mercoledì 24 febbraio 2010

Bernabé si sfoga: «Tutti criticano nessuno investe»

Basta critiche «inappropriate ed offensive» sulla rete, basta pressioni sugli investimenti. L’ad di Telecom, Franco Bernabé passa al contrattacco alla vigilia della presentazione dei conti e, soprattutto, del piano industriale. «Non accettiamo lezioni sulla qualità delle rete di accesso», ha tuonato, «da parte di operatori che nella rete non hanno mai voluto o non sono mai stati in grado di investire» dopo che «per anni hanno beneficiato di vantaggiose tariffe di accesso e qualità». Lo scontro, dopo le indiscrezioni sul congelamento dell’operazione con Telefonica, si riaccende in occasione della presentazione della prima relazione annuale dell’organo di vigilanza sugli impegni che Telecom Italia ha preso per garantire «parità di accesso» alla rete di telefonia fissa. Impegni fin qui rispettati, indica il rapporto, anche se migliorabili nella messa a punto. I tempi del monopolio, sostengono comunque dall’azienda, sono ormai lontani e gli operatori concorrenti di Telecom hanno spalle più forti. «Il regime regolatorio», dice Bernabé li ha sostenuti per anni, dando loro «la possibilità di investire». E se non lo hanno fatto e non lo faranno, accusa, «non possono recriminare». Né possono lamentare scarsezza di investimenti, o influenzare le scelte su tempi, modalità e tecnologie «che non possono e non devono in alcun modo essere influenzate da soggetti che non partecipano all’investimento». Una sponda alla sfuriata dell’ad arriva dal presidente dell’Autorità delle Comunicazioni, Corrado Calabrò, secondo cui l’esperienza dell’ultimo anno dimostra che la scelta adottata è valida: gli obiettivi sono «raggiungibili». Servono, dice però, «regole a prova di futuro», per gestire il presente e guardare alle reti di nuova generazione evitando che «si ripresentino monopoli o strozzature», cosa peraltro «in via di superamento o forse già del tutto superata». Mentre la tradizionale rete in rame «è buona ma insufficiente nelle zone ad alta densità di traffico», e bisogna quindi accelerare sulla fibra ottica.

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Frode da due miliardi: 56 arresti per riciclaggio

Pochi spiccioli che iniziano a girare vorticosamente attraverso decine di società fittizie con l’unico scopo di succhiare soldi al fisco. È questo, in estrema sintesi, il meccanismo che ha portato la procura di Roma a spiccare 56 mandati d’arresto nei confronti di altrettanti manager e dirigenti per associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio. L’operazione, secondo il capo della Direzione distrettuale antimafia, Giancarlo Capaldo, è «una delle più colossali frodi poste in essere nella storia nazionale». L’inchiesta, scaturita dalle indagini del Ros dei Carabinieri e del nucleo di Polizia valutaria della Guardia di Finanza ruota intorno a due società di telefonia: Fastweb e Telecom Italia Sparkle (controllata di Telecom che si occupa del traffico telefonico verso l’estero).Le due aziende, si legge nel decreto del gip di Roma Aldo Morgigni, «fungevano consapevolmente da cassa dalla quale estrarre le somme di denaro oggetto di successivo riciclaggio». Nascono da qui i provvedimenti di custodia cautelare più pesanti. In particolare, quelli piovuti sulla testa di Silvio Scaglia, ex fondatore di Fastweb (che risulta al momento latitante ma secondo i suoi legali si renderà disponibile quanto prima per gli interrogatori) e di Riccardo Ruggiero, ex ad di telecom Italia Sparkle. Ma tra gli indagati, oltre a molti dirigenti delle due società, c’è anche Stefano Parisi, attuale ad di Fastweb, nonché il senatore del PdL Nicola Di Girolamo, di cui i pm hanno chiesto l’arresto anche per la violazione della normativa elettorale con l’aggravante mafiosa.Le false fatturazioniI provvedimenti del giudice delle indagini preliminari, riguardano una frode Iva da quasi 400 milioni messa in atto in due operazioni distinte. La prima nel 2003, la seconda dal 2005 al 2007. Le indagini avrebbero accertato che i capitali illegali, riciclati attraverso un sofisticato circuito internazionale finanziario e bancario, provenissero da una serie di transazioni commerciali fittizie di servizi telefonici.Ed è qui che entrano in gioco le società di tlc. Le operazioni, infatti, secondo gli inquirenti, sarebbero state realizzate con la compiacenza degli ex vertici di Fastweb e Telecom Italia Sparkle, attraverso società di comodo di diritto italiano, inglese, panamense, finlandese e lussemburghese. Nel dettaglio, il riciclaggio veniva realizzato attraverso la falsa fatturazione di servizi telefonici e telematici inesistenti, venduti mediante due successive operazioni commerciali a Fastweb e Telecom Italia Sparkle dalle società Cmc, Web Wizzard, I-Globe e Planetarium. Due le operazioni illecite individuate dagli investigatori: la commercializzazione di schede telefoniche prepagate e la commercializzazione di servizi a valore aggiunto per adulti attraverso servizi di interconnessione internazionale per il trasporto di traffico telematico. In entrambi i casi, si legge ancora nell’ordinanza del gip, i dirigenti delle società di telefonia avevano «piena consapevolezza della inesistenza dei rapporti commerciali sottostanti alla emissione di documentazione fiscale e della utilizzazione di detta documentazione al solo scopo di appropriarsi in tutto o in parte, per proprio conto o per conto delle società amministrate, dell’Iva sottratta all’Erario».La frode caroselloEd è proprio sull’Iva che gira tutto l’ingranaggio chiamato “frode carosello”. Il primo acquisto fittizio, spiegano a Libero dal Nucleo di Polizia valutaria, «avviene sempre dall’Italia verso una società europea, per evitare il pagamento dell’imposta sul valore aggiunto in base alle normative comunitarie». Poi entrano in gioco Fastweb e Telecom che acquistano a loro volta il servizio fittizio. Di qui parte il vortice di fatturazioni false, attraverso il quale, ad ogni passaggio, ogni azienda può accumulare crediti fiscali nei confronti dello Stato senza che nessuno versi mai un euro di tassa. Un po’ come se un libero professionista acquistasse un’auto per lavoro, pagasse l’Iva al concessionario, poi la detraesse al momento di pagare le tasse senza però che il venditore paghi mai la sua quota di Iva versata dall’acquirente al momento della transazione. Di fatturazione in fatturazione la somma lievita. Al punto che, dicono dalla Gdf, «dalle due operazioni iniziali di 800mila euro e 1,7 milioni si arriva ad un giro complessivo di fatturazioni fittizie di 1,8 miliardi». Su questa cifra, l’Iva intascata dagli indagati sarebbe di 365 milioni. Ma il trucco non finisce qui. Attraverso le vendite e i riacquisti le società avrebbero anche migliorato i bilanci, aumentando i fatturati e ricavando utili che le Fiamme Gialle avrebbero quantificato in 96 milioni. Al vertice dell’organizzazione criminale ci sarebbero stati, secondo gli inquirenti, Gennaro Mokbel, legato in passato ad ambienti della destra eversiva, e la moglie Giorgia Ricci. Il meccanismo delle frodi Iva sarebbe invece stato ideato dal consulente finanziario Carlo Focarelli. Gli arresti e i sequestri per centinaia di milioni hanno interessato, in Italia, Lazio, Umbria, Toscanala, Lombardia e Calabria, e all’estero, Stati Uniti, Francia, Svizzera, Lussemburgo, Regno Unito, Hong Kong. E provvedimenti potrebbero essere in arrivo anche per le due società coinvolte. I pm hanno infatti chiesto il commissariamento sia di Fastweb che Telecom Italia Sparkle in base alla legge 231 del 2001 che prevede sanzioni per le società che non predispongono misure idonee ad evitare reati da parte dei propri dipendenti da cui traggano vantaggio. Il gip si pronuncerà il 2 marzo. Sia Telecom Italia che Fastweb, ovviamente, si ritengono assolutamente estranee ai fatti nonché parti lese.

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Il fattore C. di Alitalia

Il destino cinico e baro? Roberto Colaninno e Rocco Sabelli non sanno neanche cosa sia. Ricordate cosa diceva solo qualche mese fa Michael O’Leary? «Colaninno si ritiri in una villa in campagnia e voli con Ryanair, che è meno costosa». Era novembre e l’ad del principale vettore low cost europeo annunciava spavaldo che nel corso dell’anno ci sarebbe stato il sorpasso su Alitalia. Prospettiva tutt’altro che evanescente, visto che già nel 2009 Ryanair ha praticamente eguagliato la compagnia di bandiera con circa 18 milioni di passeggeri. Solo qualche giorno più tardi, però, la società low cost si è trovata impelagata in un durissimo braccio di ferro con l’Enac per la questione dei documenti d’imbarco. La vicenda si è poi risolta. Ma ha costretto la società ha restare sulla graticola fino a spingere O’Leary a minacciare il ritiro dall’Italia.. Anche per l’altro grande avversario Lufthansa le cose non sono andate un granché bene. Un anno fa il vettore tedesco annunciava trionfale il suo piano per conquistare l’Italia. Otto rotte internazionali da Malpensa per collegare Milano alle principali città europee e tre collegamenti nazionali per aprire la competizione anche sul mercato domestico. Progetti concreti e temibili, che i manager dell’Alitalia non valutarono a cuor leggero.Eppure, già nel consuntivo 2009 sono arrivate le prime crepe. La filiale italiana del colosso tedesco si è fatto sorpassare da altri vettori sulle sue stesse rotte e ha iniziato a far viaggiare gli aerei sempre più vuoti. E ieri la bomba è esplosa anche nella casa madre, che si trova a fare i conti con una delle proteste più drammatiche che il trasporto aereo abbia mai visto. I piloti hanno incrociato le braccia allo scoccare della mezzanotte di domenica e non torneranno in servizio fino alla stessa ora di giovedì. Gli effetti si preannunciano devastanti. Il primo bilancio parla di quattromila piloti in sciopero, centinaia di voli annullati e migliaia di passeggeri a terra. E le cose non potranno che peggiorare: la compagnia ha previsto la cancellazione di 800 voli sui 1.800 previsti e prevede mancati guadagni fino a 100 milioni di euro. La gravità della situazione è tale che la compagnia ha deciso di rivolgersi alla magistratura di Francoforte per chiedere l’intervento delle autorità per chiudere la protesta. L’operazione ha avuto successo e ieri sera la protesta è stata interrotta. Questa mattina i collegamenti dovrebbero essere ripristinati. Lo sciopero ha coinvolto anche il nostro Paese. Sei voti sono stati sospesi a Malpensa e quattro a Fiumicino. Lo protesta è stata organizzata dal sindacato dei piloti Cockpit che teme che Lufthansa tagli il personale e trasferisca i posti di lavoro nelle controllate estere, come Austrian Airlines e Lufthansa Italia, dove gli stipendi sono inferiori. Ma i segnali dell’alleanza tra Colaninno e la dea bendata non sono finiti. Basti pensare a quello che è successo pochi giorni fa in Parlamento. Dopo 41 audizioni e due missioni all’estero, il presidente della commissione Trasporti della Camera, Mario Valducci, ha stilato il documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sul trasporto aereo. Il verdetto: il sistema italiano soffre di nanismo e le sovvenzioni devono restare solo per gli scali più grandi. Ovvero, quelli su cui ha costruito il piano industriale Alitalia. Non basta? Il progetto Fenice messo a punto da Colaninno è costruito sulla stima di un prezzo del petrolio a 120 dollari al barile. Ebbene nel 2009 il greggio ha raramente superato gli 80 dollari. Per il 2010 si prevede una media tra i 75 e gli 85 dollari. Fatevi due conti.Gli effetti della sorte benigna non sono ancora così clamorosi, ma il giro del vento inizia a farsi sentire. Nell’ultimo bimestre del 2009 Alitalia ha registrato una crescita dei passeggeri superiore al 15%. E il trend sembra essere proseguito a gennaio. Nei primi quindici giorni del mese l’ex compagnia di bandiera ha trasportato 776mila passeggeri, 129mila in più dello stesso periodo del 2009, con un incremento del 20%.

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Fini si scopre liberista e riapre le ostilità con Tremonti

“Io non voglio il posto fisso”. Non fatelo sapere al ministro dell’Economia, ma tra i seminari del convegno che si terrà da venerdì prossimo a Milano ce n’è anche uno dal titolo inequivocabilmente anti-tremontiano. Nulla di strano, si dirà, visto che ad animare la tre giorni (26-28 febbraio) c’è l’ex radicale, ora scudiero del liberismo all’interno del Pdl, Benedetto Della Vedova. E ad organizzare il tutto la sua associazione Libertiamo. Meno scontato è però il fatto che all’iniziativa parteciperà anche Gianfranco Fini, il cui intervento è previsto sabato nella tavola rotonda (insieme all’economista Luigi Zingales, al direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli e a Della Vedova) “Placata la bufera, torniamo al libero mercato”.È la prima volta che il presidente della Camera si avventura in una discussione pubblica a 360 gradi sui temi economici. Finora il confronto diretto sulla linea imposta allo schieramento da Giulio Tremonti e, in parte, dall’anima leghista, è stato sempre evitato. Ad affrontare lo scontro sulla Finanziaria si è esposto Mario Baldassarri, uno dei suoi principali consiglieri economici, e a martellare sulle tasse, sul welfare e sulle pensioni ci pensa spesso lo stesso Della Vedova, da tempo entrato nelle grazie del presidente. Ma al di là di qualche generico accenno al peso eccessivo del fisco o alla necessità di liberare l’economia dalle pastoie della burocrazia, Fini si è finora limitato a giocare dietro le quinte. Anche, secondo alcuni, per non inasprire troppo il rapporto con chi, come il ministro dell’Economia, in un futuro non troppo lontano potrebbe avere ancora più spazio nel Pdl. La prossima settimana, però, l’ex leader di An scenderà in campo. E il luogo è tutt’altro che casuale. Per la sua prima uscita pubblica sui temi economici ha infatti scelto un’iniziativa che oltre alla squadra di Libertiamo, coinvolgerà anche esperti, giornalisti e professori dell’Istituto Bruno Leoni e di FareFuturo. Un mix di liberalismo e liberismo da cui il numero uno di Montecitorio prenderà le mosse per aprire l’ennesimo fronte caldo all’interno del centrodestra. L’obiettivo iniziale era quello di declinare su un terreno più prettamente economico gli spunti e le tesi contenute nel libro dello scorso autunno “Il futuro della libertà”.Ma è chiaro che ora, con l’atmosfera rovente che si sta sviluppando all’interno dello schieramento, Fini non si lascerà sfuggire l’occasione di lanciare qualche stoccata in più. Bersagli naturali, visto il tema del dibattito, saranno i ministri economici. Ma il presidente della Camera offrirà una lettura complessiva delle cose che, a suo giudizio, non vanno nel centrodestra. E le tensioni di questi giorni ai piani alti del Pdl permetteranno di affondare il colpo più che in altre occasioni. Il tema dei ruoli e della struttura interna del partito è del resto un tasto su cui il presidente della Camera ha battuto, criticamente, più volte. Qualche bordata, sicuramente, ci sarà anche per il Carroccio. Fini non ha mai risparmiato le critiche, difficile che lo faccia ora che la Lega si prepara a sfruttare le difficoltà del Pdl per fare il pieno alle regionali.

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Un’intera Finanziaria presa agli evasori

La crisi economica ha frenato le entrate, ma la macchina del fisco continua a macinare risultati. Di tutto rispetto quelli raggiunti dalla riscossione, che negli ultimi due anni, alla faccia di chi insiste nel denunciare l’allentamento del contrasto all’evasione, è arrivata ad incassare circa un miliardo in più dell’era Visco. Negli anni della presunta guerra ai furbetti delle tasse, i volumi complessivi della riscossione dai ruoli erano a quota 6.738 milioni. Nel 2008, anno del passaggio di consegne da Prodi a Berlusconi, sono saliti a 7.014. Lo scorso anno sono balzati al livello record di 7.735 milioni di euro. In pratica, l’ammontare dei tributi evasi, compresi gli interessi e le sanzioni, recuperati da Equitalia equivale né più né meno ad una robusta manovra finanziaria.Non solo, stando ai dati forniti ieri dalla società di riscossione dell’Agenzia delle Entrate i risultati sarebbero stati ottenuti attraverso un abbassamento della soglia di persecuzione nei confronti del contribuente. «L’andamento crescente della riscossione», si legge in una nota di Equitalia, «è accompagnato da una diminuzione di ipoteche e ganasce fiscale». Numeri alla mano, su oltre 30 milioni di documenti inviati dalla società lo scorso anno, tra cartelle, solleciti e avvisi di pagamenti, le procedure cautelari e coattive rappresentano una parte molto circoscritta: nel 2009 sono stati attivati solo 86mila fermi delle automobili e 160mile ipoteche.Se la cifra sembra comunque alta, basta andare indietro di qualche anno e verificare quello che successe con l’arrivo di Vincenzo Visco alle Finanze. Nel 2006 i contribuenti inadempienti che si sono ritrovati con la vettura bloccata dal fisco hanno sfiorato un milione, con un’impennata del 628% rispetto al 2005. Ancora nel 2008, i fermi amministrativi ammontavano a 667.841, a fronte di 1.136.505 preavvisi. Il segnale di una maggiore collaborazione tra fisco e contribuenti poco solerti è anche negli 1,4 milioni di preavvisi, nei 2,7 milioni di solleciti di pagamento e nelle 630mila rateizzazioni. Cifre che sembrano rappresentare un cambiamento di rotta nell’approccio alle irregolarità fiscali. Quanto alle casse dello Stato, oltre al buon andamento della riscossione, iniziano anche ad arrivare i risultati della statalizzazione della macchina fiscale. L’anno scorso è stato infatti eliminato il contributo fisso che lo Stato dava a fondo perduto alle ex concessionarie private per riscuotere i tributi. Da quando Equitalia si finanzia con l’aggio sulla riscossione fissato per legge, lo Stato ha risparmiato 745 milioni. Sul fronte scudo, infine, ieri è arrivata la precisazione di Attilio Befera, dopo le polemiche sollevate dai dati di Bankitalia. «I giochi statistici possono essere diversi», ha spiegato il direttore dell’Agenzia delle entrate, «ma è la somma che fa il totale». Lo scudo fiscale 2009, ha ribadito, «si è concluso con 93 miliardi rimpatriati in Italia ad ogni effetto e 2 miliardi regolarizzati».

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sabato 20 febbraio 2010

Marcegaglia pessimista: «Per ripartire servono riforme»

Non è bastata la ripresina di dicembre a far tornare il sorriso ad Emma Marcegaglia. Il commento ai numeri diffusi ieri dall’Istat è secco: «C’è qualche miglioramento negli ultimi dati», ma «siamo ancora nell’ambito di una congiuntura molto complessa, serve grande attenzione perché la crisi non è finita». Il quadro, in effetti, non è dei migliori. Nella media dell’intero 2009 il fatturato dell’industria italiana è crollato del 18,7% rispetto al 2008 e gli ordinativi sono colati a picco del 22,4%. Secondo l’Istat si tratta dei peggiori cali da quando viene registrata la serie storica, ovvero dal 2000.
Se l’anno è andato complessivamente male, a dicembre la musica è decisamente cambiata. Gli ordini dell’industria sono aumentati del 4,7% rispetto al mese precedente e addirittura del 10,1% su base annua. Si tratta dell’aumento tendenziale più alto dal febbraio 2008.
Meno scoppiettante, ma pur sempre in salita il fatturato. L’aumento è stato dell’1,9% rispetto a novembre e dello 0,8% rispetto a dicembre 2008. Dato, quest’ultimo, che diventerebbe però negativo del 2,5% se corretto con gli effetti del calendario.
Regina incontrastata della ripresina è stata l’auto, che a dicembre su base annua ha registrato un aumento boom del 31,5% degli ordini e un +23,2% di fatturato. Risultati impressionanti rispetto ad una mediadell’intero 2009 in cui ordinativi e fatturato del settore hanno registrato il peggior calo dal 1991.
Ma i segnali, secondo Confindustria, sono troppo deboli per fare primavera. «I prossimi mesi saranno ancora complessi», ha spiegato la Marcegaglia, «i piccoli miglioramenti che si vedranno saranno lenti e difficili». A rendere fosche le prospettive, secondo Marcegaglia, «l’impatto sull’occupazione». Siamo già, ha ricordato il numero uno di Viale dell’Astronomia, «a un tasso di disoccupazione di oltre l’8,5%. Nei prossimi mesi dovremo gestire alcune situazioni complesse di ristrutturazione». Ed ecco il punto: il modello Termini Imerese non funziona. Non si può procedere, ha ribadito, «salvando stabilimenti che non possono stare in piedi, ma assolutamente salvando posti di lavoro e cercando di reimpiegare le persone che rischiano di perdere il posto». Poi la presidente di Confindustria riprende l’analisi fatto alcuni giorni fa dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi, e invoca «grandi riforme, perché il Paese soffre di una crescita troppo lenta».
Anche noi, ha spiegato la Marcegaglia, «stimiamo per il 2010 un +1,1% di crescita del Pil». Ma è chiaro, ha proseguito, «che dopo un -5% del 2009 e un -1% del 2008 è un miglioramento non sufficiente».
Preoccupazioni condivise anche dalle piccole imprese, che guardano con timore soprattutto alle difficoltà dell’industria metalmeccanica. «Base portante della old economy», ha spiegato il presidente di Confapi Paolo Galassi, «rappresentata in Italia principalmente dalle piccole e medie industrie manifatturiere». Quanto alla ripresina di dicembre, per l’associazione delle Pmi è particolarmente significativo il recupero dell’auto spinta dagli incentivi. Una politica che ora dovrebbe «essere replicata per altri settori che in questo momento hanno più bisogno di rilancio».

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Ciclismo e Padre Pio per il governo Prodi erano «emergenze»

«Non possiamo», ha detto qualche giorno fa il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, «chiamare emergenza i campionati di nuoto». Verissimo. Vogliamo forse paragonare un cataclisma a una gara sportiva? Una frana a un paio di vasche stile libero? Eppure, la questione non è così semplice (...)
(...) come sembra. Mettiamo il caso dei campionati di ciclismo o dei giochi del mediterraneo. Qualcuno si sognerebbe mai di definirli emergenze? Stando alle ordinanze firmate dalla presidenza del Consiglio nell’agosto del 2006 e nel febbraio del 2007 sembra proprio di sì. E gli esempi non finiscono qua. Scorrendo il lungo elenco di emergenze/grandi eventi si scopre che anche Romano Prodi aveva la penna facile. Padre Pio? Una commemorazione? La firma di un trattato? Un bel decreto e tutto finiva tranquillamente in pasto alla protezione civile. Senza quei distinguo e quelle cautele che oggi il Pd e l’Italia dei Valori sembrano invocare.
Il primo atto arriva poco dopo l’insediamento del governo Prodi. L’ordinanza per trasformare in emergenza i XVI giochi del Mediterraneo e del 17 agosto 2006. Il commissario è Gaetano Fontana, i fondi 5 milioni. Poi, a dicembre, c’è il teatro Petruzzelli di Bari. Commissario Angelo Balducci, dotazione 29 milioni. Nel 2007 il governo ci prende la mano. A gennaio diventa emergenza il 50esimo anniversario per la firma dei trattati di Roma, a febbraio la stessa sorte è riservata ad Agorà Giovani ad Ancona. Entrambi gli eventi sono gestiti da Guido Bertolaso come commissario. A febbraio c’è la grande emergenza dei Campionati del mondo di ciclismo su strada, commissario il presidente della Provincia di Varese. A marzo Prodi affida alla Protezione civile anche il vertice intergovernativo Italia-Russia, commissario il prefetto di Bari. Poi, il primo di una lunga serie di eventi religiosi: il 14 giugno viene firmata l’ordinanza per la visita del Papa ad Assisi. Fondi a disposizione 200mila euro, commissario il sindaco di Assisi. Tra i progetti a lunga scadenza c’è l’Expo 2015 di Milano, firmata a ottobre con l’incarico al sindaco Letizia Moratti. Lo stesso mese la presidenza del Consiglio dà il via libera all’incontro per la Pace di Napoli. Commissario il prefetto del capoluogo campano che potrà utilizzare 500mila euro.
Il 20 novembre 2007 arriva il pezzo da novanta: Presidenza italiana del G8. Con la nomina, ora tanto discussa, del commissario Guido Bertolaso. Lungo, in questo caso, l’elenco delle disposizioni organizzative. L’ordinanza prevede: tre soggetti attuatori; un comitato di coordinamento di 15 soggetti, una commissione generale indirizzo di 13 soggetti, una struttura di missione di 30 unità; venti contratti a tempo determinato, dieci consulenti. ufficio dello sherpa presso presidenza del Consiglio (dieci unità più un dirigente, nove contratti a tempo determinato, otto consulenti), una delegazione del ministero degli Esteri di 45 unità, di cui 15 già in carico al ministero, 20 contratti a tempo determinato, 10 consulenti. Fondo di avvio 2 milioni di euro.
Altra ricorrenza i cui appalti sono finiti nel mirino dei magistrati di Firenze è il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Prodi lo dichiara emergenza il 23 novembre 2007. Poi, tanto per non farsi mancare nulla, a gennaio arriva il grande evento “delocalizzazione sfasciacarrozze di Roma”. Commissario delegato l’avvocato dello Stato, Paolo Di Palma. A marzo c’è il via libera alla visita di Benedetto XVI a Brindisi e ad aprile quello per la visita a Savona e Genova. Per rimanere in tema, sempre ad aprile la presidenza del Consiglio firma l’ordinanza per “l’emergenza” dell’esposizione delle spoglie di Padre Pio a San Giovanni Rotondo. E lo stesso mese c’è quella per il Congresso eucaristico nazionale. In tutto poco meno di una ventina di quelle che in gran parte Bersani definirebbe false emergenze.
Certo, si dirà, ma chi ha iniziato? La legge sui grandi eventi è del governo Berlusconi. Il codicillo oggi tanto contestato è contenuto nell’articolo 5 bis (comma 5) aggiunto dall’esecutivo con un emendamento in sede di conversione del decreto del settembre 2001. E la sinistra? Il senatore Guerzoni, si legge nello stenografico dell’epoca, «pur non condividendo le scelte compiute dal governo, dichiara il suo voto favorevole sugli emendamenti» in questione «che appaiono introdurre elementi di maggiore coerenza».
La realtà, come spiega l’ex senatore verde Sauro Turroni, non proprio un berlusconiano, «è che tutti erano d’accordo con il comma 5 e che durante il governo Prodi né il ministro Di Pietro, né il ministro Bersani si sognarono di metterlo in discussione o di proporne l’eliminazione». Così, nel tempo, «il concetto di evento si è dilatato, così come quello di calamità o pericolo per l’incolumità pubblica. Ed ecco che a livello locale tutti hanno cominciato a premere perché questa o quella opera rientrasse nel novero di quelle che si potevano fare con le procedure straordinarie».

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venerdì 19 febbraio 2010

Alemanno sfratta i francesi da Acea

Alla fine, dopo tante chiacchiere e molto fumo, sono arrivati i fatti. Le trattative con i francesi sono ufficialmente chiuse. Ma l’esito della partita è tutt’altro che definito. La battaglia si sposta infatti dal piano della diplomazie e del mercato a quello degli avvocati e delle carte bollate. È questo l’esito della riunione fiume del cda di ieri, terminato in tarda serata.
L’Acea, si legge in una nota, ha deciso di percorre la strada dell’arbitrato per superare la controversia aperta con Gas de France-Suez. Il consiglio ha deliberato di rilasciare «la delega congiunta al presidente ed all’amministratore delegato per la composizione della controversia con il gruppo Gdf-Suez, mediante l’avvio delle procedure per la rimessione in arbitrato della controversia stessa».
Il bello è che fino a qualche giorno fa le voci messe in giro dalla società erano che l’intesa fosse a un passo dall’essere raggiunta. Mancano solo alcuni dettagli, si diceva. In realtà, che le cose non andavano bene si era capito da tempo. Almeno da quando, diversi mesi fa, era sbarcato personalmente a Roma l’ad del colosso francese Gerard Mestrallet per dire fuori dai denti che gli azionisti di Acea dovevano decidere in fretta e che Suez-Gdf avrebbe lavorato sul mercato italiano con o senza l’utility capitolina. Questo è probabilmente lo scenario che si va prefigurando. È chiaro infatti che mettere in campo l’arbitrato apre un braccio di ferro che punta a sfrattare i francesi dalla società guidata dal Comune di Roma. Non a caso Gdf considera l’abitrato non solo «privo di fondamento», ma anche «dannoso per le attività di Acea» e per i suoi azionisti.
Se è chiaro l’intento, tuttavia, meno certezza c’è sull’esito di una battaglia legale che si preannuncia lunga e senza esclusione di colpi. Nei prossimi giorni si capirà meglio quali sono le posizioni in campo. La palla ora è in mano all’ad Marco Staderini e al presidente Giancarlo Cremonesi, incaricata dal consiglio di avviare l’arbitrato. La controversia riguarda i rapporti di forza nelle jv di AceaElectrabel, dove i francesi controllano la maggioranza della produzione e la minoranza della distribuzione. Inevitabile, dunque, un rimescolamento dei rapporti di forza. Resta da vedere quali contraccolpi la vicenda provocherà sull’azionariato, dove i francesi sono presenti col 10%, Caltagirone col 9% e il Campidoglio col 51%. Uscire adesso, con il titolo crollato rispetto a un paio di anni fa non conviene a nessuno. A complicare un altro po’ la situazione, il rinnovo dei vertici previsto con l’approvazione del bilancio ad aprile.
Il cda di ieri ha inoltre deliberato l’emissione del prestito obbligazionario da 500 milioni di euro della durata di dieci anni, da collocarsi interamente presso Investitori Istituzionali e destinato ad essere quotato sui listini della Borsa del Lussemburgo o Dublino. L’emissione punta a migliorare l’equilibrio tra l’indebitamento a breve e a medio/lungo termine di Acea. In altre parole, ad allungare le scadenze troppo pressanti dell’esposizione finanziaria dell’utility.

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Parte il Palio dell’Abi

Il rito presidenziale è partito. Ieri il comitato esecutivo dell’Abi ha nominato i cinque saggi che dovranno selezionare la rosa di candidati tra cui pescare il prossimo capo dell’associazione. Tra i nomi spiccano quelli di Alessandro Profumo, ad di Unicredit, ed Enrico Salza, presidente del Consiglio di gestione di Intesa. Ma la vera notizia è che non c’è Corrado Faissola. Il che significa che l’attuale presidente è ufficialmente in corsa per agguantare il terzo mandato. Al suo posto ci sono Alessandro Azzi, presidente di Federcasse ed espressione del credito cooperativo, Giovanni Berneschi, presidente di Carige in rappresentanza delle casse di risparmio e Camillo Vanesio, presidente della Banca del Piemonte e portavoce dei piccoli del credito.
L’appuntamento è per luglio (il giorno preciso viene tradizionalmente concordato con Tesoro e Bankitalia). Ma le grandi manovre sono già partite da tempo. In particolare quelle che riguardano Giuseppe Mussari, che sembra destinato ad essere il grande sfidante. La candidatura del presidente di Mps circola con insistenza da qualche settimana. E sul suo nome, stando alle indiscrezioni, starebbero convergendo moltissimi consensi. Tra gli sponsor di Mussari c’è in prima fila il “saggio” Profumo. Un sostegno che ora diviene ancor più scontato, visto che sia nel 2006 che nel 2008 l’ad di Unicredit si oppose con decisione alla nomina di Faissola. Alla prima assemblea evitò addirittura di esprimere il suo voto, alla seconda si astenne. Da tempo il banchiere auspica un rinnovamento nell’associazione di cui quest’anno si farebbe portavoce Mussari. Ma il presidente di Mps può contare anche su altri appoggi eccellenti. Recentemente a suo favore si è espresso Giuseppe Guzzetti, potente ed autorevole presidente dell’Acri nonché della Fondazione Cariplo. Mentre è di qualche giorno fa il progetto lanciato da Francesco Gaetano Caltagirone, azionista di peso e vicepresidente di Mps, di lavorare al fianco di Mussari per far diventare la banca senese il primo istituto di credito a Roma e nel Centro Sud. Non solo, il placet dell’imprenditore romano potrebbe favorire anche quello di cesare Geronzi, di cui Caltagirone sarà alleato prezioso nella prossima battaglia per il rinnovo dei vertici delle Generali. Ma il via libera più importante potrebbe arrivare dal Tesoro. L’avvicinamento tra Mussari e Giulio Tremonti è in corso da tempo. Mps non solo ha raccolto l’appello del ministro dell’Economia su tutti i progetti di sostegno alle famiglie e alle Pmi, ma ha anche sottoscritto senza indugio quei Tremonti bond rifiutati con orgoglio da Intesa e Unicredit. Resta da vedere cosa succederà proprio in Intesa, presieduta dal grande sponsor di Intesa, Giovanni Bazoli. Anche qui le cose potrebbero non essere semplici. Sembra infatti che tra i sostenitori di uno svecchiamento dell’Abi ci sia anche un tale Corrado Passera.

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Alla Corte dei conti si ristrutturano casa grazie al terremoto

La corruzione è un «tumore maligno» contro il quale non ci sono «anticorpi» nella pubblica amministrazione e che con gli anni addirittura sembra peggiorare. Nel 2009 le denunce sono infatti aumentate del 229%. A parlare della necessità di recuperare «senso etico» perché «se non c’è senso etico nell’agire», è stato ieri il presidente della Corte dei Conti Tullio Lazzaro inaugurando l’anno giudiziario, «non bastano mai i giudici, i carabinieri o le altre forze dell’ordine a combattere questo male». Alla malversazione vera e propria si affianca poi tutta quella serie di comportamenti che portano ad «un ingente spreco di risorse pubbliche». Mala gestione della sanità, consulenze fuori legge, derivati che rischiano di indebitare le generazioni future per 20-30 anni. È lungo l’elenco degli esempi di inefficiente gestione della Pa. Ma è anche molto lungo l’elenco delle intercettazioni dell’inchiesta sul G8 che vedono coinvolti magistrati e funzionari della Corte dei Conti. Ed è bizzarro leggerli, con le parole di Lazzaro che rimbombano nella testa. Anche perché allo stato non risulta che alcun provvedimento sia stato preso nei confronti di chi, magari ingiustamente, è stato trascinato nel polverone.
Almeno tre sono i nomi collegati alla magistratura contabile: Antonello Colosimo, Mario Sancetta e Francesco Romeo Recchia.
Il primo, consigliere della Corte dei Conti, viene intercettato più volte nel febbraio del 2008 mentre parla al telefono con Francesco Piscicelli (l’imprenditore arrestato che diceva al cognato di aver riso la notte del terremoto, per intenderci). Il magistrato si offre di mettere in contatto l’imprenditore con alcuni banchieri per rifinanziare debiti in scadenza. E convince Piscicelli che della questione si sta occupando un certo Gallia di banca Intesa. Per confermare le sue entrature nel mondo del credito Colosimo fa anche ascoltare all’imprenditore una sua telefonata con un funzionario di Unicredit, il quale nell’eventualità potrebbe occuparsi della vicenda. Poi assicura di avere rapporti diretti con Passera, facendo addirittura credere a Piscicelli che quando il telefono squilla in sottofondo potrebbe essere l’ad di Intesa. In realtà, alla fine le banche chiederanno a Piscicelli di rientrare dall’esposizione debitoria e l’imprenditore finisce vittima del classico gioco degli equivoci alla Totò e Peppino, con una grottesca confusione tra Gallia di Intesa e Gallia di Bnl. Il tutto sembra però servito a Colosimo per farsi ristrutturare la piscina a prezzo di favore. «La mattina dell’11 febbario», ricostruiscono gli inquirenti, «Piscicelli ricorda a Colosimo di inviargli per fax il preventivo per la ristrutturazione della piscina in modo che possa subito chiamare il geometra Frera per farlo ridurre come importo».
Tutta centrata sulla ristrutturazione è anche l’attività di Sancetta, presidente di sezione della Corte dei Conti, che però affida la gestione dei lavori ad Antonio Di Nardo, dipendente del ministero delle Infrastrutture ritenuto dagli inquirenti vicino al clan dei Casalesi. A fare da tramite tra il magistrato e Di Nardo è l’imprenditore Rocco Lamino. È a lui che Sancetta, che è indagato per concorso in corruzione, riferisce di avere intercesso in favore del costruttore per gli appalti in Abruzzo. Accade così che le conversazioni sui lavori per il terremoto si alternano a quelli per il rifacimento del bagno. Lamino si dà da fare e così Sancetta parla con Angelo Balducci (capo del Consiglio superiore dei lavori pubblici) e gli chiede un appuntamento per, secondo i magistrati, far entrare gli imprenditori nel giro dei lavori post-terremoto.
C’è, infine, Recchia, che della Corte dei Conti è un dirigente. Lui telefona, nel settembre 2009, direttamente a Di Nardo. Con un’utenza della Corte, pagata dai contribuenti. Il suo cruccio principale è che il genio civile rischia di dichiarare inagibile una sua proprietà in provincia di Frosinone per i danni apportati dal terremoto e chiede al funzionario delle Infrasttrutture se può evitargli i sigilli.

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