Non è un veneto, come avevano esplicitamente chiesto sia il neogovernatore Luca Zaia che il sindaco di Verona, Flavio Tosi. Ma il brianzolo Gabriele Piccini è comunque il frutto di un accordo tra Unicredit e le Fondazioni azioniste che piace anche alla Lega. È lui il nuovo country manager scelto ieri all’unanimità dal cda dell’istituto di credito. Una nomina che ha sbloccato il progetto di riorganizzazione «Insieme per i clienti» fortemente voluto dall’ad Alessandro Profumo e bloccato sull’ultimo miglio proprio dalle richieste delle ex casse di risparmio su cui ora pesa il successo del Carroccio non solo in Veneto, ma anche in Piemonte. Regioni che ospitano le potenti fondazioni CariVerona e CariTorino che insieme detengono quasi il 9% di Unicredit. La richiesta di un manager vicino al territorio, del resto, è stata una delle prime dichiarazioni pubbliche di Zaia all’indomani del verdetto delle urne. E non è casuale che ieri, commentando il via libera alla riorganizzazione e alla nomina Piccini, Profumo abbia definito «l’azienda più focalizzata verso i clienti e più vicina ai territori e alle comunità locali». Stesso accento sull’importanza del «radicamento geografico come punto di forza di Unicredit» è arrivato dal presidente dell’istituto Dieter Rampl. «Nulla da eccepire sulla nomina, la aspettavamo da tempo», ha dichiarato a caldo Tosi. Anche se a piccini sembra sia mancato il voto del vicepresidente Luigi Castelletti, in quota CariVerona, che avrebbe scelto di astenersi sia sulla riorganizzazione sia sul country manager.
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Al principio fu creato l'universo. Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa. (Douglas Adams)
mercoledì 14 aprile 2010
Bernabè promette dividendi più ricchi
Avanti a testa bassa. Senza correzioni di rotta, senza sorprese. L’ad di Telecom Franco Bernabè si presenta alla comunità finanziaria con i conti in regola e gli obiettivi raggiunti. Con la promessa di un rapido ritorno ai ricchi dividendi. E con 9 miliardi di investimenti per la fibra ottica e l’innovazione che dovrebbero sedare, almeno per un po’, le insofferenze di chi nel governo si arrovella sul dossier della rete e sul ruolo degli spagnoli.
Doveva essere il cda del redde rationem, della bufera giudiziaria, della graticola per il management. Tutto invece è filato liscio. La cedola è stata mantenuta a 5 centesimi, ma Bernabè confida di poterla ingrassare già dal prossimo anno. Per quanto riguarda i conti Telecom Italia chiude il 2009 con un utile in calo, ma sopra le attese, a 1,58 miliardi di euro. A segno anche gli obiettivi sull’ebitda (margine operativo lordo), cresciuto dello 0,2% a 11,1 miliardi e sull’indebitamento, calato a quota 34,7 miliardi e visto in ulteriore discesa a 32 miliardi nel 2010. Per il 2012 resta confermato il taglio del debito a 28 miliardi grazie alla crescita dei flussi di cassa, saliti a 6,29 miliardi nel 2009 (e che saranno pari a 21 miliardi nel triennio) e «alla ripresa dei ricavi e la riduzione dei costi».
Quest’anno la flessione dei ricavi dovrebbe limitarsi a un 2-3% a fronte del -6,3% accusato nel 2009. Di qui al 2012 Telecom vede un incremento medio dei ricavi di circa l’1% annuo e un Ebitda di circa 12 miliardi a fine periodo. Gli investimenti industriali cumulati per gli anni 2010-2012 sono di circa 12 miliardi, di cui circa 9 in Italia per, si legge in una nota, «lo sviluppo competitivo della fibra, il forte impulso all’innovazione e il miglioramento delle performance della rete radio».
La riduzione dei costi verrà attuata con una robusta dieta dimagrante del gruppo. Non solo è stato «sostanzialmente completato il piano di riduzione degli organici previsto per fine 2010». Ma Bernabé ha anche annunciato che per essere efficiente il gruppo sarà sempre più «snello» e che quindi ci saranno ulteriori riduzioni di personale.
Sul versante giudiziario il cda ha deciso la creazione di un fondo rischi per la controllata Sparkle, finita sotto inchiesta per la frode sull’Iva, di complessivi 507 milioni (calcolando 72 milioni per illecito profitto, 421 milioni per chiudere con una transazione il conto con l'Erario e altri 14 milioni, a fronte di rischi fiscali ritenuti probabili sulle altre operazioni soggette a restatement). Il che comporterà la rettifica dei bilanci 2005-2008, mentre l’impatto sul 2009 sarà molto limitato. Telecom ha inoltre avviato un’azione di responsabilità nei confronti dell’ex ad della società Stefano Mazzitelli, in custodia cautelare in carcere dal 23 febbraio.
Per quanto riguarda le prospettive industriali del gruppo l’ad ha spiegato che non c’è alcuna intenzione di avviare «un’espansione geografica». «Concentriamo la nostra presenza sul mercato domestico», ha spiegato, «dove «puntiamo a recuperare quote di mercato». Il Brasile, invece, «sta tornando a dare grandi soddisfazioni al gruppo. Abbiamo fatto bene a non considerare le ipotesi di dismissioni, come ci consigliava qualcuno», ha detto l’ad. Non si cambia nulla neanche sul fronte spagnolo: né fusione, né divorzio. «Con Telefonica abbiamo ottimi rapporti sia personali sia commerciali», ha specificato Bernabè, «siamo soddisfatti cosi come siamo».
Qualcuno ha storto un po’ il naso di fronte ai generosi emolumenti che si è concesso l’ad. Il compenso percepito Bernabè è infatti salito nel 2009 a 3,43 milioni rispetto agli 1,95 milioni del 2008 (+76%) grazie a un bonus da 1,35 milioni per i risultati raggiunti e a 296mila euro di benefici non monetari (auto, alloggio, polizze assicurative, previdenza complementare). Al presidente Gabriele Galateri di Genola sono andati 1,788 milioni rispetto agli 1,767 milioni del 2008.
La cura Bernabè è comunque piaciuta ai mercati. Dopo essere balzato di oltre il 3% il titolo ha chiuso la seduta di Piazza Affari in rialzo dell’1,19% a 1,1 euro.
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Doveva essere il cda del redde rationem, della bufera giudiziaria, della graticola per il management. Tutto invece è filato liscio. La cedola è stata mantenuta a 5 centesimi, ma Bernabè confida di poterla ingrassare già dal prossimo anno. Per quanto riguarda i conti Telecom Italia chiude il 2009 con un utile in calo, ma sopra le attese, a 1,58 miliardi di euro. A segno anche gli obiettivi sull’ebitda (margine operativo lordo), cresciuto dello 0,2% a 11,1 miliardi e sull’indebitamento, calato a quota 34,7 miliardi e visto in ulteriore discesa a 32 miliardi nel 2010. Per il 2012 resta confermato il taglio del debito a 28 miliardi grazie alla crescita dei flussi di cassa, saliti a 6,29 miliardi nel 2009 (e che saranno pari a 21 miliardi nel triennio) e «alla ripresa dei ricavi e la riduzione dei costi».
Quest’anno la flessione dei ricavi dovrebbe limitarsi a un 2-3% a fronte del -6,3% accusato nel 2009. Di qui al 2012 Telecom vede un incremento medio dei ricavi di circa l’1% annuo e un Ebitda di circa 12 miliardi a fine periodo. Gli investimenti industriali cumulati per gli anni 2010-2012 sono di circa 12 miliardi, di cui circa 9 in Italia per, si legge in una nota, «lo sviluppo competitivo della fibra, il forte impulso all’innovazione e il miglioramento delle performance della rete radio».
La riduzione dei costi verrà attuata con una robusta dieta dimagrante del gruppo. Non solo è stato «sostanzialmente completato il piano di riduzione degli organici previsto per fine 2010». Ma Bernabé ha anche annunciato che per essere efficiente il gruppo sarà sempre più «snello» e che quindi ci saranno ulteriori riduzioni di personale.
Sul versante giudiziario il cda ha deciso la creazione di un fondo rischi per la controllata Sparkle, finita sotto inchiesta per la frode sull’Iva, di complessivi 507 milioni (calcolando 72 milioni per illecito profitto, 421 milioni per chiudere con una transazione il conto con l'Erario e altri 14 milioni, a fronte di rischi fiscali ritenuti probabili sulle altre operazioni soggette a restatement). Il che comporterà la rettifica dei bilanci 2005-2008, mentre l’impatto sul 2009 sarà molto limitato. Telecom ha inoltre avviato un’azione di responsabilità nei confronti dell’ex ad della società Stefano Mazzitelli, in custodia cautelare in carcere dal 23 febbraio.
Per quanto riguarda le prospettive industriali del gruppo l’ad ha spiegato che non c’è alcuna intenzione di avviare «un’espansione geografica». «Concentriamo la nostra presenza sul mercato domestico», ha spiegato, «dove «puntiamo a recuperare quote di mercato». Il Brasile, invece, «sta tornando a dare grandi soddisfazioni al gruppo. Abbiamo fatto bene a non considerare le ipotesi di dismissioni, come ci consigliava qualcuno», ha detto l’ad. Non si cambia nulla neanche sul fronte spagnolo: né fusione, né divorzio. «Con Telefonica abbiamo ottimi rapporti sia personali sia commerciali», ha specificato Bernabè, «siamo soddisfatti cosi come siamo».
Qualcuno ha storto un po’ il naso di fronte ai generosi emolumenti che si è concesso l’ad. Il compenso percepito Bernabè è infatti salito nel 2009 a 3,43 milioni rispetto agli 1,95 milioni del 2008 (+76%) grazie a un bonus da 1,35 milioni per i risultati raggiunti e a 296mila euro di benefici non monetari (auto, alloggio, polizze assicurative, previdenza complementare). Al presidente Gabriele Galateri di Genola sono andati 1,788 milioni rispetto agli 1,767 milioni del 2008.
La cura Bernabè è comunque piaciuta ai mercati. Dopo essere balzato di oltre il 3% il titolo ha chiuso la seduta di Piazza Affari in rialzo dell’1,19% a 1,1 euro.
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Assenti ingiustificati. Il governo va sotto sul decreto salvaliste
«Non ci sono rischi. Si troverà una soluzione normativa». Il vicepresidente dei deputati del PdL, Italo Bocchino, esclude riflessi negativi dalla clamorosa bocciatura da parte dell’aula della Camera del decreto salva-liste. Resta il fatto che la maggioranza è caduta con tutte le scarpe nel tranello organizzato dal Pd che ha portato all’approvazione di un emendamento (a firma Gianclaudio Bressa) interamente soppressivo del provvedimento del governo.
Il blitz è stato studiato e orchestrato dai segretari d’aula dell’opposizione Roberto Giachetti ed Erminio Quartiani. Il trucco, a dire la verità, non è stato molto sofisticato. Il Pd si è limitato a tenere una ventina di deputati fuori nelle prime due votazioni. Cosa che avrebbe fatto sballare i conti di PdL e Lega. Al momento decisivo è bastato far rientrare le “truppe” appostate e zac, la maggioranza è andata sotto e il decreto in fumo: 254 contro 262. Sono bastati 8 voti per far saltare il testo su cui tanto si era battagliato alla vigilia delle elezioni regionali.
Si potrebbe discutere a lungo di uno schieramento che è costretto a giocare a nascondino per ottenere qualche risultato parlamentare. Ciò non toglie che al momento della votazione dell’emendamento incriminato fossero assenti 38 deputati del PdL e quattro della Lega. E non si tratta di peones. Tra i latitanti eccellenti del Partito della Libertà spiccano i nomi del capogruppo Fabrizio Cicchitto (che ha fatto sapere di essere a casa per una broncopolmonite), del vicepresidente della Camera Maurizio Lupi (che era in missione), di Niccolò Ghedini e del coordinatore Denis Verdini (assenti), ma anche dei finiani Fabio Granata e Flavia Perina.
È mancato all’appello pure mezzo governo. Ma per lo più si è trattato di missioni autorizzate (molti, come la Brambilla, erano fuori dall’Italia). Così come per 31 esponenti del PdL e 7 del Carroccio.
Complessivamente, un po’ troppi per potersela prendere con i giochini della sinistra. Tanto più che, come dice Bocchino, «il problema dell’assenteismo è ormai endemico».
Critico anche Giancarlo Lehner. «Il presidente Berlusconi, se intende varare le riforme istituzionali e della giustizia, dovrebbe mandare a casa gli attuali deputati, capaci, spesso e volentieri, di andare sotto, pur avendo, sulla carta, una maggioranza bulgara», tuona l’esponente del Pdl.
Ma non fa sconti agli assenti neanche Cicchitto. «L’opposizione», dice il capogruppo, «ha tutto il diritto di sottolineare di avere marcato un punto positivo nella dialettica parlamentare». Detto questo, prosegue il parlamentare, «fra una votazione e l’altra c’è stata una diminuzione nel voto della maggioranza derivante da una inaccettabile sciatteria. Siccome non è giusto che coloro che stanno sempre in Aula paghino conseguenze politiche e di immagine a causa di chi non fa il proprio dovere, d’ora in avanti», annuncia, «il gruppo renderà noto ai vertici del partito e renderà pubblico l’elenco degli assenti ingiustificati; prenderà anche altri provvedimenti visto che siamo a metà legislatura».
Al di là delle polemiche c’è da capire con esattezza quali saranno le conseguenze dello scivolone in Aula e se sarà necessario varare un altro provvedimento. Ipotesi, quest’ultima ventilata dallo stesso Cicchitto.
Lo stop al decreto metterebbe addirittura «a repentaglio il risultato di alcune elezioni», secondo il consigliere regionale uscente del Pdl, Donato Robilotta. «Nel Lazio», spiega, «il decreto è stato infatti applicato dal presidente reggente Montino in merito alla vicenda che ha riguardato la lista Rete Liberal di Sgarbi». Ma il problema, secondo l’esponente radicale Marco Cappato, si riproporrebbe anche in Lombardia per il listino di Formigoni.
Gongola, chiaramente, l’opposizione. «Il voto alla Camera sul decreto salva-liste è una sconfitta politica per la maggioranza ed il governo», dice il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, «aggiungendo pasticcio a pasticcio, finiscono vittime della loro stessa arroganza». Sintetico il commento di Antonio Di Pietro: «Ancora una volta l’elettore italiano si è ritrovato cornuto e mazziato».
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Il blitz è stato studiato e orchestrato dai segretari d’aula dell’opposizione Roberto Giachetti ed Erminio Quartiani. Il trucco, a dire la verità, non è stato molto sofisticato. Il Pd si è limitato a tenere una ventina di deputati fuori nelle prime due votazioni. Cosa che avrebbe fatto sballare i conti di PdL e Lega. Al momento decisivo è bastato far rientrare le “truppe” appostate e zac, la maggioranza è andata sotto e il decreto in fumo: 254 contro 262. Sono bastati 8 voti per far saltare il testo su cui tanto si era battagliato alla vigilia delle elezioni regionali.
Si potrebbe discutere a lungo di uno schieramento che è costretto a giocare a nascondino per ottenere qualche risultato parlamentare. Ciò non toglie che al momento della votazione dell’emendamento incriminato fossero assenti 38 deputati del PdL e quattro della Lega. E non si tratta di peones. Tra i latitanti eccellenti del Partito della Libertà spiccano i nomi del capogruppo Fabrizio Cicchitto (che ha fatto sapere di essere a casa per una broncopolmonite), del vicepresidente della Camera Maurizio Lupi (che era in missione), di Niccolò Ghedini e del coordinatore Denis Verdini (assenti), ma anche dei finiani Fabio Granata e Flavia Perina.
È mancato all’appello pure mezzo governo. Ma per lo più si è trattato di missioni autorizzate (molti, come la Brambilla, erano fuori dall’Italia). Così come per 31 esponenti del PdL e 7 del Carroccio.
Complessivamente, un po’ troppi per potersela prendere con i giochini della sinistra. Tanto più che, come dice Bocchino, «il problema dell’assenteismo è ormai endemico».
Critico anche Giancarlo Lehner. «Il presidente Berlusconi, se intende varare le riforme istituzionali e della giustizia, dovrebbe mandare a casa gli attuali deputati, capaci, spesso e volentieri, di andare sotto, pur avendo, sulla carta, una maggioranza bulgara», tuona l’esponente del Pdl.
Ma non fa sconti agli assenti neanche Cicchitto. «L’opposizione», dice il capogruppo, «ha tutto il diritto di sottolineare di avere marcato un punto positivo nella dialettica parlamentare». Detto questo, prosegue il parlamentare, «fra una votazione e l’altra c’è stata una diminuzione nel voto della maggioranza derivante da una inaccettabile sciatteria. Siccome non è giusto che coloro che stanno sempre in Aula paghino conseguenze politiche e di immagine a causa di chi non fa il proprio dovere, d’ora in avanti», annuncia, «il gruppo renderà noto ai vertici del partito e renderà pubblico l’elenco degli assenti ingiustificati; prenderà anche altri provvedimenti visto che siamo a metà legislatura».
Al di là delle polemiche c’è da capire con esattezza quali saranno le conseguenze dello scivolone in Aula e se sarà necessario varare un altro provvedimento. Ipotesi, quest’ultima ventilata dallo stesso Cicchitto.
Lo stop al decreto metterebbe addirittura «a repentaglio il risultato di alcune elezioni», secondo il consigliere regionale uscente del Pdl, Donato Robilotta. «Nel Lazio», spiega, «il decreto è stato infatti applicato dal presidente reggente Montino in merito alla vicenda che ha riguardato la lista Rete Liberal di Sgarbi». Ma il problema, secondo l’esponente radicale Marco Cappato, si riproporrebbe anche in Lombardia per il listino di Formigoni.
Gongola, chiaramente, l’opposizione. «Il voto alla Camera sul decreto salva-liste è una sconfitta politica per la maggioranza ed il governo», dice il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, «aggiungendo pasticcio a pasticcio, finiscono vittime della loro stessa arroganza». Sintetico il commento di Antonio Di Pietro: «Ancora una volta l’elettore italiano si è ritrovato cornuto e mazziato».
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Berlusconi e De Benedetti “salvano” Le Monde
Dopo El Pais anche Le Monde. Un altro faro editoriale della sinistra rischia di finire nell’orbita di Silvio Berlusconi. Questa volta a subire i colpi della crisi e a dover chiedere aiuto al mercato è il punto di riferimento della cosiddetta “gauche au cachemire”, il quotidiano un po’ snob e radical-chic che esce con la data del giorno dopo e al posto dell’editore ha un “consiglio di sorveglianza”.
Tutto cambia. E anche la storica testata francese volta pagina. Con la ricapitalizzazione presentata venerdì all’assemblea dei soci (il consiglio di cui sopra), il controllo della società passerà molto probabilmente dai giornalisti a nuovi investitori. Ed ecco il bello. Tra i principali candidati c’è il gruppo spagnolo Prisa (che controlla El Pais). Lo stesso che qualche mese fa è entrato con il 18% in Telecinco in seguito alla cessione del canale Cuatro e del 22% della pay tv Digital+ alla società controllata da Mediaset. Il business tra Prisa e Berlusconi ha già lasciato di stucco i lettori del Pais, che l’estate prima avevano potuto visionare sul quotidiano le foto proibite di Villa Certosa con le “veline” del Cavaliere. Ora la delusione colpirà anche il popolo di Le Monde, che non simpatizza davvero per il presidente del Consiglio italiano. Attualmente lil quotidiano francese è controllato per il 60,4% da Lmpa (Le Monde et Partenaires Associes). Gli altri azionisti sono il gruppo Lagardere (17,3%), le Nouvel Observateur (1,7%). Poi c’è la Prisa, che ha già il 15% del capitale e potrebbe salire al 34%. Ma le sorprese non sono finite. Perché tra i soci, con il 3%, c’è anche il gruppo l’Espresso. E anche loro sarebbero in lizza, malgrado le smentite dei giorni scorsi, per partecipare all’aumento. Secondo il quotidiano finanziario Les Echos «i componenti della famiglia De Benedetti, che controlla il 53,9% dell’Espresso, non sono per ora d’accordo tra loro». L’ipotesi sul tavolo, in caso di adesione alla ricapitalizzazione, è una crescita dal 3 al 17%. A quel punto, anche se indirettamente, Berlusconi e De Benedetti si troverebbero di nuovo invischiati in una storia di editoria, proprio mentre è in corso il contenzioso da 750 milioni per la vecchia guerra sul lodo Mondadori.
Beghe che interessano poco a Le Monde, che rischia di portare i libri in tribunale prima dell’estate se non troverà subito risorse fresche. I 25 milioni di euro messi a disposizione l’anno scorso da Bnp-Paribas sono infatti già stati prosciugati. E ora l’alternativa alla cessione di quote di controllo, tentata fino all’ultimo dai giornalisti-soci, non è più tra le opzioni percorribili.
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Tutto cambia. E anche la storica testata francese volta pagina. Con la ricapitalizzazione presentata venerdì all’assemblea dei soci (il consiglio di cui sopra), il controllo della società passerà molto probabilmente dai giornalisti a nuovi investitori. Ed ecco il bello. Tra i principali candidati c’è il gruppo spagnolo Prisa (che controlla El Pais). Lo stesso che qualche mese fa è entrato con il 18% in Telecinco in seguito alla cessione del canale Cuatro e del 22% della pay tv Digital+ alla società controllata da Mediaset. Il business tra Prisa e Berlusconi ha già lasciato di stucco i lettori del Pais, che l’estate prima avevano potuto visionare sul quotidiano le foto proibite di Villa Certosa con le “veline” del Cavaliere. Ora la delusione colpirà anche il popolo di Le Monde, che non simpatizza davvero per il presidente del Consiglio italiano. Attualmente lil quotidiano francese è controllato per il 60,4% da Lmpa (Le Monde et Partenaires Associes). Gli altri azionisti sono il gruppo Lagardere (17,3%), le Nouvel Observateur (1,7%). Poi c’è la Prisa, che ha già il 15% del capitale e potrebbe salire al 34%. Ma le sorprese non sono finite. Perché tra i soci, con il 3%, c’è anche il gruppo l’Espresso. E anche loro sarebbero in lizza, malgrado le smentite dei giorni scorsi, per partecipare all’aumento. Secondo il quotidiano finanziario Les Echos «i componenti della famiglia De Benedetti, che controlla il 53,9% dell’Espresso, non sono per ora d’accordo tra loro». L’ipotesi sul tavolo, in caso di adesione alla ricapitalizzazione, è una crescita dal 3 al 17%. A quel punto, anche se indirettamente, Berlusconi e De Benedetti si troverebbero di nuovo invischiati in una storia di editoria, proprio mentre è in corso il contenzioso da 750 milioni per la vecchia guerra sul lodo Mondadori.
Beghe che interessano poco a Le Monde, che rischia di portare i libri in tribunale prima dell’estate se non troverà subito risorse fresche. I 25 milioni di euro messi a disposizione l’anno scorso da Bnp-Paribas sono infatti già stati prosciugati. E ora l’alternativa alla cessione di quote di controllo, tentata fino all’ultimo dai giornalisti-soci, non è più tra le opzioni percorribili.
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Marchionne insaziabile. Fa la corte pure a Peugeot
L’asse franco-tedesco non lo spaventa. Anzi, Sergio Marchionne è pronto a rilanciare con la stessa moneta, lasciando intendere che la risposta all’alleanza tra Renault-Nissan e Daimler potrebbe essere un rafforzamento dell’intesa con l’altra grande casa francese, la Peugeot-Citroen. Non fa nomi, l’ad della Fiat, ma il riferimento è chiaro. Tra i prossimi gruppi automobilistici candidati a nuove fusioni, ha spiegato il manager durante la presentazione della nuova Giulietta al Quirinale, «probabilmente c’è un altro gruppo francese che ci ha provato con la Mitsubishi». «Ci proverà con qualcun altro», ha suggerito l’ad di Fiat, che non ha rinunciato al suo maglioncino blu d’ordinanza neanche per incontrare Giorgio Napolitano.
Lo scorso 30 marzo Jean-Gales, direttore generale dei marchi francesi, aveva detto che Fiat e Peugeot si parlano, ma che nessuna decisione è stata presa per ora. Con Torino, con cui Psa Peugeot Citroen ha una collaborazione di lunga data nei veicoli commerciali leggeri, «vi sono discussioni, ma nessuna decisione per ora» per quanto riguarda un ampliamento della partnership e un rinnovamento di quella esistente, aveva spiegato Jean-Gales.
Le voci di un matrimonio italo-francese sono ritenute poco credibili non tanto sotto il profilo industriale, quanto sotto quello politico. Una fusione fra i due big europei, infatti, avrebbe senso solo se orientata a ridurre la capacità produttiva. Cosa che né in Francia né in Italia sarebbe attualmente proponibile. Basti pensare alle polemiche sulla vicenda di Termini Imerese.
Per ora, quindi, Fiat si limita a studiare la fattibilità dello spin off della divisione auto. L’argomento verrà trattato al momento della presentazione del nuovo piano strategico, il prossimo 21 aprile. Di qui ad allora per il Lingotto sarà un susseguirsi di incontri con il governo e con le parti sociali per sciogliere i nodi relativi all’ impianto siciliano. Il primo tavolo è previsto per questa mattina al ministero dello Sviluppo economico. Mentre nel pomeriggio si terrà l’incontro tra l’azienda e i sindacati dei metalmeccanici su Powertrain, la società che per conto di Fiat costruisce i motori.
Ieri mattina Claudio Scajola si è detto «molto fiducioso» sul futuro di Termini Imerese. E ha ribadito che la casa torinese ha garantito l’impegno per la produzione al Sud. Lo stesso ad del Lingotto ha confermato che la società sta lavorando con il ministro dello Sviluppo e ha aggiunto di credere nel marchio Lancia Romeo. La nuova Giulietta, presentata ieri sia al Quirinale sia a Palazzo Chigi, è, secondo Marchionne, l’occasione giusta per rilanciare il marchio la cui produzione non dovrebbe abbandonare l’Italia.
Sul fronte statunitense, l’ad ha detto che entro due anni l’obiettivo di crescita a quota 35% in Chrysler dovrebbe essere a portata di mano. Quanto alla possibile minaccia rappresentata dall’alleanza franco-tedesca, il manager ha messo le mani avanti: «Non voglio entrare nel merito dell’accordo, ognuno in cucina fa come vuole». Certo, ha proseguito, «che sia un passo avanti nella direzione giusta è chiaro, se poi i dettagli dell’accordo sono tali da creare quel tipo di alleanza che veramente produce risultati sia strategicamente che operativamente, è da vedersi». Marchionne ha poi concluso: «Sono coinvolte due personalità molto forti. Un’alleanza internazionale tra francesi e tedeschi non è tanto facile».
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Lo scorso 30 marzo Jean-Gales, direttore generale dei marchi francesi, aveva detto che Fiat e Peugeot si parlano, ma che nessuna decisione è stata presa per ora. Con Torino, con cui Psa Peugeot Citroen ha una collaborazione di lunga data nei veicoli commerciali leggeri, «vi sono discussioni, ma nessuna decisione per ora» per quanto riguarda un ampliamento della partnership e un rinnovamento di quella esistente, aveva spiegato Jean-Gales.
Le voci di un matrimonio italo-francese sono ritenute poco credibili non tanto sotto il profilo industriale, quanto sotto quello politico. Una fusione fra i due big europei, infatti, avrebbe senso solo se orientata a ridurre la capacità produttiva. Cosa che né in Francia né in Italia sarebbe attualmente proponibile. Basti pensare alle polemiche sulla vicenda di Termini Imerese.
Per ora, quindi, Fiat si limita a studiare la fattibilità dello spin off della divisione auto. L’argomento verrà trattato al momento della presentazione del nuovo piano strategico, il prossimo 21 aprile. Di qui ad allora per il Lingotto sarà un susseguirsi di incontri con il governo e con le parti sociali per sciogliere i nodi relativi all’ impianto siciliano. Il primo tavolo è previsto per questa mattina al ministero dello Sviluppo economico. Mentre nel pomeriggio si terrà l’incontro tra l’azienda e i sindacati dei metalmeccanici su Powertrain, la società che per conto di Fiat costruisce i motori.
Ieri mattina Claudio Scajola si è detto «molto fiducioso» sul futuro di Termini Imerese. E ha ribadito che la casa torinese ha garantito l’impegno per la produzione al Sud. Lo stesso ad del Lingotto ha confermato che la società sta lavorando con il ministro dello Sviluppo e ha aggiunto di credere nel marchio Lancia Romeo. La nuova Giulietta, presentata ieri sia al Quirinale sia a Palazzo Chigi, è, secondo Marchionne, l’occasione giusta per rilanciare il marchio la cui produzione non dovrebbe abbandonare l’Italia.
Sul fronte statunitense, l’ad ha detto che entro due anni l’obiettivo di crescita a quota 35% in Chrysler dovrebbe essere a portata di mano. Quanto alla possibile minaccia rappresentata dall’alleanza franco-tedesca, il manager ha messo le mani avanti: «Non voglio entrare nel merito dell’accordo, ognuno in cucina fa come vuole». Certo, ha proseguito, «che sia un passo avanti nella direzione giusta è chiaro, se poi i dettagli dell’accordo sono tali da creare quel tipo di alleanza che veramente produce risultati sia strategicamente che operativamente, è da vedersi». Marchionne ha poi concluso: «Sono coinvolte due personalità molto forti. Un’alleanza internazionale tra francesi e tedeschi non è tanto facile».
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Scajola rompe il rigore: «Apriamo i cordoni per aiutare la ripresa»
La linea del rigore ribadita da Giulio Tremonti venerdì a Parma davanti alla platea di Confindustria è condivisa da tutti all’interno del governo. Ma non tutti pensano che salvaguardare i conti pubblici significhi necessariamente togliere ossigeno allo sviluppo. Tra questi, non da ieri, c’è Claudio Scajola, che in più occasioni, anche durante la discussione sulla Finanziaria, ha esortato il ministro dell’Economia ad ammorbidire la linea della fermezza.
Invito che il titolare dello Sviluppo è tornato a ribadire ieri dalle telecamere di Mattino 5. Intervistato da Maurizio Belpietro, Scajola ha spiegato senza mezzi termini che «le risorse disponibili devono essere utilizzate per sostenere le imprese italiane e l’export». In altre parole, se sarà necessario, «dovremo allargare i cordoni della borsa, non per fare nuovo debito, ma per aiutare e dare sostegno alla ripresa».
Una ripresa che ormai sembra certificata anche dai numeri. Intanto, ha detto il ministro, c’è «il dato positivo del primo trimestre, con una crescita dell’1,2% sopra la media Ue dello 0,9%». Ma soprattutto ci sono i segnali arrivati ieri dall’Istat, con la produzione industriale tornata a crescere per la prima volta dal 2008, ovvero da quando è scoppiata la crisi. A febbraio il balzo è stato del 2,7% rispetto allo stesso periodo del 2009. Nel corso degli ultimi 18 mesi, per chi lo avesse dimenticato l’indice è arrivato a toccare anche il -26,7 (aprile 2009). Anche il Centro Studi di Confindustria conferma la tendenza positiva di marzo: la crescita su febbraio è dello 0,8% (+3,2 gli ordinativi), dopo la variazione nulla, registrata anche dall’Istat, di febbraio su gennaio. «È la migliore risposta a chi continua a parlare di declino», ha commentato Scajola, che resta tuttavia convinto, come si diceva, che l’onda debba essere cavalcata. Perché la ripresa «non è ancora stabilizzata, è intermittente e resta esposta a rischi di frenate e arretramenti».
Un concetto ribadito anche da Emma Marcegaglia che solo due giorni fa, sempre da Parma, ha incalzato il governo chiedendo impegni concreti per ridare ossigeno alle imprese. Da parte sua Scajola ha annunciato la partenza degli incentivi. Non è molto, ma da dopodomani ci sono sul tavolo 300 milioni di sostegno ad alcuni settori come le due ruote, gli elettrodomestici e l’immobiliare che hanno sentito fortemente il peso della recessione.
La strada è ancora lunga, ha spiegato la presidente di Confindustria, ricordando «rispetto ai picchi precedenti la crisi siamo sempre sotto del 18,7%». Di qui la richiesta di intervenire subito con alleggerimenti sul fisco e con investimenti sulle infrastrutture.
Cose di cui, per ora, il ministro Tremonti non vuole sentire parlare. Anche perché sembra ancora alle prese con i conti del 2010, che rischiano di non tornare. Sulla linea del ministro dell’Economia è apparentemente anche Josè Manuel Barroso, che ieri ha rinnovato l’invito al «rigore» e alla «disciplina» sui conti pubblici. D’altro canto il presidente della Commissione Europea ha anche definito l’economia italiana «solida e forte». Il che implicherebbe la possibilità, senza rischi per gli equilibri della finanza pubblica, di aprire un po’ quei cordoni della borsa per sostenere lo sviluppo come chiedono Scajola e la Marcegaglia.
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Invito che il titolare dello Sviluppo è tornato a ribadire ieri dalle telecamere di Mattino 5. Intervistato da Maurizio Belpietro, Scajola ha spiegato senza mezzi termini che «le risorse disponibili devono essere utilizzate per sostenere le imprese italiane e l’export». In altre parole, se sarà necessario, «dovremo allargare i cordoni della borsa, non per fare nuovo debito, ma per aiutare e dare sostegno alla ripresa».
Una ripresa che ormai sembra certificata anche dai numeri. Intanto, ha detto il ministro, c’è «il dato positivo del primo trimestre, con una crescita dell’1,2% sopra la media Ue dello 0,9%». Ma soprattutto ci sono i segnali arrivati ieri dall’Istat, con la produzione industriale tornata a crescere per la prima volta dal 2008, ovvero da quando è scoppiata la crisi. A febbraio il balzo è stato del 2,7% rispetto allo stesso periodo del 2009. Nel corso degli ultimi 18 mesi, per chi lo avesse dimenticato l’indice è arrivato a toccare anche il -26,7 (aprile 2009). Anche il Centro Studi di Confindustria conferma la tendenza positiva di marzo: la crescita su febbraio è dello 0,8% (+3,2 gli ordinativi), dopo la variazione nulla, registrata anche dall’Istat, di febbraio su gennaio. «È la migliore risposta a chi continua a parlare di declino», ha commentato Scajola, che resta tuttavia convinto, come si diceva, che l’onda debba essere cavalcata. Perché la ripresa «non è ancora stabilizzata, è intermittente e resta esposta a rischi di frenate e arretramenti».
Un concetto ribadito anche da Emma Marcegaglia che solo due giorni fa, sempre da Parma, ha incalzato il governo chiedendo impegni concreti per ridare ossigeno alle imprese. Da parte sua Scajola ha annunciato la partenza degli incentivi. Non è molto, ma da dopodomani ci sono sul tavolo 300 milioni di sostegno ad alcuni settori come le due ruote, gli elettrodomestici e l’immobiliare che hanno sentito fortemente il peso della recessione.
La strada è ancora lunga, ha spiegato la presidente di Confindustria, ricordando «rispetto ai picchi precedenti la crisi siamo sempre sotto del 18,7%». Di qui la richiesta di intervenire subito con alleggerimenti sul fisco e con investimenti sulle infrastrutture.
Cose di cui, per ora, il ministro Tremonti non vuole sentire parlare. Anche perché sembra ancora alle prese con i conti del 2010, che rischiano di non tornare. Sulla linea del ministro dell’Economia è apparentemente anche Josè Manuel Barroso, che ieri ha rinnovato l’invito al «rigore» e alla «disciplina» sui conti pubblici. D’altro canto il presidente della Commissione Europea ha anche definito l’economia italiana «solida e forte». Il che implicherebbe la possibilità, senza rischi per gli equilibri della finanza pubblica, di aprire un po’ quei cordoni della borsa per sostenere lo sviluppo come chiedono Scajola e la Marcegaglia.
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lunedì 12 aprile 2010
Berlusconi insiste sulle riforme: «Più strumenti per governare»
Più ottimismo e, soprattutto, più poteri per il presidente del Consiglio. È questa la medicina per far ripartire le riforme e l’Italia. Ne è convinto Silvio Berlusconi, che ieri si è presentato davanti agli imprenditori riuniti a Parma per festeggiare il centenario di Confindustria con un elenco asciutto di punti da realizzare nei prossimi tre anni. È il cosiddetto “cantiere delle riforme”. Nell’ordine di illustrazione, che secondo lo stesso premier non coincide necessariamente con quello di realizzazione: Costituzione, fisco e giustizia. Il premier parte dalla constatazione che i Padri costituenti avevano altri pericoli da qui guardarsi e hanno moltiplicato a dismisura passaggi e filtri oggi non più necessari. «Nella nostra costituzione», dice il Cavaliere, «l’esecutivo non ha alcun potere». Un esempio? Il piano casa. «Lo abbiamo approvato più di un anno fa», spiega, «ma nessuna regione, anche quelle amiche, lo ha applicato veramente». Questo si scontra con la consapevolezza che non si può ulteriormente rinviare l’azione di modernizzazione del Paese. Ritardi ulteriori, infatti, non sarebbero compresi, dopo i proclami delle ultime settimane e gli inviti rivolti in tal senso anche dal presidente della Repubblica.
Il premier sottolinea che parlerà con tutti per trovare una convergenza sulle riforme, ma poi aggiunge che il governo «ha una maggioranza solida e coesa» e «ha i numeri per far approvare dal Parlamento un programma di riforme che i governi precedenti non hanno mai potuto fare». Il riferimento è, principalmente, al presidenzialismo. Quanto al fisco, la riforma, spiega, «è urgente, complessa e difficile». Ma il premier promette comunque: «Disboscheremo la selva delle leggi fiscali per arrivare ad un codice». Di tagli alle tasse, comunque, non si parla. Anzi, Berlusconi spiega che «il rigore del conti pubblici è assolutamente imprescindibile» per la stabilità del Paese. E noi ci siamo riusciti «grazie a Tremonti che ha tenuto i conti in ordine». Quindi, «chapeau al signor Tremonti».
Ma accanto alle note dolenti, alla consapevolezza che molto c'è da fare per far ripartire il Paese, ci sono anche motivi di speranza. «Questa crisi, pur avendo esercitato conseguenze negative”, spiega, “ha fatto venir fuori dei punti di forza come la coesione sociale o i provvedimenti anticrisi». Ed è qui che Berlusconi si aggancia per dimostrare, numeri alla mano, che il tanto decatantato declino dell’Italia non risulta da alcun confronto internazionale. In più, aggiunge, durante la crisi «noi non abbiamo consumato debito, non abbiamo fatto finanza spericolata». L’Italia, insomma, «ha le risorse e le capacità per andare avanti», ma serve maggiore «ottimismo». Con il «catastrofismo, disfattismo e pessimismo spesso alimentato dai media», conclude il Cavaliere, «non si va da nessuna parte».
La platea si scalda a tratti. Come quando Berlusconi parla della sua condizione di perseguitato dalla magistratura. Ma l’atmosfera non raggiunge mai il calore delle grandi occasioni. Gli imprenditori reagiscono poco anche quando il premier li chiama in causa facendo riferimento al loro ruolo determinante nel fronteggiare la crisi. Forse, come mormorano molti delegati, ci si aspettava un’agenda più concreta. Impegni piuttosto che suggestioni, scadenze piuttosto che promesse.
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Il premier sottolinea che parlerà con tutti per trovare una convergenza sulle riforme, ma poi aggiunge che il governo «ha una maggioranza solida e coesa» e «ha i numeri per far approvare dal Parlamento un programma di riforme che i governi precedenti non hanno mai potuto fare». Il riferimento è, principalmente, al presidenzialismo. Quanto al fisco, la riforma, spiega, «è urgente, complessa e difficile». Ma il premier promette comunque: «Disboscheremo la selva delle leggi fiscali per arrivare ad un codice». Di tagli alle tasse, comunque, non si parla. Anzi, Berlusconi spiega che «il rigore del conti pubblici è assolutamente imprescindibile» per la stabilità del Paese. E noi ci siamo riusciti «grazie a Tremonti che ha tenuto i conti in ordine». Quindi, «chapeau al signor Tremonti».
Ma accanto alle note dolenti, alla consapevolezza che molto c'è da fare per far ripartire il Paese, ci sono anche motivi di speranza. «Questa crisi, pur avendo esercitato conseguenze negative”, spiega, “ha fatto venir fuori dei punti di forza come la coesione sociale o i provvedimenti anticrisi». Ed è qui che Berlusconi si aggancia per dimostrare, numeri alla mano, che il tanto decatantato declino dell’Italia non risulta da alcun confronto internazionale. In più, aggiunge, durante la crisi «noi non abbiamo consumato debito, non abbiamo fatto finanza spericolata». L’Italia, insomma, «ha le risorse e le capacità per andare avanti», ma serve maggiore «ottimismo». Con il «catastrofismo, disfattismo e pessimismo spesso alimentato dai media», conclude il Cavaliere, «non si va da nessuna parte».
La platea si scalda a tratti. Come quando Berlusconi parla della sua condizione di perseguitato dalla magistratura. Ma l’atmosfera non raggiunge mai il calore delle grandi occasioni. Gli imprenditori reagiscono poco anche quando il premier li chiama in causa facendo riferimento al loro ruolo determinante nel fronteggiare la crisi. Forse, come mormorano molti delegati, ci si aspettava un’agenda più concreta. Impegni piuttosto che suggestioni, scadenze piuttosto che promesse.
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Paolazzi: "Pechino cambia il modello di sviluppo per favorire la diffusione del consumismo"
Si è parlato tanto di Cina alla kermesse confindustriale di Parma, ma la notizia che ha spiazzato tutti è arrivata in diretta da Pechino, con l’annuncio del primo deficit commerciale del Dragone da sei anni a questa parte. «Se non ci fossero stati i comunisti per tanto tempo, la Cina ci avrebbe comprato tutti». Silvio Berlusconi ha sintetizzato così, con una delle sue battute, quello che è stato un po’ il filo conduttore della due giorni organizzata dal Centro studi di Viale dell’Astronomia. Evento che non a caso è stato preceduto da una riunione tra la consulta dei presidenti di Viale dell’Astronomia e il responsabile economico cinese, Anz Banking Group, Li-Gang, che poi ha partecipato anche al convegno. Come non accadeva dal 2004, la Cina a marzo ha registrato un deficit della bilancia commerciale di 7,2 miliardi. Cifra clamorosa, ma non così sorprendente per chi osserva con attenzione le dinamiche dei mercati internazionali. «E’ la conseguenza», spiega a Libero il direttore dell’Ufficio studi di Confindustria, Luca Paolazzi, «di un percorso che il governo di Pechino sta mettendo in atto con decisione per rilanciare la domanda interna».
Insomma, non è che i cinesi abbiano deciso all’improvviso di non inondare più l’Occidente con i loro prodotti. Si tratta piuttosto, prosegue Paolazzi, «del frutto di politiche finalizzate a migliorare le infrastrutture, a rafforzare il servizio sanitario nazionale e a modernizzare il Paese». L’obiettivo della Cina è di aumentare considerevolmente la quota dei consumi sul Pil che resta ancora molto bassa (il 35%) per un Paese con quei livelli di crescita. Richieste in questo senso erano arrivate la scorsa estate dall’amministrazione Obama, ma la cosa non potrà non fare piacere anche all’Italia. «Per noi è sicuramente un’ottima notizia», spiega Paolazzi. Due i motivi principali che ci permettono di guardare con ottimismo il nuovo trend cinese. Il primo «è che le nostre imprese, molto attive in Cina nel settore delle infrastrutture e dei macchinari, potranno cogliere importanti occasioni di business». Il secondo è che una crescita dei consumi potrà essere assorbita in parte da una produzione interna, «ma di sicuro si apriranno moltissimi spazi per quello che in senso lato può essere definito made in Italy». Certo che per permettere questo, avverte Paolazzi, «bisognerà ripensare il ruolo della Cina anche all’iterno del Wto. Pechino è entrato nell’organizzazione mondiale del commercio come paese emergente e quindi con una discreta libertà di applicare politiche protezionistiche, con dazi e tasse, che penalizzano i prodotti stranieri». Questa situazione non è più giustificabile visti i successi dell’Economia cinese (quest’anno supererà il Giappone), così come «non sono giustificabili quelle manovre sui tassi di cambio con cui il governo di Pechino difende il suo export».
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Insomma, non è che i cinesi abbiano deciso all’improvviso di non inondare più l’Occidente con i loro prodotti. Si tratta piuttosto, prosegue Paolazzi, «del frutto di politiche finalizzate a migliorare le infrastrutture, a rafforzare il servizio sanitario nazionale e a modernizzare il Paese». L’obiettivo della Cina è di aumentare considerevolmente la quota dei consumi sul Pil che resta ancora molto bassa (il 35%) per un Paese con quei livelli di crescita. Richieste in questo senso erano arrivate la scorsa estate dall’amministrazione Obama, ma la cosa non potrà non fare piacere anche all’Italia. «Per noi è sicuramente un’ottima notizia», spiega Paolazzi. Due i motivi principali che ci permettono di guardare con ottimismo il nuovo trend cinese. Il primo «è che le nostre imprese, molto attive in Cina nel settore delle infrastrutture e dei macchinari, potranno cogliere importanti occasioni di business». Il secondo è che una crescita dei consumi potrà essere assorbita in parte da una produzione interna, «ma di sicuro si apriranno moltissimi spazi per quello che in senso lato può essere definito made in Italy». Certo che per permettere questo, avverte Paolazzi, «bisognerà ripensare il ruolo della Cina anche all’iterno del Wto. Pechino è entrato nell’organizzazione mondiale del commercio come paese emergente e quindi con una discreta libertà di applicare politiche protezionistiche, con dazi e tasse, che penalizzano i prodotti stranieri». Questa situazione non è più giustificabile visti i successi dell’Economia cinese (quest’anno supererà il Giappone), così come «non sono giustificabili quelle manovre sui tassi di cambio con cui il governo di Pechino difende il suo export».
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Sacconi insiste: nuovo Statuto per i lavoratori
Non solo la Carta costituzionale e i codici della giustizia. Da riscrivere c’è anche lo Statuto dei lavoratori. Troppo vecchio, ha spiegato ieri Maurizio Sacconi di fronte agli imprenditori riuniti a Parma per i cento anni di Confindustria, per accompagnare con efficacia i rapidi mutamenti del sistema economico. Di qui l’annuncio del ministro del Welfare di un piano triennale sul lavoro da presentare entro maggio prossimo «per completare la liberazione dall’oppressione burocratica, da tutto quello che genera conflitto e dall’incompetenza che minaccia l’occupabilità».
Sarà questa l’occasione per passare dallo Statuto dei Lavoratori alla Statuto dei Lavori «come una evoluzione quale è stata disegnata da Marco Biagi», ha proseguito Sacconi applaudito con entusiasmo dalla platea di Confindustria. Il ministro ha poi ricordato che a breve la Carta dei lavoratori compirà 40 anni e che quindi una riforma si rende necessaria. Nulla, ci ha però tenuto a sottolineare, sarà comunque adottato senza il «necessario passaggio con le parti sociali». Infine Sacconi ha invitato gli imprenditori ad organizzare «insieme una difesa della cultura del lavoro rispetto a quel nichilismo che purtroppo dagli anni Settanta, dai peggiori anni della nostra vita per coloro che li hanno vissuti, si è diffuso». Il ministro ha voluto dare un’interpretazione originale della teoria gramsciana sul potere. «Alcuni ritengono», ha detto, «che l’inserimento di quella generazione in questi ambiti sia stato dovuto ad una logica che prevedeva l’occupazione delle casematte per costruire una società migliore. Io ho sempre avuto un’opinione diversa: che si siano infrattati in questi ambiti lavorativi per una scelta molto più banale: sempre meglio che lavorare».
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Sarà questa l’occasione per passare dallo Statuto dei Lavoratori alla Statuto dei Lavori «come una evoluzione quale è stata disegnata da Marco Biagi», ha proseguito Sacconi applaudito con entusiasmo dalla platea di Confindustria. Il ministro ha poi ricordato che a breve la Carta dei lavoratori compirà 40 anni e che quindi una riforma si rende necessaria. Nulla, ci ha però tenuto a sottolineare, sarà comunque adottato senza il «necessario passaggio con le parti sociali». Infine Sacconi ha invitato gli imprenditori ad organizzare «insieme una difesa della cultura del lavoro rispetto a quel nichilismo che purtroppo dagli anni Settanta, dai peggiori anni della nostra vita per coloro che li hanno vissuti, si è diffuso». Il ministro ha voluto dare un’interpretazione originale della teoria gramsciana sul potere. «Alcuni ritengono», ha detto, «che l’inserimento di quella generazione in questi ambiti sia stato dovuto ad una logica che prevedeva l’occupazione delle casematte per costruire una società migliore. Io ho sempre avuto un’opinione diversa: che si siano infrattati in questi ambiti lavorativi per una scelta molto più banale: sempre meglio che lavorare».
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Gli applausi degli industriali contro i giudici
«Il più grande imputato di tutti i tempi». È qui che la platea di Confindustria, fino a un minuto prima piuttosto freddina, si spella le mani per Silvio Berlusconi. Sarà strano, ma l’applauso più fragoroso tributato al premier dagli imprenditori riuniti a Parma arriva proprio sulla questione a lui più cara: la giustizia. A suscitare grande entusiasmo è la certificazione delle 2.550 udienze “subite” che, a giudizio del Cavaliere, lo rendono uno dei più accreditati a parlare di riforma di diritto penale. «Fidatevi di uno come me che conosce bene la materia», dice per introdurre il tema. E poi, spesso interrotto dagli applausi, giù a snocciolare i guasti della giustizia. «Una situazione grave», la definisce il premier, con una Corte costituzionale «che da organo di garanzia è divenuto organo politico» perché «abroga le leggi che non piacciono ai pm e ai giudici di Magistratura Democratica» in quanto «formata da 11 membri che appartengono alla sinistra e 4 alla destra».
Ma dal «più grande perseguitato dell’universo e di tutti i tempi» arrivanno bordate anche sui «processi messi in atto solo per tenere l’avversario politico sulla griglia mediatica» e sulla questione mai risolta delle intercettazioni. Dal dibattito in Parlamento, assicura verrà fuori una «legge che darà il diritto di parlare con riservatezza al telefono». Perché «le parole che dite al telefono, se scritte sul giornale, hanno un altro significato e poi sono prove manipolabili». Poi, riferito a sé: «È stato registrato 18 volte da una procura lontana che non aveva assolutamente la competenza per farlo anche il presidente del Consiglio, una cosa unica nel nostro Paese». Infine, rivolgendosi alla platea, chiede: «Quanti di voi pensano di non aver mai corso il rischio di essere intercettati?». Nessuno alza la mano. E lui, sornione, aggiunge: «Avete tutti uno scheletro nell’armadio, eh?».
Nella grande riforma della giustizia ci sarà spazio, ovviamente, anche per ridisegnare quella civile, soprattutto dimezzando i tempi dei processi. Anche qui Berlusconi si affida ai sondaggi espressi. «Alzi la mano», dice, «se qualcuno ha ottenuto una sentenza amministrativa prima di 5 anni». Identico il risultato.
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Ma dal «più grande perseguitato dell’universo e di tutti i tempi» arrivanno bordate anche sui «processi messi in atto solo per tenere l’avversario politico sulla griglia mediatica» e sulla questione mai risolta delle intercettazioni. Dal dibattito in Parlamento, assicura verrà fuori una «legge che darà il diritto di parlare con riservatezza al telefono». Perché «le parole che dite al telefono, se scritte sul giornale, hanno un altro significato e poi sono prove manipolabili». Poi, riferito a sé: «È stato registrato 18 volte da una procura lontana che non aveva assolutamente la competenza per farlo anche il presidente del Consiglio, una cosa unica nel nostro Paese». Infine, rivolgendosi alla platea, chiede: «Quanti di voi pensano di non aver mai corso il rischio di essere intercettati?». Nessuno alza la mano. E lui, sornione, aggiunge: «Avete tutti uno scheletro nell’armadio, eh?».
Nella grande riforma della giustizia ci sarà spazio, ovviamente, anche per ridisegnare quella civile, soprattutto dimezzando i tempi dei processi. Anche qui Berlusconi si affida ai sondaggi espressi. «Alzi la mano», dice, «se qualcuno ha ottenuto una sentenza amministrativa prima di 5 anni». Identico il risultato.
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