venerdì 19 febbraio 2010

Tremonti scongiura la tassa per salvare gli operai dell’Alcoa

La situazione, com’era prevedibile, si complica. La buona notizia è che dal Tesoro è arrivato lo stop alla tassa Alcoa, la cattiva è che alla fine gli aumenti rischiano di finire comunque in bolletta, soltanto meglio nascosti.
Ma andiamo con ordine. Ieri, da fonti di Bruxelles, si è appreso che l’Italia ha ufficialmente notificato alla Commissione europea il decreto legge sull’energia per la Sardegna e la Sicilia alla cui sorte è legata anche la vicenda degli stabilimenti italiani della multinazionale americana Alcoa. Nelle stesse ore, però, dal Parlamento è arrivato lo stop alla copertura contenuta in un emendamento al dl attualmente in discussione al Senato.
La modifica, presentata dalla relatrice in commissione Industria a Palazzo Madama, Simona Vicari (Pdl), prevedeva un’addizionale in bolletta dello 0,4% che avrebbe permesso di recuperare i circa 800 milioni necessari di qui al 2012 per coprire lo sgravio concesso alle aziende “energivore” delle grandi isole. Formalmente un centinaio di imprese, ma sostanzialmente gli impianti Alcoa di Portovesme, in Sardegna, che saranno chiusi se il governo non riuscirà ad accontentare la multinazionale sul prezzo dell’elettricità.
Il problema è che in questo modo il salvataggio dell’Alcoa, oltre ad essere caricato sul groppone dei cittadini, sarebbe finito anche su quello della Pubblica amministrazione, che paga l’energia come tutti. Di qui lo stop della Commissione Bilancio, che ha dato via libera al provvedimento a patto, però che non ci siano oneri aggiuntivi per lo Stato e per gli utenti. L’altolà sarebbe arrivato direttamente da Giulio Tremonti, alle prese in questi giorni con l’esborso per gli incentivi di Scajola. Nel pomeriggio di ieri è infatti arrivata la conferma dalla Ragioneria dello Stato che i soldi dovranno essere recuperati in altro modo.
Una bella gatta da pelare per la commissione Industria, che ora dovrà riformulare l’emendamento e far uscire dal cilindro gli 800 milioni.
Il timore è che alla fine i soldi, pur di evitare il dramma sociale provocato dalla fuga della multinazionale americana dell’alluminio, vengano pescati nel solito modo. E cioè sempre in bolletta, ma non attraverso una addizionale, ma attraverso una rimodulazione dei cosiddetti oneri generali di sistema che già paghiamo regolarmente ogni mese. Bisogna ricordare, infatti, che solo il 65,8% è il costo della fornitura in senso stretto. Per il resto, il 13,2% della bolletta riguarda i costi di trasporto e distribuzione, il 13,7% sono imposte e il 7,3% sono gli oneri. All’interno dell’ultima componente, oltre alle spese per la manutenzione della rete, per la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie, per i cosiddetti Cip6 (incentivi a chi utilizza fonti rinnovabili, ma ancora distribuiti a pioggia anche ad imprese che utilizzano solo il greggio), per lo smantellamento delle centrali nucleari (anche ora che stiamo riandando verso l’atomo), ci sono anche i soldi che già in parte finiscono ai cosiddetti energivori come l’Alcoa.
Del resto è proprio da qui che dal 2006 al 2009 sono arrivati i 900 milioni di incentivi poi bocciati dalla Commissione europea ed ora oggetto del braccio di ferro tra il gruppo e il governo.
In ogni caso, alla fine Palazzo Chigi dovrà di nuovo fare i conti con Bruxelles. Al fine di dare certezza giuridica, come vuole Alcoa, agli sconti, la Commissione europea sarà chiamata a valutare l’eventuale presenza, nel decreto energia, di aiuti di Stato e della loro compatibilità con le norme che regolamentano la materia.
I nodi dovrebbero essere sciolti nelle prossime ore. La senatrice Vicari sta ancora lavorando ad una riformulazione «compatibile» con lo stop della Bilancio. Ma non è chiaro dove si troveranno i soldi. Tra le ipotesi c’è anche quella, bizzarra, del mantenimento della tassa in bolletta e di una sorta di rimborso a partire dal 2013. Il provvedimento arriverà in Aula martedì prossimo.

libero-news.it

Acea-Gdf ai ferri corti. Sul tavolo l’arbitrato

Ci risiamo. E il tempo, questa volta, non darà una mano. Le previsioni meteo parlano di freddo e forse pioggia, niente che possa provocare un provvidenziale slittamento del cda dell’Acea, come accaduto la settimana scorsa per l’inconsueta nevicata nella Capitale. Salvo ulteriori imprevisti, insomma, alle 17.30 di oggi pomeriggio i vertici della multiutility romana dovrebbero tornare a riunirsi.
Inutile dire che l’appuntamento si preannuncia infuocato. Soprattutto dopo le indiscrezioni sulla crescente irritazione dei francesi di Suez-Gdf, che da mesi aspettano di sciogliere il nodo della ridefinizione degli equilibri interni alla società controllata dal Comune di Roma.
All’ordine del giorno del consiglio c’è anche il bond da 500 milioni di euro destinato agli investitori istituzionali che dovrebbe avere una durata di dieci anni e sarà quotato in Lussemburgo. Un’emissione che servirà a prolungare la scadenza del debito.
Ma il piatto forte è, ancora una volta, la trattativa con i soci d’Oltralpe, azionisti con il 10% circa e partner nelle joint venture elettriche in AceaElectrabel. Secondo fonti vicine all’azienda è possibile che l’amministratore delegato di Acea, Marco Staderini, porti all’attenzione dei consiglieri il ricorso a un arbitrato internazionale per dirimere il contenzioso con Gdf-Suez. La mossa metterebbe la parola fine alle trattative con i francesi, ma aprirebbe un fronte legale tra le due parti dagli esiti forse ancora più incerti. Il procedimento stragiudiziale dovrebbe avere ad oggetto il mancato rispetto del contratto di esclusiva da parte dei francesi con particolare riguardo alla clausola di concorrenza. Suez-Gdf sarebbe accusata di non aver conferito nelle jv di produzione con Acea tutti contratti di fornitura di energia in Italia. La telenovela continua.

libero-news.it

L’Ecofin chiede altri tagli alla Grecia ma non apre il portafoglio

Trenta giorni di tempo. Con gli occhi puntati alle prossime scadenze del debito, che rischiano di travolgere tutta l’Europa. È questo il verdetto uscito ieri dall’Ecofin per tentare di puntellare la credibilità della Grecia e dell’euro. La tabella di marcia è sostanzialmente quella contenuta nella raccomandazione della Commissione europea, che prevede la riduzione del deficit di quattro punti (dal 12,7% del pil all’8,7%) entro il 2010, per arrivare al 3% entro il 2012. Il primo check point è previsto per il 16 marzo, quando il governo di Atene dovrà presentare il calendario dettagliato degli interventi messi in campo per risanare il bilancio. La verifica concreta sulle “misure urgenti” chieste dalla Ue verrà invece effettuata il 15 maggio.
Fino ad allora, l’Europa resterà col fiato sospeso. Fra aprile e maggio arrivano infatti a scadenza vari lotti di debito governativo che devono essere rifinanziati senza rischi. Non a caso la Commissione Ue ha annunciato che visiterà Atene nei prossimi giorni, insieme al Fondo monetario internazionale e alla Banca centrale europea. Dall’Ecofin e dall’Eurogruppo non sono arrivate indicazioni sulle misure tecniche in corso di preparazione tra i governi per stendere una rete di protezione sulle emissioni obbligazionarie future. Il presidente dell’Eurogruppo Jean Claude Juncker ha detto che i governi «non devono accettare di essere bersaglio dei mercati finanziari». «Sono preoccupato», ha aggiunto, «per il modo di comportamento irrazionale dei mercati». Quanto al gruppo di paesi che in caso di necessità interverrà in aiuto della Grecia, non sarà limitato a Francia e Germania: «Anche altri potranno dare soldi alla Greca per stabilizzare il paese, ma il dibattito su questo non è ancora aperto», ha detto il ministro austriaco Josef Proell. Di sicuro non arriveranno aiuti dalla Russia. Ieri nel corso di un incontro avvenuto al Cremlino, il presidente Dmitri Medvedev ha suggerito al premier greco George Papandreou di rivolgersi all’Fmi e alla Banca mondiale per risolvere il deficit di bilancio.
Intanto in Europa iniziano tutti a farsi due conti. A partire da Francia e Germania, che hanno un’esposizione nei confronti della Grecia rispettivamente di 80 e 35 miliardi di dollari. Sta sicuramente meglio l’Italia, la quale, come ha spiegato ieri Giulio Tremonti, tra pubblico e privato ha sul piatto poco meno di 8 miliardi di dollari (circa 5,5 miliardi di euro). Una cifra comunque considerevole, che però secondo il ministro dell’Economia è invece la dimostrazione di una forza del sistema italiano rispetto agli altri Paesi. «Quando ho detto», ha spiegato da Bruxelles, «che nelle banche italiane non si parlava inglese, era un modo semplice per indicare la caratteristica conservativa delle banche italiane». Un altro aspetto importante per Tremonti è «capire come si è sviluppata nell’ultimo decennio l’esposizione dei Paesi della core Europe, la vecchia Europa, verso quelli della non-core Europe, la nuova Europa. L’esposizione italiana verso quei Paesi è molto bassa», ha sottolineato il ministro. E il nostro sistema ha tenuto perché fondamentalmente basato sul risparmio delle famiglie. «La figura emblematica dell’economia italiana è quella dell’eroica vecchietta con la borsa della spesa che ha salvato il sistema risparmiando e pagando le commissioni alla banche», ha aggiunto Tremonti.
I risparmi delle vecchiette non saranno comunque sufficienti a contenere gli effetti devastanti di un default della Grecia sull’economia mondiale. Complessivamente, secondo i calcoli effettuati dalla Banca internazionale dei regolamenti, i titoli di Stato di Atene collocati all’estero a giugno 2009 erano pari a 280 miliardi di dollari, di cui 235 solo in Europa. Oltre a Francia e Germania trema anche la Svizzera, esposta per quasi 60 miliardi. Ieri, comunque, l’euro è tornato a salire sul dollaro per la prima volta in cinque giorni. Segno che, malgrado la bufera, tra gli investitori è tornato un briciolo di speranza.

libero-news.it

martedì 16 febbraio 2010

Gare pilotate. Tonino sa ma resta zitto

Non poteva non sapere. Questo direbbe Antonio Di Pietro leggendo i verbali delle intercettazioni che lo trascinano nel polverone torbido degli appalti truccati. Nessun coinvolgimento diretto, per carità. Ma il Tonino nazionale compare più volte nei voluminosi faldoni raccolti dalla Procura di Firenze. A tirarlo in ballo in numerose telefonate ad amici e colleghi è il costruttore Vicenzo Di Nardo, che racconta a tutti sconvolto la stessa cosa. «Un imprenditore marchiagiano disse a Di Pietro: “Caro ministro è una vergogna che voi facciate i 150 anni dell’Unità d’Italia così, se vuole le posso fare i nomi e cognomi di chi vincerà gli appalti. Glieli scrivo su un foglio e poi li possiamo confrontare”. E l’ex pm rispose: “Ha ragione è una vergogna, ma non ci posso fare nulla”.»
L’episodio risale al 2007, il 21 novembre per la precisione, quando l’allora ministro delle Infrastrutture partecipò ad un incontro organizzato dall’Ance con gli imprenditori edili per discutere del nuovo codice degli appalti. «Fu una riunione molto tesa e animata», conferma a Libero il presidente dell’Associazione, Paolo Buzzetti, «soprattutto quando presero la parola alcuni nostri iscritti per le domande a Di Pietro».
Due o tre imprenditori, ricorda Buzzetti, che però non è in grado di identificare a memoria, «reclamarono maggiore trasparenza sugli appalti e dissero ad alta voce che intanto sapevamo tutti come sarebbe andata a finire la questione delle opere per i 150 anni». E Di Pietro? «Non ricordo le parole esatte, ma disse: “avete ragione, lo dite a me che ho battagliato per anni contro gli appalti truccati di Tangentopoli?». Il ministro poi, prosegue il presidente dell’Ance, «promise che si sarebbe fatto carico della questione».
È un po’ edulcorata la versione di Buzzetti, ma sostanzialmente conferma le parole di Di Nardo, il quale, di fronte alle assegnazioni, a suo dire illegittime, dei primi appalti per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia racconta l’episodio a moltissime persone. Aggiungendo anche dettagli sul comportamento di chi (fa il nome di Emiliano Cerasi, che poi vinse l’appalto per il teatro Nuovo di Firenze) aveva paura di esserci su quella lista e contestò l’iniziativa del “marchigiano”. La vicenda compare in moltissime chiamate: il 31 dicembre a Paolo di Nardo, a Luigi Di Renzo, a Carlo Lancia (che era presente alla riunione e conferma), a Marco Casamonti (che poi si aggiudicherà uno degli appalti del G8) e a tale Simona; il 2 gennaio ad Andrea Maffei.
Di Nardo contesta le graduatorie il calcolo dei punteggi e insinua che a vincere sono state le offerte meno convenienti, alla faccia delle regole sugli appalti. Il tutto, secondo l’imprenditore, risponde ad una logica prevalentemente spartitoria, in cui «la banda di Rutelli e di Veltroni si è data da fare». Il secondo avrebbero favorito “un romano” nelle gare di Firenze, il primo sempre “un romano” nelle gare di Venezia.
E Di Pietro? Il leader dell’Idv, in effetti, sollevò la questione. Un mese dopo la riunione con l’Ance, il 21 dicembre del 2007, portò all’attenzione del Comitato per i 150 anni, presieduto dall’allora vicepremier Francesco Rutelli, alcune obiezioni sulle procedure d’appalto. Perplessità che il Comitato respinse con decisione essendo, si legge nella relazione istruttoria, il frutto di una «non corretta valutazione» e di una «lettura distorta». Il caso si chiuse lì, senza troppe storie né tanti “che c’azzecca”.

libero-news.it

Il Governatore piccona le banche

Ricordate la commissione di massimo scoperto? L’odiosa tassa sugli interessi passivi che faceva schizzare improvvisamente alle stelle i costi dei conti correnti in rosso? Dopo un lungo braccio di ferro con il mondo bancario, nel gennaio del 2009, una legge dello Stato ne ha vietato l’applicazione. Ebbene, a dodici mesi di distanza in un caso su tre le spese sono addirittura aumentate. Il sospetto, a dire il vero, era venuto a molti. Ieri, dal Forex di Napoli, è arrivata la conferma.
Intervenendo al tradizionale convegno degli intermediari finanziari, Mario Draghi ha diffuso i dati di un’indagine effettuata da Bankitalia sull’82% dei conti correnti offerti alla clientela. Le commissioni, ha spiegato il governatore, hanno visto una riduzione in media, ma «per circa un terzo dei casi l’onere è invece aumentato». Con l’aggravante che è diventato quasi impossibile accorgersene, perché «la varietà di commissioni introdotte in sostituzione ha ridotto il grado di comparabilità del costo dello scoperto di conto».
Di qui la «necessità» di un nuovo intervento legislativo «che superi le incertezze interpretative del precedente». A tale scopo Bankitalia inoltrerà nei prossimi giorni al governo «una proposta organica di disciplina che porti a oneri espressi con chiarezza».
Compito delle banche sarà invece quello di procedere con rapidità a riallineare premi e bonus dei manager con quanto stabilito dal Financial stability board. Già dalle prossime assemble, ha ammonito Draghi, «le relazioni dovranno contenere informazioni esaurienti e dati puntuali circa l’effettivo adeguamento dei contratti e dei sistemi di incentivazione alla normativa». Questo, anche perché «gli utili conseguiti devono essere prioritariamente impiegati nel rafforzamento patrimoniale» previsto dalle nuove regole di Basilea piuttosto che finire nelle tasche dei banchieri. E la guardia deve restare alta, perché la redditività del credito italiano è nettamente peggiorata «di pari passo con il deterioramento della qualità dei loro prestiti». Nei primi nove mesi del 2009 gli utili si sono dimezzati rispetto allo stesso periodo del 2008, mentre il flusso di nuove sofferenze, nel terzo trimestre, ha superato il 3%, valore più elevato degli ultimi dieci anni.
E preoccupante è anche la situazione complessiva del Paese. L’Italia è entrata nella crisi globale con una crescita bassa e ne sta uscendo con lo stesso ritmo di sviluppo, inferiore ai Paesi europei. A zavorrare la ripresa, secondo il governatore, sono la mancanza di riforme strutturali, che «da quindici anni frena la competitività italiana», e la disoccupazione. La forza lavoro «forzatamente inoperosa è elevata e crescente» e finché non ci sarà un’inversione di tendenza «permane il rischio di ripercussioni sui consumi, quindi sul prodotto interno lordo». Draghi è però fiducioso sulla solidità dell’euro, che rappresenta anche una garanzia per il rientro della crisi di Atene. L’Italia dei primi anni Novanta, del resto, era in condizioni economiche «peggiori» di quanto non lo sia attualmente la Grecia, eppure è riuscita ad uscire dalla crisi con le proprie forze.
E in tema di misure di sostegno all’economia il numero uno di Via Nazionale ha invitato le banche ad essere attente nell’esaminare le domande di rientro, al fine di individuare e segnalare operazioni sospettabili di riciclaggio. Cosa che finora è avvenuta in misura troppo «esigua» rispetto alle dimensioni del fenomeno.

libero-news.it

La neve congela i dossier di Acea

La pace con i francesi può attendere. Il consiglio di amministrazione dell’Acea previsto per ieri pomeriggio è slittato al 17 febbraio per motivi tecnici. Alla base del mancato svolgimento ci sarebbero i disagi provocati dal maltempo. Alcuni consiglieri, recita la nota ufficiale dell’azienda, non sarebbero riusciti ad arrivare in tempo nella Capitale, malgrado la riunione fosse stata spostata di qualche ora. Nessuno, ovviamente, poteva prevederlo. A Roma la neve non cadeva da 24 anni. Ma è molto probabile che quando i primi fiocchi sono apparsi nel cielo, in mattinata, qualcuno abbia tirato un sospiro di sollievo. Nel consiglio di amministrazione di ieri, oltre all’emissione di un bond da 500 milioni per allungare la scadenza del debito, si sarebbe anche dovuto discutere della bozza di intesa con i soci francesi di Gdf-Suez. Questione spinosissima che va avanti da mesi e che nelle ultime settimane si è anche intrecciata con le polemiche sulla presunta privatizzazione della società da parte del Comune. Solo qualche ora prima, al termine dell’infuocata riunione di giovedì, il consiglio comunale di Roma aveva dato il via libera all’avvio dell’iter di dismissione delle quote in Acea, di cui ora il Comune detiene il 51%, in adempimento del decreto Ronchi, ma «in un percorso che garantisca al Comune il controllo della società e del servizio idrico» e «in coerenza con le opportunità offerte dal mercato».
Il dossier si sovrappone inevitabilmente a quello del riequilibrio interno con Suez-Gdf (che detiene il 10%). I soci francesi hanno chiesto da tempo di aumentare la propria partecipazione, così come sembra intenzionato a salire ancora il socio forte Francesco Gaetano Caltagirone (di recente passato dall’8 al 9%). Prima di ridisegnare gli assetti societari bisognerà però trovare un accordo sulle partecipazioni nelle società attive nella produzione, nel trading e nella vendita di energia elettrica. Società attualmente gestite dalla joint venture tra Acea e la controllata di Suez-Gdf, Electrabel. Secondo fonti vicine alla società mancherebbero da definire soltanto alcuni dettagli. Ma altri assicurano invece che l’intesa è ancora lontanta. Il rischio, insomma, è che i pochi giorni concessi dalla neve non siano affatti sufficienti. E che i nodi si scioglieranno solo dopo le elezioni regionali.

libero-news.it

Il suocero di Casini si allea con il PdL per allargarsi al Sud

Francesco Gaetano Caltagirone prosegue a testa bassa la sua scalata alle Generali. L’imprenditore romano ha acquistato altre 450mila azioni del colosso delle assicurazioni di cui è già socio con il 2%. Un investimento di 7,3 milioni per consolidare ulteriormente una posizione strategica in vista della delicata partita che si giocherà ad aprile per la presidenza del Leone di Trieste. Una partita in cui Caltagirone, che da mesi rastrella quote sul mercato, è pronto a dare pieno sostegno al grande manovratore di Mediobanca, Cesare Geronzi.
Ma per quanto importante, la sfida delle Generali per Caltagirone sembra essere solo un tassello di un progetto più ampio. Qualche idea in proposito l’Ingegnere l’ha fornita ieri in un lungo colloquio con il Foglio. Riflessioni di economia e politica a poche settimane dalle regionali.
Non è una novità, lo aveva già fatto alla vigilia della sfida elettorale di Roma tra Francesco Rutelli e Gianni Alemanno, invocando una «discontinuità» nell’amministrazione che è stata poi ampiamente certificata dal risultato delle urne. Da allora molte cose sono cambiate. A partire, tanto per dirne una, dal patto di acciaio che l’imprenditore sembra aver stretto con il sindaco in Acea (dove Caltagirone è recentemente salito dall’8 al 9%) contro gli invasori francesi di Gdf-Suez.
Questa volta l’Ingegnere non si schiera platealmente, ma concede più di un’apertura di credito al Cavaliere, sostenendo che dalle regionali in poi Silvio Berlusconi avrà «tre lunghi anni in cui potrà concretizzare le sue idee di riforme per provare davvero a rivoluzionare l’Italia».
Il tutto, ovviamente, funzionerà meglio se nella dialettica politica ci sarà spazio anche per «un partito terzo» che avrà la capacità di «offrire e a volte imporre nel dibattito pubblico nuove idee». Un suggerimento dove ogni riferimento al genero (marito della figlia Azzurra) Pier Ferdinando Casini, inutile dirlo, è puramente casuale. Così come è una coincidenza che l’Udc nel Lazio corra al fianco della candidata del PdL Renata Polverini. E che tra i possibili successori al Cavaliere indicati dall’Ingegnere, oltre a Tremonti e Fini, ci sia proprio l’ex presidente della Camera.
Ma il vero colpo ad effetto sparato ieri da Caltagirone è un altro. L’imprenditore vuole creare una grande banca per Roma e per tutto il Centro-Sud. Una banca qualsiasi? Macché, il Monte dei Paschi di Siena, la roccaforte finanziaria della sinistra, lo storico presidio rosso nel mondo del credito. Il progetto di Caltagirone, che dell’Mps ha il 4,7% ed è vicepresidente, è quello di «diventare il primo istituto di credito non solo romano, ma di tutto il Centro Sud». Ci fosse Piero Fassino, direbbe: «Non abbiamo più una banca». In realtà, l’operazione ha poco a che fare con le battute. Mps non solo, dopo l’acquisizione di Antonveneta, è il terzo polo bancario italiano, ma è anche strategica, con il suo 1,6%, per gli equilibri dei soci italiani in Generali. Come se non bastasse, il suo presidente Giuseppe Mussari è il candidato forte alla successione di Corrado Faissola alla guida della potente Associazione bancaria italiana. Candidato gradito anche al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, con cui collabora da tempo su tutti i progetti di sostegno alle Pmi e alle famiglie. Senza dimenticare che Mps, a differenza di Intesa e Unicredit, ha sottoscritto senza indugio i famosi Tremonti bond.
Tutto, insomma, lascia pensare che quelle dell’Ingegnere non siano parole buttate lì, senza importanza. L’imprenditore ha tracciato i contorni di un quadro nuovo. Uno scenario rivoluzionario per l’economia, la finanza e perché no, la politica italiane, il cui primo passo potrebbe avvenire molto lontano dalla Capitale, a Trieste, per poi però propogarsi a catena nel resto del Paese. Forse è un caso, ma oggi, tra i principali banchieri italiani invitati al prestigioso Forex di Napoli dove si discuterà insieme a Mario Draghi di strategie future, c’è anche un industriale: Francesco Gaetano Caltagirone.

libero-news.it

«Leghisti scimmie vestite». Cazzotti in Aula coi dipietristi

Che il clima della giornata non fosse dei migliori lo si era capito già nel primo pomeriggio, quando tra Simone Baldelli e Mario Pepe, entrambi del Pdl, sono volate un po’ di parolacce su questione procedurali. Secondo Baldelli il collega di partito, con una richiesta di rinvio di voto effettuata la mattina, avrebbe favorito lo scivolone del governo su un emendamento dell’Udc al ddl sul rafforzamento della competitività del settore agroalimentare.
Ma è in serata che l’atmosfera si è fatta incandescente. Stesso provvedimento in discussione. Altro passo falso del governo, che va sotto per la terza volta su una modifica al testo votata da Pd e Udc. È a quel punto che gli animi si sono surriscaldati. In particolare tra i banchi della Lega Nord e dell’Italia dei valori. Motivo del contendere una mostra organizzata di recente dalla regione Piemonte sul darwinismo e l’evoluzione della specie. I leghisti hanno polemizzato dicendo che i soldi spesi per l’organizzazione della mostra potevano essere utilizzati in modo più proficuo. A quel punto il dipietrista Fabio Evangelisti ha risposto che dalle «scimmie nude» si era passati alla fase delle «scimmie vestite», indicando i banchi della Lega come destinatari della sua battuta. Immediata la reazione di alcuni deputati del Carroccio. Il presidente della commissione Bilancio, Giancarlo Giorgetti, è riuscito a bloccare Gianluca Buonanno. Ma Fabio Rainieri è partito e si è diretto verso Evangelisti. I commessi in servizio in aula hanno tentato invano di placcare il leghista. Il quale, però, raggiunto il bersaglio si è invece preso un bel pugno in faccia sferrato da Evangelisti. Subito il presidente di turno Maurizio Lupi ha sospeso la seduta. Il vice capogruppo dell’Idv, Antonio Borghesi, in Transatlantico ha cercato di scaricare il barile, spiegando che sia Rainieri che Buonanno «hanno provocato Evangelisti che si è solo difeso». Non ho mai visto, ha caricato la dose Borghesi, «tanta violenza. I leghisti si sono scagliati contro Evangelisti come un manipolo fascista di vecchia memoria».
«Evangelisti», ha invece spiegato il vice presidente del gruppo della Lega Nord, Luciano Dussin, «nel corso della seduta aveva offeso il ministro dell’Agricoltura Luca Zaia, e poi ci ha provocato chiamandoci scimmie. A quel punto qualcuno dei nostri è scattato per rispondergli per le rime. Ma Rainieri si è preso un bel pugno in faccia». Una terza versione arriva infine dallo stesso Evangelisti. «Non ho dato né preso pugni. Io non mi sono mosso dal mio banco e sono stato vittima di un tentativo di aggressione. Ho chiesto ai questori di acquisire i filmati e di prendere provvedimenti contro gli aggressori», ha raccontato il deputato dell’Idv, spiegando di aver semplicemente sottolineato, dopo il terzo voto contrario al governo, «come un ministro con una dignità si sarebbe dimesso, come dovrebbe fare Zaia». Dalla Lega sarebbero partiti i cori: “Scemo, scemo”. E siccome, ha proseguito Evangelisti, «poco prima c’era stato un intervento di un leghista critico contro la Regione Piemonte per una mostra sulle scimmie, io ho detto: Quando le scimmie escono, ecco che ci sono i cori da stadio».
Ma la tensione dell’aula non si è placata con la sospensione della seduta. «Eccolo lì, uno che mi vuole picchiare», ha detto Evangelisti mentre stava spiegando ai giornalisti, in un corridoio vicino al Transatlantico, la sua versione dei fatti, alla vista del leghista Matteo Brigandì. A quel punto Brigandì si è scagliato contro di lui ma è stato subito bloccato dai colleghi. «Ma che cazzo me ne fotte», è sbottato Brigandì, «dì una parola che ti spacco il culo e non farti più vedere in giro perché appena ti incontro da solo ti spacco la faccia».
Sarà l’ufficio di presidenza di Montecitorio convocato per oggi alle 10 a occuparsi della rissa tra i deputati dell’Idv e della Lega. Lo ha comunicato all’assemblea il vicepresidente Lupi in una brevissima riapertura dei lavori con i commessi schierati in fila lungo i banchi dell’Idv per impedire il contatto con gli altri deputati.

libero-news.it

Senza gli incentivi si venderanno 350mila auto in meno

Può sembrare bizzarro, ma lo stop agli incentivi, tanto invocati nei mesi scorsi, ha riaperto il dialogo tra Fiat e governo. «Una scelta condivisa», così sia Sergio Marchionne che Luca Cordero di Montezemolo hanno commentato il blocco degli aiuti pubblici al settore dell’auto annunciato da Claudio Scajola. «Condividiamo la decisione del governo e le ragioni per cui è stata fatta», ha precisato l’ad del Lingotto, assicurando che col ministro dello Sviluppo economico non c’è alcuna polemica.
Tesi confermata da Scajola, che ha detto di aver lavorato «a stretto contatto con Marchionne e Montezemolo» e in «concordanza di vedute col Lingotto».
Torna l’idillio
Quanto alle ragioni dello stop, il titolare dello Sviluppo ha ribadito la necessità di «tornare alla normalità» chiudendo i rubinetti degli aiuti che «drogano il mercato e lo destabilizzano». Inoltre, ha proseguito il ministro, «tutti i Paesi con cui ci siamo confrontati ragionano in questo modo. Le risorse sono limitate e le dedicheremo ad altri settori che soffrono la crisi e hanno bisogno di una spinta».
È tornato l’idillio? Solo in parte. Sottotraccia viaggiano ancora le tensioni dei giorni scorsi. «La Fiat è un pilastro del sistema industriale del Paese» , ha riconosciuto Scajola, «merito della sua capacità di innovare il prodotto, ma anche della considerazione e dell’appoggio che ha sempre avuto dai governi di questa Repubblica». Anche l’accordo con Chrysler, ha proseguito il ministro tanto per riprendere la polemica con Montezemolo sul sostegno pubblico al Lingotto, «è stato raggiunto per merito del suo management, dei suoi lavoratori, dei suoi prodotti e anche grazie all’appoggio, nel tempo, del governo».
Vendite giù del 16%
E le punture non mancano neanche sull’altro fronte. «Accettiamo quello che ha detto il ministro», ha detto l’ad della Fiat con una punta di sarcasmo, «lavoriamo sul mercato, andiamo fuori dall’Italia, stiamo lavorando dappertutto». Anche sul rischio di aumento della cassa integrazione il manager non usa mezzi termini: «Ci dovrà essere per forza, ma la gestiremo. L’ho già detto altre volte». Del resto, ci ha tenuto a sottolineare Marchionne, lo stop agli incentivi significa per il 2010 «350mila auto vendute in meno», con un calo del 16% rispetto alle 2.150.000 vendute nel 2009.
Il sostegno di Emma
Detto questo, il manager ha voluto rassicurare i lavoratori e il governo sul fatto che «nessun’altra fabbrica è in pericolo». Mentre su Termini Imerese il Lingotto ha smentito qualsiasi tentativo di ostacolare altri soggetti. «Siamo disposti ad ascoltare tutti, non abbiamo chiuso la porta a nessuno», ha spiegato Marchionne, «ma fino adesso non ho visto niente». L’ad ha poi aggiunto che la «soluzione si sta cercando con tutte le istituzioni». Lo stesso Scajola ha confermato che «a breve la Fiat, con una lettera, metterà nella piena disposizione lo stabilimento di Termini Imerese perché possa avere uno sviluppo industriale».
Si dice convinta che la Fiat farà la sua parte anche Emma Marcegaglia. «La sfida americana e globale della Fiat va compresa e aiutata. C’è un problema su Termini Imerese», ha detto la presidente di Confindustria, che ha condiviso la scelta del governo sugli incentivi, «ma l’azienda se ne farà carico per prima per risolverlo». Guai, ha poi aggiunto la Marcegaglia, «a bloccare le ristrutturazioni aziendali, perché vorrebbe dire tenere in vita stabilimenti non produttivi».
Intanto il governo russo ha annunciato che il premier Vladimir Putin siglerà oggi a Naberezhnye Chelny un accordo ufficiale che prevede la creazione di una joint venture tra Fiat e Sollers per la produzione di 500mila auto l’anno. L’accordo ha un valore di 2,4 miliardi di dollari e prevede la realizzazione di 9 modelli sulla base della piattaforma Fiat-Chrysler.

libero-news.it

mercoledì 10 febbraio 2010

Cancellati gli incentivi all’auto. Fiat e governo felici. Operai no

Termini Imerese ripartirà con l’auto a pile. È ancora presto per dire l’ultima parola, ma tutto, sembra andare in questa direzione. A partire dall’annuncio di Claudio Scajola che nel pacchetto incentivi non ci sarà posto per gli aiuti all’auto, tranne quelli destinati alla innovazione e alla ricerca. «Credo sia opportuno pensare ad altri settori che hanno bisogno di essere spinti», ha dichiarato il ministro da San Sebastian Tra questi il ministro ha ricordato il tessile, gli elettrodomestici, delle macchine agricole. È lì, al vertice spagnolo dei ministri dell’Industria europei, che l’ipotesi avrebbe fatto passi avanti. Ma l’idea di trasformare lo stabilimento in un centro per la produzione di tecnologia e vetture a emissioni zero cammina sottotraccia da un bel po’. Non è un caso che ieri la giunta siciliana guidata da Raffaele Lombardo abbia deciso, accanto all’investimento di 350 milioni, di vincolare l’aera in cui sorge la fabbrica della Fiat alla produzione automobilistica. Uno schiaffo al possibile arrivo di colossi come Ikea o Auchan che non avrebbe senso in mancanza di progetti alternativi e rassicurazioni governative. Del resto, al ministero dello Sviluppo tra le proposte c’è anche quella del finanziere siciliano Simone Cimino, presidente del fondo Cape Natixis. Cimino vorrebbe rilevare lo stabilimento, con la casa automobilistica indiana Reva, per farne un centro di assemblaggio di vetture elettriche di piccole dimensioni, creando oltre 3mila posti di lavoro ed assorbendo dunque i 2.200 addetti di Fiat e delle aziende dell’indotto. La proposta è stata presentata dalla Cape Sgr Spa, il fondo costituito quattro anni fa da Cimino con la Regione siciliana, che ne detiene il 49%. Se non bastasse, bisogna ricordare che il finanziere è cugino dell’assessore regionale Michele Cimino, vicino al plenipotenziario per il Sud del Pdl Gianfranco Micciché che, coincidenza, ha il suo collegio elettorale proprio a Termini. Sempre ieri, inoltre, il governatore Lombardo ha presentato la Maranello, un’auto elettrica prodotta dalla Effedi (che ha avuto da Ferrari il via libera all’utilizzo del marchio) nei suoi impianti di Carini, venduta nel comune di Antibes in Francia e in alcune città italiane, ma non nell’isola perché manca la rete di distribuzione per questo tipo di vetture. Il quadro sarebbe perfettamente compatibile con lo stop agli incentivi. L’auto elettrica potrebbe infatti usufruire delle risorse pubbliche destinate all’innovazione e alla ricerca. È stato lo stesso Scajola a parlare dell’ipotesi come di una «una soluzione possibile» per Termini. Il ministro avrebbe anche raccolto in Spagna la disponibilità della Renault a partecipare al progetto. I francesi hanno in programma di proporsi sul mercato già nel 2011 e di mettere in piedi un polo per lo sviluppo delle tecnologie per le batterie elettriche necessarie all’alimentazione dei veicoli. Sarebbe questo il settore in cui l’Italia potrebbe proporsi per sviluppare una collaborazione.

libero-news.it