Un Fondo comune contro la crisi. Ma anche contro le bizze della Germania, che dopo aver fatto raddoppiare l’entità degli aiuti alla Grecia con i suoi ritardi, è poi salita in cattedra presentandosi come il pilastro della stabilità comunitaria. È questa la proposta con cui Silvio Berlusconi si è presentato ieri al vertice straordinario dei capi di Stato e di governo che si è tenuto a Bruxelles per decidere le contromosse alla bufera di Atene. E c’è poco tempo da perdere perché, come ha sottolineato il premier italiano ai capi dell’Eurozona, «siamo in un momento di emergenza», ha sintetizzato nel corso del vertice che è andato avanti fino a notte fonda, e «occorre prendere delle decisioni».
L’idea di Tremonti
L’idea del Fondo monetario europeo è un vecchio pallino di Giulio Tremonti, che lo propose nel 2008 come strumento per fronteggiare i fallimenti delle banche. Allora il piano fu seccamente bocciato da Angela Merkel, che riteneva più conveniente lasciare gli Stati membri liberi di intervenire singolarmente. A conti fatti, la convenienza fu solo dell’Italia, che pure aveva proposto lo strumento comune. A fronte dei nostri interventi nel sistema bancario sotto l’1%, l’Europa ha investito in media il 13% del Pil, la Francia il 7 e la Germania l’11.
È forse anche per questo che qualche settimana fa il premier tedesco è sembrato più favorevole alla proposta. In realtà, secondo i maligni, il sostegno della Merkel non era altro che un modo per confondere un po’ le acque e prendere tempo in attesa di sviluppi che forse si stimavano meno drammatici. La situazione è, ora, ben diversa. La Merkel, messa all’angolo dalla crescente pressione degli altri Stati membri ma soprattutto da un’esposizione bancaria e assicurativa verso la Grecia di ben 45 miliardi, ha dovuto far ingoiare agli elettori un piano triennale da 22,4 miliardi.
C’è da scommettere che a pagare non saranno solo i contribuenti tedeschi. Non è un caso che la Merkel si sia presentata di fronte al Bundestag avvertendo che nessuna decisione sulla Grecia sarebbe stata presa senza o contro la Germania. «Il patto di stabilità», ha poi sottolineato il Cancelliere, «deve essere riformato in modo tale che non possa essere più violato» e la Germania «avrà una particolare responsabilità in questo processo di riforma».
L’idea della Merkel è parsa abbastanza chiara a tutti: riportare a Berlino il pallino delle decisioni europee dopo aver dimostrato che senza i soldi tedeschi non si va da nessuna parte. Del resto, è lì che i mercati vanno a guardare quando si tratta di confrontare il differenziale dei rendimenti dei titoli di Stato (il famoso spread con il Bund tedesco) per valutare l’affidabilità del debito.
L’egoismo tedesco
Il tentativo della Merkel non troverà però consensi con tanta facilità. L’irritazione franco-italiana per “l’egoismo” della Germania nel gestire una crisi che ieri il numero uno della Bce, Trichet, ha definito «sistemica», non sarà superata facilmente. Solo giovedì scorso il ministro dell’Economia ha puntato il dito proprio contro Berlino, avvertendo «che nessuno è immune dai rischi», neanche quei Paesi che ritengono di «essere passeggeri con biglietto di prima classe». La Germania dovrà, poi, fare i conti con l’asse tra Berlusconi e Sarkozy, diventato sempre più saldo grazie all’intesa su alcuni dossier strategici su gas, nucleare e infrastrutture, che avrebbe ben poco da guadagnare da un’Europa berlinocentrica.
La sponda di Obama
Per uscire dall’isolamento la Merkel ha cercato e trovato la sponda di Barack Obama, che ieri si è detto in piena sintonia con il cancelliere tedesco. Ma la partita è solo all’inizio. L’iniziativa di Berlusconi di un Fondo anti-crisi, magari finanziato attraverso l’emissione di “titoli comunitari”, potrebbe sparigliare le carte e togliere alla Germania la regia delle operazioni. Nessuno, d’altra parte, vuole che sia la Merkel a fare la lista dei cattivi.
Una stretta sulla vigilanza dei deficit più elevati e nuove manovre correttive per i Paesi più esposti saranno difficilmente evitabili. Si tratta però di capire quale sarà il perimetro delle nuove regole. E se le «misure chiare, concrete ed efficaci» invocate dal premier serviranno a difendere l’Europa o solo i «passeggeri di prima classe». Non è escluso che il Cavaliere, com’è già successo, riesca a far salire tutti nello stesso vagone.
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Al principio fu creato l'universo. Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa. (Douglas Adams)
martedì 11 maggio 2010
Roma resiste alla crisi meglio del super Nord
Gli amanti dei luoghi comuni e degli slogan leghisti non saranno contenti, ma la Capitale ha resistito alla crisi meglio del Nord operoso e calvinista. A Roma e provincia nel 2009, secondo i dati elaborati dall’Ufficio studi della Camera di Commercio nell’VIII Giornata dell’economia, ha registrato una crescita del sistema imprenditoriale dell’1,5%, con 434.665 aziende registrate, a fronte di un dato nazionale che ha visto una contrazione dello 0,3%. Il trend si conferma anche per i primi 3 mesi del 2010 dove le imprese romane aumentano dello 0,2% rispetto al meno 0,4% italiano. Anche il saldo del 2009 tra iscrizioni e cessazioni (al netto delle cancellazioni d’ufficio) risulta positivo e pari a 6.670 unità, valore che consolida il primato di Roma nella graduatoria delle province.
Più impresa uguale più lavoro e più ricchezza. Per quanto riguarda l’occupazione il 2009 si è chiuso con una contrazione dello 0,2% a fronte di un dato nazionale in calo dell’1,6%. Di qui, a cascata, il buon risultato sul Pil pro capite, che nella provincia di Roma si è ridotto dell’1,7%, mentre a Milano e Bologna il calo è stato rispettivamente del 4,2% e del 4,7%. Questi dati, ha spiegato giustamente e prudentemente il sindaco Gianni Alemanno, «non ci devono far abbassare la guardia e ci devono anzi spronare a fare meglio». Di sicuro, però, se qualcuno vuole trovare dei fannulloni dovrà andare da qualche altra parte.
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Più impresa uguale più lavoro e più ricchezza. Per quanto riguarda l’occupazione il 2009 si è chiuso con una contrazione dello 0,2% a fronte di un dato nazionale in calo dell’1,6%. Di qui, a cascata, il buon risultato sul Pil pro capite, che nella provincia di Roma si è ridotto dell’1,7%, mentre a Milano e Bologna il calo è stato rispettivamente del 4,2% e del 4,7%. Questi dati, ha spiegato giustamente e prudentemente il sindaco Gianni Alemanno, «non ci devono far abbassare la guardia e ci devono anzi spronare a fare meglio». Di sicuro, però, se qualcuno vuole trovare dei fannulloni dovrà andare da qualche altra parte.
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venerdì 7 maggio 2010
Riparte il lavoro: 50mila posti in più
La buona notizia è che la disoccupazione rallenta la sua corsa. La cattiva è che le piccole imprese fanno ancora molta fatica a salire sul treno della ripresa.
Complessivamente il quadro fornito ieri dal rapporto realizzato da Unioncamere per l’ottava Giornata dell’economia lascia intravedere più di uno spiraglio di ottimismo per i prossimi mesi. Tra gennaio e marzo le Camere di commercio hanno registrato 123 mila aperture di imprese, 4.700 in più rispetto allo stesso periodo del 2009. Dato che rappresenta una decisa inversione di tendenza rispetto agli ultimi due anni in cui le imprese iscritte nel primo trimestre erano diminuite di circa 12 mila unità. Sul fronte occupazionale, pur a fronte di prospettive ancora negative, la flessione prevista per il 2010 (circa 173 mila dipendenti in meno, con un calo dell’1,5%) dovrebbe essere meno accentuata rispetto a quella dello scorso anno (-2%). Alla stima si arriva ipotizzando 820 mila assunzioni, con un incremento di circa 50 mila posti di lavoro (in gran parte personale qualificato) rispetto al 2009, mentre dovrebbero restare più o meno stabili le uscite.
La frenata della disoccupazione è chiaramente il frutto di una debole ripartenza dell’economia. A partire dall’industria. Le previsioni per il secondo trimestre del 2010 sembrano, secondo Unioncamere, confermare «il graduale ma deciso percorso di recupero manifatturiero intrapreso a partire dalla seconda metà del 2009. I risultati conseguiti tra gennaio e marzo hanno infatti superato i picchi fortemente negativi dell’anno precedente. Il treno della ripresa tocca, però, solo marginalmente le piccole e le micro-imprese, che rischiano di dover annaspare ancora a lungo. I miglioramenti rilevati da Unioncamere riguardano infatti principalmente le imprese sopra i 50 dipendenti, che hanno chiuso il trimestre sostanzialmente in pareggio (0% la produzione, -0,3% il fatturato). Al di sotto, seppure senza raggiungere i cali di fatturato a doppia cifra del 2009, i ricavi e la produzione sono scesi del 4,5%.
Anche sul commercio le imprese procedono a doppia velocità. Anche grazie al decreto incentivi che ha sostenuto soprattutto le aziende di grandi dimensioni. A soffrire maggiormente sono le piccolissime imprese. In particolare quelle sotto i 20 dipendenti, che nel primo trimestre dell’anno hanno visto un calo delle vendite del 3,9% rispetto al meno 0,3% registrato invece dalle aziende più grandi. «Se la componente più dinamica del nostro sistema imprenditoriale potrebbe uscire irrobustita da questa fase così difficile», ha detto il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, «restano alte le difficoltà delle imprese più piccole, in particolare quelle artigiane». Sarà fondamentale, in questa fase, riaprire i rubinetti del credito. E spingere le banche a una maggiore attenzione verso il territorio.
«Preoccupa, infatti», ha sottolineato Dardanello, «che il miglioramento degli indicatori dipenda in buona parte da una riduzione della domanda di credito, più che da una maggiore e migliore offerta». Gli imprenditori, insomma, hanno messo mano al portafoglio. Una scelta di responsabilità, secondo il presidente di Unioncamere, «che però non rappresenta certo una soluzione sostenibile».
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Complessivamente il quadro fornito ieri dal rapporto realizzato da Unioncamere per l’ottava Giornata dell’economia lascia intravedere più di uno spiraglio di ottimismo per i prossimi mesi. Tra gennaio e marzo le Camere di commercio hanno registrato 123 mila aperture di imprese, 4.700 in più rispetto allo stesso periodo del 2009. Dato che rappresenta una decisa inversione di tendenza rispetto agli ultimi due anni in cui le imprese iscritte nel primo trimestre erano diminuite di circa 12 mila unità. Sul fronte occupazionale, pur a fronte di prospettive ancora negative, la flessione prevista per il 2010 (circa 173 mila dipendenti in meno, con un calo dell’1,5%) dovrebbe essere meno accentuata rispetto a quella dello scorso anno (-2%). Alla stima si arriva ipotizzando 820 mila assunzioni, con un incremento di circa 50 mila posti di lavoro (in gran parte personale qualificato) rispetto al 2009, mentre dovrebbero restare più o meno stabili le uscite.
La frenata della disoccupazione è chiaramente il frutto di una debole ripartenza dell’economia. A partire dall’industria. Le previsioni per il secondo trimestre del 2010 sembrano, secondo Unioncamere, confermare «il graduale ma deciso percorso di recupero manifatturiero intrapreso a partire dalla seconda metà del 2009. I risultati conseguiti tra gennaio e marzo hanno infatti superato i picchi fortemente negativi dell’anno precedente. Il treno della ripresa tocca, però, solo marginalmente le piccole e le micro-imprese, che rischiano di dover annaspare ancora a lungo. I miglioramenti rilevati da Unioncamere riguardano infatti principalmente le imprese sopra i 50 dipendenti, che hanno chiuso il trimestre sostanzialmente in pareggio (0% la produzione, -0,3% il fatturato). Al di sotto, seppure senza raggiungere i cali di fatturato a doppia cifra del 2009, i ricavi e la produzione sono scesi del 4,5%.
Anche sul commercio le imprese procedono a doppia velocità. Anche grazie al decreto incentivi che ha sostenuto soprattutto le aziende di grandi dimensioni. A soffrire maggiormente sono le piccolissime imprese. In particolare quelle sotto i 20 dipendenti, che nel primo trimestre dell’anno hanno visto un calo delle vendite del 3,9% rispetto al meno 0,3% registrato invece dalle aziende più grandi. «Se la componente più dinamica del nostro sistema imprenditoriale potrebbe uscire irrobustita da questa fase così difficile», ha detto il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, «restano alte le difficoltà delle imprese più piccole, in particolare quelle artigiane». Sarà fondamentale, in questa fase, riaprire i rubinetti del credito. E spingere le banche a una maggiore attenzione verso il territorio.
«Preoccupa, infatti», ha sottolineato Dardanello, «che il miglioramento degli indicatori dipenda in buona parte da una riduzione della domanda di credito, più che da una maggiore e migliore offerta». Gli imprenditori, insomma, hanno messo mano al portafoglio. Una scelta di responsabilità, secondo il presidente di Unioncamere, «che però non rappresenta certo una soluzione sostenibile».
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Sfiducia mondiale: listini a picco
Giovedì greco in Borsa. Ovvero: si salvi chi può. La nube della speculazione, complice l’allarme lanciato da Moody’s, che ha allineato le banche del nostro Paese a quelle spagnole, portoghesi, irlandesi e della Gran Bretagna, si è allargata a macchia d’olio su tutti i listini (tranne, curiosamente, Atene) scatenando il panico mondiale tra gli investitori. La paura ha varcato anche l’oceano, facendo oscillare Wall Street come una nave in tempesta. E facendo riaffiorare lo spettro di una crisi che Barack Obama pensava di essersi lasciato alle spalle.
A picco sono andate, tra le altre, anche Parigi (-2,2%), Londra (-1,5%), Madrid (-3%), Lisbona (-2,1%), Dublino (-2,4%), Francoforte (-0,8%). Ma il colpo più duro è arrivato sul listino di Milano. Piazza Affari, dove il peso dei titoli bancari è preponderante, ha chiuso con un crollo dell’indice Ftse Mib del 4,2% piombando ai minimi degli ultimi dieci mesi in una seduta che ha richiamato alla mente i collassi che hanno accompagnato il fallimento di Lehman Brothers. Colossi bancari come Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno chiuso con ribassi superiori al 7% dopo aver toccato minimi dell’11%. Le vendite non hanno risparmiato nessuno: Telecom è crollata del 6,2%, Generali del 5,3%, l’Eni del 3,4%.
Ma sotto pressione sono finiti anche i titoli di Stato italiani per i quali si continua ad allargare il differenziale di rendimento (spread) rispetto alle obbligazioni tedesche. Quello tra il Btp decennale e il Bund è salito oltre i 150 punti base, ai massimi dall’inizio del 2009. Ancora più ampia la forchetta sulle scadenze a due e cinque anni che non ricordavano spread così elevati da prima dell’introduzione dell’euro.
I timori di contagio allineano ormai le oscillazioni giornaliere del rendimento dei titoli di Stato italiani a quelli agli altri Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna). Il differenziale Bund-Btp decennale è aumentato ieri di circa 30 punti base, in linea con i movimenti di Irlanda e Spagna e un po’ meno dei 40 del Portogallo. Ma se ieri gli investitori si sono accaniti sull’Italia, è tutta l’area euro che resta in balia della speculazione. Come dimostra la caduta libera della moneta unica, che nel corso della giornata è piombata sotto la soglia di 1,26 sul dollaro, ai minimi dal 10 marzo 2009, e a quota 1,4 contro il franco svizzero, un livello mai raggiunto dalla nascita della moneta unica nel 1999. E come dimostra l’andamento delle altre borse, tutte in deciso calo, con la singolare eccezione di Atene. Il risultato è, per ora, catastrofico. I listini del Vecchio Continente hanno bruciato 140 miliardi di euro martedì, 46 mercoledì e 71 ieri, per un totale di 257 miliardi.
Ma il contraccolpo si è fatto sentire con forza anche fuori dall’Europa. La giornata di ieri si è aperta con il crollo di Tokyo. La Borsa giapponese, dopo tre giorni di chiusura per festività, ha terminato la seduta in flessione del 3,27%. In serata l’effetto Grecia ha raggiunto gli Stati Uniti. A Wall Street il finale di seduta si è praticamente svolto sulle montagne russe, con i listini che a poco più di un’ora dal termine delle contrattazioni sono finiti in una spirale negativa che ha portato il Dow Jones a cedere quasi il 9%, scivolando al di sotto della soglia dei 10mila punti prima di recuperare terreno. Gli investitori hanno ceduto alla paura e al timore che la ripresa economica possa essere messa a rischio. Preoccupazioni accresciute dalle nuove richieste di sussidi di disoccupazione (un calo di 7mila unità rispetto alle 8mila previste), dai dati sulle vendite al dettaglio (salite ad aprile dello 0,5% contro le attese dell’1,7%) e soprattutto dall’annuncio fatto in mattinata da Freddie Mac, che ha chiesto ad Obama altri 10,6 miliardi di dollari facendo salire il conto del salvataggio a 61,3 miliardi di dollari. Alcuni puntano l’indice anche su un possibile errore materiale di un trader, che nell’ordine di vendita avrebbe digitato una “b” di billion al posto di una “m” di million mandando in tilt il sistema. Fatto sta che nel giro di pochi minuti si è scatenata un’ondata furiosa di vendite che ha portato i listini di Wall Street ad annullare i guadagni di un anno. La bufera è poi rientrata, ma solo parzialmente. Il Dow Jones ha infatti chiuso in calo del 3,23%, mentre il Nasdaq ha lasciato sul terreno il 3,44%.
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A picco sono andate, tra le altre, anche Parigi (-2,2%), Londra (-1,5%), Madrid (-3%), Lisbona (-2,1%), Dublino (-2,4%), Francoforte (-0,8%). Ma il colpo più duro è arrivato sul listino di Milano. Piazza Affari, dove il peso dei titoli bancari è preponderante, ha chiuso con un crollo dell’indice Ftse Mib del 4,2% piombando ai minimi degli ultimi dieci mesi in una seduta che ha richiamato alla mente i collassi che hanno accompagnato il fallimento di Lehman Brothers. Colossi bancari come Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno chiuso con ribassi superiori al 7% dopo aver toccato minimi dell’11%. Le vendite non hanno risparmiato nessuno: Telecom è crollata del 6,2%, Generali del 5,3%, l’Eni del 3,4%.
Ma sotto pressione sono finiti anche i titoli di Stato italiani per i quali si continua ad allargare il differenziale di rendimento (spread) rispetto alle obbligazioni tedesche. Quello tra il Btp decennale e il Bund è salito oltre i 150 punti base, ai massimi dall’inizio del 2009. Ancora più ampia la forchetta sulle scadenze a due e cinque anni che non ricordavano spread così elevati da prima dell’introduzione dell’euro.
I timori di contagio allineano ormai le oscillazioni giornaliere del rendimento dei titoli di Stato italiani a quelli agli altri Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna). Il differenziale Bund-Btp decennale è aumentato ieri di circa 30 punti base, in linea con i movimenti di Irlanda e Spagna e un po’ meno dei 40 del Portogallo. Ma se ieri gli investitori si sono accaniti sull’Italia, è tutta l’area euro che resta in balia della speculazione. Come dimostra la caduta libera della moneta unica, che nel corso della giornata è piombata sotto la soglia di 1,26 sul dollaro, ai minimi dal 10 marzo 2009, e a quota 1,4 contro il franco svizzero, un livello mai raggiunto dalla nascita della moneta unica nel 1999. E come dimostra l’andamento delle altre borse, tutte in deciso calo, con la singolare eccezione di Atene. Il risultato è, per ora, catastrofico. I listini del Vecchio Continente hanno bruciato 140 miliardi di euro martedì, 46 mercoledì e 71 ieri, per un totale di 257 miliardi.
Ma il contraccolpo si è fatto sentire con forza anche fuori dall’Europa. La giornata di ieri si è aperta con il crollo di Tokyo. La Borsa giapponese, dopo tre giorni di chiusura per festività, ha terminato la seduta in flessione del 3,27%. In serata l’effetto Grecia ha raggiunto gli Stati Uniti. A Wall Street il finale di seduta si è praticamente svolto sulle montagne russe, con i listini che a poco più di un’ora dal termine delle contrattazioni sono finiti in una spirale negativa che ha portato il Dow Jones a cedere quasi il 9%, scivolando al di sotto della soglia dei 10mila punti prima di recuperare terreno. Gli investitori hanno ceduto alla paura e al timore che la ripresa economica possa essere messa a rischio. Preoccupazioni accresciute dalle nuove richieste di sussidi di disoccupazione (un calo di 7mila unità rispetto alle 8mila previste), dai dati sulle vendite al dettaglio (salite ad aprile dello 0,5% contro le attese dell’1,7%) e soprattutto dall’annuncio fatto in mattinata da Freddie Mac, che ha chiesto ad Obama altri 10,6 miliardi di dollari facendo salire il conto del salvataggio a 61,3 miliardi di dollari. Alcuni puntano l’indice anche su un possibile errore materiale di un trader, che nell’ordine di vendita avrebbe digitato una “b” di billion al posto di una “m” di million mandando in tilt il sistema. Fatto sta che nel giro di pochi minuti si è scatenata un’ondata furiosa di vendite che ha portato i listini di Wall Street ad annullare i guadagni di un anno. La bufera è poi rientrata, ma solo parzialmente. Il Dow Jones ha infatti chiuso in calo del 3,23%, mentre il Nasdaq ha lasciato sul terreno il 3,44%.
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giovedì 6 maggio 2010
L’Europa boccia l’Italia, ma promuove Tremonti
Qualche giorno fa, da Berlino, Giulio Tremonti si è detto disposto ad accettare scommesse sulla manovrina estiva. «Non si farà», ha sentenziato. I numeri, però, continuano a giocare a suo sfavore. Dopo il Fondo monetario internazionale, ieri anche la Commissione Ue ha snocciolato le sue previsioni sull’economia italiana. E, per quanto rispetto alle stime del novembre 2009 ci sia un miglioramento dello 0,1%, i conti non tornano ancora. La percentuale di crescita del Pil rimane infatti inchiodata allo 0,8% (1,4% nel 2011). Cifra che non solo è la stessa indicata dall’Fmi ma che è anche ben al di sotto dell’1,1% (2% nel 2011) messo nero su bianco dal Tesoro nell’aggiornamento al Patto di stabilità di gennaio.
L’ostinazione di Tremonti nello smentire qualsiasi intervento sui conti pubblici che non sia quello già concordato con la Ue per il 2011 si scontra anche con le previsioni di Bruxelles sull’indebitamento. Pure qui le percentuali non coincidono. Per l’Unione europea l’Italia chiuderà l’anno con un rapporto deficit/pil al 5,3%. Si tratta di uno 0,3% in più rispetto a quanto stimato dal ministro dell’Economia sempre nell’aggiornamento. La forbice si allarga nel 2011. A politiche invariate Bruxelles prevede che il tasso «si riduca leggermente» attestandosi al 5%, contro il 3,9% contenuto nel programma di stabilità aggiornato. Scostamenti tutt’altro che trascurabili, soprattutto dopo la violenza con cui la bufera greca ha travolto tutta l’Eurozona. Per capire l’entità del problema basti pensare che l’impegno comunitario di correzione dei conti pubblici prevede un taglio annuo dello 0,5% sull’indebitamento. Obbligo rispetto al quale l’Italia non può assolutamente derogare, vista la situazione critica del debito pubblico che non arresterà la sua corsa nei prossimi mesi. Anzi, secondo Bruxelles quest’anno non si fermerà al 116,9% del Pil previsto dal governo, ma schizzerà dal 115,8% del 2009 al 118% rimanendovi, a politiche invariate, anche nel 2011.
Qualche nota di ottimismo arriva dalle stime sulla crescita di Eurolandia, che Bruxelles ha rivisto al rialzo di un quarto di punto (all’1% nel 2010 e all’1,7% nel 2011) grazie al fatto che «i Paesi Ue beneficiano di un più forte contesto esterno». Al di la del confronto negativo (cresciamo meno della Ue) la ripartenza dell’economia europea dovrebbe favorire anche la ripresa delle nostre esportazioni, a partire da quelle verso la Germania (che crescerà dell’1,2%), condizione necessaria per tornare a crescere. Sul fronte interno un segnale positivo è arrivato ieri dalla Confcommercio, che ha registrato a marzo un aumento dei consumi del 2,2% al 2009.
La Commissione, in ogni caso, sembra non aver perso la fiducia sulla capacità di Tremonti di tenere la barra dritta. «Attraverso la crisi», spiegano da Bruxelles, «in un contesto di rischi persistenti sui mercati dei titoli di Stato, il governo italiano ha perseguito una politica di bilancio accorta tenendo conto delle fragili finanze pubbliche dell’Italia, soprattutto il suo elevatissimo debito pubblico».
Resta da capire se “l’accortezza” del ministro porterà adesso a quella correzione in corsa dei conti pubblici di cui si parla da diverse settimane. Ieri, al termine di un incontro a Via XX Settembre con Tremonti, il presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino ha spiegato che, «stante la situazione generale, è molto probabile che tra giugno e luglio si faccia un provvedimento per la manovra correttiva triennale 2011-2013».
Frase sibillina che sembra pero confermare l’intenzione di inserire all’interno del provvedimento estivo di “manutenzione” della Finanziaria triennale, che Tremonti ha già annunciato, alcune misure per fare ordine anche sui numeri del 2010. Il quadro macroeconomico che consentirà una definizione più esatta dei tendenziali e dell’eventuale entità della manovra bis sarà probabilmente messo a punto con la Relazione economica e finanziaria che il governo dovrebbe presentare nei prossimi giorni. Determinante sarà l’esito della proroga dello scudo fiscale e l’andamento complessivo delle entrate, che potrebbe dare al Tesoro un po’ di ossigeno per rifinanziare le missioni all’estero e tamponare la crescita dell’indebitamento. Quanto ai possibili contraccolpi del caso Grecia, l’unico pericolo potrebbe essere quello di un contagio sui rendimenti dei titoli di Stato che renderebbe più costoso pagare il debito. Sul prestito da 5,5 miliardi Tremonti ha invece già assicurato che non avrà alcun impatto sui conti pubblici.
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L’ostinazione di Tremonti nello smentire qualsiasi intervento sui conti pubblici che non sia quello già concordato con la Ue per il 2011 si scontra anche con le previsioni di Bruxelles sull’indebitamento. Pure qui le percentuali non coincidono. Per l’Unione europea l’Italia chiuderà l’anno con un rapporto deficit/pil al 5,3%. Si tratta di uno 0,3% in più rispetto a quanto stimato dal ministro dell’Economia sempre nell’aggiornamento. La forbice si allarga nel 2011. A politiche invariate Bruxelles prevede che il tasso «si riduca leggermente» attestandosi al 5%, contro il 3,9% contenuto nel programma di stabilità aggiornato. Scostamenti tutt’altro che trascurabili, soprattutto dopo la violenza con cui la bufera greca ha travolto tutta l’Eurozona. Per capire l’entità del problema basti pensare che l’impegno comunitario di correzione dei conti pubblici prevede un taglio annuo dello 0,5% sull’indebitamento. Obbligo rispetto al quale l’Italia non può assolutamente derogare, vista la situazione critica del debito pubblico che non arresterà la sua corsa nei prossimi mesi. Anzi, secondo Bruxelles quest’anno non si fermerà al 116,9% del Pil previsto dal governo, ma schizzerà dal 115,8% del 2009 al 118% rimanendovi, a politiche invariate, anche nel 2011.
Qualche nota di ottimismo arriva dalle stime sulla crescita di Eurolandia, che Bruxelles ha rivisto al rialzo di un quarto di punto (all’1% nel 2010 e all’1,7% nel 2011) grazie al fatto che «i Paesi Ue beneficiano di un più forte contesto esterno». Al di la del confronto negativo (cresciamo meno della Ue) la ripartenza dell’economia europea dovrebbe favorire anche la ripresa delle nostre esportazioni, a partire da quelle verso la Germania (che crescerà dell’1,2%), condizione necessaria per tornare a crescere. Sul fronte interno un segnale positivo è arrivato ieri dalla Confcommercio, che ha registrato a marzo un aumento dei consumi del 2,2% al 2009.
La Commissione, in ogni caso, sembra non aver perso la fiducia sulla capacità di Tremonti di tenere la barra dritta. «Attraverso la crisi», spiegano da Bruxelles, «in un contesto di rischi persistenti sui mercati dei titoli di Stato, il governo italiano ha perseguito una politica di bilancio accorta tenendo conto delle fragili finanze pubbliche dell’Italia, soprattutto il suo elevatissimo debito pubblico».
Resta da capire se “l’accortezza” del ministro porterà adesso a quella correzione in corsa dei conti pubblici di cui si parla da diverse settimane. Ieri, al termine di un incontro a Via XX Settembre con Tremonti, il presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino ha spiegato che, «stante la situazione generale, è molto probabile che tra giugno e luglio si faccia un provvedimento per la manovra correttiva triennale 2011-2013».
Frase sibillina che sembra pero confermare l’intenzione di inserire all’interno del provvedimento estivo di “manutenzione” della Finanziaria triennale, che Tremonti ha già annunciato, alcune misure per fare ordine anche sui numeri del 2010. Il quadro macroeconomico che consentirà una definizione più esatta dei tendenziali e dell’eventuale entità della manovra bis sarà probabilmente messo a punto con la Relazione economica e finanziaria che il governo dovrebbe presentare nei prossimi giorni. Determinante sarà l’esito della proroga dello scudo fiscale e l’andamento complessivo delle entrate, che potrebbe dare al Tesoro un po’ di ossigeno per rifinanziare le missioni all’estero e tamponare la crescita dell’indebitamento. Quanto ai possibili contraccolpi del caso Grecia, l’unico pericolo potrebbe essere quello di un contagio sui rendimenti dei titoli di Stato che renderebbe più costoso pagare il debito. Sul prestito da 5,5 miliardi Tremonti ha invece già assicurato che non avrà alcun impatto sui conti pubblici.
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Il pm anti-Scajola è un fan di Prodi
I colleghi di Roma lo conoscono bene. Del resto, è a Perugia che passano per competenza tutti i procedimenti che coinvolgono i magistrati della Capitale. Ma il pm Sergio Sottani, titolare insieme a Federico Centrone e Alessia Tavernesi dell’inchiesta sugli appalti del G8 da cui è partito il siluro verso il ministro Claudio Scajola, lo conoscono bene anche i politici e gli elettori. Il magistrato si era già messo in luce nel 2006 quando, alla vigilia delle elezioni, quelle perse alla Camera dal centrodestra per una manciata di voti, fu fra i primi e più autorevoli firmatari dell’appello a Romano Prodi nel quale si denunciavano, inutile dirlo, le malefatte del governo Berlusconi. A partire dalle cosiddette leggi “ad personam” in materia di giustizia.
«Si sta chiudendo una delle più tormentate e controverse legislature della storia repubblicana», scrivevano con “sobrio distacco”, oltre a Sottani, anche altri nomi conosciuti come quelli di Armando Spataro e Nicoletta Gandus, le toghe del processo Mills, «e c’è oggi la prospettiva di un cambio di governo. Ma deve cambiare anche il modo di governare: dal punto di vista costituzionale e dei rapporti tra cittadini ed istituzionià. Importanti riforme di sistema sono necessarie anche per ridare ai cittadini fiducia nella giustizia. Ma in questo settore noi tuttavia riteniamo che vi sia una inderogabile priorità: la cancellazione delle principali leggi che sono state adottate quasi esclusivamente al fine di perseguire gli interessi personali di pochi, ignorando quelli della collettività. Si tratta di leggi che - a prescindere da ogni altra considerazione - hanno devastato il nostro sistema giustizia e compromesso il principio della ragionevole durata dei processi».
Ma è in tempi più recenti che il pm ha avuto modo di far parlare ancora di sé in contrasto con il premier Berlusconi. Sottani, considerato dai suoi colleghi uno dei più attenti sostenitori della corrente di sinistra che si riconosce in Magistratura democratica e nel Movimento per la Giustizia, non ha infatti gradito che il governo abbia posto il “segreto di Stato” sull’archivio del Sismi sequestrato il 5 luglio 2006 dalla Digos nell’ufficio segreto di via Nazionale a Roma. Cosa che ha permesso agli 007 Pio Pompa e di Nicola Pollari di restare con la bocca cucita durante l’interrogatorio condotto dallo stesso Sottani. Nel settembre dello scorso anno, il pm ha poi chiesto e ottenuto l’archiviazione delle accuse di abuso di ufficio e interruzione di pubblico servizio contro Luigi De Magistris (oggi esponente dell’Italia dei Valori) ed altri sette magistrati della procura della Repubblica di Salerno al centro delle vicende legate allo “scontro fra le procure”.
È da lui che il 14 maggio Scajola dovrà presentarsi come persona informata dei fatti per la ben nota storia della casa. Il trattamento, sembra di capire, non sarà di favore.
libero-news.it
«Si sta chiudendo una delle più tormentate e controverse legislature della storia repubblicana», scrivevano con “sobrio distacco”, oltre a Sottani, anche altri nomi conosciuti come quelli di Armando Spataro e Nicoletta Gandus, le toghe del processo Mills, «e c’è oggi la prospettiva di un cambio di governo. Ma deve cambiare anche il modo di governare: dal punto di vista costituzionale e dei rapporti tra cittadini ed istituzionià. Importanti riforme di sistema sono necessarie anche per ridare ai cittadini fiducia nella giustizia. Ma in questo settore noi tuttavia riteniamo che vi sia una inderogabile priorità: la cancellazione delle principali leggi che sono state adottate quasi esclusivamente al fine di perseguire gli interessi personali di pochi, ignorando quelli della collettività. Si tratta di leggi che - a prescindere da ogni altra considerazione - hanno devastato il nostro sistema giustizia e compromesso il principio della ragionevole durata dei processi».
Ma è in tempi più recenti che il pm ha avuto modo di far parlare ancora di sé in contrasto con il premier Berlusconi. Sottani, considerato dai suoi colleghi uno dei più attenti sostenitori della corrente di sinistra che si riconosce in Magistratura democratica e nel Movimento per la Giustizia, non ha infatti gradito che il governo abbia posto il “segreto di Stato” sull’archivio del Sismi sequestrato il 5 luglio 2006 dalla Digos nell’ufficio segreto di via Nazionale a Roma. Cosa che ha permesso agli 007 Pio Pompa e di Nicola Pollari di restare con la bocca cucita durante l’interrogatorio condotto dallo stesso Sottani. Nel settembre dello scorso anno, il pm ha poi chiesto e ottenuto l’archiviazione delle accuse di abuso di ufficio e interruzione di pubblico servizio contro Luigi De Magistris (oggi esponente dell’Italia dei Valori) ed altri sette magistrati della procura della Repubblica di Salerno al centro delle vicende legate allo “scontro fra le procure”.
È da lui che il 14 maggio Scajola dovrà presentarsi come persona informata dei fatti per la ben nota storia della casa. Il trattamento, sembra di capire, non sarà di favore.
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Segnali di ripresa: in frenata sussidi e cassaintegrazione
Anche nel 2010, com’era successo in autunno, è finalmente arrivata l’inversione di rotta. Ad aprile, dopo diversi mesi di preoccupante risalita, la cassa integrazione ha tirato il freno, passando dai 122,6 milioni di ore autorizzate a marzo a 115,6 milioni. Si tratta di una diminuzione del 5,7%. Il calo ha riguardato soprattutto la cassa ordinaria, con una flessione del 22,5%, che arriva al 27,3% per l’industria. «È la prima volta nel corso del 2010 che le ore diminuiscono mese su mese», ha commentato il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, che ha voluto sottolineare l’andamento differenziato nelle regioni e nei comparti: «Nel Nord più industrializzato, ad esempio, il ricorso è stato più basso dello scorso anno».
La bufera, chiaramente, non è affatto passata. Come dimostra il confronto sul 2009. Rispetto allo scorso anno la cig è complessivamente aumentata del 52,9%. Un balzo attribuibile in gran parte alla cassa integrazione in deroga. In forte crescita anche la cassa integrazione straordinaria. Ad aprile sono state autorizzate 56,8 milioni di ore, con un incremento dell’8% rispetto a marzo e del 192% sul 2009.
Complessivamente, però, sembra che il peggio sia passato. Nei primi quattro mesi dell’anno, le ore autorizzate di cig (mettendo insieme l’ordinaria, la straordinaria e quella in deroga) sono state 415,7 milioni contro 204,8 milioni del primo quadrimestre 2009. L’incremento nel periodo è stato dell’103%. Sensibile, ma mai come quello visto nel 2009, dove le ore autorizzate di cassa integrazione rispetto al 2008 erano cresciute addirittura del 302%.
È ottimista Maurizio Sacconi. «La periodica rilevazione dell’Inps», ha spiegato il ministro del Welfare, «da un lato permette di rilevare la prima diminuzione del 2010 e, dall’altro, conferma l’attitudine delle imprese a mantenere il legame con i propri lavoratori anche in presenza del persistere di una bassa domanda».
Segnali di miglioramento arrivano anche sul fronte delle domande di disoccupazione, che a marzo sono state 2.500 in meno rispetto a febbraio e quasi 30mila in meno rispetto al 2009, con un calo del 27,3%. Complessivamente, calcola l’Inps, nel primo trimestre del 2010 le domande presentate sono state il 12,5% in meno rispetto allo stesso periodo del 2009. In flessione anche le richieste di mobilità: a marzo circa il 12% in meno sul 2009. I dati, secondo Mastrapasqua, segnalano «che il sistema di protezione sociale continua a funzionare a pieno regime».
Tutt’altra, inutile dirlo, la versione della Cgil, secondo la quale, «il 2010 si avvia ad essere il nuovo anno record per la cassa integrazione».
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La bufera, chiaramente, non è affatto passata. Come dimostra il confronto sul 2009. Rispetto allo scorso anno la cig è complessivamente aumentata del 52,9%. Un balzo attribuibile in gran parte alla cassa integrazione in deroga. In forte crescita anche la cassa integrazione straordinaria. Ad aprile sono state autorizzate 56,8 milioni di ore, con un incremento dell’8% rispetto a marzo e del 192% sul 2009.
Complessivamente, però, sembra che il peggio sia passato. Nei primi quattro mesi dell’anno, le ore autorizzate di cig (mettendo insieme l’ordinaria, la straordinaria e quella in deroga) sono state 415,7 milioni contro 204,8 milioni del primo quadrimestre 2009. L’incremento nel periodo è stato dell’103%. Sensibile, ma mai come quello visto nel 2009, dove le ore autorizzate di cassa integrazione rispetto al 2008 erano cresciute addirittura del 302%.
È ottimista Maurizio Sacconi. «La periodica rilevazione dell’Inps», ha spiegato il ministro del Welfare, «da un lato permette di rilevare la prima diminuzione del 2010 e, dall’altro, conferma l’attitudine delle imprese a mantenere il legame con i propri lavoratori anche in presenza del persistere di una bassa domanda».
Segnali di miglioramento arrivano anche sul fronte delle domande di disoccupazione, che a marzo sono state 2.500 in meno rispetto a febbraio e quasi 30mila in meno rispetto al 2009, con un calo del 27,3%. Complessivamente, calcola l’Inps, nel primo trimestre del 2010 le domande presentate sono state il 12,5% in meno rispetto allo stesso periodo del 2009. In flessione anche le richieste di mobilità: a marzo circa il 12% in meno sul 2009. I dati, secondo Mastrapasqua, segnalano «che il sistema di protezione sociale continua a funzionare a pieno regime».
Tutt’altra, inutile dirlo, la versione della Cgil, secondo la quale, «il 2010 si avvia ad essere il nuovo anno record per la cassa integrazione».
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Lo Sviluppo economico è una posizione strategica per gestire gas e nucleare
Gas e nucleare. Ma anche gli incentivi alle imprese in difficoltà, il caso Termini Imerese, il protocollo coi benzinai per contenere il prezzo del carburante. Sono tanti i dossier aperti sulla scrivania di Claudio Scajola. Partite centrali per l’economia del Paese, soprattutto in una fase in cui sarà necessario cogliere e sfruttare tutti i segnali di ripresa per uscire dalla crisi. Solo qualche mese fa nell’elencare i compiti per il futuro, il ministro dello Sviluppo aveva indicato le priorità. Da una nuova politica industriale, che introduca il contratto di rete d’impresa per superare la logica dei distretti, alla riforma degli aiuti alle imprese, con forti snellimenti delle procedure e un maggior ricorso ai cofinanziamenti pubblico-privato. Dalla riforma degli enti di internazionalizzazione, fino a quella dei consorzi agrari.
Ma al primo posto, inutile dirlo, c’era la nuova strategia energetica nazionale. A partire dalla delicata partita sul gas, in cui la posta in gioco, altissima, è contemporaneamente economica e politica. La grana Scajola arriva proprio all’indomani del vertice italo-russo con cui Silvio Berlusconi aveva celebrato un patto a tre con Putin e Sarkozy per accelerare sul progetto South Stream. Il gasdotto strategico realizzato dall’Eni e dalla russa Gazprom (ed è pronta ad entrare anche la francese Edf) per portare il metano in Europa (e in Italia ovviamente) bypassando l’Ucraina. Appesi al progetto ci sono, nell’ordine, un business stratosferico per il Cane a sei zampe, la garanzia di maggiori approvvigionamenti per l’Italia, il rafforzamento dell’asse con il presidente russo, l’uscita dall’angolo in cui Germania e Usa avevano schiacciato il nostro Paese sulla politica energetica attraverso il sostegno al progetto di gasdotto alternativo Nabucco. Ma nelle mani del ministro dello Sviluppo c’è anche il futuro del nucleare. Una partita dal ritorno meno immediato in termini economici, ma fondamentale sul piano dell’immagine e del consenso.
Due fronti, gas e nucleare, cui Berlusconi tiene moltissimo. È per questo che al di là del toto-nomine per la successione di Scajola una cosa è stata chiara a tutti fin da subito. Alla guida dello Sviluppo economico potrà andare soltanto un fedelissimo del Cavaliere. Non ci sono richieste o rivendicazioni che tengano, né presunte quote leghiste. La scelta ricadrà su un uomo del suo entourage. Romani o Cicchitto, due nomi circolati nelle ultime ore, avrebbero entrambi i requisiti. Ma la decisione sarà ponderata. Nell’attesa, non è escluso un interim. Del resto, chi è più fidato di se stesso?
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Ma al primo posto, inutile dirlo, c’era la nuova strategia energetica nazionale. A partire dalla delicata partita sul gas, in cui la posta in gioco, altissima, è contemporaneamente economica e politica. La grana Scajola arriva proprio all’indomani del vertice italo-russo con cui Silvio Berlusconi aveva celebrato un patto a tre con Putin e Sarkozy per accelerare sul progetto South Stream. Il gasdotto strategico realizzato dall’Eni e dalla russa Gazprom (ed è pronta ad entrare anche la francese Edf) per portare il metano in Europa (e in Italia ovviamente) bypassando l’Ucraina. Appesi al progetto ci sono, nell’ordine, un business stratosferico per il Cane a sei zampe, la garanzia di maggiori approvvigionamenti per l’Italia, il rafforzamento dell’asse con il presidente russo, l’uscita dall’angolo in cui Germania e Usa avevano schiacciato il nostro Paese sulla politica energetica attraverso il sostegno al progetto di gasdotto alternativo Nabucco. Ma nelle mani del ministro dello Sviluppo c’è anche il futuro del nucleare. Una partita dal ritorno meno immediato in termini economici, ma fondamentale sul piano dell’immagine e del consenso.
Due fronti, gas e nucleare, cui Berlusconi tiene moltissimo. È per questo che al di là del toto-nomine per la successione di Scajola una cosa è stata chiara a tutti fin da subito. Alla guida dello Sviluppo economico potrà andare soltanto un fedelissimo del Cavaliere. Non ci sono richieste o rivendicazioni che tengano, né presunte quote leghiste. La scelta ricadrà su un uomo del suo entourage. Romani o Cicchitto, due nomi circolati nelle ultime ore, avrebbero entrambi i requisiti. Ma la decisione sarà ponderata. Nell’attesa, non è escluso un interim. Del resto, chi è più fidato di se stesso?
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lunedì 3 maggio 2010
Di Pietro chiede le dimissioni di Scajola, il Cavaliere gli dà piena fiducia
«Continua così, vai avanti sulla tua strada, devi stare sereno, sono con te». Sono le parole di Silvio Berlusconi a chiudere il giovedì nero di Scajola. Una giornata difficile, iniziata con il forfait del ministro al convegno organizzato dal Gse sul nucleare. Un appuntamento cui teneva molto, ma che lo avrebbe esposto al fuoco di fila dei giornalisti sulla vicenda trapelata dall’inchiesta di Perugia sul G8. Al posto del previsto intervento il ministro ha diffuso alle agenzie una nota infuocata. «Nella vita possono capitare cose incomprensibili», scrive Scajola, «e questa è addirittura sconvolgente. Colpisce con una violenza senza precedenti il mio privato e la mia famiglia. Registro un attacco infondato e senza spiegazione, per una vicenda nella quale non sono indagato, a danno di chi lavora tutti i giorni per difendere, nel suo ruolo, le ragioni e gli interessi del nostro Paese». Una risposta meditata e sofferta, quella del ministro, che spiega di «non poter dire nulla sul merito di quanto apparso sui giornali per rispetto alla magistratura che sta lavorando». Poi Scajola dice di non essere abituato «alle dietrologie» e quindi di non voler credere «che dietro a tutto questo vi siano oscuri manovratori o disegni preordinati». Detto questo, «resta la grande amarezza per il fatto che si sia arrivati a coinvolgere addirittura i miei figli». In ogni caso, conclude Scajola, «non mi lascio intimidire. La mia coscienza è pulita. Proseguo con la massima serenità il mio lavoro».
La stessa serenità cui lo ha invitato il premier dopo un incontro a Palazzo Grazioli di circa mezz’ora. Incontro che è stato accompagnato da un tam tam di indiscrezioni, telefonate e chiacchiericci sul futuro del ministro. Non pochi, durante quei trenta minuti, si aspettavano un esito clamoroso della vicenda.
Del resto, non è un segreto che la Lega sia rimasta delusa dallo scambio Zaia-Galan all’Agricoltura, che ha lasciato il Carroccio con una presenza assai ridimensionata nella squadra di governo. Tanto più che Scajola è stato inserito più volte nel valzer dei ministri che sarebbero finiti nel tritacarne del cosiddetto “rimpastino”. Per lui si era ipotizzato un ritorno al coordinamento del partito. Di sicuro, però, non in questo modo. Per ora dal Pdl è arrivata tutta la solidarietà possibile. Oltre a quella di Berlusconi, anche La Russa, Brambilla, Rotondi, Matteoli, Bondi e Cicchitto si sono affrettati a schierarsi al fianco di Scajola. Dalle opposizioni, chiaramente, sono fioccati gli attacchi. Per Antonio Di Pietro il ministro si deve dimettere immediatamente. Il Pd, per il momento, si accontenterebbe dei chiarimenti.
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La stessa serenità cui lo ha invitato il premier dopo un incontro a Palazzo Grazioli di circa mezz’ora. Incontro che è stato accompagnato da un tam tam di indiscrezioni, telefonate e chiacchiericci sul futuro del ministro. Non pochi, durante quei trenta minuti, si aspettavano un esito clamoroso della vicenda.
Del resto, non è un segreto che la Lega sia rimasta delusa dallo scambio Zaia-Galan all’Agricoltura, che ha lasciato il Carroccio con una presenza assai ridimensionata nella squadra di governo. Tanto più che Scajola è stato inserito più volte nel valzer dei ministri che sarebbero finiti nel tritacarne del cosiddetto “rimpastino”. Per lui si era ipotizzato un ritorno al coordinamento del partito. Di sicuro, però, non in questo modo. Per ora dal Pdl è arrivata tutta la solidarietà possibile. Oltre a quella di Berlusconi, anche La Russa, Brambilla, Rotondi, Matteoli, Bondi e Cicchitto si sono affrettati a schierarsi al fianco di Scajola. Dalle opposizioni, chiaramente, sono fioccati gli attacchi. Per Antonio Di Pietro il ministro si deve dimettere immediatamente. Il Pd, per il momento, si accontenterebbe dei chiarimenti.
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Nessun contagio sui titoli di Stato, ma rispunta l’ipotesi “manovrina”
Era a Berlino, ieri, Giulio Tremonti. Impegnato in una conferenza dell’Aspen Institute alla quale oggi parteciperà anche il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble. Sarà l’occasione per fare il punto sulla crisi greca. Ma la notizia che il titolare dell’Economia aspettava con ansia è quella arrivata verso l’ora di pranzo da Roma, dove si è tenuta l’asta per 6,5 miliardi di Btp a tre e dieci anni. Le paure della vigilia non si sono concretizzate. I titoli del Tesoro sono stati tutti assegnati, con una domanda abbastanza sostenuta (circa 10 miliardi) e rendimenti che non sono affatto schizzati come qualche pessimista aveva previsto. Anzi, il differenziale fra i rendimenti del Btp decennale italiano e il Bund tedesco che nei giorni scorsi era balzato oltre quota 120 è tornato a scendere intorno ai 100 punti. Il risultato dell’asta, si legge in una nota di Unicredit, «allontana i timori degli investitori per effetti di contagio sull’Italia». Insomma, lo Stivale, per quanto appesantito dal maxi-debito, sembra reggere il passo senza troppe difficoltà. Ieri, del resto, la tensione si è alleggerita anche sul fronte internazionale. I mercati europei hanno ripreso a correre (con la Borsa di Atene balzata di oltre il 7%) nella convinzione che i prestiti di Eurozona e Fmi alla Grecia saranno decisi nei prossimi giorni. E anche i rendimenti obbligazionari degli Stati coinvolti nel bufera si sono raffreddati.
Questo non significa che Tremonti possa tirare i remi in barca. Tutt’altro. La crisi greca permette al ministro di respingere con facilità gli attacchi del cosiddetto partito della spesa o di chi, come le imprese ed alcuni settori della stessa maggioranza, non ha perso le speranze di poter intervenire sulla pressione fiscale con maggiore incisività di quanto prospettato. Ma allo stesso tempo lo costringe a mettere i conti pubblici sotto un controllo ancor più stringente. Se prima quel 5% del rapporto deficit/pil previsto dal governo per il 2010 poteva essere un obiettivo da tenere presente, ora è diventato un vero e proprio diktat. Tremonti non può consentire un seppur minimo sforamento che, vista la situazione, sarebbe letto dagli investitori come un allarme rosso. Nessun pericolo dovrebbe arrivare dal prestito per la Grecia di 5,5 miliardi, che il ministro preleverà dal conto di tesoreria senza impatto sull’indebitamento. E un po’ di ossigeno arriverà dal gettito dello scudo fiscale, la cui proroga si chiude oggi. Ma l’ipotesi di una correzione in corsa, la tanto chiacchierata manovrina estiva, diventa sempre più concreta. Lo stesso Silvio Berlusconi, durante la cena di mercoledì con i senatori del Pdl, non ha escluso la possibilità, posticipando però l’intervento a dopo l’estate. «È inutile nasconderlo», avrebbe detto il premier raccontando di un incontro di tre ore con Tremonti, «la situazione preoccupa». Nessuna conferma arriva ovviamente dal Tesoro, che anzi in serata ha fatto circolare una secca, per quanto ufficiosa, smentita alle indiscrezioni. Lo stesso Tremonti da Berlino avrebbe detto che su questo punto «si accettano scommesse».
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Questo non significa che Tremonti possa tirare i remi in barca. Tutt’altro. La crisi greca permette al ministro di respingere con facilità gli attacchi del cosiddetto partito della spesa o di chi, come le imprese ed alcuni settori della stessa maggioranza, non ha perso le speranze di poter intervenire sulla pressione fiscale con maggiore incisività di quanto prospettato. Ma allo stesso tempo lo costringe a mettere i conti pubblici sotto un controllo ancor più stringente. Se prima quel 5% del rapporto deficit/pil previsto dal governo per il 2010 poteva essere un obiettivo da tenere presente, ora è diventato un vero e proprio diktat. Tremonti non può consentire un seppur minimo sforamento che, vista la situazione, sarebbe letto dagli investitori come un allarme rosso. Nessun pericolo dovrebbe arrivare dal prestito per la Grecia di 5,5 miliardi, che il ministro preleverà dal conto di tesoreria senza impatto sull’indebitamento. E un po’ di ossigeno arriverà dal gettito dello scudo fiscale, la cui proroga si chiude oggi. Ma l’ipotesi di una correzione in corsa, la tanto chiacchierata manovrina estiva, diventa sempre più concreta. Lo stesso Silvio Berlusconi, durante la cena di mercoledì con i senatori del Pdl, non ha escluso la possibilità, posticipando però l’intervento a dopo l’estate. «È inutile nasconderlo», avrebbe detto il premier raccontando di un incontro di tre ore con Tremonti, «la situazione preoccupa». Nessuna conferma arriva ovviamente dal Tesoro, che anzi in serata ha fatto circolare una secca, per quanto ufficiosa, smentita alle indiscrezioni. Lo stesso Tremonti da Berlino avrebbe detto che su questo punto «si accettano scommesse».
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