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mercoledì 15 febbraio 2017

Tulliani, case e bolidi a spese degli altri

Quando, nell’estate del 2010, comparvero su Chi le foto di Giancarlo Tulliani che lavava allegramente la sua Ferrari 458 Italia (una supercar prodotta in numero limitato da 197mila euro) con la fidanzata, il sospetto che qualcosa non tornava lo ebbero in molti. Residenza monegasca, belle macchine, capi firmati.

martedì 26 febbraio 2013

Lo spettro di Monti non molla l'osso

Mario Monti non lo può vedere. «Ce l’ha con me e con l’Italia», aveva detto. In realtà,  quando l’editorialista tedesco del Financial Times, Wolfgang Munchau, aveva previsto per il premier uscente un modesto quarto posto ci aveva visto lungo. Nessuna questione personale. Solo una previsione azzeccata. E neanche fino in fondo. Il risultato ottenuto dalla coalizione guidata dal Prof può infatti essere definito senza troppi giri di parole una vera e propria débâcle. Sia rispetto ai sondaggi sia rispetto alle attese dello stesso Monti. «Non so dire quale sarebbe un risultato soddisfacente», aveva detto solo qualche giorno fa il premier uscente, «veniamo da un’esperienza di governo molto impopolare e veniamo da un mese di vita: il 15% è molto, ma è poco rispetto alle nostre ambizioni». Quel poco si è trasformato, alla prova delle urne, in pochissimo.

giovedì 22 settembre 2011

Quando D’Alema snobbava l’agenzia di rating

Cos’hanno in comune Massimo D’Alema e Gianfranco Fini? Entrambi fanno spallucce di fronte ai verdetti delle agenzie di rating. È curioso, se si pensa che la decisione di martedì di S&P, invece, ha scatenato un polverone di polemiche proveniente anche, tra gli altri partiti di opposizione, proprio da Pd e Fli.

giovedì 21 luglio 2011

Tutti tagliano, ma Fini alza gli stipendi


Finché le cifre non saranno scritte nero su bianco nei bilanci di Camera e Senato è difficile fidarsi. Anche i tagli sbandierati da Giulio Tremonti sembravano cosa fatta. Poi, sfogliando la manovra, si è scoperto che se ne parla solo dalla prossima legislatura. Anche la correzione di bilancio doveva essere tutta sul lato della spesa, poi la Ragioneria dello Stato ci ha spiegato che il 60% delle risorse arrivano da nuove entrate (in altri termini: tasse) e solo il 40% da sforbiciate alle uscite.

martedì 7 settembre 2010

Con l’Udc e Lombardo è pronto il partito del Sud

Non ci voleva l’aereo propagandistico con la scritta “Il Sud con Fini” per sapere che la sfida politica del presidente della Camera si combatterà in gran parte nelle terre del Mezzogiorno. È lì che Gianfranco Fini ha da sempre il grosso del bacino elettorale ed è lì che l’asse Lega-PdL, micidiale strumento di consenso nel Nord, si dimostra fragile e vulnerabile. Non solo alle lusinghe di Futuro e Libertà, ma anche a quelle dei centristi dell’Udc e dei vari movimenti “separatisti” di centrodestra. Al Sud c’è ad esempio la formazione politica guidata da Adriana Poli Bortone. Piccola, ma agguerrita al punto da azzoppare facilmente la candidatura di Rocco Palese contro il governatore della Puglia, Nichi Vendola. Proprio lei, qualche settimana fa, ha parlato apertamente di Partito del Sud. Secondo l’ex sindaco di Lecce, animatrice del movimento Io Sud, il Mezzogiorno «può diventare il polo di attrazione tra diverse forze politiche». Il link immediato è ovviamente con la Mpa di Raffaele Lombardo, con cui  ha spiegato la Poli Bortone, «è stata già creata una federazione che raggruppa oltre cento tra consiglieri regionali e comunali».
In Sicilia la partita è complicata. Il PdL Sicilia, gruppo formato all’Assemblea regionale dalla scissione del PdL, è stato formato un anno fa proprio dagli ex An finiani. Decisione poi condivisa dal sottosegretario Micciché, anche lui con il pallino del Partito del Sud. Qualcuno ha già fatto delle simulazioni sul voto nell’isola ipotizzando un terzo polo formato da chi si è astenuto sulla mozione Caliendo, ovvero Fli, Udc, Mpa e Api. Ebbene i tre poli sarebbero lì a giocarsi la vittoria sul filo di lana del 32-33%. Fantapolitica? Forse. Più concreta, per ora, è l’azione politica che i finiani metteranno in atto nei prossimi mesi per dimostrare l’attenzione per il Sud. Federalismo e Mezzogiorno, del resto, sono due dei cinque punti su cui Berlusconi ha chiesto la fiducia. «Il federalismo è possibile solo se sarà fatto nell’interesse di tutta l’Italia, non soltanto nella parte più sviluppata del Paese», ha detto più volte Fini. Passando dalle parole ai fatti si tratterebbe di inserire nei decreti attuativi del federalismo una serie di correttivi che riguardano principalmente il fondo perequativo e l’applicazione dei criteri della spesa standard. Un modo per consentire al Sud di procedere gradualmente senza troppi traumi.
Ma in gioco non ci sono solo le risorse (e i costi) del federalismo. Fini insiste da un po’ anche sulla necessità di intensificare le politiche per il Mezzogiorno «puntando su grandi e pochi interventi di qualità ispirati allo sviluppo del capitale umano e delle reti». Anche domenica il presidente della Camera ha ribadito che, pur in assenza di risorse, bisogna trovare i mezzi per sostenere la competitività del Sud. Cosa ne dirà il ministro dell’Economia, che nelle prossime settimane dovrà portare in Parlamento la manovra? Bossi tempo fa ha tuonato: «Tremonti ha come nemico Fini perchè vuole i soldi da sprecare al Sud». In realtà, poco più di un anno fa Fini propose a Capri di fronte ai giovani industriali la creazione di una piattaforma nel Mezzogiorno per attrarre poli di ricerca ed eccellenze tecnologiche, destinando una quota della Finanziaria nei prossimi dieci anni. «È un’idea straordinaria, potrebbe essere un motore di sviluppo», disse lo stesso giorno, sempre a Capri, un entusiasta Tremonti.

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lunedì 2 agosto 2010

Guerra per il tesoretto di An

Archiviato il divorzio politico, ora bisogna pensare a quello economico. E anche qui la battaglia si preannuncia tutt’altro che facile. Gli ex colonnelli di An non sembrano infatti intenzionati a lasciare che Gianfranco Fini si pappi tutto il tesoretto del vecchio partito. Sul piatto ci sono attualmente circa 105 milioni di euro di cassa e la torta ben più sostanziosa del patrimonio immobiliare: sezioni, case e palazzi sparsi in tutta Italia il cui valore si aggirerebbe sui 3-400 milioni di euro (anche se gli amministratori sostengono che una valutazione vera e propria non sia mai stata fatta). Molti gli immobili di pregio, tra cui il palazzo romano di Via della Scrofa, ex sede nazionale del partito, e la storica sede milanese di Via Mancini.
Terreno di scontro sarà la nascitura Fondazione Alleanza Nazionale, un’idea che nacque (sulla scorta di quanto fatto dai Ds con la creazione del Pd) all’epoca della fusione con Forza Italia non solo per continuare a percepire i rimborsi elettorali, ma anche per blindare i forzieri del vecchio partito e per garantire la proprietà giuridica del simbolo e del nome. Il progetto, che ha preso veramente corpo solo negli ultimi mesi, potrebbe diventare l’asso nella manica del presidente della Camera. A guardia del fortino, infatti, benché negli organismi di controllo siano rappresentate più o meno tutte le ex correnti di An, ci sono fedelissimi di Fini già entrati a far parte dei nuovi gruppi parlamentari Futuro e Libertà.

Le chiavi della cassa
Le chiavi della cassaforte sono in mano a Franco Pontone, tesoriere del vecchio partito, e a Donato Lamorte, storico capo della segreteria politica di Fini ai tempi dell’Msi ed ora amministratore unico delle tre società Italimmobili srl, Immobiliare Nuova Mancini srl e Isva che gestiscono tutto il patrimonio immobiliare di An.
Le varie società sono destinate a confluire nella nuova Fondazione (che dovrà darsi uno statuto entro il 2011), tra i cui garanti, oltre al presidente Lamorte, ci sono due finiani doc come il senatore Egidio Digilio e il deputato Enzo Raisi (amministratore del Secolo d’Italia). Mentre la gestione amministrativa dell’associazione An, il veicolo per arrivare alla Fondazione, è nelle mani fidate di Pontone.

Assalto al Secolo
Qualche settimana fa, prevedendo la bufera, gli ex An non legati al presidente della Camera hanno iniziato a puntare i piedi. Durante l’assemblea per l’approvazione del bilancio 2009 sono infatti fioccate le contestazioni alla gestione economica dell’associazione. Critiche rivolte principalmente agli anticipi concessi dal partito al Secolo d’Italia (gestito da una srl, ma controllato da An attraverso una quota di partecipazione del 97%, pari a 87mila 300 euro di capitale sociale nominale), quotidiano diretto da un’altra fedelissima di Fini come Flavia Perina. A guidare l’assalto, secondo ricostruzioni fatte dalla stessa Perina, sarebbero stato i senatori “larussiani” Antonino Caruso e Pierfrancesco Gamba e Roberto Petri (capo della segreteria politica del ministro della Difesa), anche loro nel comitato dei garanti della Fondazione accanto a Francesco Biava e Maurizio Leo (area Alemanno) e Giuseppe Valentino. Alla fine gli uomini di Ignazio La Russa sarebbero riusciti ad ottenere un tetto all’autonomia di Pontone (che nel 2009 ha portato il bilancio in utile di 38,5 milioni) e un controllo preventivo su tutta la gestione.
Con l’esplosione del caso Montecarlo (l’appartamento l’asciato in eredità al partito dalla contessa Anna Maria Colleoni nel 1999 e ora utilizzato dal fratello della compagna di Fini, Giancarlo Tulliani, attraverso una società off-shore) e lo strappo di questi giorni, le truppe degli ex colonnelli starebbero meditando misure ancora più drastiche, come quella di affidare ad una società di certificazione di bilanci la valutazione della sana e corretta gestione degli attivi patrimoniali.

La mossa di Fini
Nel frattempo, anche Fini sta muovendo le sue pedine. L’idea a cui stanno lavorando gli uomini del presidente della Camera è quella di legare la Fondazione al partito che dovrà nascere da Generazione Italia e dai gruppi parlamentari Futuro e Libertà.
Tutto ruoterebbe intorno alla possibilità di dimostrare legalmente che ci sia una continuità sostanziale tra il nuovo partito e il vecchio. Una tesi il cui argomento forte è chiaramente la presenza dello stesso leader (Fini era presidente di An e lo sarà della nuova creatura politica) e di una parte della stessa classe dirigente.
Molto più semplice, per adesso, sarà portare a casa le spettanze dei due nuovi gruppi parlamentari per le quali non servono battaglie legali né manovre societarie. Basterà presentare il conto agli uffici di Camera e Senato.

La dote dei gruppi
Secondo i calcoli effettuati da Italia Oggi si tratta complessivamente di circa 2 milioni di euro. A Palazzo Madama la dote che i finiani si portano dietro è così suddivisa: 40mila euro sono i fondi per le attività parlamentari dei dieci senatori a cui si aggiungono due contributi di 76mila euro l’uno per i servizi di supporto e 5 contributi sempre da 76mila euro per il personale. In tutto circa mezzo milione di euro.
Si arriva invece a quasi un milione e mezzo per Montecitorio. Calcolando quanto prende complessivamente il gruppo del Pdl e dividendo la somma per ognuno dei deputati si scopre che ogni onorevole costa qualcosa come 43mila euro.
Soldi che vanno quindi moltiplicati per i 33 deputati che andranno a formare il nuovo gruppo di Futuro e Libertà. In tutto un milione e 419mila euro.

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giovedì 17 giugno 2010

Parte l’assalto degli emendamenti. Ma l’Europa promuove il testo di Giulio

Fervono i lavori di maggioranza e governo sulle proposte di modifica alla manovra economica da presentare entro venerdi alle 13 in commissione Bilancio al Senato, dove ieri è ufficialmente partito l’iter del provvedimento. Dopo la riunione dei finiani nel pomeriggio alla Camera, un nuovo incontro, questa volta con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, si è tenuto in serata al Senato (presente anche la Lega) per concordare le proposte di modifica che potranno avere il consenso del governo.
Per quanto riguarda il drappello di senatori vicini a Gianfranco Fini, la linea è quella di accettare il diktat del Tesoro sulla necessità di non modificare i saldi della manovra.
Si cercherà quindi di presentare emendamenti che consentano di trovare fondi per incentivare la crescita economica. A partire dalla cancellazione degli enti inutili e dalla soppressione delle province al di sotto di una soglia di abitanti ancora da definire. Sembrano però confermati anche i cavalli di battaglia dell’economista Mario Baldassarri sul taglio dell’Irap e sulla cedolare secca sugli affitti.
Sul fronte degli emendamenti “condivisi” secondo Maurizio Gasparri «c’è già l’ok di Tremonti» per modificare la norma che prevede l’innalzamento della soglia di invalidità, dal 74% all’85%, per ottenere il relativo assegno. Il presidente dei senatori del PdL ha anche spiegato di aver incontrato le forze dell’ordine ed i farmacisti. «Ho qui», ha spiegato, «le richieste di emendamenti da parte della Confindustria e di altre categorie, incontreremo anche i Presidenti delle Regioni. Le richieste di modifica sono tante e discuteremo quali aspetti della manovra modificare, tenendo fermi i saldi».
Ieri, intanto, oltre alla rabbia delle Regioni Tremonti ha incassato il via libera di Bruxelles. La manovra da 24,9 miliardi per il 2011 e 2012 contiene «misure adeguate» per centrare l’obiettivo del rientro del deficit sotto il 3% in due anni. A patto, ha ammonito la Commissione Ue, di «assicurare una stringente attuazione del programmato calo della spesa pubblica e di affrontare la possibile caduta delle entrate fiscali». La valutazione sullo stato dei conti pubblici dell’Italia e sulle misure correttive è contenuta nel rapporto che il commissario Ue agli affari economici e monetari, Olli Rehn, presenterà alla riunione Ecofin di luglio, insieme ai rapporti di altri quattordici Paesi della zona euro che sono al centro di una procedura di infrazione per deficit eccessivo, tra cui Francia, Germania, Spagna e Portogallo.
Quello espresso sull’Italia, ha spiegato Rehn, è ancora un «giudizio preliminare», perchè «la valutazione approfondita delle misure è ancora in corso», vista la loro recente approvazione. Ma tutto sembra andare nella giusta direzione, che è quella di un calo del deficit, ma anche di un calo dell’enorme debito pubblico che ormai viaggia verso il 118%.
Per questo per l’esecutivo europeo diventa importante rispettare alla lettera gli impegni presi sul fronte dei tagli alla spesa corrente e anche prevenire una possibile stretta delle entrate fiscali. Si tratta dei due pilastri della manovra costruita da Tremonti, incentrata sulla lotta sia alle spese improduttive sia all’evasione fiscale. Sono due strade che per la Commissione Ue servono «anche ad assicurare che il debito pubblico si avvii su una strada in discesa entro la fine del periodo di correzione». Sulla proposta del governo di considerare, nell’ambito della riforma del Patto Ue, il debito aggregato dei Paesi (non solo quello pubblico, ma anche quello di famiglie ed imprese), Rehn si è limitato a dire: «La posizione della Ue è in evoluzione. Presto arriveranno proposte concrete».

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giovedì 10 giugno 2010

I deputati romani prendono i soldi... per stare a Roma

È una delle voci che dovrebbe finire nel mirino della sforbiciata annunciata da Gianfranco Fini e Renato Schifani. Ma per ora se ne sta lì, in tutta la sua assurda incomprensibilità. Si tratta dei 4.003.11 euro al mese netti che ogni parlamentare percepisce per le spese di soggiorno a Roma. Si tratta della famosa diaria. Una delle tante indennità a prezzo fisso che deputati e senatori percepiscono sempre e comunque, anche se a Roma ci abitano, ci vivono, ci sono nati. Come sicuramente capita a molti dei 200 parlamentari cresciuti nella Capitale. L’unico intoppo riguarda le votazioni. Puoi essere nato a Cuneo, a Roma o a Città del Capo, la diaria ti arriva comunque purché ogni tanto ti presenti in Aula a votare. Non sempre, intendiamoci. Basta partecipare al 30% delle votazioni effettuate nell’arco di una giornata per essere considerato presente. Nel caso contrario, l’indennità verrà decurtata di 206,58 euro (a Montecitorio) o di 258,33 euro (a Palazzo Madama). E così per ogni giorno di assenza.
Un piccolo fastidio, che però, stando ai numeri, non sembra così assillante, né così incisivo per le tasche dei parlamentari. Sfogliando i bilanci della Camera si scopre infatti che sul totale dei 30.290.000 euro stanziati per l’ammontare delle diarie da erogare ai 630 deputati, l’effettiva spesa di Montecitorio nel 2008 è stata di 30.267.514. Stesso discorso per Palazzo Madama dove a fronte dei 15.600.000 euro per i 315 senatori più 7 a vita ne sono stati spesi, sempre nel 2008, 15.472.020.
Mancano all’appello 22.486 euro da una parte e 127.979 dall’altra, presumibilmente il frutto delle decurtazioni operate dei severi questori della Camera sui poveri parlamentari. Se così fosse, però, dovremmo vedere ad ogni votazione l’Aula stracolma di persone intente ad esprimere voto su voto, anche sulle questioni più insignificanti o sulle mozioni più sciocche.
In realtà, come ben sanno tutti coloro che frequentano le sale di Montecitorio, ma anche chi di tanto in tanto si guarda una diretta sulla Rai o quei pochi masochisti che seguono con assiduità i canali dedicati sul satellite, la maggior parte delle volte i banchi sono semivuoti.
Chi si è preso la briga di monitorare la situazione ha verificato che in media, tranne le giornate più calde, tra i banchi mancano almeno un centinaio di deputati e lo stesso numero dei senatori. Certo, bisogna considerare le missioni, le malattie, gli impegni di governo e chissà quali altre diavolerie che giustificano le assenze di alcuni parlamentari.
Ma i conti non tornano comunque. Prendendo a riferimento la Camera, la somma tagliata alle indennità di soggiorno dei deputati si ferma sullo 0,7% della somma complessiva. La percentuale dovrebbe avere una qualche corrispondenza con il tasso di assenteismo, altrimenti significa che voto o non voto, la diaria arriva comunque. La trasparenza del sito della Camera, dove abbondano i numeri e le statistiche, ci aiuta ad infittire un altro po’ il giallo. Si scopre infatti che il totale delle presenze dell’Idv, considerando anche le missioni, non supera il 77%. Arriva al 73% la percentuale del gruppo misto e al 75% quella dell’udc. C’è poi l’84% del Pd, l’86% del Pdl e il record della Lega con il 92,7%. Stando a questi numeri il tasso di presenze più missioni, persino quello del Carroccio, è ben al di sotto di quel 99% che risulta dalle decurtazioni effettuate.
Il meccanismo perverso dovrà prima o poi essere cambiato. La cosa bizzarra è che facendo due calcoli si scopre che la soluzione sarebbe a portata di mano, con soddisfazione di tutti e risparmi notevoli per le amministrazioni. Se moltiplichiamo gli oltre 30 milioni di euro che Montecitorio sborsa ogni anno per la diaria arriviamo a 151 milioni. Nell’arco di 4 legislature, che corrisppondono ai classici 20 anni dei mutui immobiliari, i milioni sarebbero 605mila. Se li dividiamo per i 630 deputati otteniamo poco meno di un milione di euro a testa. Non bisogna essere esperti del mercato delle case per sapere che con quella cifra si può comprare un ottimo appartamento in centro.
Ebbene, romani e non romani, a questo punto la Camera poteva offrire case a tutti, investendo denaro in beni che si rivalutano e portano ricchezza. Certo, il parlamentare non si potrà più pagare le vacanze al mare coi soldi dei contribuenti. Ma siamo sicuri che sopravviverebbero anche a questo.

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giovedì 27 maggio 2010

I finiani preparano l’assalto alla manovra. Parla Della Vedova

I finiani, per ora, hanno scelto il basso profilo. In linea con il clima di collaborazione che gli sherpa del presidente della Camera stanno ristabilendo in questi giorni con il Cavaliere. Un clima che Benedetto Della Vedova non vuole assolutamente incrinare. Questo non significa, però, secondo l’ex radicale vicino a Gianfranco Fini, dover restare in silenzio. Anche perché, spiega, «la Finanziaria varata dal governo va nella giusta direzione».

Però?

«Però dobbiamo essere consapevoli che l’Italia deve vaccinarsi contro il virus greco per diventarne immune. Un virus che è la miscela esplosiva di due fattori: l’entità del debito e la scarsa vitalità dell’economia che si trova sotto quel debito».

I tagli voluti da Tremonti serviranno proprio a riportare in equilibrio i conti...

«La manovra affronta con misure di emergenza il primo fattore. Ci sono interventi largamente positivi in termini di tagli e di contrasto all’evasione. Così come di riduzione del perimetro dello Stato, che mi sembra rispondere ad un’impostazione sanamente liberale».

Allora cosa c’è che non va?

«Resto convinto che oltre ai tagli si debba in primo luogo accelerare il lavoro tremontiano sulla valorizzazione e la parziale cessione del patrimonio pubblico sia immobiliare che mobiliare. In quest’ottica mi lascia perplesso anche il federalismo demaniale, che va in gran parte ad abbattere il debito degli enti locali spesso generato da operazioni spericolate di finanza creativa. Sarebbe più efficace procedere con un piano di privatizzazioni sia sul piano nazionale sia sul piano locale. Perché lo statalismo municipale non è peggiore di quello centrale».

Qualche esempio?

«Penso alle utility controllate dai Comuni, alle Ferrovie, alle Poste, ma partirei emblematicamente dalla Rai, che deve essere restituita al mercato prima che fallisca e diventi un onere per la collettività pià grande di quanto sia ora».

E poi?

«Poi mi piacerebbe maggiore coraggio sulle pensioni. Il capitolo va assolutamente ridotto a favore delle altre voci di spesa sociale, dove l’Italia è drammaticamente al di sotto degli standard europei. Se in Francia si parla di andare in pensione a 70 anni ci sarà un motivo. A chi dice che in Italia il sistema è in equilibrio vorrei ricordare che non lo è affatto dal punto di vista generazionale e che più tardi si affronterà la questione più costerà rimettere la previdenza sui giusti binari».

E sul secondo aspetto del virus, cosa manca nella Finanziaria?

«Qui è il problema principale. Sul fronte della crescita nella manovra c’è la riduzione dell’Irap per le imprese del Sud, che è sicuramente importante perché lìeconomia sostiene il debito e l’economia la fanno le imprese. Bisogna però fare di più per favorire la concorrenza, per aprire i mercati, per abbassare la pressione fiscale, magari scambiando gli incentivi con la detassazione».

Tremonti direbbe che è un vecchio linguaggio degli anni ’90...

«È il linguaggio delle riforme che saranno necessarie per garantire la tenuta del sistema italiano».
 
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giovedì 20 maggio 2010

Piano Baldassarri. I finiani preparano la battaglia sulla contromanovra

Venti miliardi dal contenimento della spesa pubblica per acquisti di beni e servizi. Quindici miliardi dai trasferimenti a fondo perduto alle imprese (in cambio di zero fisco per 5 anni). In tutto 35 miliardi di tagli alla spesa corrente per aggiustare i conti pubblici e rilanciare lo sviluppo. Il programma, visto il gran parlare che si è fatto in questi giorni di sforbiciate alla spesa improduttiva, potrebbe sembrare quello di Giulio Tremonti. In realtà, le cifre sono quelle della contromanovra di Mario Baldassarri. Numeri su cui l’economista del PdL diede battaglia, senza successo, durante l’accesa discussione della scorsa Finanziaria. Allora il presidente della commissione Finanze del Senato fu zittito sostenendo che la proposta era esagerata e rischiosa. Qualcuno, disse il ministro dell’Economia riferendosi al professore, «pensa che si possano tagliare le tasse con la macelleria sociale. Non c’è riduzione fiscale che valga quanto conservare la sanità e le pensioni». Ora che non si tratta più di ridurre le tasse, ma di salvare l’euro e l’Europa puntellando i conti pubblici, di macelleria sociale non si parla più. E tra le ipotesi su cui il ministro Tremonti sta lavorando per mettere insieme la finanziaria correttiva c’è proprio, in prima fila, quella di aggredire la spesa improduttiva, comprese sanità e pensioni, di cui si pensa quanto meno di ridurre gli sprechi o di congelare le finestre d’uscita. Ora che Bruxelles sta col fiato sul collo dell’Italia quei 35 miliardi di tagli (prelevati per la maggior parte dai soldi che le amminsitrazioni locali continuano a prosciugare in barba al Patto di stabilità interno), senza toccare lo stato sociale, potrebbero fare comodo. E il modo in cui recuperarli è tornato di stretta attualità. Durante lo scorso autunno la proposta di Baldassarri, considerato molto vicino al presidente della Camera, fu subito derubricata come l’ennesimo sgambetto dei finiani al governo.
Da allora molte cose sono cambiate anche nel rapporto tra Fini e il governo. E il fatto che i finiani abbiano scelto di mantenere un profilo basso nei giorni in cui tutti discutono di manovra potrebbe non essere casuale. Sarebbe curioso, del resto, non rivendicare la primogenitura politica della necessità di abbattere i costi improduttivi della pubblica amministrazione proprio mentre quei tagli vengono invocati. Baldassari, qualche giorno fa, ha speso qualche parola sul suo progetto. Che è scritto da mesi nero su bianco, con numeri e tabelle, nei dossier dell’associazione Economia reale. Non appena sulla manovra si alzerà il velo, c’è da scommettere che il professore tornerà a far sentire con più forza la sua voce. E con lui tutta la truppa dei finiani. Del resto, prima o poi, il decreto in Parlamento ci dovrà passare.


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