Ripresa senza lavoro. È questo l’ossimoro che spaventa il Vecchio continente, dove i segnali di ripartenza dell’economia sembrano del tutto slegati dalle prospettive di crescita dell’occupazione. Non fa eccezione l’Italia, che pur restando molto al di sotto della media Ue (disoccupazione all’8,4% contro il 10% dell’Eurozona) non riesce a frenare l’emorragia di posti di lavoro. Secondo gli ottimisti, si tratta di una normale asimmetria temporale tra crescita economica e ripartenza delle assunzioni. Punta l’indice, invece, sul deficit di produttività Confindustria, che stima a fine 2010 un tasso di disoccupazione in salita all’8,7% e al 9,3 nel 2011. Lo stesso Giulio Tremonti ieri ha ammesso che l’Italia, pur non essendo a rischio sul fronte dei conti pubblici e delle speculazioni finanziarie, ha un problema di crescita. «Dobbiamo fare di più per lo sviluppo», ha detto il ministro dell’Economia, intervenendo alla festa del Pdl a Cortina.
I numeri, per ora, non danno molto conforto. A luglio, secondo i dati diffusi ieri dalla Cisl, gli occupati si sono ridotti di 18mila unità, lo 0,1% rispetto al mese precedente, ma hanno toccato quota 172 mila rispetto a luglio 2009, lo 0,7% in meno. Uno scenario preoccupante, per il sindacato guidato da Raffaele Bonanni, che chiede al governo di mettere il tema occupazione al centro dell’agenda politica. La ricetta sarebbe quella di incentivare le nuove assunzioni, attraverso la valorizzazione dell’apprendistato come primo contratto per i giovani, il rafforzamento del part time e del credito d’imposta per i contratti al Sud.
Previsione fosche anche quelle arrivate, sempre ieri, dalla Cgia di Mestre. Da Torino e Milano a Palermo, passando per Roma e Napoli: nel 2010, secondo l’associazione di artigiani e piccole imprese, in tutte le province italiane, saranno più i lavoratori licenziati che i nuovi assunti. Con situazioni particolarmente preoccupanti nei grandi capoluoghi del Mezzogiorno, che già nel 2009 registrano un tasso di disoccupazione a due cifre e con segnali di altrettanta sofferenza anche nelle roccaforti dell’industria manifatturiera del Nord.
La prospettiva è che a fine anno i senza lavoro potrebbero sfiorare quota 2.200.000 unità. «Nonostante i timidi segnali di ripresa registrati in questi ultimi mesi, gli effetti della crisi economica esplosa negli anni scorsi continuerà a far crescere l’esercito dei senza lavoro», argomenta la Cgia che ha condotto l’indagine mettendo a confronto il tasso di disoccupazione delle province con le previsioni occupazionali fatte dagli imprenditori italiani nell’indagine conoscitiva elaborata da Excelsior-Unioncamere. «A fronte di 802.160 nuove assunzioni previste nel 2010», dice Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia di Mestre, «sono ipotizzati, sempre quest’anno, anche 980.550 licenziamenti. Pertanto, il saldo sarà pari a meno 178.390». La Cgia, a dire il vero, dimentica di sottolineare che, pur a fronte di un segno meno, il numero di assunzioni previste è superiore di 20mila unità rispetto al 2009 e che lo scorso anno, sempre in base ai dati Excelsior-Unioncamere, il saldo era ben più negativo, a meno 213mila unità.
Detto questo, il panorama industriale italiano non offre molti segnali incoraggianti. A partire dalle grandi aziende. Basti pensare al piano di 4.700 esuberi che Unicredit sta concordando in queste settimane con i sindacati, oppure all’accordo già raggiunto in Telecom per la messa in mobilità di 3.900 lavoratori.
Un altro colpo all’occupazione potrebbe arrivare da Fincantieri. Secondo la bozza circolata in questi giorni il piano di ristrutturazione della società conterebbe indicazioni per 2.500 esuberi in Italia. “Solo” 500, sono invece i lavoratori che rischiano il posto a Lecce, dove la multinazionale British American Tobacco (Bat), che ha rilevato i nostri tabacchi, intende chiudere gli impianti e delocalizzare la produzione.
Numeri più piccoli, ma sempre significativi, sono quelli su cui si sta trattando da alcune settimane a Treviso, dove la PepsiCo ha deciso di spostare la produzione di Gatorade e Lipton Ice Tea, mettendo a rischio circa 130 posti di lavoro.
Molti di più sono gli operai che potrebbero finire in mezzo alla strada per la ristrutturazione dell’azienda di abbigliamento intimo La Perla, che a Bologna prevede il licenziamento di 335 lavoratori su 665 dipendenti. Contemporaneamente, La Perla, prevede il taglio di 100 posti a San Piero in Bagno, in Romagna, e di altri 81, a Roseto degli Abruzzi, dove lo stabilimento chiuderà i battenti.
Finirà invece in Procura la lite tra sindacati e commissario liquidatore del Consorzio di Bacino di Napoli-Caserta, che ha avviato la procedura per mettere fuori dall’ente 424 lavoratori.
Ancora da scrivere, infine, il futuro dei 1.400 lavoratori dello stabilimento di Termini Imerese, dove Fiat chiuderà la produzione alla fine del 2011. Il prossimo appuntamento per verificare la presenza di candidati per la riconversione industriale dell’impianto si terrà martedì prossimo al ministero dello Sviluppo.
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Al principio fu creato l'universo. Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa. (Douglas Adams)
venerdì 24 settembre 2010
Ripresa senza lavoro. Più licenziati che assunti
sabato 18 settembre 2010
Romani fa ripartire la rete ultraveloce. Ma l’accordo è lontano
Eppur si muove. Dopo le tensioni dei giorni scorsi qualcosa sembra sbloccarsi sul fronte della banda ultra larga, la cosiddetta Rete di nuova generazione (Ngn). Dal tavolo del viceministro allo Sviluppo con delega alle Comunicazioni, Paolo Romani, sarebbe uscito un accordo di massima che potrebbe rappresentare il punto di partenza per un’intesa fra i gestori. Il condizionale è d’obbligo, perché il passo in avanti arriva dopo dieci giorni di scontri all’arma bianca culminati con l’uscita degli operatori alternativi (Fastweb, Wind, Vodafone, Bt, Aiip, Teletu, Tiscali e Welcome Italia) dal comitato Ngn voluto dall’Agcom. Una rottura provocata dalla diffusione di un documento sulle linee guida per la nuova rete che, è l’accusa, avrebbe riportato solo le posizioni di Telecom senza tener conto dei concorrenti.
Negli stessi giorni l’autorità per le Tlc ha varato un contestatissimo aumento del canone (unbundling) che gli operatori alternativi devono pagare per utilizzare la rete in rame dell’ex monopolista. Decisione che contrasterebbe con il trend europeo di diminuzione dei costi e che, aumentando la redditività della vecchia rete, rischia di rendere meno allettante per Telecom investire sulla nuova. A far alzare un altro po’ la temperatura ci ha poi pensato la Commissione europea, che nei giorni scorsi ha fatto trapelare indiscrezioni sulle direttive che saranno pubblicate lunedì proprio in materia di rete di nuova generazione.
È questo il clima in cui si è aperto il tavolo col ministro. Una sessione tecnica, quella di ieri mattina, su cui Romani puntava proprio per superare le distanze e i dissapori delle ultime settimane. E le speranze non sono state disattese. Il vertice, al quale hanno partecipato tutti i duellanti, ha in sostanza definito il modello infrastrutturale di base, vale a dire come organizzare cavidotti, fibre ottiche spente, collegamenti verticali, permutatori ottici e collegamenti ottici per stazioni radio base, che «dovrà essere punto di riferimento dell’attività che governo, Enti locali e operatori prevedono di sviluppare congiuntamente».
Di sicuro, rispetto alla guerriglia che si era aperta, arrivare a mettere nero su bianco almeno un modello infrastrutturale condiviso è già molto. Ma il risultato è stato possibile solo grazie ad un rinvio dei nodi più spinosi. In primo luogo quello dell’architettura della rete. Il modello condiviso si può infatti definire “neutrale”, ovvero in grado di supportare sia la modalità “Gpon” che quella punto-punto. La prima, tanto per intendersi, è quella su cui punta Telecom, anche perché comporta molti risparmi per chi ha già il controllo della rete in rame. La seconda è quella preferita dagli operatori alternativi, che costa di più in fase di avvio ma è più remunerativa in seguito. Le differenze tra le due modalità non sono irrilevanti. Il punto-punto è del tutto aperto alla concorrenza, l’altro no. Se l’Ngn italiana dovesse essere in Gpon, infatti, nell’immediato i concorrenti privi di fibra propria potrebbero accedervi solo in modalità bitstream, con profili di servizio e velocità finali decise da Telecom. Non sarebbe possibile l’unbundling, cosa che invece sembra stare molto a cuore anche alla Ue.
Pensare che sia scoppiata la pace, insomma, rischia di essere prematuro. Anche perché l’ex monopolista, spiega una fonte che segue la trattativa, “procede dritto sul Gpon e non ha alcuna intenzione di scendere a patti”. E se Bruxelles dovesse confermare l’aumento dell’unbundling, prosegue, “piazzerà un macigno sulla strada della Ngn”. In effetti, conti alla mano, la decisione peserà per circa 200 milioni l’anno sulle spalle degli operatori alternativi. Soldi che inevitabilmente andranno a intaccare il fondo da 2,5 miliardi previsto per lo sviluppo delle banda ultraveloce.
La partita, dunque, è ancora aperta. Il passo successivo sarà l’avvio, la prossima settimana, tramite una consultazione pubblica, di un censimento delle infrastrutture in fibra ottica presenti nel Paese e dei relativi piani di investimento per lo sviluppo delle stesse nei prossimi tre anni. Soddisfatto Romani, che ha ringraziato «tutti gli operatori che stanno contribuendo al progetto con grande professionalità e straordinaria disponibilità». Positivo anche il commento del presidente dell’Autorità, Corrado Calabrò, secondo il quale «poter disporre di un modello condiviso non può che agevolare il percorso di definizione delle nuove regole che l’Agcom si accinge a varare».
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Negli stessi giorni l’autorità per le Tlc ha varato un contestatissimo aumento del canone (unbundling) che gli operatori alternativi devono pagare per utilizzare la rete in rame dell’ex monopolista. Decisione che contrasterebbe con il trend europeo di diminuzione dei costi e che, aumentando la redditività della vecchia rete, rischia di rendere meno allettante per Telecom investire sulla nuova. A far alzare un altro po’ la temperatura ci ha poi pensato la Commissione europea, che nei giorni scorsi ha fatto trapelare indiscrezioni sulle direttive che saranno pubblicate lunedì proprio in materia di rete di nuova generazione.
È questo il clima in cui si è aperto il tavolo col ministro. Una sessione tecnica, quella di ieri mattina, su cui Romani puntava proprio per superare le distanze e i dissapori delle ultime settimane. E le speranze non sono state disattese. Il vertice, al quale hanno partecipato tutti i duellanti, ha in sostanza definito il modello infrastrutturale di base, vale a dire come organizzare cavidotti, fibre ottiche spente, collegamenti verticali, permutatori ottici e collegamenti ottici per stazioni radio base, che «dovrà essere punto di riferimento dell’attività che governo, Enti locali e operatori prevedono di sviluppare congiuntamente».
Di sicuro, rispetto alla guerriglia che si era aperta, arrivare a mettere nero su bianco almeno un modello infrastrutturale condiviso è già molto. Ma il risultato è stato possibile solo grazie ad un rinvio dei nodi più spinosi. In primo luogo quello dell’architettura della rete. Il modello condiviso si può infatti definire “neutrale”, ovvero in grado di supportare sia la modalità “Gpon” che quella punto-punto. La prima, tanto per intendersi, è quella su cui punta Telecom, anche perché comporta molti risparmi per chi ha già il controllo della rete in rame. La seconda è quella preferita dagli operatori alternativi, che costa di più in fase di avvio ma è più remunerativa in seguito. Le differenze tra le due modalità non sono irrilevanti. Il punto-punto è del tutto aperto alla concorrenza, l’altro no. Se l’Ngn italiana dovesse essere in Gpon, infatti, nell’immediato i concorrenti privi di fibra propria potrebbero accedervi solo in modalità bitstream, con profili di servizio e velocità finali decise da Telecom. Non sarebbe possibile l’unbundling, cosa che invece sembra stare molto a cuore anche alla Ue.
Pensare che sia scoppiata la pace, insomma, rischia di essere prematuro. Anche perché l’ex monopolista, spiega una fonte che segue la trattativa, “procede dritto sul Gpon e non ha alcuna intenzione di scendere a patti”. E se Bruxelles dovesse confermare l’aumento dell’unbundling, prosegue, “piazzerà un macigno sulla strada della Ngn”. In effetti, conti alla mano, la decisione peserà per circa 200 milioni l’anno sulle spalle degli operatori alternativi. Soldi che inevitabilmente andranno a intaccare il fondo da 2,5 miliardi previsto per lo sviluppo delle banda ultraveloce.
La partita, dunque, è ancora aperta. Il passo successivo sarà l’avvio, la prossima settimana, tramite una consultazione pubblica, di un censimento delle infrastrutture in fibra ottica presenti nel Paese e dei relativi piani di investimento per lo sviluppo delle stesse nei prossimi tre anni. Soddisfatto Romani, che ha ringraziato «tutti gli operatori che stanno contribuendo al progetto con grande professionalità e straordinaria disponibilità». Positivo anche il commento del presidente dell’Autorità, Corrado Calabrò, secondo il quale «poter disporre di un modello condiviso non può che agevolare il percorso di definizione delle nuove regole che l’Agcom si accinge a varare».
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I treni di Moretti restano in utile. Costi in discesa
Nove milioni di utili rispetto a un buco di 141 milioni. Prosegue la corsa di Mauro Moretti verso il riassestamento dei conti. Dopo aver chiuso nel 2009 il primo bilancio in utile del gruppo dopo anni di perdite vorticose, l’ad delle Ferrovie dello Stato ha fatto il bis nei sei mesi, portando a casa la prima semestrale in attivo con profitti schizzati del 106%. E le previsioni positive, si legge in una nota, «sono confermate anche per la fine del 2010». Il manager riconfermato la scorsa primavera alla guida delle Fs è riuscito a mantenere in crescita tutti gli indicatori. Il margine operativo lordo al 30 giugno è stato di 658 milioni, in aumento del 44% rispetto ai 458 milioni del 2009.
La performance è stata favorita dalla crescita di volumi e ricavi nel trasporto viaggiatori, ma anche dal miglioramento gestionale, su cui Moretti insiste da quando ha messo piede ai piani alti di Piazza della Croce Rossa. Basti pensare che la razionalizzazione dei costi operativi ha portato in 4 anni a risparmi per oltre 1,1 miliardi su un totale di 7,3 miliardi del 2006. Balza alle stelle il risultato operativo del gruppo, che a giugno 2010 raggiunge i 115 milioni di euro, in crescita del 542% rispetto ai -26 milioni di euro del primo semestre 2009. Buone notizie anche sul fronte delle controllate. Trenitalia ha segnato un margine operativo lordo di 558 milioni (+25%) e un risultato netto che si avvicina al pareggio con un passivo di 13 milioni. Un dato che non può essere compreso senza ricordare che nel 2006 la società delle Fs chiudeva l’esercizio con un risultato negativo di 1,9 miliardi. Rfi ha invece segnato un utile netto semestrale di 19 milioni rispetto al rosso di 61 milioni del primo semestre 2009.
Numeri che permettono a Moretti di togliersi l’amaro di bocca dopo il clamoroso stop del Tar del Lazio alla maxi gara da 1,54 miliardi per la fornitura di 50 treni superveloci. Una commessa vinta dal consorzio italo-canadese AnsaldoBreda-Bombardier, ma congelata da un ricorso dei francesi di Alstom (che casualmente fornisce i treni alla concorrente Ntv di Montezemolo).
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La performance è stata favorita dalla crescita di volumi e ricavi nel trasporto viaggiatori, ma anche dal miglioramento gestionale, su cui Moretti insiste da quando ha messo piede ai piani alti di Piazza della Croce Rossa. Basti pensare che la razionalizzazione dei costi operativi ha portato in 4 anni a risparmi per oltre 1,1 miliardi su un totale di 7,3 miliardi del 2006. Balza alle stelle il risultato operativo del gruppo, che a giugno 2010 raggiunge i 115 milioni di euro, in crescita del 542% rispetto ai -26 milioni di euro del primo semestre 2009. Buone notizie anche sul fronte delle controllate. Trenitalia ha segnato un margine operativo lordo di 558 milioni (+25%) e un risultato netto che si avvicina al pareggio con un passivo di 13 milioni. Un dato che non può essere compreso senza ricordare che nel 2006 la società delle Fs chiudeva l’esercizio con un risultato negativo di 1,9 miliardi. Rfi ha invece segnato un utile netto semestrale di 19 milioni rispetto al rosso di 61 milioni del primo semestre 2009.
Numeri che permettono a Moretti di togliersi l’amaro di bocca dopo il clamoroso stop del Tar del Lazio alla maxi gara da 1,54 miliardi per la fornitura di 50 treni superveloci. Una commessa vinta dal consorzio italo-canadese AnsaldoBreda-Bombardier, ma congelata da un ricorso dei francesi di Alstom (che casualmente fornisce i treni alla concorrente Ntv di Montezemolo).
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giovedì 16 settembre 2010
Patto Capranica in panne. Confcommercio resta sola
Alla fine ha avuto la meglio Giancarlo Cremonesi (nella foto LaPresse), attuale presidente di Acea nonché candidato forte di Gianni Alemanno. Alla terza ed ultima votazione utile per la presidenza della Camera di Commercio di Roma (dopo ci sarebbe stato il commissariamento) Cremonesi ha incassato il voto scontato dell’Unione industriali di Roma e quello inatteso dei piccoli. Cna, Confartigianato, Confesercenti e CdO si sono infatti accontentate di ottenere la vicepresidenza per il loro candidato Lorenzo Tagliavanti. La decisione ha fatto andare su tutte le furie la Confcommercio, che ha disertato il voto denunciando le «logiche politiche» che hanno portato alla vittoria di Cremonesi. Di fatto si tratta della prima spaccatura interna di Rete imprese Italia (il cosiddetto Patto Capranica dove Confcommercio è presente accanto ai “piccoli”), che a pochi mesi dalla sua nascita non è riuscita a presentarsi compatta al primo appuntamento importante.
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Per l’Istat l’inflazione rallenta. Ma è boom per i trasporti
I prezzi si sgonfiano. Anzi no. È un dato che va visto in controluce quello diffuso ieri dall’Istat, che ha sostanzialmente confermato le stime preliminari. Ad agosto l’indice nazionale dei prezzi al consumo ha registrato una crescita dello 0,2% rispetto al mese di luglio e dell’1,6% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Lo sguardo d’insieme è senz’altro positivo. Ha ragione Confcommercio quando sostiene che la riduzione all’1,6% rispetto all’1,7 del mese scorso dimostra l’assenza di «patologie inflazionistiche» nel nostro Paese e ci pone sostanzialmente in linea con l’Europa dove l’indice in media fermo sull’1,6%. D’altro canto, la stabilità dei prezzi è anche il segno di una difficoltà a ripartire. Tra i settori che hanno contribuito a rallentare il trend inflazionistico c’è ad esempio quello dell’agricoltura. Un fenomeno che alleggerisce le tasche dei cittadini ma pesa tutto sulle spalle degli operatori che vedono, come spiega la Cia, «prezzi sui campi in netta caduta (-16% negli ultimi due anni) e listini sugli scaffali in frenata (appena +0,1% in un anno)».
Detto questo, non tutto è così fermo come può sembrare. E la speculazione che a livello generale appare sotto controllo, lo è molto meno in alcuni settori specifici. Di sicuro sul rallentamento ha pesato la performance dei carburanti, con la benzina che registra addirittura un abbassamento delle quotazioni pari al -1% su base mensile, mentre a livello tendenziale ha segnato una brusca frenata, passando al +5,8% dal +8,9% di luglio. In ribasso anche il prezzo del gasolio per auto (-0,9% su mese, +9,1% su anno) e del Gpl (-0,6%,+ 20,6%). Ma all’interno del paniere ci sono voci schizzate alle stelle. E, guarda caso, si tratta proprio di quei settori che durante l’estate vanno a colpire di più il portafoglio degli italiani. Stiamo parlando di viaggi e vacanze. Secondo i dati dell’Istat i biglietti aerei hanno registrato un’impennata del 26,6% su luglio, mentre i prezzi sono cresciuti del 6,2% su agosto del 2009. Prezzi alle stelle anche per i traghetti, dove si è rilevato un rincaro del 7% su base congiunturale e del 41,1% su base tendenziale. Quanto ai treni, l’Istat ha registrato un rialzo dello 0,2% a livello mensile e del 9,8% a livello annuale.
La vera stangata arriverà in autunno, «quando le famiglie italiane si troveranno a pagare, su base annua, ben 902 euro in più, principalmente a causa di manovre speculative su prezzi e tariffe». Qualcuno è convinto che la corsa isolata di alcuni prodotti si allargherà presto a tutti gli altri settori. Secondo Casper, il nuovo Comitato contro le speculazioni e per il risparmio, formato da Adoc, Codacons, Movimento difesa del cittadino e Unione Nazionale Consumatori, la vera stangata arriverà in autunno. Le prime avvisaglie, secondo il Casper già con gli aumenti dell’acqua (+8,5%) e dell’Rc auto (+7,3%) le famiglie italiane già ad agosto stanno pagando, rispetto allo scorso anno, 30 euro in più per ogni vettura assicurata e 23 euro in più per l’acqua potabile.
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Detto questo, non tutto è così fermo come può sembrare. E la speculazione che a livello generale appare sotto controllo, lo è molto meno in alcuni settori specifici. Di sicuro sul rallentamento ha pesato la performance dei carburanti, con la benzina che registra addirittura un abbassamento delle quotazioni pari al -1% su base mensile, mentre a livello tendenziale ha segnato una brusca frenata, passando al +5,8% dal +8,9% di luglio. In ribasso anche il prezzo del gasolio per auto (-0,9% su mese, +9,1% su anno) e del Gpl (-0,6%,+ 20,6%). Ma all’interno del paniere ci sono voci schizzate alle stelle. E, guarda caso, si tratta proprio di quei settori che durante l’estate vanno a colpire di più il portafoglio degli italiani. Stiamo parlando di viaggi e vacanze. Secondo i dati dell’Istat i biglietti aerei hanno registrato un’impennata del 26,6% su luglio, mentre i prezzi sono cresciuti del 6,2% su agosto del 2009. Prezzi alle stelle anche per i traghetti, dove si è rilevato un rincaro del 7% su base congiunturale e del 41,1% su base tendenziale. Quanto ai treni, l’Istat ha registrato un rialzo dello 0,2% a livello mensile e del 9,8% a livello annuale.
La vera stangata arriverà in autunno, «quando le famiglie italiane si troveranno a pagare, su base annua, ben 902 euro in più, principalmente a causa di manovre speculative su prezzi e tariffe». Qualcuno è convinto che la corsa isolata di alcuni prodotti si allargherà presto a tutti gli altri settori. Secondo Casper, il nuovo Comitato contro le speculazioni e per il risparmio, formato da Adoc, Codacons, Movimento difesa del cittadino e Unione Nazionale Consumatori, la vera stangata arriverà in autunno. Le prime avvisaglie, secondo il Casper già con gli aumenti dell’acqua (+8,5%) e dell’Rc auto (+7,3%) le famiglie italiane già ad agosto stanno pagando, rispetto allo scorso anno, 30 euro in più per ogni vettura assicurata e 23 euro in più per l’acqua potabile.
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mercoledì 15 settembre 2010
Cresce il debito, non la produttività
A prima vista le cose non vanno niente bene. Da qualunque angolazione lo si guardi, il dato complessivo, arrivato come al solito in contemporanea da Bankitalia e dal Tesoro, sull’andamento delle entrate sembra tracciare un quadro fosco per le finanze pubbliche. Il calo del gettito nei sette mesi si attesta a -3,4% secondo Via Nazionale (che utilizza il criterio di calcolo per cassa) e a -3,1% per Via XX Settembre (secondo il criterio di competenza). E sebbene ieri, a differenza di altre occasioni, le due cifre convergano, mai come questa volta il documento parallelo diffuso dalle Finanze merita una lettura più approfondita. Il calo è infatti quasi totalmente attribuibile alla flessione delle imposte dirette, in particolare al crollo (-52,5%) dell’imposta sostitutiva su interessi e altri redditi da capitale imputabile principalmente alla riduzione dei tassi d’interesse avvenuta nel 2009 e al calo dei rendimenti dei buoni fruttiferi postali. Una flessione ampiamente compensata dall’aumento dell’Ire (2,3%) e dell’Iva (+4%).
Un’altra voce che ha fatto sballare i conti è il venire meno delle entrate una tantum per il riallineamento dei valori contabili per l’adozione dei nuovi criteri internazionali Ias. Una sorta di posta straordinaria che ha pesato sulle entrate dello Stato per 4,2 miliardi rispetto ai complessivi 7 miliardi che mancano in confronto ai sette mesi del 2009. Contemporaneamente sono però aumentati del 10% gli incassi da ruoli. In sostanza, si legge nel documento del dipartimento delle Finanze, «al netto delle “una tantum” si registra una riduzione percentuale più contenuta, passando dal -3,1% a -1,3% per la competenza giuridica e dal -3,4% al -1,3% per gli incassi. Se a questo si aggiungono i ruoli, i conti di Giulio Tremonti non sembrano più così cattivi. «Nel complesso le entrate, inclusi gli incassi erariali dei ruoli e l’effetto nettizzante delle poste correttive evidenziano un lieve incremento dello 0,1%». C’è poco da discutere, invece, sul debito, che a luglio ha collezionato l’ennesimo record negativo. Il “buco” dello Stato italiano, arrivato a quota 1.838 miliardi, è cresciuto del 4,7% rispetto a luglio 2009 e del 4,3% sulla fine dell’anno scorso. In altre parole, se il gettito tiene e le entrate sono in linea con le previsioni, la spesa della pubblica amministrazione non riesce invece a rallentare la sua corsa. Un dato che non può non preoccupare, soprattutto, se letto insieme a quello diffuso sempre ieri da Eurostat relativo alla produzione industriale nel Vecchio continente. Come già confermato nelle scorse settimane, l’Italia sta ripartendo, ma troppo lentamente. A luglio l’avanzamento è stato dello 0,1% sostanzialmente in linea con quello dell’Eurozona e dell’Europa a 27, che non ha di fatto registrato variazioni. Rispetto allo stesso mese dello scorso anno, però, l’area Euro è cresciuta del 7,1% e la Ue a 27 del 6,8%. Nel nostro Paese, invece, il dato annuale parla di un aumento limitato al 4,8%, segno che la scossa su produttività e competitività per rilanciare l’economia italiana, su cui da più parti arrivano sollecitazioni, non è più rinviabile.
© Libero
Un’altra voce che ha fatto sballare i conti è il venire meno delle entrate una tantum per il riallineamento dei valori contabili per l’adozione dei nuovi criteri internazionali Ias. Una sorta di posta straordinaria che ha pesato sulle entrate dello Stato per 4,2 miliardi rispetto ai complessivi 7 miliardi che mancano in confronto ai sette mesi del 2009. Contemporaneamente sono però aumentati del 10% gli incassi da ruoli. In sostanza, si legge nel documento del dipartimento delle Finanze, «al netto delle “una tantum” si registra una riduzione percentuale più contenuta, passando dal -3,1% a -1,3% per la competenza giuridica e dal -3,4% al -1,3% per gli incassi. Se a questo si aggiungono i ruoli, i conti di Giulio Tremonti non sembrano più così cattivi. «Nel complesso le entrate, inclusi gli incassi erariali dei ruoli e l’effetto nettizzante delle poste correttive evidenziano un lieve incremento dello 0,1%». C’è poco da discutere, invece, sul debito, che a luglio ha collezionato l’ennesimo record negativo. Il “buco” dello Stato italiano, arrivato a quota 1.838 miliardi, è cresciuto del 4,7% rispetto a luglio 2009 e del 4,3% sulla fine dell’anno scorso. In altre parole, se il gettito tiene e le entrate sono in linea con le previsioni, la spesa della pubblica amministrazione non riesce invece a rallentare la sua corsa. Un dato che non può non preoccupare, soprattutto, se letto insieme a quello diffuso sempre ieri da Eurostat relativo alla produzione industriale nel Vecchio continente. Come già confermato nelle scorse settimane, l’Italia sta ripartendo, ma troppo lentamente. A luglio l’avanzamento è stato dello 0,1% sostanzialmente in linea con quello dell’Eurozona e dell’Europa a 27, che non ha di fatto registrato variazioni. Rispetto allo stesso mese dello scorso anno, però, l’area Euro è cresciuta del 7,1% e la Ue a 27 del 6,8%. Nel nostro Paese, invece, il dato annuale parla di un aumento limitato al 4,8%, segno che la scossa su produttività e competitività per rilanciare l’economia italiana, su cui da più parti arrivano sollecitazioni, non è più rinviabile.
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Salta la banda larga. Telecom resta sola
Il tavolo sulla banda larga, com’era prevedibile, è saltato. La fuga in avanti del Comitato per la rete di nuova generazione (Ngn), che la scorsa settimana ha diffuso un documento non concordato con gli operatori alternativi, ha provocato l’ennesima battuta d’arresto sulla realizzazione dell’infrastruttura che dovrebbe mettere l’Italia al passo con gli altri Paesi europei. Aiip, Fastweb, TeleTu, Tiscali, Vodafone, Welcome Italia e Wind hanno deciso ieri di ritirare la propria adesione al Comitato Ngn. L’accusa, come si legge in una nota congiunta, è chiara: «Le linee guida proposte dal presidente rispecchiano quasi totalmente le richieste di Telecom Italia». Istituito dall’Agcom, con la partecipazione di tutti gli operatori, il gruppo di lavoro aveva una funzione puramente consultiva, doveva fare il punto sulle questione regolatorie legate alla banda ultra veloce e presentare una serie di proposte all’authority. È chiaro che l’intento di Corrado Calabrò era quella di favorire una convergenza, un punto comune da cui cui partire per definire le nuove regole dell’infrastruttura.
Appare chiaro che l’operazione è fallita. Il tavolo, dov’è rimasta soltanto Telecom, si può dire definitivamente chiuso. E l’authority per le Tlc dovrà fare da sola. Ma se queste sono le premesse, sarà difficile che si arrivi a soluzioni condivise. Ed è difficile anche che la concordia si materializzi miracolosamente al tavolo parallelo attivato dal viceministro dello Sviluppo, Paolo Romani. Gli ultimi incontri con gli ad delle società sono finiti con un nulla di fatto. Romani ci riprova venerdì convocando solo i tecnici, nella speranza che una discussione non centrata direttamente sulle questioni economiche possa portare risultati.
Ma le distanze appaiono, almeno per ora, troppo grandi. Se è chiaro, come più volte spiegato dall’authority, che duplicare gli sforzi e procedere in ordine sparso farà soltanto lievitare i costi e allungare i tempi, nessuno sembra voler cedere il passo. Soprattutto nei grandi centri urbani, dove Telecom continua a sostenere di voler correre da sola. È qui che si duella. Il piano dell’ex monopolista prevede investimenti per circa 2,7 miliardi in tre anni. Quello di Fastweb, Wind e Vodafone 2,5 miliardi in 5 anni. Ma al di là delle cifre è chiaro che il nodo da sciogliere è ancora quello della rete telefonica in rame. Gli aumenti per il canone di affitto agli operatori alternativi, decisi pochi giorni fa dall’authority, dimostrano che l’infrastruttura può essere ancora redditizia per l’ex monopolista, che non ha alcuna intenzione di mettere soldi nella nuova rete senza precise garanzie. La situazione non è favorita neanche dal governo, che promuove tavoli, ma non dice chiaramente quante risorse ha intenzione di dedicare al progetto. Pure la Ue si sta muovendo. La Commissione europea sta preparando un pacchetto di misure proprio per spingere le grandi compagnie ad aprire le reti a banda larga agli operatori rivali. Il problema è che mentre a Bruxelles si discute, l’Italia a differenza degli altri Paesi europei dove la fibra è già in una fase avanzata, resterà completamente tagliata fuori dai servizi offerti dalle nuove tecnologie.
© Libero
Appare chiaro che l’operazione è fallita. Il tavolo, dov’è rimasta soltanto Telecom, si può dire definitivamente chiuso. E l’authority per le Tlc dovrà fare da sola. Ma se queste sono le premesse, sarà difficile che si arrivi a soluzioni condivise. Ed è difficile anche che la concordia si materializzi miracolosamente al tavolo parallelo attivato dal viceministro dello Sviluppo, Paolo Romani. Gli ultimi incontri con gli ad delle società sono finiti con un nulla di fatto. Romani ci riprova venerdì convocando solo i tecnici, nella speranza che una discussione non centrata direttamente sulle questioni economiche possa portare risultati.
Ma le distanze appaiono, almeno per ora, troppo grandi. Se è chiaro, come più volte spiegato dall’authority, che duplicare gli sforzi e procedere in ordine sparso farà soltanto lievitare i costi e allungare i tempi, nessuno sembra voler cedere il passo. Soprattutto nei grandi centri urbani, dove Telecom continua a sostenere di voler correre da sola. È qui che si duella. Il piano dell’ex monopolista prevede investimenti per circa 2,7 miliardi in tre anni. Quello di Fastweb, Wind e Vodafone 2,5 miliardi in 5 anni. Ma al di là delle cifre è chiaro che il nodo da sciogliere è ancora quello della rete telefonica in rame. Gli aumenti per il canone di affitto agli operatori alternativi, decisi pochi giorni fa dall’authority, dimostrano che l’infrastruttura può essere ancora redditizia per l’ex monopolista, che non ha alcuna intenzione di mettere soldi nella nuova rete senza precise garanzie. La situazione non è favorita neanche dal governo, che promuove tavoli, ma non dice chiaramente quante risorse ha intenzione di dedicare al progetto. Pure la Ue si sta muovendo. La Commissione europea sta preparando un pacchetto di misure proprio per spingere le grandi compagnie ad aprire le reti a banda larga agli operatori rivali. Il problema è che mentre a Bruxelles si discute, l’Italia a differenza degli altri Paesi europei dove la fibra è già in una fase avanzata, resterà completamente tagliata fuori dai servizi offerti dalle nuove tecnologie.
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martedì 14 settembre 2010
La ripresa c’è, ma costa cara
Buone notizie per Giulio Tremonti, che proprio in queste ore sta mettendo a punto la nuova versione del Dpef, ovvero lo Schema di decisione di finanza pubblica la cui scadenza è prevista per domani. A pochi giorni dalle fosche previsioni dell’Ocse, che anche ieri ha ribadito le preoccupazioni sul nostro Paese, il ministro ha incassato i dati positivi dell’Istat sull’andamento del secondo trimestre e il miglioramento delle stime di Bruxelles. Secondo la Commissione Ue l’Italia è in grado di chiudere l’anno con una crescita dell’1,1% rispetto ad uno 0,8% previsto in precedenza. Un risultato su cui, va riconosciuto, il titolare dell’Economia ha sempre scommesso, malgrado il pessimismo diffuso a piene mani nei primi mesi dell’anno dai principali organismi internazionali.
La situazione, chiaramente, non è tutta rose e fiori. La ripartenza dell’Italia si associa infatti ad una ripresa complessiva del Vecchio continente, dove c’è chi viaggia a velocità molto più sostenute della nostra. In base alle nuove stime diffuse ieri dalla Commissione Ue, a guidare il gruppo di testa c’è sempre la Germania, che, nonostante la persistente debolezza del sistema bancario, dovrebbe chiudere l’anno con un Pil in aumento del 3,4%. Stessa crescita è prevista per la Polonia. Seguono, su ritmi più contenuti, l’Olanda all’1,9%, il Regno Unito all’1,7% e la Francia all’1,6%. Dietro di noi rimane la Spagna, che non riesce ad uscire dal pantano della recessione e dovrebbe chiudere il 2010 a -0,3%. Per l’intera Unione le stime sono quasi raddoppiate, passando dall’1% previsto a maggio ad un robusto 1,8%. La crescita non dovrebbe pompare più di tanto l’inflazione, che Bruxelles ha rivisto al ribasso. Nell’Eurozona si attesterà all’1,4% rispetto all’1,5% previsto, mentre per l’Italia il dato scende dall’1,8% all’1,6%.
Le stime, come si diceva, convincono poco l’Ocse, che ci inserisce nel gruppo di Paesi dove «ci sono segnali più forti di un passo più lento della crescita nei prossimi mesi». La conferma arriverebbe dalla flessione del superindice di luglio, che vede l’Italia arretrare di 0,2 punti rispetto al mese precedente (+3,5 sul 2009).
Di «grande incertezza» ha parlato anche il Commissario Ue agli affari economici e monetari, Olli Rehn. Pur ritenendo che «l’economia europea sia chiaramente sulla via della ripresa, in maniera più forte di quanto previsto a primavera», per Rehn questa ripresa «resta fragile». Di qui l’invito a restare in guardia sul fronte della stabilità finanziaria e della solidità fiscale. E accanto al solito appello alle riforme strutturali, il Commissario rivolge anche una raccomandazione specifica all’Italia per ribadire, se ancora per qualcuno non fosse chiaro dopo le ramanzine di Bankitalia e Bce, i rischi legati al deficit di produttività del Paese. Il nostro Paese, secondo Rehn, «beneficia meno dell’aumento del commercio globale anche per la perdita di competitività accumulatasi nell’ultimo decennio». Inoltre, «la fragilità del mercato del lavoro» non fa decollare i consumi privati. Ecco perché Roma deve compiere «sforzi costanti» per completare le riforme «essenziali per creare più competitività e più occupazione». Per aumentare la produttività Rehn auspica anche una maggiore «moderazione salariale». Analisi condivisa dai sindacalisti Raffaele Bonanni (Cisl) e Luigi Angeletti (Uil), che però ragionano diversamente sulla cura. Con la moderazione si fa poco, spiegano, «visto che ancora siamo nella trappola di bassi salari-bassa produttività». Serve piuttosto, sostengono i due segretari, «diminuire le tasse sui salari da accompagnare ad accordi sulla produttività in stile Pomigliano».
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La situazione, chiaramente, non è tutta rose e fiori. La ripartenza dell’Italia si associa infatti ad una ripresa complessiva del Vecchio continente, dove c’è chi viaggia a velocità molto più sostenute della nostra. In base alle nuove stime diffuse ieri dalla Commissione Ue, a guidare il gruppo di testa c’è sempre la Germania, che, nonostante la persistente debolezza del sistema bancario, dovrebbe chiudere l’anno con un Pil in aumento del 3,4%. Stessa crescita è prevista per la Polonia. Seguono, su ritmi più contenuti, l’Olanda all’1,9%, il Regno Unito all’1,7% e la Francia all’1,6%. Dietro di noi rimane la Spagna, che non riesce ad uscire dal pantano della recessione e dovrebbe chiudere il 2010 a -0,3%. Per l’intera Unione le stime sono quasi raddoppiate, passando dall’1% previsto a maggio ad un robusto 1,8%. La crescita non dovrebbe pompare più di tanto l’inflazione, che Bruxelles ha rivisto al ribasso. Nell’Eurozona si attesterà all’1,4% rispetto all’1,5% previsto, mentre per l’Italia il dato scende dall’1,8% all’1,6%.
Le stime, come si diceva, convincono poco l’Ocse, che ci inserisce nel gruppo di Paesi dove «ci sono segnali più forti di un passo più lento della crescita nei prossimi mesi». La conferma arriverebbe dalla flessione del superindice di luglio, che vede l’Italia arretrare di 0,2 punti rispetto al mese precedente (+3,5 sul 2009).
Di «grande incertezza» ha parlato anche il Commissario Ue agli affari economici e monetari, Olli Rehn. Pur ritenendo che «l’economia europea sia chiaramente sulla via della ripresa, in maniera più forte di quanto previsto a primavera», per Rehn questa ripresa «resta fragile». Di qui l’invito a restare in guardia sul fronte della stabilità finanziaria e della solidità fiscale. E accanto al solito appello alle riforme strutturali, il Commissario rivolge anche una raccomandazione specifica all’Italia per ribadire, se ancora per qualcuno non fosse chiaro dopo le ramanzine di Bankitalia e Bce, i rischi legati al deficit di produttività del Paese. Il nostro Paese, secondo Rehn, «beneficia meno dell’aumento del commercio globale anche per la perdita di competitività accumulatasi nell’ultimo decennio». Inoltre, «la fragilità del mercato del lavoro» non fa decollare i consumi privati. Ecco perché Roma deve compiere «sforzi costanti» per completare le riforme «essenziali per creare più competitività e più occupazione». Per aumentare la produttività Rehn auspica anche una maggiore «moderazione salariale». Analisi condivisa dai sindacalisti Raffaele Bonanni (Cisl) e Luigi Angeletti (Uil), che però ragionano diversamente sulla cura. Con la moderazione si fa poco, spiegano, «visto che ancora siamo nella trappola di bassi salari-bassa produttività». Serve piuttosto, sostengono i due segretari, «diminuire le tasse sui salari da accompagnare ad accordi sulla produttività in stile Pomigliano».
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lunedì 13 settembre 2010
L’Italia ribatte col Pil ai gufi mondiali
Dopo la doccia fredda arrivata dall’Ocse, l’Italia si riconsola con l’Istat. Se l’Organismo internazionale ha infatti previsto per il nostro Paese una crescita al rallentatore, con l’andamento più debole tra gli Stati del G7, l’Istituto nazionale di statistica ieri ha rivisto al rialzo i dati sulla crescita. Alcuni economisti hanno cinicamente fatto notare che i due verdetti non sono affatto in contraddizione, visto che l’Istat fotografa il passato e l’Ocse prevede il futuro. Di sicuro i problemi da affrontare, a partire dal deficit di produttività segnalato ultimamente sia da Bankitalia che dalla Bce, restano. E ad imporre cautela ci sono pure gli altri dati, diffusi sempre ieri dall’Istituto, che registrano una frenata nella produzione industriale dopo l’ottimo andamento dei mesi precedenti.
Sta di fatto, però, che in barba alle previsioni catastrofiche delle cassandre, che «verosimilmente saranno smentite», dice il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, l’Italia per ora tiene. Nel secondo trimestre il Pil è infatti cresciuto dello 0,5% rispetto al primo e dell’1,3% rispetto allo stesso periodo del 2009.
Il dato non solo è più alto della stima preliminare che si attestava rispettivamente a +0,4% e +1,1%, ma riporta il Paese ai livelli pre crisi. La crescita rispetto al primo trimestre è infatti la migliore addirittura dal secondo trimestre 2006, mentre quella tendenziale (anno su anno) la più alta dal terzo trimestre 2007, ovvero dall’inizio ufficiale della crisi economica.
La crescita acquisita per il 2010, spiega l’Istat, è dunque dello 0,9%, superiore allo 0,8% delle stima preliminare. L’Istituto nazionale segnala che nel secondo trimestre sono aumentate soprattutto le importazioni (+0,8% sul primo trimestre e +8,2% sull’anno) mentre i consumi finali nazionali si sono limitati a un aumento dello 0,1% congiunturale e dello 0,3% sul secondo trimestre 2009. Cresciute anche le esportazioni, aumentate del 3,3% sul primo trimestre e del 9,2% sullo stesso periodo del 2009.
A frenare gli entusiasmi, come si diceva, ci sono i dati poco incoraggianti sull’industria. La produzione è cresciuta a luglio solo dello 0,1% su giugno e del 4,8% (dato corretto per gli effetti di calendario) su luglio 2009. Si tratta di una frenata non trascurabile rispetto ai mesi precedenti. A giugno l’aumento congiunturale era stato dello 0,5% e quello tendenziale dell’8,1%, mentre a maggio si erano avuti incrementi addirittura del 7,3% e dell’1%.
Tra i settori è l’industria il comparto che registra la crescita più sostenuta (dopo aver subito la crisi più profonda) con un +0,8% congiunturale e un +3,1% sull’anno (68.137 milioni di valore aggiunto nel complesso) mentre i servizi (197.188 milioni di valore aggiunto nel complesso) segnano un aumento dello 0,6% sul primo trimestre e dello 0,9% sullo stesso periodo del 2009. Torna a camminare infine l’agricoltura, che con un aumento dello 0,4% conferma l’inversione di rotta dell’andamento tendenziale del valore aggiunto che aveva già fatto segnare un incremento dello 0,5% nel primo trimestre dopo il crollo del 2009.
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Sta di fatto, però, che in barba alle previsioni catastrofiche delle cassandre, che «verosimilmente saranno smentite», dice il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, l’Italia per ora tiene. Nel secondo trimestre il Pil è infatti cresciuto dello 0,5% rispetto al primo e dell’1,3% rispetto allo stesso periodo del 2009.
Il dato non solo è più alto della stima preliminare che si attestava rispettivamente a +0,4% e +1,1%, ma riporta il Paese ai livelli pre crisi. La crescita rispetto al primo trimestre è infatti la migliore addirittura dal secondo trimestre 2006, mentre quella tendenziale (anno su anno) la più alta dal terzo trimestre 2007, ovvero dall’inizio ufficiale della crisi economica.
La crescita acquisita per il 2010, spiega l’Istat, è dunque dello 0,9%, superiore allo 0,8% delle stima preliminare. L’Istituto nazionale segnala che nel secondo trimestre sono aumentate soprattutto le importazioni (+0,8% sul primo trimestre e +8,2% sull’anno) mentre i consumi finali nazionali si sono limitati a un aumento dello 0,1% congiunturale e dello 0,3% sul secondo trimestre 2009. Cresciute anche le esportazioni, aumentate del 3,3% sul primo trimestre e del 9,2% sullo stesso periodo del 2009.
A frenare gli entusiasmi, come si diceva, ci sono i dati poco incoraggianti sull’industria. La produzione è cresciuta a luglio solo dello 0,1% su giugno e del 4,8% (dato corretto per gli effetti di calendario) su luglio 2009. Si tratta di una frenata non trascurabile rispetto ai mesi precedenti. A giugno l’aumento congiunturale era stato dello 0,5% e quello tendenziale dell’8,1%, mentre a maggio si erano avuti incrementi addirittura del 7,3% e dell’1%.
Tra i settori è l’industria il comparto che registra la crescita più sostenuta (dopo aver subito la crisi più profonda) con un +0,8% congiunturale e un +3,1% sull’anno (68.137 milioni di valore aggiunto nel complesso) mentre i servizi (197.188 milioni di valore aggiunto nel complesso) segnano un aumento dello 0,6% sul primo trimestre e dello 0,9% sullo stesso periodo del 2009. Torna a camminare infine l’agricoltura, che con un aumento dello 0,4% conferma l’inversione di rotta dell’andamento tendenziale del valore aggiunto che aveva già fatto segnare un incremento dello 0,5% nel primo trimestre dopo il crollo del 2009.
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Fazio: «Le aziende ci aiutino a ridurre gli sprechi»
«Responsabilità e trasparenza». Sono queste, secondo Ferruccio Fazio, le due parole chiave per capire l’impatto del federalismo sulla sanità. «Ci sarà una maggiore responsabilità delle regioni sulla spesa», spiega il ministro della Salute, «la storia degli ultimi anni ci ha insegnato che le regioni che non hanno avuto disavanzi hanno offerto una qualità dell’assistenza migliore di quelle che hanno accumulato cospicui disavanzi». Contemporaneamente, prosegue Fazio, «diverrà più trasparente il rapporto tra quantità di risorse finanziarie richieste ai cittadini tramite le varie leve fiscali e il loro corretto utilizzo da parte delle amministrazioni regionali. Il federalismo sanitario oltre a eliminare gli attuali sprechi garantirà a tutti i cittadini l’effettiva erogazione dei livelli essenziali di assistenza».
Il Cerm ha calcolato che se tutte le regioni si fossero già allineate ai costi standard invece che alla spesa storica il fondo nazionale avrebbe potuto già nel 2009 risparmiare circa 4 miliardi sui 107 spesi. Ma i tagli non andranno a scapito della qualità dei servizi?
Nelle analisi condotte dal Cerm e anche da altri istituzioni scientifiche universitarie, quale ad esempio l’Istituto Sant’Anna di Pisa, è stato evidenziato che nei vari settori della spesa sanitaria vi sono cospicui margini di recupero di efficienza. In altre parole si può spendere meno di quello che oggi si spende. Tuttavia in questa maggiore spesa vi sono due componenti di pari entità che occorre tenere ben distinte. La prima si riferisce a veri e propri sprechi che vanno semplicemente eliminati. La seconda invece si riferisce a linee di erogazione di servizi offerte talvolta a scapito di altre prestazioni comunque necessarie e comprese nei livelli essenziali di assistenza. In questo secondo caso si tratta di una spesa che non va eliminata ma riqualificata.
Le industrie farmaceutiche temono che la lotta agli sprechi si traduca in una riduzione dei farmaci rimborsabili. È così?
Non è prevista alcuna riduzione dei farmaci rimborsabili, il costo fissato dall’Aifa è uno dei più bassi d’Europa. È prevista invece una maggiora appropriatezza prescrittiva grazie alla quale risparmiare risorse per l’utilizzo di farmaci innovativi.
I contraccolpi sulla spesa farmaceutica per le aziende ospedaliere, però, saranno inevitabili...
Dobbiamo partire da una considerazione importante: la maggior parte dei farmaci innovativi sono per loro natura destinati a un uso ospedaliero. Risulta quindi evidente come sia indispensabile trovare le risorse economiche per sostenere la spesa ospedaliera regionale. Tutto ciò che costituisce il futuro della cure delle patologie più importanti non potrà che essere gestito in ambito ospedaliero. Esiste, quindi, prima di tutto un problema circa la congruità dell’attuale valore di riferimento della spesa farmaceutica ospedaliera. Un problema, tuttavia, che deve essere affrontato combattendo con forza ogni forma di spreco e di uso inappropriato dei farmaci. È necessario che ogni Asl e tutte le Regioni utilizzino quegli strumenti di appropriatezza prescrittiva e di rimborso condizionato con cui l’Aifa ha autorizzato l’immissione in commercio dei farmaci più costosi. In ultima istanza, è doveroso che ogni azienda farmaceutica partecipi attivamente ad una revisione costante dei prezzi dei propri prodotti, adeguando gli stessi ai volumi di vendita progressivamente guadagnati evitando così che sia necessario ricorrere a manovre straordinarie, quando una costante gestione può garantire la sostenibilità del sistema.
Pensa che puntare sui generici può essere un modo per riallineare la spesa?
Il farmaco generico ha un valore imprescindibile per la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale poiché rende disponibili le risorse necessarie a garantire un accesso sempre più ampio ai farmaci. La scelta del generico da parte del medico prescrittore e del cittadino non deve rappresentare solo un mezzo di contenimento della spesa ma deve diventare un fenomeno e un atteggiamento culturale di utilizzo responsabile delle risorse comuni.
Prima dell’estate ha condiviso le richieste dell’industria farmaceutica sostenendo di preferire alle gare per selezionare i farmaci generici più convenienti una riduzione progressiva del prezzo. Quale sarà la procedura?
La procedura è chiarissima ed è contenuta nel comma 9 dell’articolo 11 della legge Finanziaria. L’Aifa avrà il compito di operare una ricognizione dei prezzi vigenti nell’Ue e conseguentemente dovrà fissare un prezzo massimo di rimborso per confezione. L’obiettivo è quello di attivare un circolo virtuoso che spinga le aziende ad abbassare autonomamente il prezzo di vendita al pubblico.
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Il Cerm ha calcolato che se tutte le regioni si fossero già allineate ai costi standard invece che alla spesa storica il fondo nazionale avrebbe potuto già nel 2009 risparmiare circa 4 miliardi sui 107 spesi. Ma i tagli non andranno a scapito della qualità dei servizi?
Nelle analisi condotte dal Cerm e anche da altri istituzioni scientifiche universitarie, quale ad esempio l’Istituto Sant’Anna di Pisa, è stato evidenziato che nei vari settori della spesa sanitaria vi sono cospicui margini di recupero di efficienza. In altre parole si può spendere meno di quello che oggi si spende. Tuttavia in questa maggiore spesa vi sono due componenti di pari entità che occorre tenere ben distinte. La prima si riferisce a veri e propri sprechi che vanno semplicemente eliminati. La seconda invece si riferisce a linee di erogazione di servizi offerte talvolta a scapito di altre prestazioni comunque necessarie e comprese nei livelli essenziali di assistenza. In questo secondo caso si tratta di una spesa che non va eliminata ma riqualificata.
Le industrie farmaceutiche temono che la lotta agli sprechi si traduca in una riduzione dei farmaci rimborsabili. È così?
Non è prevista alcuna riduzione dei farmaci rimborsabili, il costo fissato dall’Aifa è uno dei più bassi d’Europa. È prevista invece una maggiora appropriatezza prescrittiva grazie alla quale risparmiare risorse per l’utilizzo di farmaci innovativi.
I contraccolpi sulla spesa farmaceutica per le aziende ospedaliere, però, saranno inevitabili...
Dobbiamo partire da una considerazione importante: la maggior parte dei farmaci innovativi sono per loro natura destinati a un uso ospedaliero. Risulta quindi evidente come sia indispensabile trovare le risorse economiche per sostenere la spesa ospedaliera regionale. Tutto ciò che costituisce il futuro della cure delle patologie più importanti non potrà che essere gestito in ambito ospedaliero. Esiste, quindi, prima di tutto un problema circa la congruità dell’attuale valore di riferimento della spesa farmaceutica ospedaliera. Un problema, tuttavia, che deve essere affrontato combattendo con forza ogni forma di spreco e di uso inappropriato dei farmaci. È necessario che ogni Asl e tutte le Regioni utilizzino quegli strumenti di appropriatezza prescrittiva e di rimborso condizionato con cui l’Aifa ha autorizzato l’immissione in commercio dei farmaci più costosi. In ultima istanza, è doveroso che ogni azienda farmaceutica partecipi attivamente ad una revisione costante dei prezzi dei propri prodotti, adeguando gli stessi ai volumi di vendita progressivamente guadagnati evitando così che sia necessario ricorrere a manovre straordinarie, quando una costante gestione può garantire la sostenibilità del sistema.
Pensa che puntare sui generici può essere un modo per riallineare la spesa?
Il farmaco generico ha un valore imprescindibile per la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale poiché rende disponibili le risorse necessarie a garantire un accesso sempre più ampio ai farmaci. La scelta del generico da parte del medico prescrittore e del cittadino non deve rappresentare solo un mezzo di contenimento della spesa ma deve diventare un fenomeno e un atteggiamento culturale di utilizzo responsabile delle risorse comuni.
Prima dell’estate ha condiviso le richieste dell’industria farmaceutica sostenendo di preferire alle gare per selezionare i farmaci generici più convenienti una riduzione progressiva del prezzo. Quale sarà la procedura?
La procedura è chiarissima ed è contenuta nel comma 9 dell’articolo 11 della legge Finanziaria. L’Aifa avrà il compito di operare una ricognizione dei prezzi vigenti nell’Ue e conseguentemente dovrà fissare un prezzo massimo di rimborso per confezione. L’obiettivo è quello di attivare un circolo virtuoso che spinga le aziende ad abbassare autonomamente il prezzo di vendita al pubblico.
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