di «piani di efficienza» e «ottimizzazione degli investimenti». Ma la realtà è che l’ad del gruppo ha fiutato i segnali di risveglio dell’economia, che passano in primo luogo per la ripresa dei consumi energetici. Dopo mesi di stagnazione, il sistema produttivo ha iniziato di nuovo a far girare i contatori. E l’Enel è, ovviamente, in prima fila.
Di qui la fiducia di Conti, che chiude i sei mesi prevedendo «per l’intero 2010 un margine operativo lordo superiore a quello già annunciato al mercato». Non solo sopra i 16 miliardi, ma probabilmente, ha aggiunto, «più vicino ai 17». Di conseguenza, pure l’utile netto ordinario dovrebbe attestarsi a fine anno sopra la soglia dei 4 miliardi fissata nel piano strategico.
Anche con i venti di crisi, del resto, l’Enel non si è fermata. Il gruppo ha archiviato il semestre con ricavi in crescita del 22,3% a 34,8 miliardi, rispetto ai 28,4 del 2009. mentre l’ebitda (il margine operativo lordo) è a quota 8,8 miliardi, in progressione dell’11,8% sullo stesso periodo dell’anno passato. Bene anche il risultato operativo, cresciuto del 9% a 6,08 miliardi.
L’esercizio anticipato dell’opzione di vendita concessa alla spagnola Acciona sul 25% di Endesa e le conseguenti plusvalenze per il gruppo guidato da Conti hanno fatto scivolare l’utile del 31,2%, ma al netto delle partite straordinarie i profitti sono saliti del 10,8% a 2,42 miliardi.
A sgambettare l’Enel sul fronte del debito è stata invece la flessione dell’euro provocata dalla sfiducia dei mercati sulla capacità del Vecchio Continente di resistere ai colpi della crisi. Le impennate del biglietto verde scatenate dal terremoto greco hanno pesato sulle obbligazioni in dollari del gruppo facendo schizzare l’indebitamento a 53,89 miliardi nei sei mesi. «Al netto degli effetti di cambio», ha spiegato Conti, «la cifra sarebbe di 51,5 miliardi». Le oscillazioni valutarie, non solo della moneta statunitense, sono ampiamente compensate e coperte da contratti derivati. Ma l’ad punta più che altro al massiccio programma di dismissioni che potrebbe portare nelle casse del gruppo fino a 6 miliardi. Di questi, 1,5 sono già arrivati attraverso la cessione della rete elettrica ad alta tensione di Endesa, il cui contratto è chiuso e firmato.
Dalla vendita di altri asset in Spagna, Grecia e Bulgaria dovrebbe uscire fuori un ulteriore miliardo. Il grosso, però, è atteso dal collocamento di Enel Green Power previsto per la prima settimana di ottobre. Sulla cessione della quota di minoranza della controllata attiva nelle rinnovabili (che ha chiuso il semestre con una crescita del 10,5% dei ricavi, a 1,039 miliardi, e del 13,4% degli utili, a 253 milioni) rimangono ancora aperte sia la strada della vendita diretta sia quella, preferita, della quotazione.
In ogni caso, dall’operazione dovrebbe arrivare una cifra che oscilla tra i 3 e i 4 miliardi. Anche perché l’amministratore delegato ha assicurato che il gruppo non è sotto pressioni da un punto di vista finanziario e quindi non farà sconti sul prezzo.
Fatti tutti i conti, il target previsto dal piano sembra a portata di mano. «Sono molto fiducioso», ha detto Conti, «di poter centrare l’obiettivo fissato per la fine del 2010 di un debito di 45 miliardi di euro, al netto delle variazioni dei tassi di cambio». Alla riduzione dell’indebitamento andrà pure l’eccesso del flusso di cassa, che il manager prevede possa arrivare, nei 12 mesi, a 500 milioni.
Le buone prospettive sui conti di fine anno dovrebbero garantire una cedola robusta. L’ad ha infatti confermato la politica dei dividendi, che prevede la distribuzione del 60% dell’utile ordinario. L’importo preciso sarà individuato solo alla chiusura dell’esercizio, ma il cda si riunirà il prossimo 29 settembre per deliberare l’entità dell’acconto che sarà pagato a partire dal 25 novembre.
© Libero
Di qui la fiducia di Conti, che chiude i sei mesi prevedendo «per l’intero 2010 un margine operativo lordo superiore a quello già annunciato al mercato». Non solo sopra i 16 miliardi, ma probabilmente, ha aggiunto, «più vicino ai 17». Di conseguenza, pure l’utile netto ordinario dovrebbe attestarsi a fine anno sopra la soglia dei 4 miliardi fissata nel piano strategico.
Anche con i venti di crisi, del resto, l’Enel non si è fermata. Il gruppo ha archiviato il semestre con ricavi in crescita del 22,3% a 34,8 miliardi, rispetto ai 28,4 del 2009. mentre l’ebitda (il margine operativo lordo) è a quota 8,8 miliardi, in progressione dell’11,8% sullo stesso periodo dell’anno passato. Bene anche il risultato operativo, cresciuto del 9% a 6,08 miliardi.
L’esercizio anticipato dell’opzione di vendita concessa alla spagnola Acciona sul 25% di Endesa e le conseguenti plusvalenze per il gruppo guidato da Conti hanno fatto scivolare l’utile del 31,2%, ma al netto delle partite straordinarie i profitti sono saliti del 10,8% a 2,42 miliardi.
A sgambettare l’Enel sul fronte del debito è stata invece la flessione dell’euro provocata dalla sfiducia dei mercati sulla capacità del Vecchio Continente di resistere ai colpi della crisi. Le impennate del biglietto verde scatenate dal terremoto greco hanno pesato sulle obbligazioni in dollari del gruppo facendo schizzare l’indebitamento a 53,89 miliardi nei sei mesi. «Al netto degli effetti di cambio», ha spiegato Conti, «la cifra sarebbe di 51,5 miliardi». Le oscillazioni valutarie, non solo della moneta statunitense, sono ampiamente compensate e coperte da contratti derivati. Ma l’ad punta più che altro al massiccio programma di dismissioni che potrebbe portare nelle casse del gruppo fino a 6 miliardi. Di questi, 1,5 sono già arrivati attraverso la cessione della rete elettrica ad alta tensione di Endesa, il cui contratto è chiuso e firmato.
Dalla vendita di altri asset in Spagna, Grecia e Bulgaria dovrebbe uscire fuori un ulteriore miliardo. Il grosso, però, è atteso dal collocamento di Enel Green Power previsto per la prima settimana di ottobre. Sulla cessione della quota di minoranza della controllata attiva nelle rinnovabili (che ha chiuso il semestre con una crescita del 10,5% dei ricavi, a 1,039 miliardi, e del 13,4% degli utili, a 253 milioni) rimangono ancora aperte sia la strada della vendita diretta sia quella, preferita, della quotazione.
In ogni caso, dall’operazione dovrebbe arrivare una cifra che oscilla tra i 3 e i 4 miliardi. Anche perché l’amministratore delegato ha assicurato che il gruppo non è sotto pressioni da un punto di vista finanziario e quindi non farà sconti sul prezzo.
Fatti tutti i conti, il target previsto dal piano sembra a portata di mano. «Sono molto fiducioso», ha detto Conti, «di poter centrare l’obiettivo fissato per la fine del 2010 di un debito di 45 miliardi di euro, al netto delle variazioni dei tassi di cambio». Alla riduzione dell’indebitamento andrà pure l’eccesso del flusso di cassa, che il manager prevede possa arrivare, nei 12 mesi, a 500 milioni.
Le buone prospettive sui conti di fine anno dovrebbero garantire una cedola robusta. L’ad ha infatti confermato la politica dei dividendi, che prevede la distribuzione del 60% dell’utile ordinario. L’importo preciso sarà individuato solo alla chiusura dell’esercizio, ma il cda si riunirà il prossimo 29 settembre per deliberare l’entità dell’acconto che sarà pagato a partire dal 25 novembre.
© Libero
giovedì 29 luglio 2010
L’Eni continua a correre. Anche la Cdp festeggia
La barca continua a procedere spedita, malgrado il mare in burrasca. Con grande soddisfazione della Cassa depositi e prestiti, che si appresta a diventare il principale azionista dell’Eni dopo il riassetto delle partecipazioni del Tesoro. Paolo Scaroni lo aveva annunciato e promesso chiudendo il primo trimestre dell’anno. «In un 2010 ancora incerto», aveva detto lo scorso aprile, «Eni continuerà a generare risultati al top del settore». Parole più che confermate dalla semestrale diffusa ieri, con l’utile operativo balzato del 47,9% a 4,05 miliardi (+29,5% a 3,45 miliardi quello adjusted) e quello operativo adjusted cresciuto del 34,2% a 8,46 miliardi. Bene anche la produzione di greggio, salita nel secondo trimestre dell’1% a 1,57 milioni di barili al giorno.
Numeri che diventano addirittura migliori considerando solo il secondo trimestre dell’anno. Periodo in cui l’utile operativo adjusted è salito del 61,9% a 4,13 miliardi e quello netto è più che raddoppiato, attestandosi a 1,82 miliardi (+119,2%). Il cash flow è a quota 4,59 miliardi di euro nel trimestre e 9,14 miliardi nel semestre.
Risultati, si legge in una nota, «sostenuti dalla crescita organica registrata in particolare in Nigeria e Congo». Per il 2010, «in uno scenario energetico ancora caratterizzato da elevata volatilità, Eni prevede una leggera ripresa dei consumi mondiali di petrolio ed un prezzo medio del marker Brent di 76 dollari al barile». Per quanto riguarda la domanda europea ed italiana di gas, dopo la rilevante flessione dei consumi industriali e termoelettrici registrata nel 2009, il management ha rivisto al rialzo lestime di crescita per il 2010.
Ma la notizia che più ha interessato gli azionisti ieri riguarda la politica dei dividendi. Scaroni ha annunciato che non si prevedono cambiamenti rispetto all’anno passato. Di qui la decisione di distribuire un acconto di 0,50 euro a settembre per arrivare poi ad un euro con la chiusura dell’esercizio, esattamente come nel 2009. Una cedola che si preannuncia particolarmente succulenta per la Cdp se il passaggio delle quote dal Tesoro dovesse concretizzarsi entro l’anno. Nel 2009, infatti, la Cassa controllata al 70% dall’Economia e al 30% dalle Fondazioni bancarie ha incassato circa 400 milioni grazie al suo 9,9% di capitale detenuto nel Cane a sei zampe. Se, come previsto dalla delibera di fine giugno, la Cassa riceverà azioni Eni in cambio delle quote in Enel, Poste ed Stm, la partecipazione potrebbe crescere di più del doppio e così il dividendo.
Ma le antenne dei vertici di Cdp, Franco Bassanini e Giovanni Gorno Tempini, si sono drizzate anche di fronte all’annuncio di Scaroni sul piano di dismissioni. L’ad ha spiegato che per migliorare la leva finanziaria il gruppo ha in cantiere cessioni per 3 miliardi entro il 2010. Circa 700 milioni potrebbero riguardare la vendita del gasdotto Tag, che in seguito alle pressioni di Bruxelles l’Eni dovrebbe cedere proprio alla Cdp. Le parole del manager sembrano lasciare intendere che il nodo del prezzo, che finora ha bloccato l’operazione, possa finalmente essersi sciolto.
Per quanto riguarda eventuali acquisizioni da Bp, che ha annunciato cessioni per 30 miliardi di dollari, il direttore Claudio Descalzi ha spiegato che il gruppo è interessato solo ad asset detenuti in comune, situati in Egitto e Indonesia. Sempre ieri, infine, Eni ha annunciato l’avvio della produzione del giacimento Arcadia in Egitto, scoperto solo 45 giorni fa.
© Libero
Numeri che diventano addirittura migliori considerando solo il secondo trimestre dell’anno. Periodo in cui l’utile operativo adjusted è salito del 61,9% a 4,13 miliardi e quello netto è più che raddoppiato, attestandosi a 1,82 miliardi (+119,2%). Il cash flow è a quota 4,59 miliardi di euro nel trimestre e 9,14 miliardi nel semestre.
Risultati, si legge in una nota, «sostenuti dalla crescita organica registrata in particolare in Nigeria e Congo». Per il 2010, «in uno scenario energetico ancora caratterizzato da elevata volatilità, Eni prevede una leggera ripresa dei consumi mondiali di petrolio ed un prezzo medio del marker Brent di 76 dollari al barile». Per quanto riguarda la domanda europea ed italiana di gas, dopo la rilevante flessione dei consumi industriali e termoelettrici registrata nel 2009, il management ha rivisto al rialzo lestime di crescita per il 2010.
Ma la notizia che più ha interessato gli azionisti ieri riguarda la politica dei dividendi. Scaroni ha annunciato che non si prevedono cambiamenti rispetto all’anno passato. Di qui la decisione di distribuire un acconto di 0,50 euro a settembre per arrivare poi ad un euro con la chiusura dell’esercizio, esattamente come nel 2009. Una cedola che si preannuncia particolarmente succulenta per la Cdp se il passaggio delle quote dal Tesoro dovesse concretizzarsi entro l’anno. Nel 2009, infatti, la Cassa controllata al 70% dall’Economia e al 30% dalle Fondazioni bancarie ha incassato circa 400 milioni grazie al suo 9,9% di capitale detenuto nel Cane a sei zampe. Se, come previsto dalla delibera di fine giugno, la Cassa riceverà azioni Eni in cambio delle quote in Enel, Poste ed Stm, la partecipazione potrebbe crescere di più del doppio e così il dividendo.
Ma le antenne dei vertici di Cdp, Franco Bassanini e Giovanni Gorno Tempini, si sono drizzate anche di fronte all’annuncio di Scaroni sul piano di dismissioni. L’ad ha spiegato che per migliorare la leva finanziaria il gruppo ha in cantiere cessioni per 3 miliardi entro il 2010. Circa 700 milioni potrebbero riguardare la vendita del gasdotto Tag, che in seguito alle pressioni di Bruxelles l’Eni dovrebbe cedere proprio alla Cdp. Le parole del manager sembrano lasciare intendere che il nodo del prezzo, che finora ha bloccato l’operazione, possa finalmente essersi sciolto.
Per quanto riguarda eventuali acquisizioni da Bp, che ha annunciato cessioni per 30 miliardi di dollari, il direttore Claudio Descalzi ha spiegato che il gruppo è interessato solo ad asset detenuti in comune, situati in Egitto e Indonesia. Sempre ieri, infine, Eni ha annunciato l’avvio della produzione del giacimento Arcadia in Egitto, scoperto solo 45 giorni fa.
© Libero
Guarguaglini resta in sella. Il calo dell’utile non cambia i piani di Finmeccanica
Pierfrancesco Guarguaglini tranquillizza i mercati e i “gufi”. A quest’ultimi, in particolare, l’ad di Finmeccanica ha voluto annunciare che non sono previsti cambiamenti ai vertici. «Il cda», ha spiegato, «scadrà nel 2011 con gli attuali consiglieri». Quanto ai conti, il gruppo ha chiuso il semestre il linea con le attese. L’utile netto scende del 19,8% a 194 milioni, l’ebita adjusted del 3,1% a 586 milioni. I ricavi invece crescono dell’1,5% a 8,65 miliardi mentre gli ordini calano del 3,3% a 8,05 miliardi. L’indebitamento finanziario netto è di 4,62 miliardi, in linea con quello del primo semestre 2009. «Le principali voci che hanno contribuito» alla flessione dell’utile netto, si legge in una nota, sono riconducibili al peggioramento dell’ebit (32 milioni) e degli oneri finanziari (31 milioni), parzialmente assorbito dalla riduzione delle imposte (-15 milioni). I risultati sono comunque «in linea con le previsioni e consentono il rispetto delle guidance per l’anno 2010». Sulle notizie relative alle vicende giudiziarie coperte dal segreto ma pubblicate dai giornali, infine, la società ha deciso di mettere in campo gli avvocati per evitare «il ripetersi di episodi che hanno assunto una frequenza preoccupante».
© Libero
© Libero
martedì 27 luglio 2010
Telecom riduce gli esuberi, ma l’accordo non si trova
Esuberi e banda larga. Il governo non molla la presa su Telecom. Ieri il viceministro dello Sviluppo, Paolo Romani, ha passato tutta la giornata ad occuparsi dell’ex monopolista dei telefoni. Ma dal doppio tavolo non sono ancora uscite soluzioni definitive. Sul fronte degli esuberi l’esecutivo si è per ora limitato a incalzare le controparti per tentare di arrivare ad un accordo entro il 30 luglio, quando scadrà il congelamento dei 3.700 licenziamenti annunciati dall’azienda. Qualche giorno fa il ministro del Welfare Maurizio Sacconi aveva spiegato che la data non è un ultimatum, ma ieri l’ad Franco Bernabé ha continuato a parlare della fine del mese come di «una scadenza seria» entro la quale bisognerà «verificare quali sono le condizioni dell’accordo». Le posizioni, però, sembrano ancora distanti. Così almeno la pensano i sindacati, che ieri hanno definito «complicata» la trattativa e hanno puntato l’indice anche contro il governo che dovrebbe, secondo il segretario della Slc-Cgil, «fare la sua parte approntando gli strumenti che ha promesso» e valutando «la posizione rigida dell’azienda».
L’incontro si è concluso con un nulla di fatto, malgrado le aperture della Telecom che ha dato garanzia di non procedere a esternalizzazioni attraverso la dismissione di rami d’azienda o la creazione di nuove società fino alla fine del 2012. Il gruppo avrebbe anche diminuito gli esuberi complessivi del piano 2010-2012 da 6.800 a 5.700. le proposte saranno valutate in un nuovo incontro previsto per il 27 luglio.
Complicata appare anche la questione della banda larga, al centro del secondo tavolo presieduto da Romani. Anche qui il governo si è dovuto scontrare con le rigidità del gruppo, che sembra intenzionato a proseguire da solo sulla rete di nuova generazione. «L’obiettivo», ha spiegato il viceministro, «è di avere un disegno unitario dopo di che ci sono tutti i distinguo e le differenze possibili. Il governo vuole che il Paese abbia in tempi ravvicinati una grande infrastruttura di rete Ngn per almeno il 50% del Paese».
Ma Telecom nelle 13 città principali d’Italia, ha spiegato, «ritiene che ci sia un livello di concorrenza tale per cui non c’è bisogno di mettere a fattore comune un progetto». Da parte di Telecom, ha detto lo stesso Bernabè, c’è «disponibilità a trovare forme di cooperazione anche societarie» con gli altri attori sulle infrastrutture, ma solo nelle aree grigie dove non può esserci più di un operatore.
Romani spera comunque di chiudere entro gli inizi di settembre. «Abbiamo fatto molti passi avanti», ha detto.
A confondere un po’ le acque ci hanno pensato i leghisti, con un’interrogazione al governo in cui si chiede se esiste «un nesso tra le richieste di incremento dei canoni di concessione e le attuali linee di politica industriale dell’azienda».
© Libero
L’incontro si è concluso con un nulla di fatto, malgrado le aperture della Telecom che ha dato garanzia di non procedere a esternalizzazioni attraverso la dismissione di rami d’azienda o la creazione di nuove società fino alla fine del 2012. Il gruppo avrebbe anche diminuito gli esuberi complessivi del piano 2010-2012 da 6.800 a 5.700. le proposte saranno valutate in un nuovo incontro previsto per il 27 luglio.
Complicata appare anche la questione della banda larga, al centro del secondo tavolo presieduto da Romani. Anche qui il governo si è dovuto scontrare con le rigidità del gruppo, che sembra intenzionato a proseguire da solo sulla rete di nuova generazione. «L’obiettivo», ha spiegato il viceministro, «è di avere un disegno unitario dopo di che ci sono tutti i distinguo e le differenze possibili. Il governo vuole che il Paese abbia in tempi ravvicinati una grande infrastruttura di rete Ngn per almeno il 50% del Paese».
Ma Telecom nelle 13 città principali d’Italia, ha spiegato, «ritiene che ci sia un livello di concorrenza tale per cui non c’è bisogno di mettere a fattore comune un progetto». Da parte di Telecom, ha detto lo stesso Bernabè, c’è «disponibilità a trovare forme di cooperazione anche societarie» con gli altri attori sulle infrastrutture, ma solo nelle aree grigie dove non può esserci più di un operatore.
Romani spera comunque di chiudere entro gli inizi di settembre. «Abbiamo fatto molti passi avanti», ha detto.
A confondere un po’ le acque ci hanno pensato i leghisti, con un’interrogazione al governo in cui si chiede se esiste «un nesso tra le richieste di incremento dei canoni di concessione e le attuali linee di politica industriale dell’azienda».
© Libero
Passa il costo standard. Stop ai soldi facili per i Comuni spreconi
I Comuni saranno autonomi. Finché faranno i bravi. È un federalismo ancora zoppicante quello che sta uscendo a spezzoni dalle stanze di Palazzo Chigi. La bozza del secondo decreto attuativo che ha ricevuto ieri il primo via libera dal Consiglio dei ministri contiene la grande rivoluzione sui criteri per valutare il fabbisogno degli enti locali. Il calcolo non sarà più ancorato solo alla spesa storica, ma anche ad altri parametri, tra i quali sono stati inseriti, su iniziativa del ministro Renato Brunetta, l’efficienza, l’efficacia e la qualità dei servizi resi a cittadini e imprese. Si tratta, si legge in una nota della Funzione Pubblica, di «un capovolgimento di ottica che consentirà di abbandonare gli effetti distorsivi e poco responsabilizzanti generati dal modello attuale».
Il vizio storico
«Sul versante della spesa», ha spiegato il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, «si interrompe il vizio del nostro paese, che fino a oggi ha trasferito tutte le risorse, non in base alle esigenze, ma in base alla spesa storica. Questo ha fatto si che chi più spendeva, e probabilmente male amministrava, riceveva di più dallo Stato».
Dalla polizia locale agli asili nido, dalla sanità all’edilizia, dai trasporti alla gestione del territorio. Sono moltissime le funzioni individuate nel decreto per la determinazione dei costi standard, che verranno ricalcolati ogni tre anni. Per questo la pratica è stata affidata alla Sose, che già gestisce la complicatissima macchina degli studi di settore. La società dell’Agenzia delle entrate si occuperà di individuare i costi «attraverso dei questionari e dei filtri».
I rubinetti si chiudono
E qui entra in gioco il ruolo del governo centrale. I comuni e le province che non risponderanno alla Sose entro il termine stabilito di 60 giorni saranno pesantemente puniti. In che modo, la mancata restituzione «è sanzionata con il blocco, sino all’adempimento dell’obbligo di invio dei questionari, dei trasferimenti a qualunque titolo erogati al Comune o alla Provincia». Insomma, niente dati, niente soldi. Ma la cosa che in questo momento più preoccupa i Comuni è la definizione dell’autonomia impositiva. Sembra tramontata, per ora, l’ipotesi della supertassa unica, Imu. Una torta da 15 miliardi su cui gli enti locali speravano di mettere le mani. La prospettiva resta, ma il percorso sarà lungo e accidentato. Saranno i Comuni a decidere, con referendum, se vorranno unificare i 24 tributi locali. «Non c’è stata», ha spiegato il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, «nessuna retromarcia ideologica, per noi l’ideale è la massima concentrazione possibile, ma saranno i referendum a decidere i menù fiscali». Il tutto dovrebbe essere definito nel decreto sull’autonomia fiscale che Tremonti ha assicurato arriverà entro la fine del mese, «nel rispetto dell’accordo firmato con i Comuni».
La stangata ai Comuni
Il presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino, resta scettico. Entro il 31 luglio bisogna portare in Cdm il dl che dispone «il trasferimento di una serie di imposte che adesso sono dello Stato. Ad ora non sappiamo nulla di questo».
Sanno benissimo, però, i sindaci quanto costerà la manovra finanziaria. Secondo uno studio realizzato dall’Ifel, fondazione dell’Anci, «oltre un terzo dei Comuni dovrà realizzare nel 2011 un taglio della spesa superiore al 10% o, in altri termini, dovrà chiedere ai cittadini un contributo superiore ai 100 euro». I numeri si traducono nella bocciatura della manovra arrivata ieri all’unisono da Regioni, Province e Comuni nel corso della Conferenza unificata.
Tremonti ha liquidato il verdetto con una battuta rivolta ai governatori: «Le regioni scenderanno dai grattaceli, verranno al tavolo. Il clima è buono». «Scenderemo dai nostri grattacieli simbolo di efficienza e andremo in quei palazzi romani che il nostro popolo identifica con gli sprechi. Ma il governo apra veramente il dialogo con noi, perché così com’è la manovra è insostenibile», ha replicato il presidente della regione Lombardia, Roberto Formigoni.
© Libero
Il vizio storico
«Sul versante della spesa», ha spiegato il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, «si interrompe il vizio del nostro paese, che fino a oggi ha trasferito tutte le risorse, non in base alle esigenze, ma in base alla spesa storica. Questo ha fatto si che chi più spendeva, e probabilmente male amministrava, riceveva di più dallo Stato».
Dalla polizia locale agli asili nido, dalla sanità all’edilizia, dai trasporti alla gestione del territorio. Sono moltissime le funzioni individuate nel decreto per la determinazione dei costi standard, che verranno ricalcolati ogni tre anni. Per questo la pratica è stata affidata alla Sose, che già gestisce la complicatissima macchina degli studi di settore. La società dell’Agenzia delle entrate si occuperà di individuare i costi «attraverso dei questionari e dei filtri».
I rubinetti si chiudono
E qui entra in gioco il ruolo del governo centrale. I comuni e le province che non risponderanno alla Sose entro il termine stabilito di 60 giorni saranno pesantemente puniti. In che modo, la mancata restituzione «è sanzionata con il blocco, sino all’adempimento dell’obbligo di invio dei questionari, dei trasferimenti a qualunque titolo erogati al Comune o alla Provincia». Insomma, niente dati, niente soldi. Ma la cosa che in questo momento più preoccupa i Comuni è la definizione dell’autonomia impositiva. Sembra tramontata, per ora, l’ipotesi della supertassa unica, Imu. Una torta da 15 miliardi su cui gli enti locali speravano di mettere le mani. La prospettiva resta, ma il percorso sarà lungo e accidentato. Saranno i Comuni a decidere, con referendum, se vorranno unificare i 24 tributi locali. «Non c’è stata», ha spiegato il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, «nessuna retromarcia ideologica, per noi l’ideale è la massima concentrazione possibile, ma saranno i referendum a decidere i menù fiscali». Il tutto dovrebbe essere definito nel decreto sull’autonomia fiscale che Tremonti ha assicurato arriverà entro la fine del mese, «nel rispetto dell’accordo firmato con i Comuni».
La stangata ai Comuni
Il presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino, resta scettico. Entro il 31 luglio bisogna portare in Cdm il dl che dispone «il trasferimento di una serie di imposte che adesso sono dello Stato. Ad ora non sappiamo nulla di questo».
Sanno benissimo, però, i sindaci quanto costerà la manovra finanziaria. Secondo uno studio realizzato dall’Ifel, fondazione dell’Anci, «oltre un terzo dei Comuni dovrà realizzare nel 2011 un taglio della spesa superiore al 10% o, in altri termini, dovrà chiedere ai cittadini un contributo superiore ai 100 euro». I numeri si traducono nella bocciatura della manovra arrivata ieri all’unisono da Regioni, Province e Comuni nel corso della Conferenza unificata.
Tremonti ha liquidato il verdetto con una battuta rivolta ai governatori: «Le regioni scenderanno dai grattaceli, verranno al tavolo. Il clima è buono». «Scenderemo dai nostri grattacieli simbolo di efficienza e andremo in quei palazzi romani che il nostro popolo identifica con gli sprechi. Ma il governo apra veramente il dialogo con noi, perché così com’è la manovra è insostenibile», ha replicato il presidente della regione Lombardia, Roberto Formigoni.
© Libero
giovedì 22 luglio 2010
Santa alleanza fra Farnesina e Tesoro per attirare i fondi sovrani
Infrastrutture, grandi opere, turismo. Per cavalcare i primi segnali di ripresa il governo gioca la carta dei fondi sovrani. Entro il prossimo 5 agosto, ha spiegato ieri Franco Frattini dal Salone di Farnborough (Londra), si riunirà il Comitato strategico per valutare la presenza e l’interesse di investitori arabi e asiatici, in particolare cinesi, nel nostro Paese. L’organismo coordinato dal ministero degli Esteri e da quello dell’Economia, Giulio Tremonti, è nato due anni fa più per arginare eventuali assalti ai gioielli italiani messi in difficoltà dalla crisi che per favorire occasioni di business dall’estero. Ora, però, il Tesoro e la Farnesina vogliono trasformare l’insidia in opportunità.
Il comitato presieduto da Enrico Vitali ha del resto già individuato le aree di intervento. Principalmente made in Italy e Pmi, dove l’investimento, è consigliabile e non presenta rischi. Più garanzie servono invece nel settore bancario e in quello delle comunicazioni, dove l’ingresso è possibile (poche settimane fa il fondo di Abu Dhabi è entrato con il 5% in Unicredit, affiancandosi ai libici già presenti nel capitale dell’istituto di credito) solo a fronte di garanzie. Vi sono ovviamente settori, come ha ribadito ieri Frattini, esclusi in partenza dal raggio d’azione dei fondi sovrani. Tra questi c’è quello della difesa. Finmeccanica, insomma, non si tocca. Anzi, il ministro degli Esteri ci ha tenuto a sottolineare che «è compito del Governo riaffermare la fiducia e il sostegno ad un gruppo di interesse strategico nazionale» come quello guidato da Pierfrancesco Guarguaglini. Frattini ha poi escluso che ci siano complotti, ma ha anche spiegato che non «ci sono molti gruppi al mondo come Finmeccanica, che sappiano fare altrettanto». E quando è difficile combattere sul terreno della concorrenza, ha proseguito, «forse si cerca di dare qualche colpo sotto la cintura. Noi a questo dobbiamo reagire con forza». Sul piano industriale, intanto, Finmeccanica reagisce con i numeri. Ieri la controllata Alenia Aeronautica ha messo a segno un nuovo contratto per i Superjet che costruisce con la russa Sukhoi: la società di leasing Pearl Aircraft Corporation ha acquisto 30 velivoli per un valore di mercato che supera i 900 milioni di dollari.
© Libero
Il comitato presieduto da Enrico Vitali ha del resto già individuato le aree di intervento. Principalmente made in Italy e Pmi, dove l’investimento, è consigliabile e non presenta rischi. Più garanzie servono invece nel settore bancario e in quello delle comunicazioni, dove l’ingresso è possibile (poche settimane fa il fondo di Abu Dhabi è entrato con il 5% in Unicredit, affiancandosi ai libici già presenti nel capitale dell’istituto di credito) solo a fronte di garanzie. Vi sono ovviamente settori, come ha ribadito ieri Frattini, esclusi in partenza dal raggio d’azione dei fondi sovrani. Tra questi c’è quello della difesa. Finmeccanica, insomma, non si tocca. Anzi, il ministro degli Esteri ci ha tenuto a sottolineare che «è compito del Governo riaffermare la fiducia e il sostegno ad un gruppo di interesse strategico nazionale» come quello guidato da Pierfrancesco Guarguaglini. Frattini ha poi escluso che ci siano complotti, ma ha anche spiegato che non «ci sono molti gruppi al mondo come Finmeccanica, che sappiano fare altrettanto». E quando è difficile combattere sul terreno della concorrenza, ha proseguito, «forse si cerca di dare qualche colpo sotto la cintura. Noi a questo dobbiamo reagire con forza». Sul piano industriale, intanto, Finmeccanica reagisce con i numeri. Ieri la controllata Alenia Aeronautica ha messo a segno un nuovo contratto per i Superjet che costruisce con la russa Sukhoi: la società di leasing Pearl Aircraft Corporation ha acquisto 30 velivoli per un valore di mercato che supera i 900 milioni di dollari.
© Libero
Guarguaglini incassa la fiducia del governo, Finmeccanica 3 miliardi di ordini
Pierfrancesco Guarguaglini incassa la fiducia del governo e un pacchetto di commesse attraverso le società controllate da Finmeccanica che arriva a sfiorare i 3 miliardi di dollari. L’unica nota stonata della giornata di ieri al Salone di Farnborough (Londra) è arrivata per bocca di Ignazio La Russa, che ha annunciato una riduzione di 25 unità sulla commessa degli Eurofighter. Il risparmio per lo Stato sarà di circa 2 miliardi. Accanto ai tagli, il ministro ha però confermato la piena fiducia nell’operato dell’ad di Finmeccanica, smentendo i rumor su un possibile avvicendamento con Flavio Cattaneo. Parole di «stima» sono arrivate anche dal ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini. Accanto alla solidarietà, ieri Guarguaglini ha portato a casa ottimi contratti. Il bottino più grosso arriva da Atr, joint venture italo-francese cui Finmeccanica partecipa attraverso Alenia, che ha ricevuto ordini per 1,5 miliardi di dollari. Altri 600 milioni di dollari riguardano tre ordini firmati da Avio, partecipato da Finmeccanica. E sempre ieri la partecipata Sukhoi, ha firmato una lettera di intenti per 12 velivoli per un valore totale di 720 milioni di euro.
© Libero
© Libero
Mugnato (Digint): «Cola mi fu presentato dai Servizi»
«Fummo noi a chiedere che fosse garantito l’anonimato alla nostra società, ma i dettagli tecnici furono organizzati dalla Ernst & Young». Nel giorno in cui il pm di Roma Giancarlo Capaldo fa rotta verso la Svizzera per fare luce sulle disponibilità di Lorenzo Cola, il direttore generale della Digint, Nicola Mugnato, ricostruisce dal Salone di Farnborough le dinamiche finite nel mirino dei magistrati. «Ho fondato la Ikon (società cui faceva capo il software poi confluito in Digint, ndr) insieme a Ghioni (Fabio, il capo del tiger team Telecom, ndr.) intorno al 2000, ci occupavamo di intercettazioni informatiche su input delle forze dell’ordine per operazioni di contrasto al terrorismo islamico e alla pedopornografia». Ghioni se ne va nel 2003, ma alla fine del 2006, quando esplose lo scandalo Telecom la società venne comunque travolta dal fango dell’inchiesta. «Avevamo difficoltà a lavorare, a quel punto procure e servizi si interessarono al destino della nostra azienda, non volevamo buttare sette anni della nostra vita». Fu allora, per il tramite del capocentro Sismi di Milano, Pozzi, che spuntò l’ipotesi Finmeccanica. «Furono i servizi a presentarci Cola, che si qualificò come consulente di Finmeccanica, mi sono fidato», spiega Mugnato. L’imprenditore si fidò anche di Ernst & Young, alla quale chiese di garantire la sua privacy per motivi di “sicurezza personale”, vista la precedente attività di contrasto alla criminalità. Di lì l’idea, poco felice, di creare la lussemburghese Financial Lincoln e, come controllata, la Digint. Mai conosciuto Mokbel? «Assolutamente no», risponde Mugnato.
© Libero
© Libero
Finmeccanica riparte da Agusta. Guarguaglini: «Non mi muovo»
Un nuovo gioiello della scuderia AgustaWestland, ordini in crescita e grosse opportunità di business nei Paesi emergenti. Pierfrancesco Guarguaglini risponde così ai colpi della crisi e ai veleni delle inchieste giudiziarie. Nessun passo indietro, né sul fronte industriale né su quello personale. «Se l’azionista non ha fiducia in me meglio andare via, per ora ho la fiducia dell’azionista e resto dove sto», dice l’ad di Finmeccanica dal Salone dell’aerospazio di Farnborough (Londra). Il manager aveva promesso di non parlare del caso Digint, ma alla fine, pressato dai giornalisti, ha speso qualche parole per spiegare che la società finita nel mirino della procura di Roma per i collegamenti con la cricca di Mokbel sviluppa un software per la sicurezza dei sistemi informatici di altissimo livello che tutte le società del gruppo stanno adottando e che anche la statunitense Drs sta valutando. Di sicuro, ha però ammesso riferendosi alla Financial Lincoln che detiene il 51% di Digint, «col senno di poi sarebbe stato meglio non creare la società lussemburghese» che ha permesso a Mokbel e ai suoi di mettere un piede dentro l’operazione. In ogni caso, ha concluso, «noi siamo testimoni e non imputati».
Ma la kermesse londinese è stata dedicata principalmente ai risultati ottenuti dal gruppo. Cifre che spingono Guarguaglini all’ottimismo. «Bisogna essere cauti, ma penso che alla fine del 2010 i conti saranno in linea con quanto fatto finora». Certo, la crisi si è fatta sentire. Soprattutto sui budget destinati dai governi europei alla difesa. Ma i tagli che preoccupano tutta l’industria del Vecchio continente, ha spiegato l’ad, «avranno un impatto relativo su Finmeccanica».
L’asso nella manica di Guarguaglini si chiama internazionalizzazione. Una strategia che nel 2009 ha portato il gruppo a produrre solo il 22% del fatturato in Italia. La percentuale dovrebbe scendere al 19% nel 2011, a tutto vantaggio dell’estero, dove escludendo Gran Bretagna (8%) e Usa (22%), si dovrebbe concentrare il 51% dei ricavi. Nel mirino dell’azienda ci sono principalmente i Paesi emergenti, che stanno «investendo molto sulle infrastrutture e sulla sicurezza». In particolare Turchia, India e Brasile, dove i budget della difesa di qui al 2012 cresceranno rispettivamente del 13, 19 e 20 per cento. Contesti in cui sono determinanti gli accordi bilaterali tra i governi. Da questo punto di vista, ha detto Guarguaglini, «il supporto di Palazzo Chigi non è mai mancato». Ed è anche grazie all’intervento dell’esecutivo che dovrebbe andare in porto la mega commessa per i sistemi di sicurezza del canale di Panama.
Il manager ha detto di aspettarsi «buone notizie a metà agosto». È su questi fattori che l’ad di Finmeccanica punta per portare il monte ordini nel 2011 oltre i 22 miliardi con cui si dovrebbe chiudere l’esercizio in corso (rispetto ai 21 del 2009). A trainare i ricavi c’è anche il mercato inglese, dove la collaborazione tra il governo e la controllata AgustaWestland sta diventando sempre più stretta. Molte attese sono concentrate sul nuovo elicottero presentato ieri al Salone di Londra, l’AW 169, un bimotore medio multiruolo da 4,5 tonnellate e 10 passeggeri. L’ad di Agusta, Giuseppe Orsi, prevede di vendere mille macchine in 20 anni, ma il primo target è il mercato parapubblico britannico, sul quale l’azienda vuole sfidare la leadership della franco-tedesca Eurocopter. Non è un caso che il modello sia stato presentato con la “divisa” giallo-nera della polizia inglese. A rafforzare l’ottimismo di Guarguaglini, infine, ieri è arrivato il maxi ordine dalla compagnia indonesiana Kartika per 30 nuovi Superjet 100 per un valore di 951 milioni di dollari. Il velivolo regionale di ultima generazione è realizzato dalla Scac, Sukhoi Civil Aircraft, nella quale Alenia Aeronautica, azienda di Finmeccanica, detiene il 25% delle azioni.
© Libero
Ma la kermesse londinese è stata dedicata principalmente ai risultati ottenuti dal gruppo. Cifre che spingono Guarguaglini all’ottimismo. «Bisogna essere cauti, ma penso che alla fine del 2010 i conti saranno in linea con quanto fatto finora». Certo, la crisi si è fatta sentire. Soprattutto sui budget destinati dai governi europei alla difesa. Ma i tagli che preoccupano tutta l’industria del Vecchio continente, ha spiegato l’ad, «avranno un impatto relativo su Finmeccanica».
L’asso nella manica di Guarguaglini si chiama internazionalizzazione. Una strategia che nel 2009 ha portato il gruppo a produrre solo il 22% del fatturato in Italia. La percentuale dovrebbe scendere al 19% nel 2011, a tutto vantaggio dell’estero, dove escludendo Gran Bretagna (8%) e Usa (22%), si dovrebbe concentrare il 51% dei ricavi. Nel mirino dell’azienda ci sono principalmente i Paesi emergenti, che stanno «investendo molto sulle infrastrutture e sulla sicurezza». In particolare Turchia, India e Brasile, dove i budget della difesa di qui al 2012 cresceranno rispettivamente del 13, 19 e 20 per cento. Contesti in cui sono determinanti gli accordi bilaterali tra i governi. Da questo punto di vista, ha detto Guarguaglini, «il supporto di Palazzo Chigi non è mai mancato». Ed è anche grazie all’intervento dell’esecutivo che dovrebbe andare in porto la mega commessa per i sistemi di sicurezza del canale di Panama.
Il manager ha detto di aspettarsi «buone notizie a metà agosto». È su questi fattori che l’ad di Finmeccanica punta per portare il monte ordini nel 2011 oltre i 22 miliardi con cui si dovrebbe chiudere l’esercizio in corso (rispetto ai 21 del 2009). A trainare i ricavi c’è anche il mercato inglese, dove la collaborazione tra il governo e la controllata AgustaWestland sta diventando sempre più stretta. Molte attese sono concentrate sul nuovo elicottero presentato ieri al Salone di Londra, l’AW 169, un bimotore medio multiruolo da 4,5 tonnellate e 10 passeggeri. L’ad di Agusta, Giuseppe Orsi, prevede di vendere mille macchine in 20 anni, ma il primo target è il mercato parapubblico britannico, sul quale l’azienda vuole sfidare la leadership della franco-tedesca Eurocopter. Non è un caso che il modello sia stato presentato con la “divisa” giallo-nera della polizia inglese. A rafforzare l’ottimismo di Guarguaglini, infine, ieri è arrivato il maxi ordine dalla compagnia indonesiana Kartika per 30 nuovi Superjet 100 per un valore di 951 milioni di dollari. Il velivolo regionale di ultima generazione è realizzato dalla Scac, Sukhoi Civil Aircraft, nella quale Alenia Aeronautica, azienda di Finmeccanica, detiene il 25% delle azioni.
© Libero
Iscriviti a:
Post (Atom)