Al principio fu creato l'universo. Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa. (Douglas Adams)
lunedì 7 dicembre 2009
Niente sgravi per le banche. Ma spunta il decreto bonus
Dove finisce lo scudo
Per quanto riguarda le spese, confermata la distribuzione di 400 milioni al 5 per mille, di 103 milioni ai libri scolastici, di 100 milioni al fondo di solidarietà per l’agricoltura, di 400 milioni all’università. Alle scuole private vanno 130 milioni mentre per l’autotrasporto arrivano 400 milioni. Altri 571 vanno alla stipula di convenzioni con i comuni per la stabilizzazione dei lavoratori socialmente utili e agli enti locali danneggiati dal sisma in Abruzzo. Questa voce dovrà però essere meglio specificata nella tabella che ripartisce le risorse dello scudo. «La riformulazione», spiega il presidente della commissione Bilancio, Giancarlo Giorgetti, deve «adeguarsi ai criteri di ammissibilità precisati di intesa con il presidente della Camera».
Più soldi alle authority
Sempre sul fronte delle uscite arriva la cedolare secca al 20% sugli affitti, ma solo per L’Aquila e in via sperimentale. Insieme alle risorse per il ponte sullo stretto di Messina, per il turn-over al 100% di polizia e vigili del fuoco, e per Roma capitale (600 milioni) da reperire attraverso la dismissione degli immobili della difesa. E un po’ di quattrini sono spuntati anche per le authority indipendenti. In particolare, all’Antitrust andranno 23,6 milioni l’anno per un triennio, al Garante della privacy 12 milioni l’anno sempre per un triennio, mentre la dote per la commissione di garanzia per lo sciopero nei servizi pubblici è di poco meno di 2 milioni all’anno. Confermati i 500 milioni per la costruzione di nuove carceri e i 750 milioni per le missioni internazionali. Così come è rimasta nel maximendamento la nascita dei fondi comuni per le Pmi, che lo Stato potrà sottoscrivere fino a un massimo di 500mila euro. Aumenta di 200 milioni (rispetto ai 650 già stanziati) il credito d’imposta per le imprese che investono nella ricerca. Per il patto sulla salute si prevede un incremento degli stanziamenti di 584 milioni per il 2010 e 419 milioni nel 2011. Per le regioni in rosso è previsto un incremento dell’addizionale Irpef (+0,3%) e Irap (+0,15%)
Rimborso Ici per i comuni
I comuni incassano il rimborso Ici, a compensazione dell’abolizione dell’imposta sulla prima casa. In tutto 916 milioni in due anni (156 milioni residui del 2008 e 760 milioni per il 2009). Ma alla fine è saltata la misura che prevedeva una boccata d’ossigeno per i sindaci che si trovano a fare i conti con municipalizzate in rosso a causa della restituzione degli aiuti di Stato imposta dalla Ue. Inizialmente erano previsti fondi nel 2010 per circa 200-300 milioni. Eliminata anche la controversa misura sui rimborsi ai comuni per le ronde, mentre sono sparite le risorse per il termovalorizzatore di Acerra e quelle previste (3 milioni) per l’Agenzia sulla sicurezza nucleare. Niente proroga, infine, per i risarcimenti di azionisti e obbligazionisti di Alitalia. Per chi prende l’aereo arriva però l’aumento delle tariffe aeroportuali fino a 3 euro a passeggero che le compagnie scaricheranno sui biglietti.
Acconto Irpef più leggero
Come più volte annunciato entra in Finanziaria la riduzione del 20% dell’acconto Irpef. La norma che sposta parte del pagamento dell’imposta al prossimo anno in sede di conguaglio è stata infatti inserita nel maxiemendamento. Oltre a fornire un po’ di liquidità per le spese natalizie l’intervento consente anche di superare l’ostacolo legato a problemi di cassa e competenza dello scudo fiscale, che copre momentaneamente il mancato gettito. La sanatoria, infatti, chiudendo il 15 dicembre 2009 non consentirebbe di utilizzare le maggiori entrate sul 2010. Sul testo, comunque, si procede a rilento. Ieri, dopo un ulteriore slittamento, si è deciso di riprendere oggi alle 16. Le votazioni sono previste per le 20, ma non sono esclusi ulteriori ritardi. Intanto, spunta l’ipotesi di un decreto legge da varare a gennaio che contenga le misure che non sono rientrate in Finanziaria: gli sgravi per le banche, ma anche il rinnovo degli incentivi auto e un bonus per l’acquisto dei pc. Allo studio anche interventi per altri settori come quelli degli elettrodomestici, del mobile, delle macchine utensili.
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venerdì 4 dicembre 2009
Parte il supertreno, l’Italia si accorcia
Ora però, è il caso di dirlo, l’Italia torna ad accorciare le distanze e a recuperare il tempo perduto. Oggi l’inaugurazione delle tratte finali, il 13 l’apertura ai viaggiatori: mille chilometri di linee veloci uniranno la Penisola, da Torino a Salerno. Con riduzioni dei tempi di percorrenza che potrebbero rivoluzionare la vita economica e sociale del Paese.
Qualche esempio? Per andare da Roma a Milano serviranno 3 ore, per arrivare fino a Napoli basterà aggiungere un’ora e dieci. Tra Bologna e Firenze, da una parte all’altra dell’Appennino, non ci sarà neanche il tempo di sfogliare un quotidiano: 35 minuti, mentre tra Torino e Milano il tempo di percorrenza è un’ora esatta.
Il confronto con gli altri mezzi di trasporto, inutile dirlo, diventa impietoso. Neanche da prendere in considerazione l’auto, dove i tempi necessari a coprire le stesse distanze sono spesso più del doppio (senza contare la possibilità di spiacevoli incontri con autovelox, etilometri, tutor e tutto ciò che può alleggerire il portafoglio ed assottigliare i punti della patente). Ma anche con l’aereo non si scherza. Tenendo conto dei tempi di trasferimento e di imbarco e sbarco, si scopre infatti che i minuti complessivi necessari per raggiungere gli stessi luoghi sono sempre più elevati di quelli ormai praticabili utilizzando il Frecciarossa delle Fs.
Le conseguenze sono ovviamente immaginabili. Basta vedere quello che è successo in Europa sulle distanze medio lunghe. Nella tratta Madrid-Siviglia (470 km) prima dell’alta velocità il 39% dei viaggiatori preferiva utilizzare l’aereo, il 42% l’auto o il pullman, solo il 19% sceglieva il treno. Dopo, il binario è stato preso letteralmente d’assalto dal 53% dei viaggiatori, con l’aereo precipitato al 12%. E lo stesso è accaduto sulla Parigi-Lione e la Parigi-Bruxelles. Aumentando la velocità il treno raddoppia i passeggeri. Del resto, anche in Italia sulla Roma-Milano, nell’arco di pochi mesi, il rapporto tra aereo e ferrovia si è quasi ribaltato, passando dal 48% contro il 38% a favore dell’aria a un 50% contro il 34% a tutto vantaggio del binario. Tradotto in cifre per le Fs si tratterebbe di intercettare un mercato di 9 milioni di passeggeri per km che secondo le previsioni continuerà ad aumentare nei prossimi anni fino a raddoppiare nel 2015. Un business di tutto rispetto che non finirà ovviamente tutto in cassa. Ci sono infatti da ammortizzare gli ingenti costi necessari ad ammodernare l’infrastruttura. Da qui al 2020 l’Italia ha previsto finanziamenti che si aggirano sui 60 miliardi, più o meno in linea con quelli della Spagna e un po’ superiori a quelli di Franci e Germania dove per l’alta velocità si è già speso molto negli anni passati. Di sicuro, però, sarà una bella boccata d’ossigeno per l’ad delle Fs, Mauro Moretti, che negli ultimi due anni ha comunque lavorato duramente per contenere le voragini di bilancio ereditate dalla vecchia gestione e riportare in relativo pareggio i conti del gruppo.
Sempre sul fronte del business, l’alta velocità farà sicuramente la gioia dei produttori di locomotive. Il mercato dei supertreni ha un valore di circa 2 miliardi l’anno ed è in continua crescita. A contendersi la torta sono tre grandi operatori come Bombardier, Alstom e Siemens, ma una quota robusta porta il marchio italiano dell’Ansaldo Breda, la controllata di Finmeccanica specializzata sui treni ad alta velocità. La società vanta un’esperiena pluriennale grazie soprattutto all’Etr500 (il Frecciarossa), fornito proprio alle Fs. Ed ora, insieme a Bombardier, conta di fare la sua parte nella nuova gara lanciata da Moretti per 50 treni veloci. Una maxi commessa del valore complessivo di 1,2 miliardi.
Ma il sistema Av dovrebbe avere effetti positivi anche sul resto del sistema ferroviario. Oltre alla riduzione dei tempi di percorrenza fra i principali centri metropolitani, il treno veloce decongestionerà la rete convenzionale liberandola da flussi di traffico e lasciandola a disposizione del trasporto regionale e locale. Il progetto è quello dell’alta capacità, che prevede la creazione di un sistema fortemente integrato tra rete convenzionale e nuova rete. Ma per questo bisognerà ancora aspettare. Speriamo non troppo. Da subito, invece, si potrà viaggiare sulla direttrice Torino-Salerno, con nuove tariffe studiate per ammorbidire gli aumenti dei treni veloci. Tre le categorie di biglietto: flessibile, base e promo. Quest’ultimo permetterà ai clienti in grado di programmare per tempo il proprio viaggio di risparmiare fino al 30%.
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Montezemolo e Toto in carrozza. I privati pronti a sfidare le Fs
Ma l’ex presidente di Confindustria non dovrebbe restare l’unico privato molto a lungo. A scaldare i motori ci sono anche altri contendenti. Sull’alta velocità vorrebbe sbarcare anche Carlo Toto. L’imprenditore abruzzese fondatore della AirOne (ormai fusa con Alitalia) ha già costituito una compagnia ad hoc, dall’inevitabile nome RailOne. Anche lui dovrebbe operare sulla Napoli-Milano, con fermate intermedie a Roma, Firenze e Bologna. Si concentrerà invece sui servizi regionali e sugli intercity la ArenaWays (guidata da Giuseppe Arena) che punta sulla tratta Torino-Asti-Alessandria-Milano-Novara-Vercelli.
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Telecom rinvia i dossier scottanti e accelera sul Brasile
Su tutte le questioni, però, il cda ha deciso di prendere tempo. Non è arrivata, insomma, quella scossa che alcuni si aspettavano, anche riguardo al ruolo di Bernabè. Segno che il momento della resa dei conti non è ancora all’ordine del giorno. Quanto alle strategie, l’ad ha spiegato che è stato fatto un passo avanti nell’acquisizione di Intelig da parte di Tim Participacoes. Si tratta di un’operazione da 300 milioni di dollari con cui la controllata di Telecom dovrebbe rilevare entro l’anno l’operatore brasiliano di telefonia a lunga distanza. «Questo vuol dire», ha detto Bernabé, «che non facciamo solo dismissioni ma anche acquisizioni strategiche».Dei conti, che verranno approvati nel cda del 25 febbraio, non si è parlato. Mentre è arrivato il via libera ad Andrea Mangoni come dirigente responsabile dei documenti contabili, in sostituzione di Patuano.
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mercoledì 2 dicembre 2009
Gli operai di Alcoa salvi con le nostre bollette
Col posto di lavoro non si scherza. Quando poi in ballo ce ne sono 2mila, come nel caso dello stabilimento Alcoa di Portovesme, la faccenda diventa ancora più complicata. Bene dunque ha fatto il governo, di fronte alla decisione del colosso Usa di avviare la procedura per la cassa integrazione, a scendere in campo e a prendere in mano la trattativa.
Detto questo, qualcuno dovrebbe spiegare con esattezza quale sia la vera posta in gioco. E quali siano i costi sociali di una possibile soluzione della vertenza. Perché se è importante garantire i posti di lavoro, lo è altrettanto sapere chi paga. A maggior ragione in questo caso, dove la crisi non c’entra e il rischio è che a sborsare i quattrini siano direttamente tutti gli italiani, attraverso la bolletta della luce.
Ma andiamo con ordine. La lavorazione dell’alluminio richiede una grande quantità di energia. Per questo l’Alcoa nel 1995 aveva concluso un contatto con l’Enel che gli permetteva di usufruire di elettricità a tariffe fisse per i successivi dieci anni. Alla scadenza del contratto, però, l’azienda ha continuato lo stesso a beneficiare di tariffe privilegiate. Solo che invece dell’azienda elettrica i costi sono finiti sulle spalle degli utenti. Gli sconti sulle forniture di energia sono infatti finanziati da un meccanismo di incentivi pubblici studiati appositamente per le cosiddette aziende “energivore”.
Chi paga? Noi. Il peso degli incentivi viene infatti scaricato in bolletta sotto la voce misteriosa che risponde al nome di “oneri di sistema” e che è la principale responsabile dell’aumento continuo del prezzo dell’elettricità, anche quando il petrolio scende.
Nel dettaglio, quando andate alla Posta a pagare il bollettino, solo il 65,8% è il costo della fornitura in senso stretto. Per il resto, il 13,2% riguarda i costi di trasporto, distribuzione e misure, il 13,7% sono imposte e il 7,3% sono i famigerati oneri generali di sistema. All’interno dell’ultima componente, oltre alle spese per la manutenzione della rete, per la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie, per i cosiddetti Cip6 (incentivi a chi utilizza fonti rinnovabili, ma ancora distribuiti a pioggia anche ad imprese che utilizzano solo il greggio), per lo smantellamento delle centrali nucleari (anche ora che stiamo riandando verso l’atomo), ci sono anche i soldi che finiscono alle industrie che consumano molta energia come l’Alcoa. La multinazionale americana non è l’unica, intendiamoci. Nel calderone ci sono circa 140 aziende energivore (con consumi pari al 13% del totale) tra cui grandi nomi come Thyssen, Riva, Lucchini. Ma l’Alcoa fa la parte del leone, con una quota di incentivi del 30% circa sul totale. Per essere più precisi, nel 2007 le agevolazioni concesse a queste società hanno pesato sulle nostre bollette per 570 milioni. Poco più di 200 sono finiti in tasca all’Alcoa. Considerato che lo stesso, euro più euro meno, accade ogni anno, è facile calcolare che dal 2006 al 2009 gli italiani hanno regalato alla multinazionale dell’alluminio qualcosa come 8-900 milioni di euro. E la cifra potrebbe essere ancora più alta, visto che la stessa Alcoa dichiara che senza incentivi pubblici perde circa 8 milioni di euro al mese.
È su questi soldi e non su altro che si è innescata la vertenza in Sardegna e in Veneto (stabilimento di Fusina). La Commissione europea, oltre a chiedere una restituzione parziale degli incentivi (circa 270 milioni), ha infatti detto basta al sistema delle agevolazioni. Di qui la minaccia dell’Alcoa di chiudere tutto, sostenendo che il prezzo dell’elettricità in Italia è troppo alto. Verissimo. Tutti sanno che a causa della scelta dissennata sul no al nucleare e alla conseguente dipendenza dall’estero per le fonti, l’energia in Italia costa più che in Europa.
Questo non significa che per adeguare i prezzi alla media Ue si debbano gonfiare le bollette degli utenti. Così come non si spiega perché mai l’Alcoa da noi voglia pagare 28 euro a megawattora mentre in Spagna ne paga 39. Ma la cosa importante da capire è cosa succederà in futuro. Il ministro dello Sviluppo Claudio Scajola avrebbe individuato due strade. Una riguarda la possibilità per l’Alcoa di acquistare energia anche all’estero a prezzi più competitivi (interconnector), l’altra è una rimodulazione degli sconti ai cosiddetti interrompibili (aziende che accettano di essere scollegate dalla rete quando il sistema lo richiede). Difficile dire come si chiuderà la partita, ma la sensazione è che le mani finiranno di nuovo nelle nostre tasche.
martedì 1 dicembre 2009
Alfano smentisce ancora i numeri delle toghe: «Il processo breve ferma solo l’1% delle cause»
Il Guardasigilli si è presentato a Montecitorio con tabelle e cifre messe nero su bianco. Dati ricavati da calcoli effettuati con scrupolosità dal direttore dell’ufficio di statistica (Fabio Bartolomeo) del ministero della Giustizia. Una volta approvato, ha spiegato Alfano, il disegno di legge sul processo breve, porterà a prescrizione l’1% degli oltre 3 milioni e trecentomila processi in corso. L’incidenza sarà del 9,2% sui 391.917 procedimenti in primo grado. «Queste», ha proseguito, «le cifre chiave che ho detto e che ribadisco. Voglio nuovamente riferire che nel quinquennio 2004-2008 si sono prescritti nel nostro Paese circa 850mila processi con una media di 170mila processi l’anno prescritti, con una media di 466 processi al giorno prescritti».
Numeri, statistiche? Macché, secondo il vicepresidente del Csm , Nicola Mancino, intervenuto nella stessa sede, «allo stato nessuno può dire con sufficiente certezza a quanto ammonti la percentuale dei processi che ricadrebbero nella sanzione di estinzione ipotizzata nel disegno di legge in discussione. Ciò che in questo momento è possibile ricostruire è la condizione delle diverse realtà giudiziarie del paese ed effettuare un conteggio non troppo approssimativo del numero dei processi a rischio». E tra questi, inutile dirlo, ci sarebbero procedimenti per reati di «sicuro rilievo sociale», come gli omicidi e le lesioni con colpa professionale, reati di natura economica e finanziaria o contro la Pa. Qui, secondo Mancino, le statistiche sono certezza: «Nessuno di tali reati riesce ad essere ultimato nel biennio».
E pochi dubbi, con buona pace degli esperti del ministero, ci sarebbero anche sui dati forniti dall’Anm, che il presidente Luca Palamara definisce caratterizzati da «un’attendibilità molto alta». Il magistrato, sempre davanti alla commissione Giustizia, ha introdotto il concetto di previsione «dinamica» contrapposta a quella banalmente «istantanea» come quella elaborata da Via Arenula con i dati rilevati su tutto il territorio nazionale. Col nuovo metodo si apprende allora che a Roma sarebbero a rischio tra il 45% e il 70% dei processi, a Bologna il 23 e a Verona il 25.
Ma anche dal Csm arrivano molti dati. I processi a rischio nel primo grado, secondo quanto riferito dal componente della stesa commissione, Ezio Macora, sarebbero il 40% a Napoli, il 40% a Roma e il 23% a Torino.
Risultati che secondo il vicepresidente dei senatori del Pdl, ci riportano a Mancino. «Di fronte a queste rilevazioni fai da te», ha detto Gaetano Quagliariello, «possiamo essere d’accordo col vicepresidente: non hanno sufficiente certezza per poter essere prese in considerazione».
Numeri a parte, Alfano ha ribadito che nessuno ritiene «che con il ddl sul processo breve si risolvano tutti i problemi di giustizia italiana», tuttavia si tratta di «una leva per portare tutto il sistema a piena funzionalità». Quanto ai reati di mafia, ha spiegato l’avvocato e parlamentare del Pdl, Niccolo Ghedini, in risposta alle polemiche dei giorni scorsi, «non c’è alcuna volontà di modifica il concorso esterno in associazione mafiosa e neanche di modificare la legge sui pentiti».
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Lo sceicco non paga, le Borse cadono
Risultato: listini in profondo rosso. A partire da quelli del Dubai, dove il crollo è stato del 7,3% (il maggopre dall’ottobre 2008), con tutti i gruppi bancari ed edilizi in picchiata. E le ripercussioni si sono fatte pesantemente sentire anche sulla borsa di Abu Dhabi, che ha registrato un calo dell’8,3% (il crollo più concistente da 8 anni). In perdita anche la borsa dell’Egitto (-6,86%) mentre quelle dell'Arabia Saudita e del Kuwait si sono salvate soltanto perché ancora chiuse. Più contenuto, seppure sensibile, il contraccolpo sulle piazze finanziarie europee. A Milanol’Ftse Mib ha ceduto l’1,25% e l’Ftse All Share l’1,21%. Anche gli altri listini principali del Vecchio continente hanno chiuso con perdite vicine al punto percentuale.
Paure ingiustificate? Ne è convinto il governatore della Banca centrale degli Emirati, Sultan Al-Suwaidi, che ieri, vista la situazione, è tornato ad usare parole rassicuranti sulla solidità degli istituti di credito dell’area, sostenendo che «le banche hanno un’ampia base di depositi stabili e sono in condizioni migliori, in termini di liquidità, di quanto fossero un anno fa».
Si tratterebbe invece di una reazione «gonfiata», anche per Dahi Khalfan, che dirige la Commissione per il bilancio governativo di Dubai per il 2010. «C’è confusione e ambiguità», ha detto, «tra l’indebitamento di alcune aziende locali e il debito del governo di Dubai, che è quasi trascurabile».
Per quanto riguarda il Dubai World, i tecnici di Deloitte, Rotshschild e Alix Partners sono al lavoro sulla ristrutturazione del debito e ci sarebbero diverse opzioni allo studio. La holding potrebbe ripagare, entro la scadenza del 14 dicembre, il “sukuk” (il bond islamico) da 3,52 miliardi di dollari emesso da Nakheel, l’operatore immobiliare famoso per aver realizzato le isole a forma di palma e riscadenzare il resto del debito. Un’altra soluzione potrebbe essere il rimborso dell’80% del valore del debito sia ai detentori dei bond che alle banche. Oppure Dubai World potrebbe proseguire nel progetto di chiedere una moratoria del debito già annunciato con un congelamento dei pagamenti fino al 30 maggio dell’anno prossimo.
Al di là dell’obbligazione in scadenza, resta da capire quale sia la situazione complessiva della holding statale alle prese con passività per 59 miliardi di dollari. C’è anche chi ipotizza scenari più drammatici di quelli finora usciti allo scoperto che costringerebbero il gruppo ad imbarcarsi in una liquidazione di asset in risposta a possibili azioni legali da parte dei creditori.
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Parte la gara di Moretti sull’alta velocità. Finmeccanica scalda i motori per i supertreni
Ma a scaldare i motori sarà anche Finmeccanica con AnsaldoBreda. Da mesi il numero uno del gruppo, Pierfrancesco Guarguaglini, si dice pronto alla sfida. Forte anche dell’accordo sottoscritto con Bombardier nell’aprile del 2008 per lo sviluppo del nuovo treno per l’alta velocità. Ed è proprio un treno «assolutamente innovativo» il primo requisito chiesto dalle Fs. L’ad Moretti, del resto, era stato chiaro. Annunciando, a metà novembre, l’imminente gara aveva espresso l’auspicio che l’industria nazionale, oltre a partecipare, vinca pure, ovviamente, nella massima trasparenza delle procedure di gara.
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L’anomalia italiana: con la Cig aiuti dorati alle aziende e qualche spicciolo per i lavoratori
Sui precari il Cavaliere ha un po’ esagerato, visto che tranne qualche obolo una tantum l’esercito dei lavoratori a termine è ancora tagliato fuori dal sistema degli ammortizzatori sociali. Ma sul resto non è andato molto lontano dal vero. Complice la crisi economica l’Italia si avvia infatti a chiudere l’anno con una cifra di ore autorizzate di cassa integrazione che si avvicina ai 100 milioni. Solo ad ottobre, secondo i dati dell’Inps, sono state 94,7 milioni, con un incremento del 322% e picchi per la cig in deroga del 700% e di quella ordinaria del 419%. In totale dall’inizio dell’anno sono state già autorizzate 716,7 milioni di ore contro le 166,7 milioni dello stesso periodo 2008. Un’anomalia? Non proprio. Basti pensare che nel 1993 le ore autorizzate furono 549 milioni e nel 1984 addirittura 816. La vera anomalia è invece il sistema di welfare italiano, l’unico al mondo dove piuttosto che offrire al lavoratore un sostegno al reddito per il tempo necessario a trovare un altro impiego, si concede all’azienda in difficoltà la possibilità di puntellare i posti in eccesso per periodi che possono a volte superare i due anni, con risorse fornite in parte dallo Stato (dei cittadini) e in parte con la contribuzione sociale (sempre dei cittadini). In altre parole, si aiuta l’azienda a non guarire (troppi costi, pochi ricavi) sapendo perfettamente che prima o poi la malattia diventerà incurabile.
Ma, come diceva Berlusconi, non c’è nessuno che non venga aiutato. In effetti, in Italia non ci facciamo mancare nulla. Accanto alla cassa integrazione ordinaria, a quella straordinaria e a quella in deroga (fattispecie che hanno ampliato a dismisura la platea delle imprese che possono usufruire della stampella pubblica), ci sono infatti anche i più efficaci trattamenti di sostegno al reddito. È il caso ad esempio dell’indennità di disoccupazione e dell’indennità di mobilità, l’unico trattamento che prevede un percorso di reinserimento del lavoratore nel tessuto produttivo.
Aiuti a pioggia, ma solo per chi ha il posto fisso e per chi lavora in grandi aziende. Lo Stato, infatti, corre in soccorso solo di chi il lavoro ce l’ha già da un bel po’ (almeno due anni di assicurazione presso l’Inps) e ce l’ha in imprese che abbiano almeno 15 dipendenti. Per gli altri, che secondo un recente calcolo della Cgia di Mestre rappresentano circa il 50% dei lavoratori dipendenti, niente.
Il risultato è che complessivamente, a quasi parità di spesa con gli altri Paesi europei, in Italia la copertura degli ammortizzatori sociali arriva a malapena al 28% contro il 70-80% di Francia e Germania.
Se questi sono i dati, la sensazione è che i leghisti andrebbero presi sul serio. Non sugli immigrati, ma sui sei mesi di limite per la cassa integrazione. Ridurre il periodo di accesso al trattamento consentirebbe non solo di trovare le risorse per rimodulare il sostegno alle categorie più svantaggiate di lavoratori, ma permetterebbe anche di scoraggiare le aziende furbette che utilizzano la cassa integrazione come una voce di bilancio con cui far quadrare i conti a fine anno.
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La Lega vuole tagliare la cassa integrazione agli extracomunitari
Se la crisi dovesse andare avanti, argomenta Fugatti, che definisce la proposta una sua iniziativa in linea con la Lega, «si creerà una contrapposizione tra disoccupati italiani e disoccupati extracomunitari e questo vuol dire che sulle strade, e in parte questo già accade in Padania, ci troveremo sia disoccupati italiani sia disoccupati extracomunitari. Quindi noi dobbiamo tutelare di più gli italiani».
Immediata la reazione del Pd. «La proposta della Lega di fissare un tetto massimo di sei mesi di Cassa Integrazione nel 2010 per i lavoratori residenti non cittadini italiani è semplicemente una follia», dichiara il capogruppo del Pd nella commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano. A seguire quella della Cgil, che per bocca del segretario confederale, Fulvio Fammoni, definisce la proposta «un’iniziativa xenofoba e una vera sciocchezza giuridica». Opinione condivisa anche da Cisl e Ugl.
Ma la proposta piace molto poco anche al PdL. «Immaginare di trattare diversamente gli italiani o gli stranieri che hanno perso il lavoro senza colpa sarebbe un’ingiustizia», dice il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Mentre il ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, si limita a bollare come «provocatoria» la proposta, prevedendo che «non avrà alcun seguito in Parlamento».
Una bocciatura tecnica è invece quella che arriva dal ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ricordando alla Lega «che gli ammortizzatori sociali ordinari corrispondono a diritti soggettivi dei lavoratori, sono sostenuti da contribuzioni dei lavoratori e degli imprenditori. Sono, nel caso della cassa integrazione e dei contratti di solidarietà, correlati alla continuità del rapporto di lavoro che costituisce il presupposto della conservazione del permesso di soggiorno».
Si attengono ai fatti anche Giuliano Cazzola e Benedetto Della Vedova, secondo i quali «sostenere che se non c’è lavoro per gli italiani non c’è per nessuno non è solo discriminatorio, ma in contrasto con la realtà. I dati del primo semestre 2009 dimostrano infatti che l’occupazione degli stranieri ha continuato a crescere anche mentre quella degli italiani scendeva».
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