sabato 11 luglio 2009

Vince Giulio: regole italiane contro la crisi

L’Italia la spunta sul “Global legal standard”, ma la cosa che più ha dato soddisfazione a Silvio Berlusconi è stato il sostegno del G8 alla linea dell’ottimismo tanto contestata in Italia. Dal G8 «intendiamo mandare un messaggio di fiducia», ha detto il premier durante una conferenza stampa in serata, «la crisi, per la sua parte più dura, è alle nostre spalle». E stavolta non sarebbe solo il Cavaliere a vedere rosa, ma tutti gli Otto grandi, concordi, ha spiegato Berlusconi, nel vedere «ovunque solo segnali di miglioramento». Al punto da condividere l’invito lanciato dal Fondo monetario internazionale di iniziare a ragionare seriamente sulle vie d’uscita (le exit strategy) dalla crisi. Anche se la situazione «rimane incerta e rimangono rischi significativi per la stabilizzazione economica e finanziaria», si legge nel documento approvato ieri, «ci sono segni di stabilizzazione». Ma al di là delle previsioni ottimistiche, è sulle nuove regole della finanza mondiale il risultato più importante incassato dal governo italiano e dal ministro Giulio Tremonti, che dell’iniziativa è ispiratore e che ieri si è addirittura presentato al G8 “fuori sacco” per sottolineare l’evento. Per carità, la discussione è ancora bloccata ai principi e alle linee guida, ma la sintonia ottenuta ieri non era affatto scontata. Alla vigilia del vertice lo stesso Berlusconi si mostrava scettico sulla possibilità di uscire dal G8 con in mano un pacchetto di punti condivisi da discutere poi nel concreto al prossimo summit di Pittsburgh, previsto nell’autunno.L’accelerazione di ieri, invece, fa ben sperare. Gli Otto grandi hanno infatti rinnovato l’impegno all’applicazione di norme e principi comuni, si legge nella bozza di dichiarazione finale, di «correttezza, integrità e trasparenza» coinvolgendo il G20 nella strategia definita dal cosiddetto “Lecce Framework”, il quadro di regole promosso appunto dalla presidenza italiana. Il G8 si impegna anche a stabilire norme più stringenti fra cui il controllo sugli hedge fund e i tetti agli stipendi dei manager. Per «assicurare una ripresa economica durevole» è necessario «risanare il settore finanziario anche stabilizzando i mercati finanziari e regolamentando l’attività bancaria». Piena convergenza, infine, sui paradisi fiscali e sulla lotta all’evasione.«Non possiamo continuare a tollerare - dicono i Grandi - grossi capitali nascosti per evadere il fisco». Ruolo fondamentale è affidato all’Ocse, che ha già stilato le black list sui paradisi, a cui si chiede di «proporre ulteriori passi» in vista del prossimo G20 finanziario. Raggiante Tremonti, che si è recato fino a Coppito per sottolineare che il «documento è assolutamente un’iniziativa dell’Italia» ed è nato dalla constatazione dell’attuale «sfasatura» tra regole locali che governano la finanza ed effetti globali. Le nuove regole, ha spiegato, «sono un’utopia, un sogno che si realizza.Il fatto che sia difficile realizzarle non significa che siano inutili, anzi». A dimostrazione di ciò, ha concluso, sta il fatto che «sono state approvate da tutti, anche da quanti non ci aspettavamo». Molto più complicata appare la strada sul clima, dove Cina e India sono pronte a puntare i piedi. I Paesi del G8, si legge nella dichiarazione finale, si impegnano a limitare «l’aumento globale della temperatura media a due gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali». Ma non solo. Gli Otto grandi sottolineano anche la «volontà di condividere con tutti i Paesi l’obiettivo di raggiungere una riduzione di almeno il 50% delle emissioni globali entro il 2050» e riaffermano il sostegno «all’obiettivo dei Paesi sviluppati di ridurre insieme le emissioni di gas serra dell’80% entro il 2050, prendendo il 1990 o anni più recenti» come punto di riferimento. Ma la posizione comune, ha spiegato Berlusconi, andrà discussa con i Paesi emergenti. Bisogna verificare «se sia possibile un’intesa con India e Cina». In serata, raggiunta una posizione comune sull’Iran: approvato una condanna al negazionismo più volte propagandato da Teheran.

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Crisi e finanza: al G8 c’è già uno scoglio

Tutto è pronto. Dalle «dichiarazioni più importanti», come ha detto Silvio Berlusconi ieri durante una conferenza stampa, ai menù di pranzi e cene, tutti rigorosamente made in Abruzzo, con un trionfo di specialità enogastronomiche locali. Ma il piatto forte della prima “colazione di lavoro” del G8 sarà la crisi economica e le nuove regole per la finanza ribattezzate dal ministro Giulio Tremonti “global legal standard”. Uno dei temi più ostici del vertice, su cui la convergenza è grande finché si resta ai principi, ma lo è molto meno quando si scende nei dettagli. Ad ammettere le difficoltà dell’operazione su cui il titolare dell’Economia sta lavorando da mesi è stato lo stesso premier che ha addirittura ipotizzato uno slittamento rispetto al G20 di Pittsburgh (che si terrà il prossimo 24-25 settembre). Appuntamento che si pensava decisivo ma che invece, secondo il premier, «non sarà definitivo per la riscrittura delle regole della finanza mondiale». Per avere un accordo di tutti, ha detto Berlusconi, «servirà un percorso non breve e piuttosto lungo». Tra gli altri temi principali su cui invece ci sarebbero già «dichiarazioni generalmente condivise» ci sono le questioni più strettamente politiche, la non proliferazione nucleare, la lotta al terrorismo, il futuro sostenibile, l’acqua per l’Africa e la sicurezza alimentare per cui sarebbe previsto uno stanziamento complessivo di 15 miliardi di dollari.Per quanto riguarda gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo, nella bozza finale gli otto grandi si impegnano a raddoppiarne l’entità entro il 2010 (rispetto al 2004) destinandone «la metà all’Africa» e a garantire «una maggiore efficacia d’azione del G8» attraverso «uno strumento di rendicontazione per fare il punto e lo stato di attuazione sugli impegni presi». Tutti sarebbero poi d’accordo sulla necessità di «una ripresa immediata dei negoziati» in Medio Oriente a partire dalla «soluzione dei due Stati» per due popoli, dalla fine «di ogni forma di violenza» e dal «congelamento degli insediamenti». «Intesa», si legge nel documento, anche sulla proposta russa di tenere una conferenza internazionale sul Medio Oriente a Mosca nel 2009.Sul clima l’impegno sarebbe quello di ridurre le emissioni globali di gas serra di «almeno il 50%» entro il 2050 e taglio drastico dell’80% entro lo stesso anno da parte degli otto grandi. Nel documento, i G8 si impegnano inoltre ad «obiettivi di riduzione di medio termine significativi e comparabili tra di loro» e avanzano «una richiesta esplicita alle economie emergenti di attuare azioni di riduzione delle emissioni». Il testo cita inoltre «l’importanza di limitare l’aumento globale delle temperature a 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali», ma è chiaro che gli occhi sono tutti puntati sul nuovo corso di Barack Obama in tema di ambiente.Il primo giorno di incontri vedrà riuniti i leader del gruppo degli 8 - Italia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Russia, Canada e Giappone - più il presidente della Commissione Europea, Josè Manuel Barroso, e il presidente di turno della comunità europea, lo svedese Fredrik Reinfeldt. Dalle 13 alle 15 ci sarà la colazione di lavoro in cui, come si diceva, si discuterà sui segnali di fine recessione, regolamentazioni finanziarie e il round di Doha sul commercio globale. Nel pomeriggio è prevista la sessione di lavoro sui temi globali: cambiamenti climatici, aiuti e sviluppo. La cena sarà invece dedicata ai temi politici internazionali con particolare attenzione a Medio Oriente, Iran, Corea del Nord, pirati somali, terrorismo e proliferazione nucleare.

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martedì 7 luglio 2009

I cassaintegrati sono la metà del previsto

Un fuoco di paglia? Non proprio. Complessivamente nei primi cinque mesi dell’anno gli interventi di cassa integrazione ordinaria e straordinaria sono stati il 256% in più rispetto a quelli dello stesso periodo del 2008. La crisi, insomma, c’è. E morde ancora. Ma chi dice che il peggio sia passato e che la situazione sia meno drammatica del previsto non è poi così lontano dal vero. I dati che dimostrano il miglioramento della situazione sono contenuti in un dossier dell’Inps consegnato alcuni giorni fa a Silvio Berlusconi e ai ministri dell’Economia e del Welfare. L’istituto di previdenza mette in fila le rilevazioni effettuate dall’inizio dell’anno sui trattamenti di cassa integrazione. E il quadro che ne esce è tutt’altro che catastrofico. Anzi, è la conferma che la recessione sta iniziando a frenare.
Il dossier riservato
Basta guardare quello che sta succedendo sul fronte della cassa integrazione straordinaria per l’industria, che dopo un aumento del 33,76% tra febbraio e marzo e uno del 21,39% tra marzo e aprile, a maggio a addirittura invertito la rotta facendo registrare una diminuzione dell’1,14%. Più contenuto il fenomeno per quello che riguarda la cassa integrazione ordinaria e quella del settore edile, che comunque compiono robuste frenate. Il dato complessivo è chiaro. Da un aumento mese su mese a marzo del 38,17% si passa ad un 27,82% di aprile fino ad un ben più magro 15,82% di maggio. Una percentuale che dimostra chiaramente lo sgonfiamento dei picchi raggiunti tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, quando il sistema produttivo ha sofferto maggiormente l’impatto della crisi. Stessa frenata è stata registrata per le domande di disoccupazione. «Non si può ancora dire che la recessione sia finita e che il sole sia tornato», spiega il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua a Libero, «ma i segnali che arrivano dal forte rallentamento della cassa integrazione sono realisticamente ottimistici».
La Cig dimezzata
La conferma arriva anche dai numeri più sensibili, quelli relativi ai soldi spesi dallo Stato per sostenere il reddito dei lavoratori in crisi. Ebbene, qui il dato è ancora più impressionante perché le proiezioni elaborate dall’Inps indicano che alla fine dell’anno le risorse utilizzate potrebbero essere addirittura meno della metà di quelle previste prudenzialmente dal governo. In altre parole, ci troveremmo di fronte ad un numero di cassaintegrati dimezzato rispetto alle stime fatte dagli esperti durante la prima fase della crisi. Nel dettaglio, nei primi cinque mesi del 2009 le aziende hanno chiesto e ottenuto 293 milioni di ore di cassa integrazione. Considerato che ogni ora costa complessivamente (tra contributi figurativi e retribuzione del lavoratore) circa 9 euro l’impegno complessivo delle casse pubbliche è stato di 2,8 miliardi di euro. Se il trend non dovesse cambiare nella seconda metà dell’anno si arriverebbe alla fine del 2009 con una cifra di circa 7 miliardi. Ora, tenendo conto che il governo ha stanziato 4 miliardi per la cassa integrazione straordinaria e 12 per quella ordinaria, è facile calcolare che l’impegno finale sarebbe meno della metà.
Il ciclo riparte
E non è detto che non sia anche inferiore. Per completare il quadro manca infatti quello che il presidente e commissario straordinario dell’Inps considera il dato più significativo (non a caso è stato lui ad introdurre questo tipo di monitoraggio) per interpretare l’andamento del sistema economico. Si tratta del cosiddetto “tiraggio”, un termine difficile per un meccanismo semplicissimo. In pratica è la differenza tra le ore di cassa integrazione richieste e ottenute dalle aziende e le ore effettivamente utilizzate. Ebbene, nei primi quattro mesi del 2008, quando i venti di crisi non avevano neanche iniziato a spirare, la percentuale era all’80%, che è quella per così dire fisiologica allo strumento. Nei primi quattro mesi del 2009 lo scarto tra i trattamenti di Cig autorizzati dal minsitero del Welfare e quelli di cui poi le imprese hanno usufruito è sceso al 59%. Questo significa in parte che le imprese, un po’ per paura, un po’ per l’impossibilità di prevedere fino in fondo entità e durata della recessione, hanno abbondato nella richiesta per evitare di trovarsi poi in difficoltà. Ma vuol dire soprattutto, spiega Mastrapasqua, «che la situazione è cambiata e che è ripreso il ciclo produttivo e che quindi le aziende non hanno più avuto bisogno di utilizzare quelle ore di cassaintegrazione». Del resto, continua il presidente dell’Inps, «il crollo verticale dei consumi non c’è stato e i magazzini, seppure più lentamente, hanno continuato a svuotarsi, così ora c’è bisogno di tornare a produrre. Il mondo non si è fermato come qualcuno pensava». Se anche il trend del “tiraggio” fosse confermato l’Istituto di previdenza calcola che l’impegno complessivo dello Stato sarebbe di 4,1 miliardi. La metà della metà di quanto stanziato. Alla faccia dei corvi.

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Il Cavaliere contagia pure la Marcegaglia: "Il peggio è passato"

Altro che Istat. «Il peggio è passato e la situazione sta migliorando». Malgrado i dati poco incoraggianti che l’Istituto di statistica continua a snocciolare, Silvio Berlusconi non perde l’ottimismo. Anzi, è proprio per sgonfiare l’effetto panico di quelle analisi (che peraltro non modificano un andamento complessivo che ci vede più in forma di molti Paesi europei) che ieri è tornato a ribadire la sua fiducia nella capacità del sistema produttivo di sostenere l’impatto della recessione e del governo di tenere i conti in ordine. Perché il momento non è facile, ma il vero problema è «che c’è la crisi e c’è la paura della crisi». Ed è quest’ultima a fare più danni, perché frena i consumi e soffoca la domanda. È per questo che, secondo il premier, bisogna ingaggiare una vera e propria «guerra contro la paura». Tanto più, ha detto che «ci sono 14 milioni di lavoratori privati che non hanno avuto una diminuzione dei loro introiti e non hanno paura di perdere il posto». Infatti, ha sottolineato, «il 99 e qualcosa per cento delle aziende private ha dichiarato che mai rinuncerà al proprio principale fattore di ricchezza, che è il capitale umano».Piuttosto, ha aggiunto Berlusconi, «a rischio sul mercato restano soltanto i lavoratori autonomi, che però hanno una loro intima forza di ottimismo, di fiducia nel futuro, che chiudono aziende ma le riaprono». E comunque, ha precisato, «il saldo fra le aziende che chiudono e quelle che aprono è ancora oggi positivo».Anche dal fronte internazionale non dovrebbero più arrivare grandi minacce: «Ciò che doveva accadere è accaduto, chi doveva fallire è fallito, chi si doveva togliere dal mercato si è tolto». Oggi, ha spiegato, «non mi pare ci siano altre situazioni che dobbiamo temere». Ma allora, si è chiesto il premier, «perché tanti cittadini hanno cambiato le loro abitudini d’acquisto?».La ricetta, insomma, è quella di «guardare avanti per un futuro migliore». E non perché bisogna vivere nelle favole, ma perché solo in questo modo si riuscirà ad evitare che le conseguenze del dissesto dell’economia durino troppo a lungo. Del resto, per quanto impressionanti, le cifre fornite di recente dall’Istat sono assolutamente in linea con le previsioni fornite a fine giugno dall’Ocse, che piazzano l’Italia in posizione medio-alta della classifica delle economie europee. E, come ha detto lo stesso premier, sono molti gli indicatori, da quelli che arrivano dall’Inps sul rallentamento della cassa integrazione a quelli di Unioncamere sulla tenuta del sistema delle Pmi, che lasciano intravedere concreti segnali di ripresa del ciclo produttivo. Anche da Confindustria ieri sono arrivati segnali di ottimismo. «Non c’è più la percezione di essere sull’orlo del precipizio», ha detto la presidente Emma Marcegaglia, «probabilmente il peggio lo abbiamo alle spalle, c’è qualche segnale di miglioramento ma non bisogna abbassare la guardia».Ottimismo e buon senso che non sono affatto bastati a rassicurare un’opposizione che, tra una polemica sul Noemi-gate e un’indignazione per il lodo Alfano, non ha perso l’occasione di utilizzare i dati diffusi nei giorni scorsi dall’Istat per denunciare l’inerzia di Berlusconi di fronte alla crisi. Il governo nega la realtà «voltando la faccia dall’altra parte», ha tuonato Dario Franceschini. Le parole del premier secondo il leader del Pd, sarebbero «uno schiaffo inaccettabile alle famiglie e alle imprese». Mentre per l’Italia dei Valori l’ottimismo del premier rappresenta addirittura il primo passo verso il «regime».Più cauto il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, che ritiene un po’ prematuro dire che il peggio è passato, ma invita tutti «a remare dalla stessa parte».

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La paura fa 9,3%

Che la situazione non fosse delle migliori era chiaro. Tutti i principali indicatori segnalano da tempo il cattivo stato di salute della nostra economia colpita, come gran parte dei Paesi del pianeta, dagli effetti della crisi. Ma quel deficit/pil nel primo trimestre al 9,3%, pur con tutte le cautele del caso, un po’ di apprensione in più la mette. Non fosse altro perché all’Istat, da quando gli esperti si mettono lì ogni tre mesi a calcolare numeri e percentuali, nessuno lo aveva mai visto. Il dato è infatti il più negativo dal 1999, ma solo perché quello è l’anno in cui sono cominciate le serie storiche. Detto questo, bisogna ricordare che il primo trimestre è sempre il più difficile, quello dove le cifre schizzano, per poi assestarsi durante l’arco dei dodici mesi. Cosa che accade da diversi anni a questa parte, compreso l’ultimo dove la situazione non è stata così rosea (rispetto a 5,7% la chiusura del 2008 è stata al 2,7%). Certo, preoccupano i dati sulla spesa pubblica che sale (+4,6%), sul saldo primario che scende (-4,6%) e sulle entrate che frenano (-2,8%). Ma in fondo lo scenario complessivo non sembra tanto diverso da quello su cui si ragionava l’altroieri, prima di essere gelati dai dati dell’Istat. Il governo, al di là delle polemiche su ottimisti e pessimisti e sulla validità delle stime, sa perfettamente che per uscire dalla crisi il Paese non ha bisogno soltanto di sopravvivere alla tempesta, ma di cambiare il passo prima che gli altri tornino a correre. E per fare questo servono riforme strutturali. Un po’ di tempo c’è ancora. Il quadro, infatti, è quello tracciato un paio di settimane fa dall’Ocse che vedeva l’Europa più o meno nella stessa situazione, se non peggio, dell’Italia.Non a caso ieri il presidente della Bce, Jean Claude Trichet, (che ha lasciato i tassi invariati all’1%) ha spiegato che alla riduzione del deficit ci si penserà nel 2011, tra due anni. Nel frattempo, con la ripresina che dovrebbe arrivare nella metà del 2010, bisognerà attendere gli effetti dei «piani di stimolo» pubblici sull’economia. Quando il ciclo ripartirà, si risolveranno anche i problemi legati alla bassa inflazione. Perché una crescita della domanda porterà ad una graduale ripresa dei prezzi e quindi del sistema produttivo. Solo allora «si dovranno avviare i necessari sforzi per consolidare i bilanci». Resta inteso che tutti dovranno farsi trovare preparati. Soprattutto chi, come noi, ha un deficit elevato. Per questi Paesi, ha spiegato il numero uno della Banca centrale europea, «sarà necessario un aggiustamento strutturale del deficit pubblico almeno dell’1% l’anno».In questo senso, la buona notizia arriva dal decreto fiscale. Nella relazione tecnica della Ragioneria dello Stato del dl, che inizia martedì il suo iter alla Camera, si legge che il miglioramento del saldo netto da finanziare è di circa 1.396 milioni nel triennio 2009-2011 e di 500 milioni l’anno nel 2009 e 2010 del fabbisogno. È invece nullo in tutti e tre gli anni l’effetto sull’indebitamento. «Una quota delle maggiori entrate e delle minori spese derivanti dal decreto e non utilizzate a copertura», si legge nella relazione, «è destinata a incrementare la dotazione del fondo per interventi strutturali di politica economica e integralmente destinate all’attuazione della manovra di bilancio per il 2010 e gli anni successivi».La cattiva notizia arriva invece dall’Europa, dove il tasso di disoccupazione a maggio si è attestato al 9,5% contro il 9,3 di aprile. Nel 2008 era al 7,4%. È il peggior dato dal maggio 1999.

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sabato 4 luglio 2009

Gli operai Fincantieri contro la Cgil

Altro che comportamento antisindacale. Sarà difficile per la Fiom dimostrare in tribunale che l’accordo integrativo di Fincantieri, non firmato dai metalmeccanici della Cgil, rappresenta una violazione dei diritti dei lavoratori da parte dell’azienda. Forse sarà più facile per Fincantieri portare avanti la causa di risarcimento (si è parlato di 20 milioni) contro la Fiom per aver bloccato a più riprese la produzione con scioperi ed iniziative di protesta. Quegli stessi lavoratori, infatti, non sembrano affatto così entusiasti della guerriglia ingaggiata ormai da moltissimo tempo contro il colosso cantieristico italiano. Anzi, interpellati in merito all’accordo integrativo firmato lo scorso primo aprile si sono dichiarati in maggioranza favorevoli. Alla faccia di quelle percentuali bulgare che stando alla versione della Fiom starebbero appoggiando la richiesta di mandare tutto all’aria.

Quando qualche mese fa Cisl e Uil proposero di dare la possibilità a chi non aveva firmato il nuovo contratto di rinunciare all’aumento previsto, l’iniziativa fu subito denunciata come una sfacciata provocazione. In realtà, forse si sarebbe saputo in anticipo quello che è stato il risultato della consultazione effettuata tra i lavoratori. Sessantasei Rsu su 129 elette all’interno del gruppo si sono infatti espresse a favore dell’accordo e, se i numeri non ingannano, si tratta, seppure di misura, della maggioranza della forza lavoro aziendale. Piaccia o non piaccia le Rsu sono rappresentanze sindacali unitarie che vengono elette da tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti al sindacato.

«Come Fim e Uilm», si legge in una nota diffusa dalle segreterie nazionali, «abbiamo ritenuto doveroso, pur ritenendo che l’accordo da noi sottoscritto il primo aprile con Fincantieri sia valido a tutti gli effetti sia economici che normativi, verificare coerentemente con le indicazioni positive avute nelle assemblee svolte in tutti i siti di Fincantieri, il grado di apprezzamento di tutte le Rsu di Fincantieri e delle Società controllate».

Il risultato è, evidentemente, una doccia gelata per i duri della Fiom, che fino a qualche giorno fa parlavano di «grande mobilitazione» e di «inevitabile riapertura delle trattative». Una sicurezza che ha spinto il sindacato guidato da Rinaldini e Cremaschi ha tentare addirittura l’affondo in tribunale contro Fincantieri per comportamento antisindacale. Secondo i metalmeccanici di Cisl e Uil, chi in questi giorni ha parlato «di maggioranze delle Rsu, di maggioranze dei lavoratori e di adesioni al 90% degli scioperi indetti dalla Fiom contro l’accordo in questione di fatto sta sostenendo falsità oltre a dare informazioni prive di fondamento».

Dopo la consultazione, è chiaro che la Fiom dovrà abbassare i toni. Considerato anche che a favore dell’accordo hanno votato anche i lavoratori della Failms e dell’Ugl. Detto questo, la quota di chi non ha gradito il nuovo contratto integrativo è comunque consistente. E tutte le sigle nazionali dovranno farci i conti. Per la Fiom, però, l’episodio rappresenta qualcosa di più. È l’ennesima battuta d’arresto, dopo le contestazioni arrivate dalla base negli ultimi mesi, di un sindacato che rischia di non riuscire più a dialogare né con le aziende né con i lavoratori.

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giovedì 2 luglio 2009

Il massimo grado della magistratura col massimo di stipendi e privilegi

Non è la prima volta che la Consulta finisce al centro delle polemiche. Una delle più vibranti fu quella innescata da Marco Pannella, che a metà degli anni 90 la definì «una cupola partitocratica» per le ripetute bocciature dei referendum sponsorizzati dai radicali. Ma ai giudici costituzionali i nemici non sono davvero mancati. Una volta c’è in gioco la legge elettorale, un’altra i diritti civili, un’altra ancora le tasse, fino alla televisione o, come in questo caso, le prerogative dei vertici istituzionali. C’è sempre qualcuno pronto a puntare il dito, ad accusare, a denunciare.Un curioso destino per quella che dovrebbe essere la massima fonte di diritto italiano e il più autorevole garante del rispetto delle regole e delle leggi fondamentali dello Stato.La Corte costituzionale è un organo previsto dalla Costituzione. Il suo compito, in base all’art. 134, è quello di giudicare sulla «legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge, dello Stato e delle regioni»; sui «conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra Stato e Regioni»; sulle «accuse promosse contro il presidente della Repubblica»; «sull’ammissibilità del referendum abrogativo». Il presunto equilibrio della Corte, regolarmente contestato da chi resta insoddisfatto delle sue decisioni, dovrebbe derivare dalla sua composizione, stabilita dall’art. 135 della Carta. Formano la Corte quindici giudici nominati per un terzo dal Parlamento, per un terzo dal capo dello Stato e per un terzo dalle supreme magistrature ordinarie ed amministrative. L’elezione da parte del Parlamento avviene a scrutinio segreto e con la maggioranza dei due terzi. Procedura che ha spesso provocato assurde paralisi a causa del braccio di ferro tra maggioranza e opposizione, al punto che nel 2002 la Corte fu costretta a rinviare una decisione per la mancanza del numero legale (11 giudici). I membri della Consulta (scelti fra i magistrati anche a riposo delle giurisdizioni superiori ordinaria ed amministrative, i professori ordinari di università in materie giuridiche e gli avvocati dopo venti anni di esercizio) restano in carica nove anni, senza possibilità di proroga né di un secondo mandato. Il presidente viene eletto tra i componenti e resta in carica per 3 anni, rinnovabili, e solitamente viene scelto tra i giudici che stanno concludendo il mandato. Le decisioni della Corte costituzionale possono essere sentenze (decisioni di merito), ordinanze (decisioni processuali), decreti (decisioni procedurali). In sostanza, le pronunce della Corte si possano distinguere in due categorie: le sentenze di accoglimento e le decisioni di rigetto (siano esse di merito o processuali).Non tutti, però, possono ricorrere alla Corte. Sono soltanto due le vie di accesso al giudizio della Consulta. La prima, in via incidentale, prevede che la questione di legittimità costituzionale venga sollevata dal giudice nel corso di un giudizio davanti ad un tribunale. Il secondo metodo, in via di azione principale, prevede invece che Stato e Regioni possano presentare direttamente un ricorso di incostituzionalità.Diverso il caso dei referendum, dove in seguito al giudizio della Corte di Cassazione sulla legittimità, è previsto che la Consulta giudichi l’ammissibilità del quesito. Il vincolo principale riguarda l’impossibilità di riferire l’oggetto del quesito referendario su questioni relative a leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.Sono molte le proposte, mai portate fino in fondo, di modifica della Corte. In particolare quelle relative alla nomina dei componenti e alla cosiddetta opinione dissenziente, ovvero la possibilità di rendere palesi i voti di minoranza nelle varie sentenze.Per consolare i giudici continuamente bersagliati la legge ha, infine, stabilito generosi trattamenti economici. Lo stipendio di un componente e di 416mila euro l’anno, quello del presidente sale a 500mila. Tutto hanno diritto a una segreteria di tre persone più tre assistenti di studio, un appartamento privato al quinto piano della Consulta, ferrovie e autostrade gratis, così come il cellulare e il telefono (anche privato), rimborsi per aerei e taxi, macchina di servizio, che per i presidenti emeriti (si fanno chiamare così gli ex) resta anche in pensione.Al momento di lasciare l’incarico arriva la superliquidazione calcolata sulla base dell’ultimo stipendio moltiplicato per il numero degli anni di lavoro. Compresi quelli precedenti all’incarico. Uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.

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Scudo fiscale e pensioni possono attendere

La manovra estiva è solo una «manutenzione» della Finanziaria. Lo scudo fiscale è allo studio, ma contro l’evasione basta la stretta sui paradisi e il federalismo. Il pil e le entrate tributarie sono in linea con le previsioni e con quelle degli altri Paesi. Se c’era bisogno di ottimismo, il ministro dell’Economia non si è davvero risparmiato. Illustrando nel dettaglio i contenuti del decreto anti-crisi varato dal governo venerdì scorso, Giulio Tremonti si è prodigato in affermazioni rassicuranti. A partire dalla manovra estiva, che è un «aggiustamento sul bilancio pubblico» dell’ordine di 1-1,5 miliardi nel 2009 e di 3-4 miliardi nel 2010. Si tratta, ha spiegato il ministro, «di una cifra oggettivamente piccola» che il Tesoro può tenere «sotto controllo» senza difficoltà. A fronte di questo, il decreto mette invece in azione un effetto leva «molto forte», con «volumi in atto di 30-40» miliardi. La voce principale riguarda le risorse sbloccate per estinguere i debiti della Pa nei confronti delle imprese. Si parla di 23 miliardi di liquidità che il governo è pronto ad immettere nel sistema produttivo. Soldi, ci ha tenuto a dire Tremonti, che ora le aziende ci chiedono ma che prima, quando non c’era la crisi, molti preferivano lasciare allo Stato visto che garantivano buoni interessi. Le imprese, ha detto, «si mettano d’accordo».Anche sul fisco il ministro mette le mani avanti. E a chi gli ha fatto notare che lo stesso premier Silvio Berlusconi ha paventato un crollo delle entrate, Tremonti ha risposto che la situazione «è in linea con le previsioni e le previsioni sono rispettose dei calcoli». E sul fronte fiscale il ministro si è soffermato molto sull’importanza di due strumenti anti-evasione. Il primo è contenuto nel dl e riguarda la stretta sui paradisi fiscali. Nel dettaglio è quello che in giuridichese si chiama inversione dell’onere della prova, uno dei meccanismi più discussi (e discutibili) del sistema tributario con cui il contribuente diventa automaticamente evasore a meno che non riesca a dimostrare il contrario. La norma rischia di mettere alla gogna il cittadino onesto, ma darà chiaramente all’Agenzia dell’Entrate un potere straordinario di contrasto ai furbetti che spostano i soldi all’estero. Il secondo strumento è quello del federalismo fiscale, che spingerà le autonomie locali a controllare di più il territorio. L’effetto combinato delle due riforme, secondo il ministro, sarà sufficiente a scoraggiare gli evasori. È per questo che Tremonti è apparso freddo sullo scudo fiscale. Il governo, ha spiegato, sta seguendo gli esempi di Stati Uniti e Gran Bretagna, ma alla domanda diretta se il meccanismo di rientro agevolato dei capitali sarà introdotto a breve ha risposto «boh». Fonti vicine a Via XX Settembre sostengono che dietro la ritrosia del ministro dell’Economia ci sia anche l’esigenza di non fare un regalo alle banche, che si troverebbero a gestire una massa di liquidità inaspettata proveniente dall’estero e che, forse, potrebbero anche usfruire loro stesse del provvedimento. Per ora la situazione è bloccata a quei 2 miliardi che secondo Tremonti la stretta sulle commissioni fara guadagnare alle famiglie. A spese, ovviamente, degli istituti di credito.Quanto alla riforma delle pensioni, il ministro ha di nuovo lanciato l’altolà. «Bisogna studiare bene, poi vediamo».

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Manager pubblici, fioccano gli incarichi ma stipendi più bassi

La trasparenza, solitamente, è cosa buona e giusta. Il mistero crea, nella migliore delle ipotesi, sospetti e malizie. Soprattutto quando a nascondersi è la classe dirigente, che già normalmente non è in cima ai cuori dell’opinione pubblica. Bene ha fatto dunque il ministro Renato Brunetta, che cammina spedito come un treno nella sua opera rivoluzionaria di modernizzazione della Pubblica amministrazione, a spiattellare sul sito Internet tutti gli stipendi dei manager pubblici. Del resto, un annetto fa abbiamo spiato nei 740 degli italiani e sono ormai all’ordine del giorno le classifiche dei paperoni che siedono nei cda delle società quotate (obbligate per legge a pubblicare bilanci e compensi). Perché non farlo anche per chi deve rispondere in ultima istanza ai cittadini del suo operato? Tanto più che le voci circolano e il passaparola è lo strumento migliore per alimentare leggende e favole sulle retribuzioni d’oro. Ecco, invece, che l’operazione trasparenza ci riporta alla realtà. Altro che ricconi, i manager romani, tutto sommato, mettono in tasca meno dei loro colleghi italiani. Stipendi robusti, intendiamoci, ma la media resta sui 100mila euro. Una cifra che snobberebbe la maggior parte degli assistenti personali di ministri e sottosegretari e che non è neanche paragonabile ai milioni che incassano annualmente i manager delle grandi imprese pubbliche come Eni, Enel e Finmeccanica o, manco a dirlo, dei banchieri che siedono nei cda dei principali istituti di crediti. Certo, ci sono le eccezioni, ma il quadro d’insieme (vedi tabella a pagina 14) appare comunque poco sfarzoso. A Roma tutti poveri? Non esageriamo. Il trucco, come spesso, accade, c’è. E si vede. Spulciando le tabelle con i dati scopriamo infatti che i nomi sono tanti, ma gli incarichi di più. Molti hanno ne hanno due, diversi tre. C’è poi chi ha deciso di strafare occupando contemporaneamente cinque, sei o addirittura nove poltrone. Una sorta di grande slam che alla fine dei giochi permette di recuperare il terreno perduto. Un po’ di qua e un po’ di là, ed ecco che la busta paga si gonfia, tornando a livelli accettabili. È tutto legittimo e perfettamente legale, per carità. E tutti, sicuramente, svolgono con dedizione il loro lavoro. L’importante, come si diceva, è saperlo.

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mercoledì 1 luglio 2009

Sepolto nei ministeri un tesoro da 23 mld

Decine di miliardi parcheggiati nei ministeri in attesa soltanto di essere spesi. È l’ultimo paradosso della burocrazia italiana, dove i soldi, si perdono, si spostano si trasferiscono e si bruciano. Tutto fuorché farli arrivare a destinazione. Alla faccia della crisi e dello sviluppo. A svelare il grottesco fenomeno è stata ieri la Corte dei Conti, che ha diffuso la relazione sulle gestione delle risorse dello Stato. In particolare su quelle già allocate in partite di spesa del bilancio pubblico. In altre parole, si tratta di risorse che tutti sanno dove devono andare e cosa devono finanziare. Lo sanno i ministeri, lo sanno i destinatari. Eppure, i miliardi rimangono per anni insabbiati nei libri contabili. La spesa monitorata dai magistrati contabili nel 2008, quella considerata a rischio, riguarda 19 miliardi in conto residui e 15 in conto competenza. Districarsi nei tecnicismi dell’analisi contabile della Corte non è facile, ma la sostanza è chiara come il sole. Di quei soldi, lo ricordiamo già stanziati da specifiche leggi dello Stato votate in Parlamento e pubblicate in Gazzetta ufficiale, ne sono stati effettivamente erogati soltanto 5 miliardi per i conti residui e 5 per quelli di competenza, con percentuali rispetto alla somma originaria del 28 e del 40%. In pratica, sono rimasti incagliati oltre 22 miliardi. Sono gli stessi miliardi di cui si parla tutti i giorni, in tv e nei convegni, in Parlamento e nei comizi di partito. Sono quei soldi che mancano per l’edilizia, per la sanità, per l’università, per le imprese. Nel dettaglio, c’è il fondo per la competitività e lo sviluppo: su quasi 4 miliardi stanziati ne sono stati erogati solo 271 milioni, il 7%. Oppure c’è il Fondo per le aeree sottoutilizzate, i famosi Fas di cui tanto si è parlato negli ultimi mesi. Ebbene, su circa 2 miliardi e 800 milioni volete sapere quanti ne ne sono usciti dal ministero dello Sviluppo economico? Zero. Poi ci sono le somme da erogare in metria di edilizia sanitaria pubblica, i fondi per la riqualificazione dei porti, quelli per le infrastrutture, fino al sostegno alla finanza d’impresa.Di fatto, scrive la Corte, «la massa spendibile viene sottratta, in tutto o in parte, alla naturale destinazione prevista dalle leggi e dai programmi di spesa che ne legittimano lo stanziamento».Il motivo? Ce ne sono a bizzeffe. Talvolta si tratta di «una insufficiente azione di governo», talvolta da «problemi relativi all’organizzazione amministrativa e contabile», in altri casi è colpa di «disfunzioni riconducibili anche ai soggetti destinatari dei finanziamenti». Alcune volte, infine, è colpa delle stesse leggi di bilancio, così complicate e contradditorie da renderne impossibile l’applicazione.Una cosa, però, è certa. La cosa fa comodo alle finanze pubbliche, che si ritrovano in cassa più soldi del dovuto. La Corte non esclude, infatti, che molte delle situazioni anomale nascondano «un consapevole utilizzo di questi ritardi ai fini del contenimento della spesa pubblica». Un modo, insomma, per far tornare sempre i conti.In realtà, si tratta di «consistenti patologie gestionali» e di «una legislazione ipertrofica» scarsamente «funzionale al raggiungimento degli scopi primari della stessa». Insomma, il giochino delle tre carte non conviene a nessuno, anche perché «il deficit di trasparenza contabile» e «la genericità e la eterogeneità delle denominazioni dei piani gestionali» non forniscono «informazioni finalizzate ad elevare il grado di razionalità economica nella gestione del settore pubblico e a comunicare ai vari interlocutori istituzionali ed economici i risultati dell’azione di governo». È per questo che la Corte auspica che si proceda in fretta «ai processi di modernizzazione della pubblica amministrazione, che sono in cima alle cure del nostro Legislatore». Lo speriamo tutti.

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