mercoledì 10 febbraio 2010

Al governo non piace lo spezzatino Eni

No allo spezzatino, sì alla società delle reti. Non si placa il dibattito sul futuro dell’Eni, all’indomani dell’accordo con l’Antitrust Ue che prevede la cessione da parte del Cane a sei zampe dei tre gasdotti europei. Il sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia, ha definito ieri «un errore industriale» la separazione caldeggiata dal fondo Knight Vinke tra il settore petrolifero e quello del gas. Ipotesi che, secondo l’esponente del Pdl, risponderebbero ad una logica da «fondo speculativo» e non farebbero gli interessi degli azionisti.Discorso diverso quello della rete. Saglia non ha infatti escluso l’ipotesi di una società che gestisca i tubi, magari «una public company». Scenario non incompatibile con la vendita dell’infrastruttura Eni che porta il gas dalla Russia all’Italia (il Tag) alla Cassa depositi e prestiti di cui si è parlato molto nei giorni scorsi. Ipotesi confermata ieri anche da Alberto Meomartini. Il presidente di Snam rete gas ha infatti escluso un ruolo della società che gestisce l’infrastruttura italiana nell’operazione europea. «Bisogna chiedere a Eni», ha spiegato, «ma non mi sembra che si stia andando nella direzione di una cessione dei gasdotti a Snam». L’operazione, del resto, ha già ricevuto il consenso di Franco Bassanini, il quale si è detto disponibile all’investimento. Lo stesso presidente della Cdp ha però precisato che prima di fare qualsiasi passo la Cassa dovrà valutare attentamente il valore dei diritti di utilizzo e degli accordi tra l’Eni e la società di gestione del gasdotto. Un tema delicato, visto che in capo al Cane a sei zampe restano tutti i diritti di passaggio precedentemente detenuti. Il gruppo guidato da Paolo Scaroni cederà infatti una quota dell’89% della società che controlla il gasdotto e non potrà più decidere chi accederà alla rete, ma manterrà inalterata la possibilità di far passare il suo gas. Il rischio, dunque, per Bassanini è quello di far spendere al Tesoro e alle Fondazioni azioniste della Cassa 700 milioni (questa la cifra di cui si è parlato) per dei tubi posseduti solo sulla carta.E analoghe valutazioni dovranno essere fatte anche sul versante delle tlc, qualora il governo decidesse di far giocare alla Cdp il ruolo di grande gestore della rete a partecipazione pubblico-privata. Eventualità che potrebbe verificarsi prima del previsto. Ieri il quotidiano brasiliano O Globo ha rilanciato l’ipotesi della fusione Telecom-Telefonica, sostenendo che le nozze sono molto vicine. La scadenza indicata dal giornale sudamericano sarebbe la fine del mese o i primi di marzo, dopo i cda di bilancio delle due aziende (il 25 febbraio Telecom, il 26 Telefonica). «Non c’è alcuna accelerazione», indicano fonti finanziarie, che ribadiscono quanto emerso una settimana fa: l’operazione, se si farà, dovrà attendere l’esito delle elezioni regionali (28 marzo) e della la partita per il rinnovo del vertice delle Generali (l’assemblea è il 24 aprile), nella quale saranno impegnati gli azionisti italiani di Telco (Mediobanca, il Leone, Intesa Sanpaolo). La fusione con gli spagnoli «è un problema che dev’essere affrontato tenendo presente che l’Italia è un paese democratico, con libera iniziativa economica, dove ogni impresa ha la libertà di muoversi», ha osservato il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola ribadendo quanto già detto la settimana scorsa da Silvio Berlusconi. L’ipotesi ha comunque infiammato le Borse. Le azioni Telecom, dopo aver toccato un massimo a 1,108 euro con rialzi superiori al 4%, hanno terminato la seduta in crescita del 3,05% a 1,082 euro.

libero-news.it

Anche Scajola rifà i conti di Montezemolo

Silvio Berlusconi assicura che i posti di lavoro saranno «salvaguardati», ma il dialogo tra governo e Lingotto prosegue ad armi spianate. Ad aprire la giornata di ieri un intervento di Luca Cordero Montezemolo che sembrava teso a smorzare i toni dopo gli scambi di battute al vetriolo di giovedì. Tra Fiat e Palazzo Chigi, spiega il presidente della casa automobilistica in mattinata, «c’è un rapporto molto chiaro e molto positivo, di dialogo e di confronto, così come deve essere». E ancora: «Le scelte industriali che servono a mantenere competitive un’azienda non potranno essere disgiunte dal problema di farsi carico delle famiglie e delle persone». Il presidente garantisce poi che la Fiat «è e rimane italiana». «Non solo perché è l'unica azienda il cui nome è Fabbrica italiana auto Torino», aggiunge, «ma anche perché da quando sono presidente e Marchionne è amministratore delegato, cioè dalla metà del 2004, abbiamo investito nel mondo 25 miliardi e in Italia oltre 16. Oltre due terzi sono stati investiti in Italia e intendiamo andare avanti su questa strada». Ma dietro alle aperture, rispuntano le frizioni. Montezemolo ci tiene infatti a ribadire che il gruppo da quando c’è lui «non ha mai ricevuto un euro dallo Stato». Quanto al peso degli incentivi sull’azienda, spiega, «ho visto delle cifre che dicono che sono andati per il 70 per cento alle aziende straniere, solo il 30 per cento alla Fiat. Quindi credo che dobbiamo uscire da un approccio demagogico e guardare alla realtà così com’è».La prima reazione arriva da Roberto Calderoli. «Se la dichiarazione di Montezemolo sul fatto che la Fiat non ha preso un euro», replica il ministro della Semplificazione, «è una barzelletta, allora non fa proprio ridere. Se invece Montezemolo non scherza e parla sul serio, allora la faccenda assume contorni sanitari...». E non si fa attendere troppo neanche la risposta di Claudio Scajola, impegnato tra l’altro durante la giornata nel vertice con sindacati e Fiat per sciogliere i nodi su Termini Imerese. «La Fiat ha saputo crescere in Italia e nel mondo con le sue capacità», dice il ministro dello Sviluppo in serata, «ma anche con l’aiuto dei governi italiani e degli italiani». Al di là delle polemiche, ieri il ministro ha cercato di dare un colpo di acceleratore sul salvataggio di termini Imerese. «È tutto nelle sue mani», ha spiegato Silvio Berlusconi, aggiungendo che «il governo farà di tutto per salvaguardare l’occupazione». Al tavolo tecnico Fiat avrebbe confermato l’intenzione di dismettere lo stabilimento, ma non le tecnologie. È escluso insomma che il Lingotto possa mettersi a fare altre cose che non siano automotive e che possa mettere soldi per il disimpegno di Termini Imerese. Piuttosto, avrebbero detto i rappresentanti della Fiat, meglio cedere la fabbrica “a zero lire”. E dalla casa di Torino sarebbe arrivato anche un rifiuto all’ipotesi di 6 mesi di incentivi, perché non garantirebbe continuità, come invece in Francia dove sono stati garantiti 18 mesi.Il ministero ha comunque nominato Invitalia advisor per esaminare le proposte alternative per il polo industriale palermitano. Intanto, la giunta regionale della Sicilia approverà lunedì un provvedimento per formalizzare una proposta su Termini che sarà poi trasmessa al governo. Soluzioni concrete, per ora, non ce ne sono, anche se sono state confermate le sette manifestazioni di interesse.Al tavolo, che è stato aggiornato al 5 marzo, la Fiat avrebbe anche presentato i numeri dell’impatto sociale della chiusura dello stabilimento. Circa 806 operai dei 1.658 dipendenti della fabbrica siciliana potrebbero accedere alla mobilità con pensione.

libero-news.it

venerdì 5 febbraio 2010

Aggirato l’ultimatum di Bruxelles: Eni vende i tubi ma si tiene la gestione

Calcolatrice alla mano, la soluzione non fa una grinza. L’Eni evita una multa che sarebbe potuta schizzare fino a 1,5 miliardi e ne guadagna altrettanti attraverso la dismissione di asset. Anche gli americani del fondo Knight Vinke, che da mesi sostengono la necessità di una separazione più netta tra produzione e distribuzione, dovrebbero essere soddisfatti. Eppure, fino all’ultimo il Cane a sei zampe (ma anche il governo) ha battagliato per evitare l’inevitabile. Che il gasdotto “strategico” Tag, che viaggia dalla Russia, attraverso l’Austria, fino all’Italia, fosse destinato ad essere ceduto, con tutta probabilità alla Cdp, lo scrivemmo su queste pagine il 3 di settembre, quando Paolo Scaroni ancora escludeva con decisione l’ipotesi. Ieri, da Bruxelles, è arrivata l’ufficializzazione. L’infrastruttura, ha spiegato l’ad durante una conferenza stampa congiunta con il commissario Ue Antitrust, Neelie Kroes, sarà venduta alla Cassa depositi e prestiti. I dettagli sono ancora tutti da verificare, ma è chiaro che il tentativo è quello di cedere i tubi senza lasciare che finiscano in mano straniera. Per ottenere il via libera della Ue, che punta progressivamente alla realizzazione di una rete internazionale indipendente, Scaroni dovrà invece lasciare in pasto al mercato le quote di Eni nel gasdotto Tnp (che attraverso la Germania porta in Italia il gas dall’Olanda) e Transitgas (che collega l’Italia alla Germania via Svizzera). In questo caso ci sarà un diritto di prelazione rispettivamente in capo alla tedesca E.On e alla Suisse Gas.
«Una scelta dolorosa, ma fatta nell’interesse degli azionisti», ha ammesso l’ad dell’Eni. In realtà, l’operazione non è neanche così dolorosa. «Quello che ci avrebbe fatto veramente male», ha spiegato Scaroni, «sarebbe stato essere costretti a vendere i diritti di trasporto sui tre gasdotti che invece manteniamo». Era questo in effetti il vero timore del Cane a sei zampe: che Bruxelles costringesse il gruppo a cedere il controllo effettivo dell’infrastruttura. Non è così, per ora. L’Antitrust ha accettato la proposta dell’Eni, ma si riserva fino ad aprile per chiudere l’istruttoria. A quel punto Scaroni dovrà vedersela col nuovo commissario Joaquin Almunia. E non è detto che sia un bene.

libero-news.it

Silvio testimone di nozze per Telecom

Evviva il libero mercato. Il governo non metterà bocca nell’affaire Telecom-Telefonica. Parola di Silvio Berlusconi. Dopo settimane di indiscrezioni, rumors e smentite, sulla possibile opzione spagnola per il gruppo di tlc scende in campo il presidente del Consiglio. E non per ventilare paletti, vincoli, condizioni. Ma per dare un sostanziale via libera all’operazione che potrebbe far finire i telefoni italiani nell’orbita madrilena. «Per quanto riguarda la sostanza di qualche proposta, ricordo che siamo un governo liberale e viviamo, e crediamo sia giusto così, in un’economia di mercato», ha detto Berlusconi. Il Cavaliere ha confermato, tuttavia, di non aver ancora ricevuto «nessuna proposta, nessun progetto». Il che lascerebbe pensare che per entrare nel vivo delle trattative ci sia ancora tempo. Soprattutto per quelle che inevitabilmente vedranno coinvolte anche le diplomazie politiche dei due Paesi. Le parole del premier hanno messo il turbo al titolo. Poi, però, si è lasciato coinvolgere dal pessimismo generale del mercato, perdendo l’1,81%.
Rispetto a tre giorni (quando Palazzo Chigi ha smentito di aver dato il via libera a un’offerta pubblica di scambio di Telefonica su Telecom) ci sono senza dubbio significativi passi avanti. Ma il nodo della rete è ancora tutto da sciogliere. Il governo anche mercoledì ha ribadito di ritenere strategica per il Paese la rete fissa di Telecom Italia. E ieri dalla Camera sono arrivate le parole di Luigi Casero, che ha chiarito quali saranno i tempi della politica rispetto a quelli del mercato. La golden share che il governo ha nei confronti delle decisioni strategiche di Telecom, ha detto il sottosegretario all’Economia, rispondendo in aula ad una interrogazione, potrà essere attivata «dopo le determinazioni delle società. Solo in tale fase il Tesoro potrà valutare, d’intesa con lo Sviluppo economico, se esercitare i poteri speciali». Poteri contenuti nello statuto della società e quindi inattaccabili anche da parte della Ue. Nel dettaglio, il ministero ha «il potere di veto in relazione al concreto pregiudizio arrecato agli interessi vitali dello Stato, alle delibere di scioglimento della società, di trasferimento dell’azienda, di fusione, di scissione, di trasferimento della sede all’estero, di mutamento dell’oggetto sociale, di modifica dello statuto». In altre parole, Telecom non si può muovere senza il placet di Via XX Settembre. Ma neanche senza l’ok di Claudio Scajola. Per quanto riguarda la necessità di assicurare la continuità di investimenti sulla rete, l’attività di ricerca e il mantenimento dei livelli occupazionali, ha infatti proseguito Casero, «c’è l’esclusiva competenza degli azionisti, nonché sotto l’aspetto politico e strutturale, del ministero dello Sviluppo». Il sottosegretario ha quindi ricordato la posizione di Claudio Scajola che, oltre a confermare che «le operazioni sulla fusione diffuse dalla stampa sono prive di fondamento, condivide che la rete Telecom sia un asset strategico per l’Italia e per il suo sviluppo futuro». Proprio ieri il ministro dello Sviluppo ha avuto un incontro di 40 minuti con l’ad Franco Bernabé. Vertice dal quale sarebbe però uscita soltanto la garanzia da parte dell’azienda di un filo diretto col governo.
Difficile prevedere quali saranno le prossime mosse. Di sicuro le banche azioniste di Telecom - Intesa e Mediobanca - vogliono dismettere le loro partecipazioni che da inizio 2007 hanno dimezzato il loro valore. Sul Corriere della Sera - quotidiano che ha tra i soci anche i due istituti - è stata ventilata l’ipotesi di uno scambio tra Italia e Spagna basato sull’acquisto di Abertis da parte dei Benetton e di Telecom da parte di Telefonica. In questo modo, suggeriva l’articolo, Berlusconi, che si è battuto per impedire la vendita di Alitalia agli stranieri di Air France, potrebbe rendere più accettabile la perdita del controllo italiano sull’ex monopolista dei telefoni. Il governo spagnolo, inoltre, non potrebbe più lamentare la mancanza di reciprocità, dopo che Enel si è aggiudicato Endesa e la stessa Telecinco, la televisione Prisa Cuatro .

libero-news.it

Pronti gli incentivi auto per salvare Termini. Marchionne non ci sta

Diventa sempre più puntuto il confronto tra il Lingotto e Palazzo Chigi. La minaccia, neanche troppo velata, di chiudere i rubinetti degli incentivi auto se la Fiat non collaborerà su Termini Imerese ha provocato ieri la sortita di Sergio Marchionne, affidata alle pagine “amiche” della Stampa. «Sono agnostico sugli incentivi: il governo faccia la sua scelta e noi la accetteremo senza drammi», si legge nell’intervista all’ad della Fiat, «ma abbiamo bisogno di decisioni in tempi brevi e di uscire dall’incertezza, poi saremo in grado di gestire il mercato e la situazione qualunque essa sia». Non si fa attendere la risposta, piccata, del premier. «Stiamo esaminando la possibilità di erogare incentivi al settore automobilistico», dice Silvio Berlusconi durante la conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri, ma «pare che il principale produttore di auto italiano, la Fiat, non sia interessato ad averli».
Insomma, alla vigilia dell’incontro cruciale tra governo, azienda e sindacati, che oggi dovrebbe sciogliere i nodi su Termini Imerese, al dialogo si sostituisce lo scontro. «Bisogna avere il coraggio», rincara la dose il presidente del Senato, Renato Schifani, «di dire basta ad elargizioni statali se non vengono salvaguardati i posti di lavoro e i presidi industriali». La chiusura di Termini Imerese, prosegue il numero uno di Palazzo Madama, «sarebbe un fatto scellerato». Ancora più esplicito il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli: la Fiat «ha preso i soldi e ora scappa».
A stretto giro arriva la controreplica di Marchionne. Più che «palliativi», è il pensiero che il manager affida ad una nota stampa, serve una «forte seria politica industriale per l’auto». Perché «rinnovare i bonus non farebbe altro che rimandare il problema alla prossima scadenza». Poi Marchionne va oltre, sottolineando che «l’eventuale scelta del governo di non rinnovarli ci trova pienamente d’accordo». Secondo il numero uno del Lingotto, «come già ufficialmente detto la scorsa settimana comunicando le previsioni sui risultati del gruppo per il 2010, la Fiat è in grado di gestire la situazione, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista industriale, anche nello scenario più pessimistico». Resta inteso, o sottinteso, che nello scenario pessimistico il governo può anche dire addio al surplus di produzione in Italia e al salvataggio degli impianti non competitivi come Termini.
Al fianco del Lingotto scende in campo Emma Marcegaglia. «Mi pare», dice la presidente di Confindustria, «che la posizione di Marchionne sia quella di una richiesta di stabilità e di certezza». Il problema, continua la Marcegaglia tentando di riportare il ragionamento sulle questioni concrete, «non è tenere in piedi stabilimenti non efficienti. Il problema serio, sul quale dobbiamo tutti lavorare, è reimpiegare le persone che rischiano di perdere il posto di lavoro». Ed è su questo, secondo il leader di Viale dell’Astronomia, che «serve l'impegno di Fiat, serve l’impegno nostro e serve l’impegno del governo e mi pare che ci siano proposte su cui si sta ragionando». In ogni caso, dice ancora, legare la chiusura di Termini Imerese all’erogazione o meno di incentivi «non risolve realmente» la situazione in atto. Diversa l’opinione delle piccole imprese. «Gli incentivi devono essere necessariamente legati a delle garanzie», dice il presidente di Confapi, Paolo Galassi, aggiungendo che «è l’azienda che resta in Italia e che si impegna per il bene del Paese che va sostenuta, non quella che porta produzione e occupazione all’estero». Sul fronte degli aiuti, prosegue Galassi, «lo Stato in un certo senso dovrebbe agire da imprenditore e premiare solo quelle imprese che rappresentano un buon investimento, che apportano cioè un contributo economico-sociale al paese che le nutre».

libero-news.it

Sacconi mette al muro Alcoa

Il governo sembra sul punto di perdere la pazienza. Anzi, secondo quanto raccontano le cronache del vertice notturno di martedì a Palazzo Chigi l’avrebbe già persa. «Non potete fare come c... vi pare», avrebbe detto Maurizio Sacconi rivolto ai manager dell’Alcoa sbattendo i pugni sul tavolo, «se fate come c... vi pare, allora anche noi faremo come c... ci pare e ve la faremo pagare». Al di là degli sfoghi del ministro del Welfare, dovuti sicuramente all’ora tarda e alla stanchezza, la corda appare effettivamente tirata fino al punto di rottura.
Il concetto è stato ribadito ufficialmente nella mattinata di ieri da Claudio Scajola. «Una cosa deve essere chiara», ha spiegato il ministro dello Sviluppo economico, «il governo non permetterà una decisione unilaterale. Alcoa si prenderà tutte le conseguenze di una scelta improvvida». E quel “pagare” tirato in ballo da Sacconi non è affatto metaforico. Se la multinazionale, ha aggiunto Scajola, «avendo ottenuto quello che voleva, andasse via, non lo farà gratuitamente». Tra le contromisure vagliate dal governo per convincere il colosso Usa dell’acciaio a non chiudere gli impianti di Portovesme in Sardegna e Fusina in Veneto c’è infatti anche quella di pretendere dal gruppo il pagamento della sanzione di Bruxelles.
Come spiega il leader dei metalmeccanici della Uil, Mario Ghini, «la fideiussione, firmata anni fa da Alcoa per ottenere le tariffe agevolate, ora pende sulla testa dell’azienda». Si tratta di poco meno di 300 milioni che il governo «può chiedere di incassare in qualsiasi momento su mandato di Bruxelles». Che l’ipotesi sia sul tavolo lo conferma anche Renato Brunetta. «Alcoa deve pagare una multa da 300 milioni e ancora non lo ha fatto, mentre sono esigibili e qui mi fermo...», ha detto il ministro della Pa. «Non lasceremo chiudere gli impianti», ha poi aggiunto, «abbiamo la determinazione politica e gli strumenti». Tra gli strumenti di persuasione non c’è solo quello economico. «Saremo al fianco del governo», ha detto il presidente della Regione, Ugo Cappellacci, «per porre in essere tutte le iniziative, fino alla requisizione degli impianti». La situazione non dovrebbe comunque precipitare prima di lunedì, quando sindacati, azienda e governo torneranno a incontrarsi.
Nel frattempo sale la tensione in vista dell’incontro di domani per la vertenza Fiat. Anche qui Palazzo Chigi ha intensificato la pressione. «Nell’ambito del piano di riorganizzazione di Fiat per la produzione in Italia», ha detto Scajola fuori dai denti, «per il governo c’è spazio anche per Termini Imerese». Un chiaro invito a rivedere la decisione di interrompere la produzione nello stabilimento siciliano dal 2011. Se poi il Lingotto non dovesse tornare sui propri passi, ha proseguito, «ci sarà un tavolo per lavorare ad una diversa indicazione industriale che eviti la chiusura di questo polo importante per l’Italia e la Sicilia». Ma a quel punto, potrebbero saltare gli incentivi. «Stiamo valutando», ha spiegato il ministro, «se siano ancora utili o un fenomeno distorsivo del mercato». Sacconi si è comunque detto pronto ad «accompagnare con gli ammortizzatori sociali il lavoro di Scajola». I sindacati, intanto, proseguono la protesta. Ieri a 24 ore dalla riapertura degli impianti i lavoratori hanno deciso di stoppare di nuovo la produzione di Termini con l’ennesimo sciopero.
Mentre si lotta nelle due vertenze, una buona notizia è arrivata dall’Inps, che ieri ha diffuso i dati sulla cassa integrazione a gennaio. Il mese si è chiuso con un -17% rispetto a dicembre. E malgrado il confronto sul 2008 sia ancora impietoso (+186,6%), l’Istituto ha spiegato che nel 2009 le ore utilizzate hanno rappresentato il 56% di quelle richieste ed autorizzate. Una percentuale che non solo rispecchia il timore delle imprese per la crisi, ma riporta anche a dimensioni meno preoccupanti le drammatiche statistiche dei mesi scorsi.

libero-news.it

Gli Agnelli guadagnano pure con la recessione

Si può guadagnare con la crisi? A giudicare dai risultati di Exor si direbbe proprio di sì. La holding della famiglia Agnelli ha in pancia attività, al netto dei debiti, per 5,33 miliardi, quando in Borsa ne capitalizza solo 2,48. Il titolo dunque è a sconto del 53% sulla somma delle sue parti. Ma la notizia più succosa è che tra qualche mese la finanziaria incasserà maxi cedole per quasi 100 milioni. Una liquidità che farebbe gola a molti imprenditori, con la recessione che impazza.
Il trucco, del resto, non è poi così complicato. Basta vedere quello che è successo col Lingotto. La Fiat ha chiuso il 2009 con una perdita netta di 848 milioni di euro, a fronte degli 1,721 miliardi di utile record registrati nel 2008. Anche i ricavi sono andati male, in calo del 15,9%. Eppure, il dividendo è arrivato lo stesso. E non qualche bruscolino, ma 244 milioni di euro. Una scelta, ha spiegato l’ad Sergio Marchionne, «per ridare fiducia agli azionisti». Ma soprattutto per ridare 70 milioni di cedola alla holding di famiglia, la Exor appunto.
E dopo l’inatteso dividendo di Fiat (di cui la finanziaria possiede il 30% del capitale ordinario), è arrivata anche l’extra cedola di Banca Leonardo, di cui Exor possiede il 9,7%. Anche qui non si scherza. La banca guidata da Gerardo Braggiotti ha annunciato dividendi per 280 milioni di euro. Facendo due calcoli la finanziaria che controlla la Fiat incasserà 26,9 milioni. Sommando i 70 milioni ecco i 96,9 milioni di liquidità che finiranno nelle casse degli Agnelli. La cifra non solo è di tutto rispetto in un anno di recessione nera ma è anche decisamente maggiore degli 84 milioni di dividendi che la stessa holding aveva distribuito ai suoi azionisti l’anno scorso.
Tra questi c’è anche il salotto buono di Piazzetta Cuccia. In una nota inviata ai propri clienti, Mediobanca (che ha il 4% di Exor) spiega che anche una cedola pari a quella dell’anno passato significa un rendimento del 2,6% per le azioni ordinarie e di oltre il 5% per le risparmio e le privilegiate.
Come se non bastasse nel weekend sono arrivate buone notizie anche dalla controllata Alpitour che ha chiuso l’anno con un utile di 4,1 milioni di euro, superiore ai 3 milioni attesi dagli analisti. La Exor guidata da John Elkann, d’altra parte, non accetta scartine nel capitale. La partecipazione di gran lunga più importante è il 30% di Fiat, che a prezzo di Borsa vale 3,233 miliardi, ovvero il 60% di tutto il portafoglio della holding.
Ma anche il resto luccica. Dopo Fiat, la seconda partecipazione per importanza è il 15% della svizzera Sgs (ai prezzi di Borsa vale 1 miliardo), società specializzata in certificazione e consulenza aziendale, che da sola pesa per il 20,4% degli asset. Tra le altre attività quotate troviamo lo 0,6% di Intesa, pari a 194 milioni, e il 26% di Sequana, holding francese che vale 392 milioni. Ma soprattutto il 60% della Juventus, che al di là dei 106,2 milioni di capitalizzazione, è l’unica vera delusione di Jaki Elkann. L’erede degli Agnelli rinuncerebbe forse a un po’ di dividendi per qualche gol in più della Vecchia Signora.
Alla lunga lista di partecipazioni in società quotate, si aggiungono quelle in società non quotate. Fuori dal listino, ad esempio, c’è Cushman & Wakefield, società americana di servizi immobiliari di cui Exor possiede il 71,8%, quota valutata 461 milioni (8,6% del Nav). Ieri il gruppo, ha comunicato la nomina ad amministratore delegato di Glenn Rufrano, che assumerà le funzioni operative a partire dal 22 marzo, al termine dei suoi attuali impegni in qualità di ad di Centro Properties Group. Rufrano, che lavorerà a New York, succede a Bruce Mosler, che il primo gennaio ha assunto la carica di co-presidente di Cushman & Wakefield. Sommando le attività quotate e quelle non quotate, si arriva a quel 53% in più di quanto quota oggi Exor in Borsa (ieri il titolo ha chiuso in ribasso dell’1,6% a 11,7 euro).
E mentre i soci contano i dividendi, ieri al tribunale di Milano è andata in scena la prima arringa difensiva nell’ambito del processo per l’equity swap di Ifil-Exor. «Siamo un Paese strano: le persone si comportano bene e noi cosa facciamo? Un processo. Anzi due». Con queste parole l’avvocato Marco Ferrero ha chiesto l’assoluzione di Gianluigi Gabetti. La causa è stata aggiornata al 25 febbraio quando interverranno gli altri difensori.

libero-news.it

Lega e Berlusconi con gli operai dell’Alcoa

Dopo i giovani del PdL che incitano all’embargo contro i prodotti della Fiat, anche la Lega si infila nelle maxi-vertenze che stanno scuotendo l’Italia. E pure il Carroccio, alla faccia della ormai vecchia anima liberista del centrodestra, si schiera al fianco dei lavoratori contro le multinazionali cattive. Nello specifico, contro l’Alcoa, che chiuderà gli impianti in Sardegna, ma anche quelli in Veneto, dove tra l’altro la Lega corre per le regionali con il ministro Luca Zaia.
Nessun leghista scenderà in piazza oggi a Roma, anche perché la manifestazione è contro il governo. Ma tra le bandiere con i quattro mori che sventoleranno davanti a Palazzo Chigi ci saranno anche i vessilli di San Marco, consegnati ieri nel corso dell’assemblea dei lavoratori veneziani in vista della protesta. Secondo gli esponenti della Lega, la bandiera, servirà «a difendere il Veneto anche con la nostra identità».
Forti del sostegno leghista, i 200 lavoratori dell’Alcoa di Fusina partiranno da Venezia alle 5 di mattina per aggiungere la loro voce a quella dei colleghi sardi di Portovesme. In tutto, per presidiare il nuovo vertice di questa sera a Palazzo Chigi, si prevedono circa 800 lavoratori.
Dall’incontro non si preannunciano comunque grandi novità. Neanche l’intervento diretto di Silvio Berlusconi sembra infatti aver sbloccato la situazione. Ieri l’azienda ha chiarito le sue posizioni in una lettera di risposta al premier. E la musica è sempre la stessa.
I vertici dell’azienda hanno comunicato che un rinvio dello stop previsto per sabato prossimo potrà esserci solo in presenza di garanzie scritte da parte della Commissione europea sia sulla soluzione indicata per l’abbattimento dei costi energetici che sui tempi della risposta. Così il presidente e amministratore delegato della multinazionale, Klaus Kleinfeld, in una lettera inviata oggi al premier Silvio Berlusconi, in risposta a quella che il presidente del Consiglio aveva scritto venerdì scorso ai vertici di Alcoa sollecitando la permanenza dell'azienda in Italia. «Se non riceviamo questa assicurazione scritta entro questa settimana», ha detto senza mezzi termini Klaus Kleinfeld, numero uno della multinazionale statunitense alla vigilia del confronto a Palazzo Chigi, «implementeremo la cassa integrazione a partire dal 5 febbraio e inizieremo una chiusura ordinata degli impianti che ci permetta di riavviarli il più in fretta possibile una volta che la questione verrà risolta»
Il governo, insomma, c’entra poco. Potrà, tutt’al più, avviare a sua volta un pressing nei confronti delle istituzioni europee. Ma è difficile che dalla Commissione possano arrivare risposte tempestive. Come ha spiegato il vicepresidente e commissario Ue designato per l’Industria, Antonio Tajani, il decreto legge verrà affrontato operativamente dopo il 9 febbraio, ovvero dopo il voto finale sulla nuova Commissione europea. Prima di allora, nessuno potrà assumersi impegni di sorta.
Intanto cresce l’attesa a Termini Imerese per la riunione di venerdì al ministero dello Sviluppo Economico, da cui dovrebbero emergere i dettagli delle proposte presentate alla task-force del dicastero per l’acquisizione dello stabilimento Fiat, dopo che il Lingotto ha dato la propria disponibilità a cedere l’impianto siciliano. Oggi gli operai sono rientrati in fabbrica, dopo 3 giorni di sospensione dell’attività produttiva. Malgrado l’appello di Papa Benedetto XVI, che domenica durante l’Angelus ha richiamato al senso di responsabilità governo, imprenditori e lavoratori sui temi dell’occupazione citando la Fiat di Termini Imerese e l’Alcoa di Portovesme, tra le tute blu non sembra esserci molto ottimismo. «Speriamo che la Fiat e il governo ascoltino il Santo Padre», dicono gli operai davanti ai cancelli.

libero-news.it

Scajola puntella Termini. Berlusconi difende gli operai di Alcoa

Di concreto, per ora, c’è poco. Ma l’ottimismo non manca. «Abbiamo riannodato le fila per una collaborazione tra governo, Fiat e parti sociali», dice Claudio Scajola al termine dell’incontro al ministero dello Sviluppo economico per sciogliere i nodi sul futuro degli impianti del Lingotto, a partire da Termini Imerese la cui chiusura è prevista per il 2011. Ed è proprio sullo stabilimento siciliano che sono arrivate le principali novità. Sul piatto, ha annunciato il ministro, ci sono 6-7 proposte. Progetti su cui la task-force costituita dallo Sviluppo Economico e dalla Regione siciliana mantiene ancora «il riserbo» in attesa di valutarne «l’effettiva consistenza». Il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, ha però anticipato che ci sono anche alcune proposte per la produzione dell’auto e non solo per l’assemblaggio. Di sicuro, ha precisato il presidente, la Regione «non concederà autorizzazioni per la grande distribuzione. Nessuno pensi di metterci Auchan».
La strada sarebbe dunque sbarrata per Ikea, il cui nome è comunque circolato. Tra le altre offerte, oltre alla proposta del fondo Cape del finanziere Simone Cimino con il suo progetto eco-compatibile, ci sarebbero quelle di un’azienda cinese che produce auto e dell’imprenditore Gian Mario Rossignolo.
La Fiat da parte sua si è detta pronta «ad aiutare e sostenere proposte di riconversione da parte della Regione Sicilia per mantenere in vita l’occupazione, anche quando la produzione cesserà». In quest’ottica il Lingotto ha confermato anche la propria disponibilità a cedere la fabbrica. L’importante, ha chiarito Scajola, è che ci sia «uno sforzo comune tra tutti i soggetti perché si realizzino gli obiettivi di non perdere occupazione e produzione a Termini Imerese». Obiettivi su cui il governo non mollerà la presa, visto che nel 2013 la Sicilia, roccaforte del Pdl, tornerà al voto, e nessuno ha voglia di affrontare una campagna elettorale con le piazze piene di operai disoccupati in rivolta. Stesso rischio che si sta profilando in Sardegna, dove non a caso Silvio Berlusconi è intervenuto ieri personalmente per tentare di convincere Alcoa a non chiudere la produzione. Con una lettera, Berlusconi chiede al presidente e ad di Alcoa, Klaus Kleinfeld, di «conservare la produzione in Italia». Più tardi l’azienda ha fatto sapere che risponderà privatamente al premier e che giudica «costruttive le proposte del governo italiano». Scajola ha riconvocato tutte le parti per il 5 febbraio. In quell’occasione, «il tavolo tecnico esaminerà le diverse ipotesi di sviluppo di Termini Imerese». Ma questo sarà solo il primo passo. Il ministro ha infatti sottolineato che «appena saranno pronti i piani industriali per gli stabilimenti della Fiat in Italia allora si discuterà anche degli investimenti per i due terzi degli 8 miliardi che il gruppo dovrà investire nel prossimo biennio». Tenendo comunque presente che il Lingotto «è un asset fondamentale per il Paese».
Quanto al capitolo incentivi, la decisione verrà presa in sede europea ma arriverà «in tempi brevi». E il percorso vedrà il «coinvolgimento anche delle forze sociali, per tornare presto a condizioni di mercato». I rappresentanti del Lingotto presenti all’incontro hanno in ogni caso voluto sottolineare che «la Fiat non è un’azienda assistita e che il governo è totalmente libero di decidere per il bene del Paese». La sospensione del giudizio, mista a scetticismo, è, per ora la posizione dei sindacati, che hanno però apprezzato i segnali di distensione arrivati anche da Termini, dove Delivery Mail, la ditta dell’indotto Fiat, ha ritirato le lettere di licenziamento per i 18 lavoratori, 13 dei quali da dieci giorni sono sul tetto dei capannoni. Per gli operai, che hanno messo fine alla protesta, si profila ora la cassa integrazione in deroga.
Il clima di collaborazione emerso dal vertice col governo è immediatamente rimbalzato nelle sale operative di Piazza Affari, dove il titolo Fiat è tornato sopra i 9 euro con un rialzo del 4,16%.
Meno bene è andata la giornata di Finmeccanica, che ha chiuso le contrattazioni in calo del 3,55%. A deludere il mercato, oltre alle stime per il 2010 inferiori alle attese, anche l’annuncio del direttore finanziario che «il gruppo potrebbe mandare in cassa integrazione 1.500 persone».

libero-news.it

Tremonti cede a Fiat: sì agli incentivi

L’annuncio choc della cassa integrazione per tutti gli impianti Fiat Claudio Scajola non l’ha ancora digerito. Ma l’invito al dialogo lanciato ieri da Luca Cordero Montezemolo non è caduto nel vuoto. «Riannodare i fili non sarà facile», dice il ministro dello Sviluppo economico, ma se il Lingotto rispetterà gli impegni presi, la disponibilità del governo c’è. A partire dal rifinanziamento degli incentivi, messo nero su bianco nell’aggiornamento del Programma di stabilità approvato ieri dal Consiglio dei ministri. «Il governo», si legge nel documento che certifica il via libera di Tremonti alle richieste della Fiat, «si appresta a rifinanziare alcune misure anticrisi, segnatamente gli incentivi all’acquisto di automobili a bassa emissione, seppur in misura inferiore rispetto allo scorso anno, in ragione dei segnali di miglioramento della situazione economica».
Oggi, al tavolo convocato da Scajola con azienda e sindacati, si vedrà fin dove arriveranno le buone intenzioni.
«Tutti i nodi», ha assicurato ieri Montezemolo, «vanno affrontati in un clima di dialogo e confronto». Il piano industriale di Fiat, però, non cambia. «Se dovessi pagare tutti i dipendenti fino alla pensione a produzione zero», ha spiegato l’ad Sergio Marchionne, riferendosi a Termini Imerese, «ci guadagnerei». «Le condizioni di svantaggio competitivo dell’impianto», gli ha fatto eco il presidente, «rendono impossibile proseguire la produzione oltre il 2011». Secondo Montezemolo, però, la decisione di «portare a Pomigliano una vettura fondamentale come la Panda, dimostra che la Fiat ha a cuore lo sviluppo del paese».
Non la pensa allo stesso modo Scajola, che riconosce «la fondatezza delle argomentazioni di Fiat sulla riorganizzazione del comparto». Ma, ha argomentato il ministro, se «è chiarissimo che l’Europa ha una capacità produttiva superiore al mercato, in Italia la produzione è invece inferiore alle stesse auto immatricolate in Italia». E su questo punto il Lingotto si è impegnato ad intervenire. Dunque, ha concluso il titolare dello Sviluppo economico, «la riorganizzazione degli stabilimenti, deve tenere presente l’italianità di Fiat e la necessità che non si abbiano a perdere posti di lavoro».
Quanto all’annuncio della Cig, la censura resta netta. «Non mi pare che in questa difficile fase di trattativa», ha ribadito, «fosse utile annunciare una cassa integrazione per tutti gli stabilimenti Fiat che non ha precedenti».
E secco è anche il giudizio di Maurizio Sacconi. Bisogna evitare, ha spiegato il ministro del Welfare, che «ci siano atti unilaterali non discussi e non verificati come accaduto in questo caso». Anche perché, ha aggiunto il sottosegretario Stefano Saglia, «l’annuncio della Cig alla vigilia del tavolo con il governo ha una tempistica che legittima coloro che parlano di ricatto».
I numeri, d’altra parte, sembrano giustificare le mosse di Fiat. L’effetto dell’assenza degli incentivi sembra per ora devastante. Nei primi venti giorni di gennaio le vendite di autovetture sono calate in Italia del 50% rispetto alla media dell’ultimo trimestre, mentre nel confronto con gennaio dello scorso anno, ovvero con il mese peggiore del 2009, che aveva chiuso con un -32,2%, si registra una ulteriore contrazione. Secondo Federaicpa, che ha diffuso i dati, la situazione rischia di precipitare. E la tensione sale anche a Termini, dove le linee di produzione sono ferme per il secondo giorno consecutivo.Secondo la Fiat, i lavoratori impediscono il transito dei tir. Secondo i sindacati l’ azienda sta anticipando la chiusura dello stabilimento. Inevitabile la ripercussione in Borsa, dove il titolo non solo non è rimbalzato dopo il tonfo di mercoledì (-4.8%), ma ha perso un ulteriore 2,56% scivolando a 8,77 euro.

libero-news.it