Verona-Roma in 3 ore, Venezia Mestre-Roma in 3 ore e 15 minuti, collegate ogni giorno da 32 Frecciargento. Ma anche 72 Frecciarossa tra Milano e Roma per viaggiare in 2 ore e 45 minuti tra Rogoredo e Tiburtina e in 2 ore e 59 tra Centrale e Termini. Tutto si può dire tranne che Mauro Moretti non abbia messo il turbo. I nuovi servizi dell’Alta velocità illustrati dall’ad delle Fs non saranno proprio «un sogno che si avvera», come ha detto trionfalmente l’ingegnere, ma di sicuro sono un bel passo avanti verso un sistema ferroviario di stampo europeo.
Tutt’altra la musica, e la velocità, con cui si procede sul fronte della sicurezza. E qui, per quanto Moretti pigi sull’acceleratore, i risultati non sono ancora del tutto soddisfacenti. Certo, le Fs hanno le tecnologie più avanzate d’Europa e investono moltissimo nel settore, ma di fronte agli incidenti che hanno occupato le cronache estive, culminati con il drammatico deragliamento di Viareggio che ha provocato 32 morti, non ci si può non chiedere se si debba e possa fare di più. E la domanda se la sono fatta anche al ministero delle Infrastrutture, come abbiamo raccontato ieri su Libero. Il problema è che sulla questione sicurezza neanche il governo ha tutte le carte in regola.
Questo almeno è quello che risulta da un documento interno dell’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria, l’ente creato poco meno di due anni fa per superare l’anomalia di un gruppo che effettuava la vigilanza su se stesso attraverso la controllata Rfi.
La nascita dell’Agenzia, istituita ad agosto 2007, fu presentata in pompa magna come una rivoluzione. Ma per farla diventare operativa il governo ci ha messo quasi un anno, fino al giugno 2008.
Pronti, via? Macché, manca il personale. Sulla carta l’organico della neonata agenzia dovrebbe essere di 300 persone. In pratica, si legge nel documento, l’Ansf «ha avviato la propria operatività, avvalendosi di circa 100 persone provenienti in gran parte da Rfi ed in minima parte dal ministero delle Infrastrutture». Questo perché «nelle more del conseguimento dell’autonomia gestionale e finanziaria, un regime di “prima applicazione” non può che avvenire grazie a quel personale qualificato che già si occupava di sicurezza dell’esercizio ferroviario». Il problema è che il regime di prima applicazione ancora dura, perché il governo non ha provveduto ad emanare i provvedimenti necessari. Qualcosa si è mosso solo poche settimane fa con il decreto Ronchi, di cui in questi giorni il Senato sta discutendo la conversione in legge. Ebbene, nel dl si stabilisce che, «nelle more della definizione del comparto di contrattazione collettiva, al personale dell’Agenzia può essere attribuito il trattamento giuridico ed economico attribuito al personale dell’Agenzia Nazionale per la Sicurezza al Volo. Insomma, un’altra misura tampone.
Nel frattempo a lavorare all’agenzia non c’è quasi più nessuno. Ad oggi, si legge nel documento, «27 delle 103 persone inizialmente assegnate all’Agenzia hanno optato per il rientro nei ranghi del Gruppo FS, a cui si devono aggiungere 5 pensionamenti o dimissioni». Ne dovevano arrivare altri 34, già selezionati lo scorso inverno sempre dalla Rfi, ma nessuno si è fatto vivo. Risultato, l’Ansf dovrebbe vigilare tutta la rete italiana con un pugno di uomini che tra l’altro «continua a rimanere nell’organico del Gruppo FS e deve, al tempo stesso, esercitare funzioni di controllo su società o strutture dello stesso Gruppo». Circostanza, sottolinea l’Agenzia, che costituisce «una fattispecie di incompatibilità che non può non sollevare perplessità».
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Al principio fu creato l'universo. Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa. (Douglas Adams)
martedì 3 novembre 2009
giovedì 29 ottobre 2009
Il PdL va in pressing per tagliare l’Irap. Giulio non ci sente
Quando Andrea Augello è stato avvistato a Via XX Settembre, il tam-tam è scattato immediatamente: è andato a trattare i tagli all’Irap con Giulio Tremonti. Del resto sono proprio a firma del senatore, insieme all’economista Mario Baldassarri, gli emendamenti sulla cosiddetta “contromanovra” dei finiani. Augello, in realtà, ha incontrato il ministro solo per discutere degli emendamenti alla finanziaria su Roma Capitale. Ma la trattativa sulle tasse, all’indomani della tregua tra Berlusconi e Tremonti, si è comunque aperta. L’ipotesi, come anticipato ieri da Libero, è ancora quella di rimodulare ed ammorbidire il pacchetto Augello-Baldassarri attraverso un emendamento del relatore o dello stesso governo.
La soluzione cui stanno lavorando in commissione Bilancio del Senato è quella di un taglio dell’Irap circoscritto solo alle piccole e medie imprese (sotto i 50 dipendenti) che comporterebbe per il bilancio un costo dai 2 ai 4 miliardi. La proposta non è ancora stata messa nero su bianco ma l’obiettivo è di raggiungere, spiega il relatore Maurizio Saia, «una sintesi con le proposte sullo stesso tema avanzate dalla Lega e dall’opposizione». Il fronte, insomma, si starebbe allargando. Anche per questo il governo, per bocca di Giuseppe Vegas, ha cercato di mettere le mani avanti. «È un’ipotesi interessante», dice il vice ministro all’Economia, «ma va valutata bene soprattutto per quanto riguarda le coperture». Sulla questione ogni proposta risolve in modo diverso: il pacchetto a firma del presidente della commissione Finanze del Senato, Baldassarri, punta tutto sui tagli alla spesa, la Lega invece attinge dai Fas mentre il Pd, chiede di aumentare la Robin tax. Difficile che già oggi possa arrivare qualche novità. Ma in mattinata, prima di iniziare le votazioni sugli emendamenti, ci sarà comunque un riunione della maggioranza in commissione Bilancio con il governo.
Non è detto che alla fine si arrivi a quella sintesi invocata da Zaia ed è chiaro che da Palazzo Madama non uscirà una manovra da 40 miliardi, ma di sicuro, spiega Augello, «alla fine il governo dovrà prendere una posizione conclusiva. Può decidere di rinviare la questione alla Camera, di chiedere versioni ancora più soft, ma di sicuro non può evitare che si affronti la questione». «Siamo in attesa di un segnale di disponibilità da parte di Palazzo Chigi», gli fa eco Baldassarri, «Non vogliamo tutto e subito. Ma discutiamo».
Di certo sull’Irap, per ora, c’è soltanto che l’Agenzia delle Entrate ha mandato in soffitta il contestato clik day. Dopo aver ascoltato le categorie e gli ordini professionali, il fisco ha stabilito nuovi criteri che daranno priorità ai rimborsi che partiranno dal 2004, per poi procedere con le scadenze più vicine.
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La soluzione cui stanno lavorando in commissione Bilancio del Senato è quella di un taglio dell’Irap circoscritto solo alle piccole e medie imprese (sotto i 50 dipendenti) che comporterebbe per il bilancio un costo dai 2 ai 4 miliardi. La proposta non è ancora stata messa nero su bianco ma l’obiettivo è di raggiungere, spiega il relatore Maurizio Saia, «una sintesi con le proposte sullo stesso tema avanzate dalla Lega e dall’opposizione». Il fronte, insomma, si starebbe allargando. Anche per questo il governo, per bocca di Giuseppe Vegas, ha cercato di mettere le mani avanti. «È un’ipotesi interessante», dice il vice ministro all’Economia, «ma va valutata bene soprattutto per quanto riguarda le coperture». Sulla questione ogni proposta risolve in modo diverso: il pacchetto a firma del presidente della commissione Finanze del Senato, Baldassarri, punta tutto sui tagli alla spesa, la Lega invece attinge dai Fas mentre il Pd, chiede di aumentare la Robin tax. Difficile che già oggi possa arrivare qualche novità. Ma in mattinata, prima di iniziare le votazioni sugli emendamenti, ci sarà comunque un riunione della maggioranza in commissione Bilancio con il governo.
Non è detto che alla fine si arrivi a quella sintesi invocata da Zaia ed è chiaro che da Palazzo Madama non uscirà una manovra da 40 miliardi, ma di sicuro, spiega Augello, «alla fine il governo dovrà prendere una posizione conclusiva. Può decidere di rinviare la questione alla Camera, di chiedere versioni ancora più soft, ma di sicuro non può evitare che si affronti la questione». «Siamo in attesa di un segnale di disponibilità da parte di Palazzo Chigi», gli fa eco Baldassarri, «Non vogliamo tutto e subito. Ma discutiamo».
Di certo sull’Irap, per ora, c’è soltanto che l’Agenzia delle Entrate ha mandato in soffitta il contestato clik day. Dopo aver ascoltato le categorie e gli ordini professionali, il fisco ha stabilito nuovi criteri che daranno priorità ai rimborsi che partiranno dal 2004, per poi procedere con le scadenze più vicine.
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Aiuti e sgravi per parrucchieri e ortaggi. L’assalto alla diligenza non va in crisi
L’assalto, bisogna riconoscerlo, non è quello a cui eravamo abituati. I saldi bloccati e la finanziaria tabellare introdotta dalla manovra triennale legata al Dpef hanno in qualche modo scoraggiato gli interventi più assurdi e pittoreschi. Ma le abitudini sono dure a morire. Così, seppure ridotto, l’elenco degli emendamenti alla Finanziaria che prevedono piccole voci di spesa per il collegio o per la categoria di riferimento è ancora abbastanza robusto.
Tra i più stravaganti ci sono sicuramente quelli a favore di parrucchieri e finocchi (senza ovviamente alcun riferimento sessuale, che in questa stagione rischia di essere fatale).
Il primo è a firma Rosario Costa e prevede la «riduzione dell’aliquota IVA dal 20% al 10% applicabile alle prestazione di servizi di acconciatore o di carattere medico/sanitario/curativo per i capelli». Il secondo è stato presentato in commissione Bilancio da un gruppo di senatori del Sud (Esposito Bevilacqua, Gentili, Speziali, Caligiuli, Valentino) e prevede un doveroso stanziamento di «10 milioni di euro per il 2009 a favore delle imprese locali della Calabria produttrici di finocchi che hanno subito danni nel 2007 a causa dell’escursione termica invernale».
Ci sono poi gli emendamenti “sostenibili”. In particolare quello a doppia firma Alicata, Ferrara, che chiede la discreta sommetta di 90 milioni di euro per ciascun anno del triennio 2010-2012 per il Fondo per la mobilità sostenibile. Gli stessi due senatori si occupano anche di sviluppo sostenibile. Per questo Fondo la richiesta è però soltanto di «25 milioni di euro per ciascun anno del triennio 2010-2012». I due, evidentemente molto attenti all’ambiente, chiedono anche in un altro emendamento «20 milioni di euro per ciascun anno del triennio 2010-2012 per programmi annuali di difesa del mare nonché per l’attuazione dei Protocolli addizionali della Convenzione di Barcellona per la protezione del mare.
Quanto agli emendamenti “geograficamente corretti”, c’è ne sono un po’ a firma Valditara, Colli, che partono con la richiesta di «28 milioni di euro per il 2010 a favore del Comune di Milano per la realizzazione e la gestione del Centro internazionale della fotografia». Poi ci sono «10 milioni di euro per l’anno 2010 a favore del Comune di Milano per la valorizzazione/creazione di aree boschive urbane» e «55 milioni di euro per il 2010 a favore del Comune di Milano per la realizzazione e la gestione del collegamento stradale V.le Zara e Area Expo».
Più ad ampio raggio l’emendamento di Alessio Butti, che prevede «incentivi alle emittenti radiofoniche locali». Gli aiuti verrebbero aumentati nella misura di 70 milioni per il 2010, 90 milioni per il 2011 e 55 milioni di euro per il 2012».
C’è poi il senatore Stefano De Lillo, che vorrebbe dare al Coni altri 2 milioni di euro, oltre alle ingenti risorse già stanziate dalla Legge Finanziaria 2007, «a copertura delle spese sostenute per i conclusi Campionati mondiali di nuoto». Una sorta di rimborso, insomma.
Sempre De Lillo, in accoppiata con la Germontani, chiede una «proroga della Convenzione del Ministero dello Sviluppo Economico con il Centro di Produzione SpA». La copertura prevista sarebbe di 10 milioni di euro per ciascun anno del triennio 2010-2012.
Tutta dedicata al profondo Nord e all’alta quota l’attenzione del senatore Valter Zanetta. In prima istanza si chiede «l’aumento della sovvenzione annua di 600.000 euro a decorrere dal 2010 per la Società Subalpina di imprese ferroviarie Spa». In seconda istanza, senza mezzi termini, un «contributo di 2.800.000 euro per il 2010 per l’Ente italiano della Montagna». Poi, finalmente si arriva al sodo, con la proposta di agevolazioni sull’aliquota d’imposta «per le piccole distillerie di grappa (produzione annua tra i 50 litri e i 3 ettolitri di alcool)» allo scopo di incentivarne la produzione nei Comuni montani. Prosit.
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Tra i più stravaganti ci sono sicuramente quelli a favore di parrucchieri e finocchi (senza ovviamente alcun riferimento sessuale, che in questa stagione rischia di essere fatale).
Il primo è a firma Rosario Costa e prevede la «riduzione dell’aliquota IVA dal 20% al 10% applicabile alle prestazione di servizi di acconciatore o di carattere medico/sanitario/curativo per i capelli». Il secondo è stato presentato in commissione Bilancio da un gruppo di senatori del Sud (Esposito Bevilacqua, Gentili, Speziali, Caligiuli, Valentino) e prevede un doveroso stanziamento di «10 milioni di euro per il 2009 a favore delle imprese locali della Calabria produttrici di finocchi che hanno subito danni nel 2007 a causa dell’escursione termica invernale».
Ci sono poi gli emendamenti “sostenibili”. In particolare quello a doppia firma Alicata, Ferrara, che chiede la discreta sommetta di 90 milioni di euro per ciascun anno del triennio 2010-2012 per il Fondo per la mobilità sostenibile. Gli stessi due senatori si occupano anche di sviluppo sostenibile. Per questo Fondo la richiesta è però soltanto di «25 milioni di euro per ciascun anno del triennio 2010-2012». I due, evidentemente molto attenti all’ambiente, chiedono anche in un altro emendamento «20 milioni di euro per ciascun anno del triennio 2010-2012 per programmi annuali di difesa del mare nonché per l’attuazione dei Protocolli addizionali della Convenzione di Barcellona per la protezione del mare.
Quanto agli emendamenti “geograficamente corretti”, c’è ne sono un po’ a firma Valditara, Colli, che partono con la richiesta di «28 milioni di euro per il 2010 a favore del Comune di Milano per la realizzazione e la gestione del Centro internazionale della fotografia». Poi ci sono «10 milioni di euro per l’anno 2010 a favore del Comune di Milano per la valorizzazione/creazione di aree boschive urbane» e «55 milioni di euro per il 2010 a favore del Comune di Milano per la realizzazione e la gestione del collegamento stradale V.le Zara e Area Expo».
Più ad ampio raggio l’emendamento di Alessio Butti, che prevede «incentivi alle emittenti radiofoniche locali». Gli aiuti verrebbero aumentati nella misura di 70 milioni per il 2010, 90 milioni per il 2011 e 55 milioni di euro per il 2012».
C’è poi il senatore Stefano De Lillo, che vorrebbe dare al Coni altri 2 milioni di euro, oltre alle ingenti risorse già stanziate dalla Legge Finanziaria 2007, «a copertura delle spese sostenute per i conclusi Campionati mondiali di nuoto». Una sorta di rimborso, insomma.
Sempre De Lillo, in accoppiata con la Germontani, chiede una «proroga della Convenzione del Ministero dello Sviluppo Economico con il Centro di Produzione SpA». La copertura prevista sarebbe di 10 milioni di euro per ciascun anno del triennio 2010-2012.
Tutta dedicata al profondo Nord e all’alta quota l’attenzione del senatore Valter Zanetta. In prima istanza si chiede «l’aumento della sovvenzione annua di 600.000 euro a decorrere dal 2010 per la Società Subalpina di imprese ferroviarie Spa». In seconda istanza, senza mezzi termini, un «contributo di 2.800.000 euro per il 2010 per l’Ente italiano della Montagna». Poi, finalmente si arriva al sodo, con la proposta di agevolazioni sull’aliquota d’imposta «per le piccole distillerie di grappa (produzione annua tra i 50 litri e i 3 ettolitri di alcool)» allo scopo di incentivarne la produzione nei Comuni montani. Prosit.
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Finmeccanica vince a Bruxelles: «Sugli elicotteri nessun aiuto di Stato»
Si chiude, dopo sei anni di indagini e controindagini, il caso dei presunti aiuti di Stato agli elicotteri di Finmeccanica. Sotto accusa, per un possibile utlizzo anche nel settore civile, erano finiti gli AW139 e il convertiplano BA609, entrambi prodotti dalla controllata Agusta. La Commissione europea ha stabilito una volta per tutte che si tratta di programmi di ricerca prettamente militare che riguardano la sicurezza nazionale e che, in base all’articolo 296 del Trattato istitutivo della Ue, non rientrano nella normativa comunitaria in materia di concorrenza. La decisione non solo fa chiarezza sul punto, evidenziando che programmi di questo tipo sono portati avanti in Europa da numerosi paesi, ma riconosce anche l’assenza di parametri oggettivi che consentano di individuare la percentuale di ricerca in ambito militare suscettibile di trasferimento al settore civile. Di qui la proposta di studiare una soluzione applicabile a tutti i paesi della Ue che permetta di conciliare l’esigenza dei governi di erogare contributi per progetti di sicurezza nazionale con gli obblighi relativi al rispetto della concorrenza.
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Mediobanca come Elkann: «Innaturale restare in Rcs»
Prima John Elkann, ora Renato Pagliaro. Il terreno sotto Rcs inizia ad essere bollente. Così come la poltrona di Ferruccio De Bortoli, che ultimamente dalle pagine del suo Corriere non ha risparmiato critiche e appunti ai soci forti del quotidiano. Ad aprire le danze era stato il vicepresidente Fiat. «Cosa ci restiamo a fare noi qui dentro?», aveva detto durante una infuocata riunione del cda del Lingotto dello scorso 14 ottobre. Ieri è stata la volta del potente direttore generale di Piazzetta Cuccia, che in occasione dell’assemblea ha addirittura definito «innaturale» la presenza di Mediobanca come primo azionista di Rcs Media Group.
All’orizzonte non ci sono colpi di mano. Un «eventuale ipotetico ridimensionamento della quota», ha spiegato Pagliaro, dovrebbe avvenire «alle condizioni di mercato migliori possibili e quindi non nel novembre del 2009». Ma il segnale è forte e chiaro. Ed indica che si sono aperte le grandi manovre per un riequilibrio dei poteri nel principale gruppo editoriale italiano. Del resto, l’asse che fa perno sulla Mediobanca di Cesare Geronzi (principale azionista Rcs con 13,7% delle quote) è il principale garante degli assetti interni di Rcs, del rapporto tra i soci e di quello tra il giornale e il mondo esterno. L’altra gamba è chiaramente quella rappresentata dalla Fiat (secondo azionista con il 10,3%). Resta da vedere cosa farà il terzo pilastro, rappresentato da Giovanni Bazoli, il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo che tra la banca (4,9%) e la finanziaria Mittel (1,2) gestisce il il 6,2% delle azioni Rcs. Per quanto riguarda Mediobanca, l’istituto ha riportato un utile netto per 200,6 milioni nel primo trimestre 2009-10, in calo del 35,3% rispetto ai 309,9 milioni del 30 settembre 2008, ma in forte rialzo dopo il risultato negativo dei tre precedenti trimestri. profitti che consentiranno di «ragionare» sull’entità del dividendo da distribuire ai soci. E mentre le partecipazioni riprendono quota in Borsa, il presidente Cesare Geronzi è tornato a smentire seccamente le voci secondo cui mirerebbe ad assumere, la prossima primavera, la presidenza delle Generali: «Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, non ho nessun interesse alla presidenza delle Generali, punto e basta». È chiaro, comunque, che la partita per il rinnovo del vertice del Leone resta aperta.
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All’orizzonte non ci sono colpi di mano. Un «eventuale ipotetico ridimensionamento della quota», ha spiegato Pagliaro, dovrebbe avvenire «alle condizioni di mercato migliori possibili e quindi non nel novembre del 2009». Ma il segnale è forte e chiaro. Ed indica che si sono aperte le grandi manovre per un riequilibrio dei poteri nel principale gruppo editoriale italiano. Del resto, l’asse che fa perno sulla Mediobanca di Cesare Geronzi (principale azionista Rcs con 13,7% delle quote) è il principale garante degli assetti interni di Rcs, del rapporto tra i soci e di quello tra il giornale e il mondo esterno. L’altra gamba è chiaramente quella rappresentata dalla Fiat (secondo azionista con il 10,3%). Resta da vedere cosa farà il terzo pilastro, rappresentato da Giovanni Bazoli, il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo che tra la banca (4,9%) e la finanziaria Mittel (1,2) gestisce il il 6,2% delle azioni Rcs. Per quanto riguarda Mediobanca, l’istituto ha riportato un utile netto per 200,6 milioni nel primo trimestre 2009-10, in calo del 35,3% rispetto ai 309,9 milioni del 30 settembre 2008, ma in forte rialzo dopo il risultato negativo dei tre precedenti trimestri. profitti che consentiranno di «ragionare» sull’entità del dividendo da distribuire ai soci. E mentre le partecipazioni riprendono quota in Borsa, il presidente Cesare Geronzi è tornato a smentire seccamente le voci secondo cui mirerebbe ad assumere, la prossima primavera, la presidenza delle Generali: «Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, non ho nessun interesse alla presidenza delle Generali, punto e basta». È chiaro, comunque, che la partita per il rinnovo del vertice del Leone resta aperta.
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mercoledì 28 ottobre 2009
Prove di modifica alla Finanziaria per ridurre il fisco a famiglie e imprese
Si parte. Si va dai 10 milioni per le imprese locali produttrici di finocchi, alla riduzione dell’Iva al 10% per gli acconciatori, fino ai 28 milioni per il Centro internazionale della fotografia di Milano e ai 2,8 milioni per l’Ente italiano della Montagna. Ma c’è anche chi vorrebbe dare altri 2 milioni al Coni per i mondiali di nuoto già realizzati.
Crisi o no, la Finanziaria è sempre la Finanziaria. E un tentativo di sfilare qualche milione dal gruzzolo non si nega a nessuno. Tra i numerosi emendamenti su cui è partita ieri la discussione in commissione Bilancio del Senato, però, ci sono anche quelli più tosti. A partire da quelli di cui si è parlato nei giorni scorsi firmati principalmente dai finiani Augello e Baldassarri. Ma ci sono anche quelli di Costa, che propone una proroga della deducibilità degli interessi passivi per le imprese e della Tremonti ter sulla detassazione degli investimenti, o quello di Fleres, che chiede l’allungamento dello scudo fiscale. Fino alla Bonfrisco, che propone la proroga della deduzione per l’ammortamento di immobili necessari all’esercizio delle professioni.
I margini di intervento, ha detto il viceministro all’Economia, Giuseppe Vegas, sono «stretti come il canale di Corinto». In italiano corrente significa che se modifiche alla manovra ci saranno non dovrebbero arrivare da Palazzo Madama, ma dalla Camera. L’ordine di scuderia, in effetti, è circolato. Ma l’aria in questi giorni cambia velocemente.
E le notizie che arrivano da Arcore su Tremonti incoraggiano l’entusiasmo. Tra i banchi del centrodestra assicurano comunque che tutto sarà fatto in sintonia col governo. «Non c’è assolutamente l’atmosfera del blitz», dice un esponente della commissione, che spiega anche quale potrebbe essere la via d’uscita per non lasciare il Senato a bocca asciutta. Il problema è quello di non ingigantire la vittoria dei finiani. Con tutta probabilità il relatore o lo stesso governo presenteranno emendamenti sostitutivi di quelli Baldassari-Augello, che però ricalcheranno, ammorbidite, le stesse proposte: riduzione del fisco per famiglie e imprese e tagli alla spesa. Non è chiaro fino a che punto ci si potrà spingere. In commissione c’è però chi non esclude che «alla fine si arrivi anche ad un primo intervento sull’Irap».
Di sicuro, ragiona un altro senatore, «se il percorso di modifica non inizia qui poi sarà più difficile farlo partire alla Camera». La commissione ha intanto chiuso l’esame del ddl bilancio. Dal cilindro sono usciti pure 4 milioni per le scuole non statali. In tutto, fa notare il relatore al provvedimento, Cosimo Latronico, con il ddl si sono «fatti tagli per 7,3 miliardi» che sono il risultato della «riduzione del saldo netto da finanziare che passa da 69,7 a 62,4 miliardi».
libero-news.it
Crisi o no, la Finanziaria è sempre la Finanziaria. E un tentativo di sfilare qualche milione dal gruzzolo non si nega a nessuno. Tra i numerosi emendamenti su cui è partita ieri la discussione in commissione Bilancio del Senato, però, ci sono anche quelli più tosti. A partire da quelli di cui si è parlato nei giorni scorsi firmati principalmente dai finiani Augello e Baldassarri. Ma ci sono anche quelli di Costa, che propone una proroga della deducibilità degli interessi passivi per le imprese e della Tremonti ter sulla detassazione degli investimenti, o quello di Fleres, che chiede l’allungamento dello scudo fiscale. Fino alla Bonfrisco, che propone la proroga della deduzione per l’ammortamento di immobili necessari all’esercizio delle professioni.
I margini di intervento, ha detto il viceministro all’Economia, Giuseppe Vegas, sono «stretti come il canale di Corinto». In italiano corrente significa che se modifiche alla manovra ci saranno non dovrebbero arrivare da Palazzo Madama, ma dalla Camera. L’ordine di scuderia, in effetti, è circolato. Ma l’aria in questi giorni cambia velocemente.
E le notizie che arrivano da Arcore su Tremonti incoraggiano l’entusiasmo. Tra i banchi del centrodestra assicurano comunque che tutto sarà fatto in sintonia col governo. «Non c’è assolutamente l’atmosfera del blitz», dice un esponente della commissione, che spiega anche quale potrebbe essere la via d’uscita per non lasciare il Senato a bocca asciutta. Il problema è quello di non ingigantire la vittoria dei finiani. Con tutta probabilità il relatore o lo stesso governo presenteranno emendamenti sostitutivi di quelli Baldassari-Augello, che però ricalcheranno, ammorbidite, le stesse proposte: riduzione del fisco per famiglie e imprese e tagli alla spesa. Non è chiaro fino a che punto ci si potrà spingere. In commissione c’è però chi non esclude che «alla fine si arrivi anche ad un primo intervento sull’Irap».
Di sicuro, ragiona un altro senatore, «se il percorso di modifica non inizia qui poi sarà più difficile farlo partire alla Camera». La commissione ha intanto chiuso l’esame del ddl bilancio. Dal cilindro sono usciti pure 4 milioni per le scuole non statali. In tutto, fa notare il relatore al provvedimento, Cosimo Latronico, con il ddl si sono «fatti tagli per 7,3 miliardi» che sono il risultato della «riduzione del saldo netto da finanziare che passa da 69,7 a 62,4 miliardi».
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Per rafforzare lo scudo il Fisco fa irruzione nelle banche svizzere
Con lo scudo non si scherza. La Svizzera non ha fatto in tempo a dichiarare la sua piena disponibilità a collaborare con le autorità italiane che si è vista piombare addosso un vero e proprio esercito di finanzieri e ispettori. Di ieri mattina, sul Sole24Ore, le parole del ministro delle Finanze e presidente della Confederazione elvetica Hans-Rudolf Merz. «Siamo pronti a collaborare con tutti i Paesi che lo desiderano. Spero che l’Italia e il ministro Giulio Tremonti, lo desiderino quanto noi». Delle stesse ore, in mezza Penisola, il maxi blitz in 76 filiali di banche svizzere e uffici bancari collegati a intermediari svizzeri o situati nei pressi di San Marino.
A passare al setaccio la finanza elvetica sono stati più di 150 ispettori sotto la direzione congiunta dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza. Obiettivo: verificare il rispetto degli obblighi di comunicazione dei dati dei propri clienti all’Archivio dei rapporti finanziari, cioè alla banca-dati utilizzata dal fisco per verificare con un click l’esistenza di conti correnti dei contribuenti sottoposti a verifica. Il database ad oggi censisce oltre 950 milioni di rapporti ed oltre 90 milioni di soggetti. A controllo finito, gli 007 fiscali sono tornati in ufficio con un cd contenente i dati dei clienti delle banche. «Piena collaborazione», ha assicurato l’Associazione Italiana banche estere. Più duro il commento dell’Associazione svizzera dei banchieri. «Le autorità italiane possono ovviamente procedere come intendono sul loro territorio ma è strano che procedano a questa azione così spettacolare», ha detto il portavoce, James Nason. La spiegazione, forse vicina al vero, arriva da San Marino. «L’operazione», ha detto il ministro delle Finanze Gabriele Gatti, «sembra una conseguenza del grande battage che si sta sviluppando, in Italia, sullo scudo fiscale». In effetti, da qualche mese a questa parte non passa giorno senza che Fiamme Gialle e amministrazione fiscale non annuncino grandi risultati nella lotta all’evasione o non divulghino i risultati di maxi-operazioni di accertamento fiscale. Anche ieri, dopo aver assaltato le filiali svizzere e sanmarinesi, l’Agenzia delle Entrate ha assicurato che «ulteriori campagne di controlli verranno sviluppate nei confronti di altre categorie di operatori finanziari».
Quanto alla stretta sugli intermediari, secondo il numero uno dell’accertamento dell’Agenzia delle Entrate, Luigi Magistro, rappresenta «la conferma che sul fronte dell’evasione internazionale c’è la più decisa intenzione di agire con tutte le forme di controllo che possiamo utilizzare». Se la minaccia non fosse abbastanza chiara, ci sono poi i numeri snocciolati dai finanzieri. «Da quando è stato introdotto lo strumento delle indagini finanziarie telematiche, e cioè da settembre 2006 ad oggi», ha spiegato il generale della Gdf, Giuseppe Vicanolo, «abbiamo eseguito circa 10.000 verifiche con indagini finanziarie, pari all’80% in più rispetto al triennio precedente». Ora i tecnici effettueranno il confronto tra i nomi dei clienti delle diverse filiali e quelli effettivamente comunicati al fisco. La multa, se dovessero risultare irregolarità, partire dai 2.065 euro per arrivare fino a 20.658 euro.
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A passare al setaccio la finanza elvetica sono stati più di 150 ispettori sotto la direzione congiunta dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza. Obiettivo: verificare il rispetto degli obblighi di comunicazione dei dati dei propri clienti all’Archivio dei rapporti finanziari, cioè alla banca-dati utilizzata dal fisco per verificare con un click l’esistenza di conti correnti dei contribuenti sottoposti a verifica. Il database ad oggi censisce oltre 950 milioni di rapporti ed oltre 90 milioni di soggetti. A controllo finito, gli 007 fiscali sono tornati in ufficio con un cd contenente i dati dei clienti delle banche. «Piena collaborazione», ha assicurato l’Associazione Italiana banche estere. Più duro il commento dell’Associazione svizzera dei banchieri. «Le autorità italiane possono ovviamente procedere come intendono sul loro territorio ma è strano che procedano a questa azione così spettacolare», ha detto il portavoce, James Nason. La spiegazione, forse vicina al vero, arriva da San Marino. «L’operazione», ha detto il ministro delle Finanze Gabriele Gatti, «sembra una conseguenza del grande battage che si sta sviluppando, in Italia, sullo scudo fiscale». In effetti, da qualche mese a questa parte non passa giorno senza che Fiamme Gialle e amministrazione fiscale non annuncino grandi risultati nella lotta all’evasione o non divulghino i risultati di maxi-operazioni di accertamento fiscale. Anche ieri, dopo aver assaltato le filiali svizzere e sanmarinesi, l’Agenzia delle Entrate ha assicurato che «ulteriori campagne di controlli verranno sviluppate nei confronti di altre categorie di operatori finanziari».
Quanto alla stretta sugli intermediari, secondo il numero uno dell’accertamento dell’Agenzia delle Entrate, Luigi Magistro, rappresenta «la conferma che sul fronte dell’evasione internazionale c’è la più decisa intenzione di agire con tutte le forme di controllo che possiamo utilizzare». Se la minaccia non fosse abbastanza chiara, ci sono poi i numeri snocciolati dai finanzieri. «Da quando è stato introdotto lo strumento delle indagini finanziarie telematiche, e cioè da settembre 2006 ad oggi», ha spiegato il generale della Gdf, Giuseppe Vicanolo, «abbiamo eseguito circa 10.000 verifiche con indagini finanziarie, pari all’80% in più rispetto al triennio precedente». Ora i tecnici effettueranno il confronto tra i nomi dei clienti delle diverse filiali e quelli effettivamente comunicati al fisco. La multa, se dovessero risultare irregolarità, partire dai 2.065 euro per arrivare fino a 20.658 euro.
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Il ciclone Marchionne abbatte i miti classici di Detroit. Va in pensione la potente Dodge Viper e arriva la 500
La fine di un’era. La Chrysler manderà in pensione i miti a quattro ruote che hanno fatto sognare l’America. È l’effetto Marchionne, che il 4 novembre annuncerà la scomparsa della storica Dodge Viper, l’auto sportiva a stelle e strisce per eccellenza, e delle principali mega Jeep che accompagnano da decenni il marchio di Detroit. In cambio, per gli americani sono pronte delle 500 fiammanti e l’Alfa Mito oppure, per chi vorrà ancora viaggiare su qualcosa di familiare, la nuova ammiraglia Lancia, che sarà realizzata sulla base della Chrysler 300c. Nel dettaglio, nel 2010 uscirà di scena il Jeep Commander, mentre nel 2011 si dovrà dire addio ai Dodge Viper e Dakota e alla Chrysler Sebring. L’anno seguente, quando l’alleanza con Fiat decollerà con lo sbarco dell’Alfa Romeo negli Usa, Chrysler manderà in pensione i Jeep Compass e Patriot e i Dodge Caliber e Avenger, ma anche il Chrysler PT Cruiser. Nell’arco dei prossimi anni, inoltre, Chrysler prevede di far uscire dal mercato anche il Grand Caravan, lasciando così solo il Chrylser Town and Country come l’unico minivan della società. I modelli del rilancio, come si diceva, saranno tutti targati Italia. Nel 2011 è previsto l’esordio sul territorio americano della Fiat 500 prodotta in Messico. Nel 2012, dopo anni di assenza, sarà reintrodotta sul mercato statunitense l’Alfa Romeo: il primo modello ad a essere lanciato sarà la MiTo, seguita all’inizio del 2013 da una berlina midsize e dall’Alfa Milano. Secondo il New York Times, l’Alfa Romeo produrrà negli Usa anche un suv basato sulla piattaforma del Jeep Grand Cherokee. Per celebrare il funerale delle auto statunitensa il mamanger italiano si prenderà tutto il tempo necessario. Il tempo stimato dalla presentazione del nuovo piano industriale della casa automobilistica statunitense è stimato in sei ore.
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«Troppi tagli alla scuola». Cattolici contro il ministro
Ci mancavano solo i cattolici. E dire che Tremonti negli ultimi mesi ce l’aveva messa tutta nel denunciare, in sintonia col Vaticano, che i guai del mondo sono frutto di dell’avidità (dei banchieri) e della mancanza di etica. Che i valori della solidarietà e della giustizia, in sintonia con la dottrina sociale cattolica, devono ispirare l’economia. Dalla teoria alla pratica, però, le cose cambiano. E al di là delle belle parole, quella stessa Compagnia delle Opere che al Meeting di Rimini lo aveva osannato e applaudito si è accorta adesso che nella manovra economica è spuntata una bella sforbiciata ai fondi delle scuole private. «Apprendiamo con grande sconcerto che, ancora una volta, nella legge finanziaria e nella legge di bilancio dello stato per il 2010 attualmente in discussione al senato, alla voce “istruzione non statale” risulta un pesante taglio per le scuole paritarie». Firmato CdO Opere educative, Fidae (Federazione che associa la quasi totalità delle scuole cattoliche italiane) e Agesc (Associazione Genitori Scuole Cattoliche).
L’accusa è, ovviamente, argomentata. Non con considerazioni, ma con una serie di ordini del giorno approvati nel corso dell’anno (spesso con voti bipartisan) che impegnavano il governo a prevedere “una effettiva libertà di scelta della scuola da parte delle famiglie”; a reintegrare il fondo per le scuole non statali e “garantire almeno lo stesso livello di finanziamento per i successivi anni”; a “garantire la certezza dei finanziamenti e dei tempi di erogazione delle risorse per le scuole paritarie”, nonché a “realizzare tali condizioni incrementando significativamente, fin dal disegno di legge finanziaria per il 2010, le risorse destinate al sistema paritario, elevandole almeno a 600 milioni di euro, con un aumento del 10 per cento rispetto al 2008”.
Ora, con molta probabilità, toccherà alla Gelmini togliere le castagne dal fuoco al collega dell’Economia. Solo qualche settimana fa il ministro dell’Istruzione si era impegnata a garantire il diritto di scelta anche attraverso un un bonus per chi vuole frequentare le scuole paritarie. Difficile che ora non si mobiliti per evitare i tagli ai finanziamenti.
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L’accusa è, ovviamente, argomentata. Non con considerazioni, ma con una serie di ordini del giorno approvati nel corso dell’anno (spesso con voti bipartisan) che impegnavano il governo a prevedere “una effettiva libertà di scelta della scuola da parte delle famiglie”; a reintegrare il fondo per le scuole non statali e “garantire almeno lo stesso livello di finanziamento per i successivi anni”; a “garantire la certezza dei finanziamenti e dei tempi di erogazione delle risorse per le scuole paritarie”, nonché a “realizzare tali condizioni incrementando significativamente, fin dal disegno di legge finanziaria per il 2010, le risorse destinate al sistema paritario, elevandole almeno a 600 milioni di euro, con un aumento del 10 per cento rispetto al 2008”.
Ora, con molta probabilità, toccherà alla Gelmini togliere le castagne dal fuoco al collega dell’Economia. Solo qualche settimana fa il ministro dell’Istruzione si era impegnata a garantire il diritto di scelta anche attraverso un un bonus per chi vuole frequentare le scuole paritarie. Difficile che ora non si mobiliti per evitare i tagli ai finanziamenti.
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Telecom fuma il bond della pace. E Telefonica accelera sul Brasile
Le aspettative del D-Day, da qualche settimana, si sono un po’ sgonfiate. Con tutta probabilità domani nessuno dei soci di Telco farà il fatidico passo indietro. Questo non significa che l’atmosfera ai piani di alti di Telecom sia serena e distesa. In primo piano resta, ovviamente, l’affaire Telefonica. Ma in agenda ci sono anche le strategie future, le contromosse rispetto alle offensive della concorrenza nonché la verifica del management. Non ultimo il bilancio, di cui ieri Mediobanca ha certificato ancora una volta le difficoltà: con i suoi 39,7 di buco il colosso delle tlc è al secondo posto (dopo l’Enel) delle società più indebitate d’Italia.
Ad aumentare un po’ la tensione ci ha pensato anche la Consob, che ieri ha avviato una serie di accertamenti sull’andamento anomalo registrato dal titolo in avvio di seduta in Borsa. La Commissione ha individuato consistenti ordini di vendita da parte di alcuni operatori. Da quanto è finora emerso si sarebbero verificate stop loss (ordini di vendita a un determinato prezzo predefinito) che avrebbero mandato Telecom in asta di volatilità a causa di una momentanea illiquidità del titolo. Sulla vicenda sono scesi in campo anche i piccoli azionisti riuniti nell’associazione Asati, che ha chiesto all’authority guidata da Lamberto Cardia di verificare «se sono in corso operazioni speculative non trasparenti». Il titolo è comunque andato a picco, con una chiusura in calo del 3,19% a 1,12 euro.
Ma sotto i riflettori resta comunque l’assetto societario. Allo studio Chiomenti i legali sono ancora al lavoro sugli ultimi dettagli, ma la versione definitiva del patto che lega Mediobanca, Generali, Intesa, i Benetton e Telefonica in Telco (la holding che controlla il 24,5% di Telecom) dovrebbe ormai essere pronta. Il nuovo accordo ricalca quello in scadenza ad aprile 2010 con una durata triennale, ma con una possibilità di recesso in una finestra che dovrebbe aprirsi dopo 18 mesi. Ma nel governo e nella comunità finanziaria si continua a discutere del socio scomodo. Malgrado il pressing di Palazzo Chigi e di Marco Fossati (che controlla il 5% di Telecom ma è fuori da Telco) Cesar Alierta non sembra intenzionato a mollare. Anche nell’ultimo incontro con gli investitori l’ad di Telefonica ha ribadito che il gruppo è «completamente impegnato» nell’alleanza con Telecom. Ad aumentare i malumori c’è anche l’attivismo in Brasile, dove Telefonica sta spingendo sull’acceleratore per conquistare Gvt, il quarto operatore nazionale di tlc. Per l’offerta da 2,55 miliardi Alierta ha sguinzagliato, come advisor, JPMorgan e Banco Santander, incurante del rischio di riaprireun contenzioso con l’Antitrust locale, che ha già costretto Telecom a cedere la propria quota in Brasil Telecom. Sul fronte del debito, c’è infine la questione legata al rifinanziamento di Telco, gravata da 3,5 miliardi di buco. È molto probabile che venga emesso un bond (si parla di 2,6 miliardi) visto che non tutti gli azionisti (in particolare i Benetton) sono disponibili a partecipare a un aumento di capitale.
Nell’attesa, Telecom, nell’ambito del protocollo di intesa col ministero dell'Istruzione ha lanciato “lo studio con Tim”, la prima iniziativa di questo genere in Italia volta alla diffusione dell’Ict nelle scuole e tra gli studenti.
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Ad aumentare un po’ la tensione ci ha pensato anche la Consob, che ieri ha avviato una serie di accertamenti sull’andamento anomalo registrato dal titolo in avvio di seduta in Borsa. La Commissione ha individuato consistenti ordini di vendita da parte di alcuni operatori. Da quanto è finora emerso si sarebbero verificate stop loss (ordini di vendita a un determinato prezzo predefinito) che avrebbero mandato Telecom in asta di volatilità a causa di una momentanea illiquidità del titolo. Sulla vicenda sono scesi in campo anche i piccoli azionisti riuniti nell’associazione Asati, che ha chiesto all’authority guidata da Lamberto Cardia di verificare «se sono in corso operazioni speculative non trasparenti». Il titolo è comunque andato a picco, con una chiusura in calo del 3,19% a 1,12 euro.
Ma sotto i riflettori resta comunque l’assetto societario. Allo studio Chiomenti i legali sono ancora al lavoro sugli ultimi dettagli, ma la versione definitiva del patto che lega Mediobanca, Generali, Intesa, i Benetton e Telefonica in Telco (la holding che controlla il 24,5% di Telecom) dovrebbe ormai essere pronta. Il nuovo accordo ricalca quello in scadenza ad aprile 2010 con una durata triennale, ma con una possibilità di recesso in una finestra che dovrebbe aprirsi dopo 18 mesi. Ma nel governo e nella comunità finanziaria si continua a discutere del socio scomodo. Malgrado il pressing di Palazzo Chigi e di Marco Fossati (che controlla il 5% di Telecom ma è fuori da Telco) Cesar Alierta non sembra intenzionato a mollare. Anche nell’ultimo incontro con gli investitori l’ad di Telefonica ha ribadito che il gruppo è «completamente impegnato» nell’alleanza con Telecom. Ad aumentare i malumori c’è anche l’attivismo in Brasile, dove Telefonica sta spingendo sull’acceleratore per conquistare Gvt, il quarto operatore nazionale di tlc. Per l’offerta da 2,55 miliardi Alierta ha sguinzagliato, come advisor, JPMorgan e Banco Santander, incurante del rischio di riaprireun contenzioso con l’Antitrust locale, che ha già costretto Telecom a cedere la propria quota in Brasil Telecom. Sul fronte del debito, c’è infine la questione legata al rifinanziamento di Telco, gravata da 3,5 miliardi di buco. È molto probabile che venga emesso un bond (si parla di 2,6 miliardi) visto che non tutti gli azionisti (in particolare i Benetton) sono disponibili a partecipare a un aumento di capitale.
Nell’attesa, Telecom, nell’ambito del protocollo di intesa col ministero dell'Istruzione ha lanciato “lo studio con Tim”, la prima iniziativa di questo genere in Italia volta alla diffusione dell’Ict nelle scuole e tra gli studenti.
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