sabato 27 febbraio 2010

La Saras lascia i Moratti (e l’Inter) a bocca asciutta

Forse la vittoria europea dell’Inter sul Chelsea di mercoledì scorso sarà servita ad addolcire un po’ la lettura dei bilanci. Il colpo è comunque di quelli duri. Fino a qualche mese fa Massimo Moratti aveva sperato di riuscire a salvaguardare «i migliori ritorni possibili per gli azionisti». Di fronte alla perdita netta di 54,5 milioni con cui la Saras ha chiuso l’esercizio 2009, però, le illusioni sono svanite: per quest’anno, niente dividendi. È questa la decisione che il cda proporrà all’assemblea degli azionisti. Una strada obbligata, visti i numeri. Basti pensare che nel 2008 il gruppo petrolifero aveva incassato 327,2 milioni di utili. Per il resto, il margine operativo lordo del gruppo ammontaa 141,2 milioni, in calo del 79%, mentre l’ebit è negativo per 51,9 milioni, in calo del 110%. Scendono anche i ricavi, che nel 2009 registrano una flessione del 39%, a quota 5.317 milioni. Risultato: la posizione finanziaria netta a fine anno è crollata a quota -533 milioni rispetto ai 333 milioni del 2008. Una doccia fredda per gli azionisti della Saras e per i mercati (il titolo ha chiuso in calo del 6,39% a 1,68 euro), ma anche per i tifosi dell’Inter, ormai abituati a considerare le ricche cedole del gruppo la migliore garanzia per i successi della squadra. Già perché senza i proventi del greggio, difficilmente la società di calcio sarebbe ancora in piedi. Anche l’ultimo anno il presidente Moratti ha dovuto sborsare 70 milioni di tasca sua per tappare il buco da 154,4 milioni con cui il club ha chiuso l’esercizio 2009. Ma la consuetudine va avanti da tempo. Anche perché è da tempo che l’Inter non riesce a tenere i conti in pareggio. Nel bilancio chiuso il 30 giugno 2008 la società ha dichiarato una perdita netta di 148,27 milioni, su un giro d’affari, escludendo le plusvalenze su cessione calciatori (pari a 8 milioni), di 197 milioni. Mentre egli undici bilanci che vanno dalla stagione 1995/96 al 2005/06, l’Inter ha accumulato 661 milioni di passivo e Moratti ha provveduto, sempre personalmente, a versare 400 milioni nelle casse. I soldi, finora, sono sempre arrivati dalla Saras. Qualche volta, stando ad alcune inchieste della magistratura, anche in maniera non del tutto trasparente. Quest’anno, però, i conti non torneranno più. Niente dividendo da travasare per tamponare il debito monstre che ad oggi sfiorerebbe i 400 milioni di euro. Un dramma? Non necessariamente. La soluzione c’è. Una bella sfoltita ai gioielli di famiglia. Quelli che ogni domenica si danno tanto da fare sul rettangolo verde. Di fronte a un’ipotesi del genere c’è da scommettere che il club riceverebbe la solidarietà, anche finanziaria, di tutti i tifosi italiani. A partire, ovviamente, da quelli di Milan e Roma.

Addio a Fragalà, instancabile cercatore di verità e giustizia

Amava il diritto e i diritti, Enzo Fragalà, soprattutto quelli non sempre rispettati nei Palazzi di giustizia.
E per difenderli si batteva con forza nei tribunali e in Parlamento. Ma una parte delle sue energie la riservava ad altri luoghi ed altri tempi. Alla sera, per esempio, quando si aprivano le sedute della Commissione Stragi. È lì che l’avvocato si mescolava allo storico, il politico all’investigatore. È lì che Fragalà smontava teoremi, svelava retroscena, incrinava certezze. Memoria di ferro, oratoria finissima, l’esponente di An era la testa di ariete del drappello di parlamentari di centrodestra che aveva deciso di fare a pugni con cinquant’anni di storiografia, di intaccare i miti granitici del dopoguerra: dalla strategia della tensione all’eversione di destra, dai servizi deviati alla vulgata sulla strage di Bologna. Episodio, quest’ultimo, su cui Fragalà non ha mai smesso di martellare, fino ad ottenere impensabili sintonie.
Una lotta impari, quella di cui fu teatro la commissione Stragi presieduta dal senatore dell’allora Pds, Giovanni Pellegrino, se nell’autunno del 1999 non fossero piombate nei corridoi di San Macuto le oltre 600 pagine trafugate dagli archivi del Kgb da un certo Vasilij Mitrokhin. Evento che porto l’organismo bicamerale
al centro del mondo. E che rialzò d’un balzo la temperatura del confronto tra i due schieramenti sui risvolti fumosi dei cosiddetti misteri d’Italia. Ho avuto la fortuna, insieme ad altri colleghi, di lavorare al fianco di Fragalà come consulente della Stragi proprio in quegli anni. Ricordo come fosse ieri l’instancabile grinta con cui il deputato di An, sorriso d’ordinanza sulle labbra, cortesia ed eleganza d’altri tempi, incalzava e si batteva su ogni questione, su ogni argomento, su ogni piccolo episodio, pur di sollevare dubbi, seminare interrogativi.
La storia d’Italia, forse, non è stata riscritta. Ma nei documenti usciti da quella commissione Stragi ci sono molti pezzi di verità, frammenti da cui ripartire per una memoria condivisa. Tanti, inutile dirlo, portano proprio la firma di Fragalà.

venerdì 26 febbraio 2010

Una legge “inglese” per fermare Veronica Lario

Un trust per proteggere il patrimonio da possibili faide fra gli eredi. Potrebbe arrivare dalla nuova legge europea la soluzione ai problemi familiari di Silvio Berlusconi. In particolare, alle grane legali che rischiano di scaturire dal divorzio chiesto da Veronica Lario. Questo, secondo quanto anticipato da Mf, il progetto cui sta lavorando un pool di ministri. Dal Guardasigilli, Angelino Alfano, al titolare dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, fino al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
Al centro dell’operazione ci sarebbe il trust di tradizione anglosassone. L’istituto è già presente nella legislazione italiana. Con la riforma verrebbe armonizzato alla normativa europea. Il veicolo naturale è il ddl comunitaria, con cui ogni anno il governo recepisce le direttive provenienti da Bruxelles. Il provvedimento, all’articolo 10, contiene una delega al governo per rimettere ordine, entro due anni dall’entrata in vigore della legge, al groviglio di norme che attualmente regolano la gestione e la divisione dei patrimoni.
Argomento che sta molto a cuore al Cavaliere, impegnato da alcuni mesi a ragionare su una spartizione dell’impero tra i suoi cinque figli che tenga conto dei veti parentali e dei possibili contraccolpi legati al divorzio con Veronica Lario. L’idea è quella di applicare anche in Italia la disciplina prevista dalla Convenzione dell’Aja, che darebbe a Berlusconi la possibilità di dividere il suo patrimonio in più trust, intestati ciascuno ad un erede diverso e gestiti per un certo numero di anni da un soggetto fiduciario che distribuisca ai titolari una percentuale dei profitti. A quel punto le somme e gli asset sarebbero blindati. Al riparo anche da eventuali incursioni attraverso vincoli da testamento o disposizioni del Tribunale. La disciplina di fiducia sarebbe insomma una cassaforte più sicura di quella rappresentata dalla donazione, che resta comunque esposta ad azioni di rivalsa da parte degli eredi.
L’utilizzo del trust, probabilmente, servirà anche a compensare i problemi legati alle cariche manageriali. Piersilvio sta a capo di Mediaset e Marina guida Mondadori. Si tratta ora di far entrare gli altri tre: Luigi, Barbara ed Eleonora. Ognuno di loro vorrebbe un incarico di importanza eguale a quella dei fratelli più grandi. Qualche passo in questa direzione è già stato fatto. Luigi si sta occupando di Mediolanum ed Eleonora ha cominciato uno stage in Mediaset. Resta il problema di Eleonora cui piacerebbe sostituire Marina alla testa della Mondadori. Un’ipotesi al momento piuttosto remota che, tuttavia, sta avvelenando il clima in famiglia
Prima di spartire, comunque, c’è ancora tempo per incassare. E le somme arrivate dall’impero Fininvest, malgrado la crisi, sono tutt’altro che trascurabili. Gli utili prodotti dalle holding di famiglia nel 2009 sono complessivamente 219 milioni, un po’ meno dei 252 dell’anno precedente. Di questi, 172,88 sono finiti direttamente in tasca ai rispettivi azionisti. Al premier, che ha scelto di mettere a dividendo la quasi totalità dei profitti, arriva la fetta più grossa: 135,84 milioni. Sette sono quelli incassati da Marina, che ha lasciato nella holding i restanti 8,5, mentre altri 30 sono stati distribuiti ai figli di Veronica, Barbara, Eleonora e Pierluigi. Anche loro hanno mantenuto in cassa altri 15,5 milioni di utile. I 15,7 milioni che mancano all’appello sono quelli di Piersilvio, che ha invece preferito destinare l’intero profitto a riserva straordinaria. Per le spese ordinarie Berlusconi jr dovrà accontentarsi dei suoi 1,5 milioni circa di stipendio come vicepresidente di Mediaset.
Impressionante la liquidità delle holding. Complessivamente le società di controllo della Fininvest possono contare su 420 milioni in cassa, cui si aggiungono gli oltre 890 milioni di riserve.

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Tutti pazzi per Termini

Tutti pazzi per Termini. Può sembrare strano, ma dal primo annuncio di qualche settimana fa le offerte per lo stabilimento siciliano della Fiat non hanno mai smesso di crescere. Ieri Claudio Scajola ha assicurato che ad oggi le proposte per rilevare gli impianti sono salite di nuovo rispetto alle iniziali 8-10. «Ci sono tante diverse intenzioni», ha spiegato il ministro dello Sviluppo a margine del secondo Forum economico del Mediterraneo, «che sono state presentate. Crescono di giorno in giorno e sono diventate sedici: le stiamo valutando con attenzione, ponderatezza e trasparenza attraverso Invitalia». Malgrado l’abbondanza, Scajola sembra ancora intenzionato a battere anche altre strade. E ha ribadito l’intenzione di lanciare «un bando internazionale per chiedere altre eventuali manifestazioni di interesse».
Ipotesi che trova l’appoggio di Confindustria. «Se c’è un bando internazionale che può portare varie opportunità di mercato, che stanno in piedi, ben venga», ha detto la presidente Emma Marcegaglia. Purché, ha insistito, il risultato non sia quello di «tenere in vita stabilimenti improduttivi». La strada maestra per risolvere la situazione dello stabilimento Fiat, secondo il numero uno di Viale dell’Astronomia è quella «di reimpiegare le persone». Poi, ogni scelta può essere fatta. Basta che sia «una scelta di mercato». Ben più vincolanti i paletti posti da Guglielmo Epifani. Secondo il leader della Cgil «la soluzione dev’essere quella industriale, poi bisogna vedere con chi. Altre cose si possono aggiungere ma non bisogna muoversi dal settore auto». Il sindacalista è convinto che la Fiat non possa disimpegnarsi e che bisognerà «continuare a produrre automobili perché è l'unico settore in grado di consentire un’occupazione di quelle dimensioni».
 
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mercoledì 24 febbraio 2010

I francesi prenotano Edison

«Non è aperto nessun tavolo e non c’è una trattativa in corso». Giuliano Zuccoli è categorico. Ma l’ipotesi che i francesi siano pronti a mettere le mani su Edison rilanciata da Bloomberg ieri ha mandato in tilt le contrattazioni di Borsa. La società di Foro Buonaparte ha chiuso la seduta di Piazza Affari in salita del 2,7%, seguita a ruota dalla A2a (+1,75%) di Zuccoli, che attraverso una lunga catena societaria controlla il 61% di Edison. L’ipotesi dell’agenzia di stampa prevede che Edf (che attualmente controlla circa il 50% della società) possa rilevare un ulteriore 31% del capitale dalla superutility lombarda e dai suoi partner, usando un mix di asset e di contanti, per un valore di 1,6 miliardi di euro. Tutto falso per Zuccoli, secondo il quale «chi fornisce queste notizie deve sentirsi responsabile perché non è né giusto né corretto nei confronti dei mercati». Scelgono il silenzio invece da Parigi, dove Edf non replica alle indiscrezioni. Fonti vicine ai soci italiani sottolineano però che quella francese è effettivamente una delle ipotesi sul tavolo, insieme a quella dello spezzatino o della fusione fra Edison e A2a. Ma che per ora non sembra ci sia una accelerazione in nessuna delle direzioni. Secondo l’agenzia americana, invece, l’operazione potrebbe concludersi entro poche settimane.La vicenda è complicata già a partire dall’intreccio azionario. Edf detiene per via diretta e indiretta il 20% circa del capitale di Foro Buonaparte, mentre un altro 61,3% è controllata da Transalpina di Energia. Società che è a sua volta controllata al 50% da Edf e al 50% da Delmi. Di quest’ultima scatola A2a detiene il 51%, Enia il 15%. E non è finita, perché A2A è l’utility nata dalla fusione della milanese Aem e della bresciana Asm. Inutile dire che la complessità del controllo è direttamente proprozionale alla difficoltà di mettere d’accordo tutti i soggetti e le posizioni in campo.Non più di dieci giorni fa il presidente del colosso francese, Henri Proglio, ha detto che non c’è alcuna fretta di rinnovare i patti parasociali che regolano la governance di Edison in anticipo rispetto alla scadenza di settembre 2011. Secca, anche in questo caso, la risposta di Zuccoli: «Questo lo dice lui, noi sollecitiamo da tempo un intervento, tutti gli azionisti sono d’accordo di fare una manutenzione sia dei patti sia della gestione comune di Edison». Anche nell’ipotesi che A2a decidesse di uscire, è comunque difficile immaginare che la partita non passi da Palazzo Chigi, visto che Edison è il secondo produttore di energia italiano e diventerebbe di fatto proprietà dei francesi.E qui la faccenda si complica ulteriormente vista la partita che Edf ed Enel stanno giocando per il rilancio dell’atomo nel nostro Paese. Ai primi di aprile è previsto un vertice bilaterale Italia-Francia a Roma incentrato proprio sul ritorno del nucleare in Italia. È del tutto evidente, a questo punto, che si parlerà anche della questione Foro Buonaparte.Molte anche i nodi tecnico-finanziari che dovranno essere sciolti. Il valore indicato per l’operazione sembra ben superiore a quello attuale di Delmi che ai prezzi correnti è intorno al miliardo di euro se si considera l’indebitamento di Transalpina di Energia. Quindi l’operazione sembrerebbe a premio. Inoltre, qualora i francesi davvero decidessero di comprare le restanti azioni dovrebbero lanciare un’Opa residuale. Ed è questa eventualità, peraltro già emersa in passato, ad accendere gli entusiasmi degli investitori.Per A2a, invece, vendere in questo momento vorrebbe dire realizzare una minusvalenza, visto che le azioni Edison le ha in carico intorno a 1,55 euro, mentre l’offerta ipotizzata ieri valorizza il titolo a poco più di un euro.

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Bernabé si sfoga: «Tutti criticano nessuno investe»

Basta critiche «inappropriate ed offensive» sulla rete, basta pressioni sugli investimenti. L’ad di Telecom, Franco Bernabé passa al contrattacco alla vigilia della presentazione dei conti e, soprattutto, del piano industriale. «Non accettiamo lezioni sulla qualità delle rete di accesso», ha tuonato, «da parte di operatori che nella rete non hanno mai voluto o non sono mai stati in grado di investire» dopo che «per anni hanno beneficiato di vantaggiose tariffe di accesso e qualità». Lo scontro, dopo le indiscrezioni sul congelamento dell’operazione con Telefonica, si riaccende in occasione della presentazione della prima relazione annuale dell’organo di vigilanza sugli impegni che Telecom Italia ha preso per garantire «parità di accesso» alla rete di telefonia fissa. Impegni fin qui rispettati, indica il rapporto, anche se migliorabili nella messa a punto. I tempi del monopolio, sostengono comunque dall’azienda, sono ormai lontani e gli operatori concorrenti di Telecom hanno spalle più forti. «Il regime regolatorio», dice Bernabé li ha sostenuti per anni, dando loro «la possibilità di investire». E se non lo hanno fatto e non lo faranno, accusa, «non possono recriminare». Né possono lamentare scarsezza di investimenti, o influenzare le scelte su tempi, modalità e tecnologie «che non possono e non devono in alcun modo essere influenzate da soggetti che non partecipano all’investimento». Una sponda alla sfuriata dell’ad arriva dal presidente dell’Autorità delle Comunicazioni, Corrado Calabrò, secondo cui l’esperienza dell’ultimo anno dimostra che la scelta adottata è valida: gli obiettivi sono «raggiungibili». Servono, dice però, «regole a prova di futuro», per gestire il presente e guardare alle reti di nuova generazione evitando che «si ripresentino monopoli o strozzature», cosa peraltro «in via di superamento o forse già del tutto superata». Mentre la tradizionale rete in rame «è buona ma insufficiente nelle zone ad alta densità di traffico», e bisogna quindi accelerare sulla fibra ottica.

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Frode da due miliardi: 56 arresti per riciclaggio

Pochi spiccioli che iniziano a girare vorticosamente attraverso decine di società fittizie con l’unico scopo di succhiare soldi al fisco. È questo, in estrema sintesi, il meccanismo che ha portato la procura di Roma a spiccare 56 mandati d’arresto nei confronti di altrettanti manager e dirigenti per associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio. L’operazione, secondo il capo della Direzione distrettuale antimafia, Giancarlo Capaldo, è «una delle più colossali frodi poste in essere nella storia nazionale». L’inchiesta, scaturita dalle indagini del Ros dei Carabinieri e del nucleo di Polizia valutaria della Guardia di Finanza ruota intorno a due società di telefonia: Fastweb e Telecom Italia Sparkle (controllata di Telecom che si occupa del traffico telefonico verso l’estero).Le due aziende, si legge nel decreto del gip di Roma Aldo Morgigni, «fungevano consapevolmente da cassa dalla quale estrarre le somme di denaro oggetto di successivo riciclaggio». Nascono da qui i provvedimenti di custodia cautelare più pesanti. In particolare, quelli piovuti sulla testa di Silvio Scaglia, ex fondatore di Fastweb (che risulta al momento latitante ma secondo i suoi legali si renderà disponibile quanto prima per gli interrogatori) e di Riccardo Ruggiero, ex ad di telecom Italia Sparkle. Ma tra gli indagati, oltre a molti dirigenti delle due società, c’è anche Stefano Parisi, attuale ad di Fastweb, nonché il senatore del PdL Nicola Di Girolamo, di cui i pm hanno chiesto l’arresto anche per la violazione della normativa elettorale con l’aggravante mafiosa.Le false fatturazioniI provvedimenti del giudice delle indagini preliminari, riguardano una frode Iva da quasi 400 milioni messa in atto in due operazioni distinte. La prima nel 2003, la seconda dal 2005 al 2007. Le indagini avrebbero accertato che i capitali illegali, riciclati attraverso un sofisticato circuito internazionale finanziario e bancario, provenissero da una serie di transazioni commerciali fittizie di servizi telefonici.Ed è qui che entrano in gioco le società di tlc. Le operazioni, infatti, secondo gli inquirenti, sarebbero state realizzate con la compiacenza degli ex vertici di Fastweb e Telecom Italia Sparkle, attraverso società di comodo di diritto italiano, inglese, panamense, finlandese e lussemburghese. Nel dettaglio, il riciclaggio veniva realizzato attraverso la falsa fatturazione di servizi telefonici e telematici inesistenti, venduti mediante due successive operazioni commerciali a Fastweb e Telecom Italia Sparkle dalle società Cmc, Web Wizzard, I-Globe e Planetarium. Due le operazioni illecite individuate dagli investigatori: la commercializzazione di schede telefoniche prepagate e la commercializzazione di servizi a valore aggiunto per adulti attraverso servizi di interconnessione internazionale per il trasporto di traffico telematico. In entrambi i casi, si legge ancora nell’ordinanza del gip, i dirigenti delle società di telefonia avevano «piena consapevolezza della inesistenza dei rapporti commerciali sottostanti alla emissione di documentazione fiscale e della utilizzazione di detta documentazione al solo scopo di appropriarsi in tutto o in parte, per proprio conto o per conto delle società amministrate, dell’Iva sottratta all’Erario».La frode caroselloEd è proprio sull’Iva che gira tutto l’ingranaggio chiamato “frode carosello”. Il primo acquisto fittizio, spiegano a Libero dal Nucleo di Polizia valutaria, «avviene sempre dall’Italia verso una società europea, per evitare il pagamento dell’imposta sul valore aggiunto in base alle normative comunitarie». Poi entrano in gioco Fastweb e Telecom che acquistano a loro volta il servizio fittizio. Di qui parte il vortice di fatturazioni false, attraverso il quale, ad ogni passaggio, ogni azienda può accumulare crediti fiscali nei confronti dello Stato senza che nessuno versi mai un euro di tassa. Un po’ come se un libero professionista acquistasse un’auto per lavoro, pagasse l’Iva al concessionario, poi la detraesse al momento di pagare le tasse senza però che il venditore paghi mai la sua quota di Iva versata dall’acquirente al momento della transazione. Di fatturazione in fatturazione la somma lievita. Al punto che, dicono dalla Gdf, «dalle due operazioni iniziali di 800mila euro e 1,7 milioni si arriva ad un giro complessivo di fatturazioni fittizie di 1,8 miliardi». Su questa cifra, l’Iva intascata dagli indagati sarebbe di 365 milioni. Ma il trucco non finisce qui. Attraverso le vendite e i riacquisti le società avrebbero anche migliorato i bilanci, aumentando i fatturati e ricavando utili che le Fiamme Gialle avrebbero quantificato in 96 milioni. Al vertice dell’organizzazione criminale ci sarebbero stati, secondo gli inquirenti, Gennaro Mokbel, legato in passato ad ambienti della destra eversiva, e la moglie Giorgia Ricci. Il meccanismo delle frodi Iva sarebbe invece stato ideato dal consulente finanziario Carlo Focarelli. Gli arresti e i sequestri per centinaia di milioni hanno interessato, in Italia, Lazio, Umbria, Toscanala, Lombardia e Calabria, e all’estero, Stati Uniti, Francia, Svizzera, Lussemburgo, Regno Unito, Hong Kong. E provvedimenti potrebbero essere in arrivo anche per le due società coinvolte. I pm hanno infatti chiesto il commissariamento sia di Fastweb che Telecom Italia Sparkle in base alla legge 231 del 2001 che prevede sanzioni per le società che non predispongono misure idonee ad evitare reati da parte dei propri dipendenti da cui traggano vantaggio. Il gip si pronuncerà il 2 marzo. Sia Telecom Italia che Fastweb, ovviamente, si ritengono assolutamente estranee ai fatti nonché parti lese.

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Il fattore C. di Alitalia

Il destino cinico e baro? Roberto Colaninno e Rocco Sabelli non sanno neanche cosa sia. Ricordate cosa diceva solo qualche mese fa Michael O’Leary? «Colaninno si ritiri in una villa in campagnia e voli con Ryanair, che è meno costosa». Era novembre e l’ad del principale vettore low cost europeo annunciava spavaldo che nel corso dell’anno ci sarebbe stato il sorpasso su Alitalia. Prospettiva tutt’altro che evanescente, visto che già nel 2009 Ryanair ha praticamente eguagliato la compagnia di bandiera con circa 18 milioni di passeggeri. Solo qualche giorno più tardi, però, la società low cost si è trovata impelagata in un durissimo braccio di ferro con l’Enac per la questione dei documenti d’imbarco. La vicenda si è poi risolta. Ma ha costretto la società ha restare sulla graticola fino a spingere O’Leary a minacciare il ritiro dall’Italia.. Anche per l’altro grande avversario Lufthansa le cose non sono andate un granché bene. Un anno fa il vettore tedesco annunciava trionfale il suo piano per conquistare l’Italia. Otto rotte internazionali da Malpensa per collegare Milano alle principali città europee e tre collegamenti nazionali per aprire la competizione anche sul mercato domestico. Progetti concreti e temibili, che i manager dell’Alitalia non valutarono a cuor leggero.Eppure, già nel consuntivo 2009 sono arrivate le prime crepe. La filiale italiana del colosso tedesco si è fatto sorpassare da altri vettori sulle sue stesse rotte e ha iniziato a far viaggiare gli aerei sempre più vuoti. E ieri la bomba è esplosa anche nella casa madre, che si trova a fare i conti con una delle proteste più drammatiche che il trasporto aereo abbia mai visto. I piloti hanno incrociato le braccia allo scoccare della mezzanotte di domenica e non torneranno in servizio fino alla stessa ora di giovedì. Gli effetti si preannunciano devastanti. Il primo bilancio parla di quattromila piloti in sciopero, centinaia di voli annullati e migliaia di passeggeri a terra. E le cose non potranno che peggiorare: la compagnia ha previsto la cancellazione di 800 voli sui 1.800 previsti e prevede mancati guadagni fino a 100 milioni di euro. La gravità della situazione è tale che la compagnia ha deciso di rivolgersi alla magistratura di Francoforte per chiedere l’intervento delle autorità per chiudere la protesta. L’operazione ha avuto successo e ieri sera la protesta è stata interrotta. Questa mattina i collegamenti dovrebbero essere ripristinati. Lo sciopero ha coinvolto anche il nostro Paese. Sei voti sono stati sospesi a Malpensa e quattro a Fiumicino. Lo protesta è stata organizzata dal sindacato dei piloti Cockpit che teme che Lufthansa tagli il personale e trasferisca i posti di lavoro nelle controllate estere, come Austrian Airlines e Lufthansa Italia, dove gli stipendi sono inferiori. Ma i segnali dell’alleanza tra Colaninno e la dea bendata non sono finiti. Basti pensare a quello che è successo pochi giorni fa in Parlamento. Dopo 41 audizioni e due missioni all’estero, il presidente della commissione Trasporti della Camera, Mario Valducci, ha stilato il documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sul trasporto aereo. Il verdetto: il sistema italiano soffre di nanismo e le sovvenzioni devono restare solo per gli scali più grandi. Ovvero, quelli su cui ha costruito il piano industriale Alitalia. Non basta? Il progetto Fenice messo a punto da Colaninno è costruito sulla stima di un prezzo del petrolio a 120 dollari al barile. Ebbene nel 2009 il greggio ha raramente superato gli 80 dollari. Per il 2010 si prevede una media tra i 75 e gli 85 dollari. Fatevi due conti.Gli effetti della sorte benigna non sono ancora così clamorosi, ma il giro del vento inizia a farsi sentire. Nell’ultimo bimestre del 2009 Alitalia ha registrato una crescita dei passeggeri superiore al 15%. E il trend sembra essere proseguito a gennaio. Nei primi quindici giorni del mese l’ex compagnia di bandiera ha trasportato 776mila passeggeri, 129mila in più dello stesso periodo del 2009, con un incremento del 20%.

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Fini si scopre liberista e riapre le ostilità con Tremonti

“Io non voglio il posto fisso”. Non fatelo sapere al ministro dell’Economia, ma tra i seminari del convegno che si terrà da venerdì prossimo a Milano ce n’è anche uno dal titolo inequivocabilmente anti-tremontiano. Nulla di strano, si dirà, visto che ad animare la tre giorni (26-28 febbraio) c’è l’ex radicale, ora scudiero del liberismo all’interno del Pdl, Benedetto Della Vedova. E ad organizzare il tutto la sua associazione Libertiamo. Meno scontato è però il fatto che all’iniziativa parteciperà anche Gianfranco Fini, il cui intervento è previsto sabato nella tavola rotonda (insieme all’economista Luigi Zingales, al direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli e a Della Vedova) “Placata la bufera, torniamo al libero mercato”.È la prima volta che il presidente della Camera si avventura in una discussione pubblica a 360 gradi sui temi economici. Finora il confronto diretto sulla linea imposta allo schieramento da Giulio Tremonti e, in parte, dall’anima leghista, è stato sempre evitato. Ad affrontare lo scontro sulla Finanziaria si è esposto Mario Baldassarri, uno dei suoi principali consiglieri economici, e a martellare sulle tasse, sul welfare e sulle pensioni ci pensa spesso lo stesso Della Vedova, da tempo entrato nelle grazie del presidente. Ma al di là di qualche generico accenno al peso eccessivo del fisco o alla necessità di liberare l’economia dalle pastoie della burocrazia, Fini si è finora limitato a giocare dietro le quinte. Anche, secondo alcuni, per non inasprire troppo il rapporto con chi, come il ministro dell’Economia, in un futuro non troppo lontano potrebbe avere ancora più spazio nel Pdl. La prossima settimana, però, l’ex leader di An scenderà in campo. E il luogo è tutt’altro che casuale. Per la sua prima uscita pubblica sui temi economici ha infatti scelto un’iniziativa che oltre alla squadra di Libertiamo, coinvolgerà anche esperti, giornalisti e professori dell’Istituto Bruno Leoni e di FareFuturo. Un mix di liberalismo e liberismo da cui il numero uno di Montecitorio prenderà le mosse per aprire l’ennesimo fronte caldo all’interno del centrodestra. L’obiettivo iniziale era quello di declinare su un terreno più prettamente economico gli spunti e le tesi contenute nel libro dello scorso autunno “Il futuro della libertà”.Ma è chiaro che ora, con l’atmosfera rovente che si sta sviluppando all’interno dello schieramento, Fini non si lascerà sfuggire l’occasione di lanciare qualche stoccata in più. Bersagli naturali, visto il tema del dibattito, saranno i ministri economici. Ma il presidente della Camera offrirà una lettura complessiva delle cose che, a suo giudizio, non vanno nel centrodestra. E le tensioni di questi giorni ai piani alti del Pdl permetteranno di affondare il colpo più che in altre occasioni. Il tema dei ruoli e della struttura interna del partito è del resto un tasto su cui il presidente della Camera ha battuto, criticamente, più volte. Qualche bordata, sicuramente, ci sarà anche per il Carroccio. Fini non ha mai risparmiato le critiche, difficile che lo faccia ora che la Lega si prepara a sfruttare le difficoltà del Pdl per fare il pieno alle regionali.

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Un’intera Finanziaria presa agli evasori

La crisi economica ha frenato le entrate, ma la macchina del fisco continua a macinare risultati. Di tutto rispetto quelli raggiunti dalla riscossione, che negli ultimi due anni, alla faccia di chi insiste nel denunciare l’allentamento del contrasto all’evasione, è arrivata ad incassare circa un miliardo in più dell’era Visco. Negli anni della presunta guerra ai furbetti delle tasse, i volumi complessivi della riscossione dai ruoli erano a quota 6.738 milioni. Nel 2008, anno del passaggio di consegne da Prodi a Berlusconi, sono saliti a 7.014. Lo scorso anno sono balzati al livello record di 7.735 milioni di euro. In pratica, l’ammontare dei tributi evasi, compresi gli interessi e le sanzioni, recuperati da Equitalia equivale né più né meno ad una robusta manovra finanziaria.Non solo, stando ai dati forniti ieri dalla società di riscossione dell’Agenzia delle Entrate i risultati sarebbero stati ottenuti attraverso un abbassamento della soglia di persecuzione nei confronti del contribuente. «L’andamento crescente della riscossione», si legge in una nota di Equitalia, «è accompagnato da una diminuzione di ipoteche e ganasce fiscale». Numeri alla mano, su oltre 30 milioni di documenti inviati dalla società lo scorso anno, tra cartelle, solleciti e avvisi di pagamenti, le procedure cautelari e coattive rappresentano una parte molto circoscritta: nel 2009 sono stati attivati solo 86mila fermi delle automobili e 160mile ipoteche.Se la cifra sembra comunque alta, basta andare indietro di qualche anno e verificare quello che successe con l’arrivo di Vincenzo Visco alle Finanze. Nel 2006 i contribuenti inadempienti che si sono ritrovati con la vettura bloccata dal fisco hanno sfiorato un milione, con un’impennata del 628% rispetto al 2005. Ancora nel 2008, i fermi amministrativi ammontavano a 667.841, a fronte di 1.136.505 preavvisi. Il segnale di una maggiore collaborazione tra fisco e contribuenti poco solerti è anche negli 1,4 milioni di preavvisi, nei 2,7 milioni di solleciti di pagamento e nelle 630mila rateizzazioni. Cifre che sembrano rappresentare un cambiamento di rotta nell’approccio alle irregolarità fiscali. Quanto alle casse dello Stato, oltre al buon andamento della riscossione, iniziano anche ad arrivare i risultati della statalizzazione della macchina fiscale. L’anno scorso è stato infatti eliminato il contributo fisso che lo Stato dava a fondo perduto alle ex concessionarie private per riscuotere i tributi. Da quando Equitalia si finanzia con l’aggio sulla riscossione fissato per legge, lo Stato ha risparmiato 745 milioni. Sul fronte scudo, infine, ieri è arrivata la precisazione di Attilio Befera, dopo le polemiche sollevate dai dati di Bankitalia. «I giochi statistici possono essere diversi», ha spiegato il direttore dell’Agenzia delle entrate, «ma è la somma che fa il totale». Lo scudo fiscale 2009, ha ribadito, «si è concluso con 93 miliardi rimpatriati in Italia ad ogni effetto e 2 miliardi regolarizzati».

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