Per aprire un’impresa dovrebbe bastare un giorno. Ma per rendere operativa la legge non sono bastati quattro anni. A due giorni dalla scadenza del 29 marzo, quando sarebbe dovuto finalmente entrare in vigore lo Sportello unico per le attività produttive, si scopre che la maggior parte dei Comuni italiani non solo non ha predisposto le necessarie strutture informatiche per l’invio telematico delle comunicazioni, ma non ha neanche la linea adsl.
Al principio fu creato l'universo. Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa. (Douglas Adams)
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lunedì 28 marzo 2011
venerdì 6 agosto 2010
In Italia le tasse più basse sugli affitti
Per una volta l’Italia può indossare la maglia rosa. Intendiamoci, i testi sono ancora da limare e il Parlamento deve ancora esprimersi. Ma stando a quanto scritto nella bozza del quarto decreto sul federalismo e a quanto promesso dal ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, con la cedolare secca la tassazione sui redditi da affitti nel nostro Paese sarà la più bassa d’Europa. Il confronto è molto facile con chi applica già l’imposta sostitutiva. Si tratta di Ungheria, Finlandia e Olanda, che hanno aliquote fisse rispettivamente al 25, 28 e 30%. Ma la quota del 20% prevista dalla riforma varata mercoledì da Palazzo Chigi, secondo un dettagliato confronto realizzato dal franchising immobiliare Solo Affitti, permette all’Italia di piazzarsi al di sotto anche dei Paesi che applicano la tassazione attualmente in vigore da noi, ovvero l’accorpamento dei redditi da affitto a quelli personali su cui poi viene complessivamente calcolata l’Irpef. Un metodo che fino ad ora, grazie alle nostre aliquote ordinarie non proprio basse, posiziona l’Italia tra i Paesi europei dove i redditi di affitto sono i più tartassati.
Se tutto va bene, dal 2011 si cambia. E i vantaggi saranno per tutti. Compreso il fisco, che dopo una prima inevitabile fase di assestamento, grazie all’emersione del nero, vedrà il gettito crescere in maniera consistente malgrado l’abbassamento dell’aliquota.
I primi effetti visibili e concreti saranno però quelli nelle tasche di proprietari ed inquilini. Per i primi i risparmi di imposta saranno direttamente proporzionali all’aumento del livello del reddito. Per i secondi, lo sconto sarà più contenuto ma comunque importante. La cedolare secca, infatti, abolisce l’imposta di registro a carico di chi sottoscrive un contratto di locazione, che incide per il 2% sul canone annuale.
La Cgia di Mestre ha fatto un po’ di conti e ha verificato, attraverso una serie di simulazioni, che i risparmi possono arrivare fino al 48,6% rispetto ai tributi versati attualmente. Numeri alla mano, per la classe di reddito tra i 29.000 e i 55.000 euro, che presenta il più elevato numero di persone che danno in affitto un’abitazione (545.103 soggetti) il canone di locazione medio annuo percepito è di 5.413 euro. Con la tassazione attuale il proprietario versa al fisco 1.875 euro (1.821 euro di imposte Irpef e addizionali regionali e comunali, 54 euro di imposta di registro). L’applicazione della cedolare secca con aliquota al 20%, permetterà al locatore di pagare solo 1.083 euro, con un risparmio netto di 793 euro all’anno di imposte. «Visto che la decisione di utilizzare questo nuovo regime fiscale sugli affitti sarà facoltativa», dice il presidente della Cgia, Giuseppe Bortolussi, «grazie ai risultati d queste prime simulazioni mi sento di poter dire che il livello di applicazione dovrebbe essere molto alto».
Un pizzico di scetticismo in più c’è dalle parti di Confedilizia, associazione che riunisce proprio i proprietari di case. Anche loro si sono fatti due calcoli e alla fine è emerso che la cedolare è conveniente, ma non proprio per tutti. Se infatti per i cosiddetti contratti liberi (quattro anni più quattro senza limitazioni di prezzo) l’aliquota fissa al 20% fa risparmiare qualcosina a tutte le fasce di reddito, così non è per i contratti agevolati, quelli di tre anni più due a canone calmierato. In questo caso, infatti, entrano in gioco forti deduzioni fiscali, fino al 45%, che vanno a modificare l’impatto dell’Irpef. Per questo tipo di contratti la cedolare al 20% inizia a diventare conveniente solo per gli scaglioni di reddito annuo sopra i 28mila euro. Al di sotto, infatti, i redditi da affitto vengono attualmente tassati, tenendo conto delle agevolazioni, con aliquote che vanno dal 13,6 al 16%. In altre parole, chi utilizza contratti calmierati e ha un reddito basso, al di sotto dei 15mila euro, potrebbe addirittura dover versare al fisco qualcosa in più. Per un canone d’affitto di 10mila euro annui la tassazione aggiuntiva potrebbe anche raggiungere i 632 euro l’anno.
Su questo fronte, però, la materia è ancora in via di definizione e non sono escluse modifiche sia nel testo definitivo del governo sia nel successivo passaggio parlamentare. Tra le proposte per migliorare il testo c’è quella, assai interessante, che arriva dal presidente di Solo Affitti, Silvia Spronelli. L’idea, sempre nell’ottica di favorire l’emersione dell’evasione fiscale, è quella di affiancare alla cedolare la possibilità per gli inquilini di detrarre dall’Irpef il canone di locazione. Come con l’aliquota fissa, il fisco alla fine resterebbe in attivo grazie alla quota di sommerso che esce allo scoperto, mentre per i cittadini, in tempo di crisi e di difficoltà di accesso al credito, potrebbe essere una vitale boccata d’ossigeno.
© Libero
Se tutto va bene, dal 2011 si cambia. E i vantaggi saranno per tutti. Compreso il fisco, che dopo una prima inevitabile fase di assestamento, grazie all’emersione del nero, vedrà il gettito crescere in maniera consistente malgrado l’abbassamento dell’aliquota.
I primi effetti visibili e concreti saranno però quelli nelle tasche di proprietari ed inquilini. Per i primi i risparmi di imposta saranno direttamente proporzionali all’aumento del livello del reddito. Per i secondi, lo sconto sarà più contenuto ma comunque importante. La cedolare secca, infatti, abolisce l’imposta di registro a carico di chi sottoscrive un contratto di locazione, che incide per il 2% sul canone annuale.
La Cgia di Mestre ha fatto un po’ di conti e ha verificato, attraverso una serie di simulazioni, che i risparmi possono arrivare fino al 48,6% rispetto ai tributi versati attualmente. Numeri alla mano, per la classe di reddito tra i 29.000 e i 55.000 euro, che presenta il più elevato numero di persone che danno in affitto un’abitazione (545.103 soggetti) il canone di locazione medio annuo percepito è di 5.413 euro. Con la tassazione attuale il proprietario versa al fisco 1.875 euro (1.821 euro di imposte Irpef e addizionali regionali e comunali, 54 euro di imposta di registro). L’applicazione della cedolare secca con aliquota al 20%, permetterà al locatore di pagare solo 1.083 euro, con un risparmio netto di 793 euro all’anno di imposte. «Visto che la decisione di utilizzare questo nuovo regime fiscale sugli affitti sarà facoltativa», dice il presidente della Cgia, Giuseppe Bortolussi, «grazie ai risultati d queste prime simulazioni mi sento di poter dire che il livello di applicazione dovrebbe essere molto alto».
Un pizzico di scetticismo in più c’è dalle parti di Confedilizia, associazione che riunisce proprio i proprietari di case. Anche loro si sono fatti due calcoli e alla fine è emerso che la cedolare è conveniente, ma non proprio per tutti. Se infatti per i cosiddetti contratti liberi (quattro anni più quattro senza limitazioni di prezzo) l’aliquota fissa al 20% fa risparmiare qualcosina a tutte le fasce di reddito, così non è per i contratti agevolati, quelli di tre anni più due a canone calmierato. In questo caso, infatti, entrano in gioco forti deduzioni fiscali, fino al 45%, che vanno a modificare l’impatto dell’Irpef. Per questo tipo di contratti la cedolare al 20% inizia a diventare conveniente solo per gli scaglioni di reddito annuo sopra i 28mila euro. Al di sotto, infatti, i redditi da affitto vengono attualmente tassati, tenendo conto delle agevolazioni, con aliquote che vanno dal 13,6 al 16%. In altre parole, chi utilizza contratti calmierati e ha un reddito basso, al di sotto dei 15mila euro, potrebbe addirittura dover versare al fisco qualcosa in più. Per un canone d’affitto di 10mila euro annui la tassazione aggiuntiva potrebbe anche raggiungere i 632 euro l’anno.
Su questo fronte, però, la materia è ancora in via di definizione e non sono escluse modifiche sia nel testo definitivo del governo sia nel successivo passaggio parlamentare. Tra le proposte per migliorare il testo c’è quella, assai interessante, che arriva dal presidente di Solo Affitti, Silvia Spronelli. L’idea, sempre nell’ottica di favorire l’emersione dell’evasione fiscale, è quella di affiancare alla cedolare la possibilità per gli inquilini di detrarre dall’Irpef il canone di locazione. Come con l’aliquota fissa, il fisco alla fine resterebbe in attivo grazie alla quota di sommerso che esce allo scoperto, mentre per i cittadini, in tempo di crisi e di difficoltà di accesso al credito, potrebbe essere una vitale boccata d’ossigeno.
© Libero
martedì 27 luglio 2010
Passa il costo standard. Stop ai soldi facili per i Comuni spreconi
I Comuni saranno autonomi. Finché faranno i bravi. È un federalismo ancora zoppicante quello che sta uscendo a spezzoni dalle stanze di Palazzo Chigi. La bozza del secondo decreto attuativo che ha ricevuto ieri il primo via libera dal Consiglio dei ministri contiene la grande rivoluzione sui criteri per valutare il fabbisogno degli enti locali. Il calcolo non sarà più ancorato solo alla spesa storica, ma anche ad altri parametri, tra i quali sono stati inseriti, su iniziativa del ministro Renato Brunetta, l’efficienza, l’efficacia e la qualità dei servizi resi a cittadini e imprese. Si tratta, si legge in una nota della Funzione Pubblica, di «un capovolgimento di ottica che consentirà di abbandonare gli effetti distorsivi e poco responsabilizzanti generati dal modello attuale».
Il vizio storico
«Sul versante della spesa», ha spiegato il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, «si interrompe il vizio del nostro paese, che fino a oggi ha trasferito tutte le risorse, non in base alle esigenze, ma in base alla spesa storica. Questo ha fatto si che chi più spendeva, e probabilmente male amministrava, riceveva di più dallo Stato».
Dalla polizia locale agli asili nido, dalla sanità all’edilizia, dai trasporti alla gestione del territorio. Sono moltissime le funzioni individuate nel decreto per la determinazione dei costi standard, che verranno ricalcolati ogni tre anni. Per questo la pratica è stata affidata alla Sose, che già gestisce la complicatissima macchina degli studi di settore. La società dell’Agenzia delle entrate si occuperà di individuare i costi «attraverso dei questionari e dei filtri».
I rubinetti si chiudono
E qui entra in gioco il ruolo del governo centrale. I comuni e le province che non risponderanno alla Sose entro il termine stabilito di 60 giorni saranno pesantemente puniti. In che modo, la mancata restituzione «è sanzionata con il blocco, sino all’adempimento dell’obbligo di invio dei questionari, dei trasferimenti a qualunque titolo erogati al Comune o alla Provincia». Insomma, niente dati, niente soldi. Ma la cosa che in questo momento più preoccupa i Comuni è la definizione dell’autonomia impositiva. Sembra tramontata, per ora, l’ipotesi della supertassa unica, Imu. Una torta da 15 miliardi su cui gli enti locali speravano di mettere le mani. La prospettiva resta, ma il percorso sarà lungo e accidentato. Saranno i Comuni a decidere, con referendum, se vorranno unificare i 24 tributi locali. «Non c’è stata», ha spiegato il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, «nessuna retromarcia ideologica, per noi l’ideale è la massima concentrazione possibile, ma saranno i referendum a decidere i menù fiscali». Il tutto dovrebbe essere definito nel decreto sull’autonomia fiscale che Tremonti ha assicurato arriverà entro la fine del mese, «nel rispetto dell’accordo firmato con i Comuni».
La stangata ai Comuni
Il presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino, resta scettico. Entro il 31 luglio bisogna portare in Cdm il dl che dispone «il trasferimento di una serie di imposte che adesso sono dello Stato. Ad ora non sappiamo nulla di questo».
Sanno benissimo, però, i sindaci quanto costerà la manovra finanziaria. Secondo uno studio realizzato dall’Ifel, fondazione dell’Anci, «oltre un terzo dei Comuni dovrà realizzare nel 2011 un taglio della spesa superiore al 10% o, in altri termini, dovrà chiedere ai cittadini un contributo superiore ai 100 euro». I numeri si traducono nella bocciatura della manovra arrivata ieri all’unisono da Regioni, Province e Comuni nel corso della Conferenza unificata.
Tremonti ha liquidato il verdetto con una battuta rivolta ai governatori: «Le regioni scenderanno dai grattaceli, verranno al tavolo. Il clima è buono». «Scenderemo dai nostri grattacieli simbolo di efficienza e andremo in quei palazzi romani che il nostro popolo identifica con gli sprechi. Ma il governo apra veramente il dialogo con noi, perché così com’è la manovra è insostenibile», ha replicato il presidente della regione Lombardia, Roberto Formigoni.
© Libero
Il vizio storico
«Sul versante della spesa», ha spiegato il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, «si interrompe il vizio del nostro paese, che fino a oggi ha trasferito tutte le risorse, non in base alle esigenze, ma in base alla spesa storica. Questo ha fatto si che chi più spendeva, e probabilmente male amministrava, riceveva di più dallo Stato».
Dalla polizia locale agli asili nido, dalla sanità all’edilizia, dai trasporti alla gestione del territorio. Sono moltissime le funzioni individuate nel decreto per la determinazione dei costi standard, che verranno ricalcolati ogni tre anni. Per questo la pratica è stata affidata alla Sose, che già gestisce la complicatissima macchina degli studi di settore. La società dell’Agenzia delle entrate si occuperà di individuare i costi «attraverso dei questionari e dei filtri».
I rubinetti si chiudono
E qui entra in gioco il ruolo del governo centrale. I comuni e le province che non risponderanno alla Sose entro il termine stabilito di 60 giorni saranno pesantemente puniti. In che modo, la mancata restituzione «è sanzionata con il blocco, sino all’adempimento dell’obbligo di invio dei questionari, dei trasferimenti a qualunque titolo erogati al Comune o alla Provincia». Insomma, niente dati, niente soldi. Ma la cosa che in questo momento più preoccupa i Comuni è la definizione dell’autonomia impositiva. Sembra tramontata, per ora, l’ipotesi della supertassa unica, Imu. Una torta da 15 miliardi su cui gli enti locali speravano di mettere le mani. La prospettiva resta, ma il percorso sarà lungo e accidentato. Saranno i Comuni a decidere, con referendum, se vorranno unificare i 24 tributi locali. «Non c’è stata», ha spiegato il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, «nessuna retromarcia ideologica, per noi l’ideale è la massima concentrazione possibile, ma saranno i referendum a decidere i menù fiscali». Il tutto dovrebbe essere definito nel decreto sull’autonomia fiscale che Tremonti ha assicurato arriverà entro la fine del mese, «nel rispetto dell’accordo firmato con i Comuni».
La stangata ai Comuni
Il presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino, resta scettico. Entro il 31 luglio bisogna portare in Cdm il dl che dispone «il trasferimento di una serie di imposte che adesso sono dello Stato. Ad ora non sappiamo nulla di questo».
Sanno benissimo, però, i sindaci quanto costerà la manovra finanziaria. Secondo uno studio realizzato dall’Ifel, fondazione dell’Anci, «oltre un terzo dei Comuni dovrà realizzare nel 2011 un taglio della spesa superiore al 10% o, in altri termini, dovrà chiedere ai cittadini un contributo superiore ai 100 euro». I numeri si traducono nella bocciatura della manovra arrivata ieri all’unisono da Regioni, Province e Comuni nel corso della Conferenza unificata.
Tremonti ha liquidato il verdetto con una battuta rivolta ai governatori: «Le regioni scenderanno dai grattaceli, verranno al tavolo. Il clima è buono». «Scenderemo dai nostri grattacieli simbolo di efficienza e andremo in quei palazzi romani che il nostro popolo identifica con gli sprechi. Ma il governo apra veramente il dialogo con noi, perché così com’è la manovra è insostenibile», ha replicato il presidente della regione Lombardia, Roberto Formigoni.
© Libero
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