sabato 27 marzo 2010

I sabotatori della Fiat

Ci risiamo. A poco meno di due settimane dalla schiaffo ricevuto da Giorgio Napolitano, che smentì piccato la sua presunta ostilità verso la legge su arbitrato e articolo 18, gli uomini di Ezio Mauro tornano all’attacco. Oggetto delle attenzioni giornalistiche di Repubblica, questa volta, è il piano industriale della Fiat. Un piano lacrime e sangue, quello descritto sulle pagine del quotidiano romano, che pur prevedendo un aumento della produzione lascerebbe in mezzo alla strada 5mila lavoratori e ridurrebbe a 8 (sugli attuali 12) i modelli affidati agli stabilimenti italiani.


L’operazione downsize, questo il nome con cui Repubblica battezza il ridimensionamento delle attività del gruppo nel nostro Paese, coinvolgerebbe tutte le fabbriche dislocate sul territorio sia con cambi di produzione sia con tagli di personale e prepensionamenti. Le ricadute sarebbero drammatiche non solo a Termini (da 1.500 operai a zero), ma anche a Mirafiori, dove la forza lavoro scenderebbe dai 5mila addetti a 2.500.

A poco sono servite le smentite a muso duro di Sergio Marchionne, che ha parlato di «speculazioni» su notizie completamente false. «Questo è il momento sbagliato per parlarne», ha spiegato l’ad del Lingotto, «abbiamo avuto la crisi più profonda che si sia mai vista in Europa e non abbiamo licenziato nessuno. Non voglio medaglie, ma cercare di picchiare la Fiat in questi momenti è la cosa più sproporzionata che abbia mai visto, quasi vergognosa».

Parole inutili. Esattamente come con la questione dell’articolo 18, la sparata di Repubblica ha immediatamente riacceso la protesta dei sindacati. Dopo qualche settimana di relativa tranquillità i lavoratori sono tornati sul piede di guerra, chiedendo convocazioni urgenti al governo, minacciando mobilitazioni e, in alcuni casi, come è successo a Termini, proclamando scioperi istantanei contro il presunto piano industriale di Repubblica. La doccia è talmente gelata da ricompattare con facilità tutte le sigle. Così, accanto al leader della Cgil, Guglielmo Epifani, che vede nelle indiscrezioni «una conferma ai timori» avanzati dal sindacati, scendono in campo anche il numero uno della Cisl, Raffaele Bonanni, e il segretario dell’Ugl metalmeccanici, Giovanni Centrella, per invitare il governo ad un confronto prima del 21 aprile, quando il Lingotto presenterà ufficialmente il piano strategico.

Conseguenze prevedibili e previste, secondo Maurizio Sacconi, che ritiene per nulla casuale il colpo di Repubblica. «Le indiscrezioni su un presunto piano Fiat caratterizzato da ben 5mila esuberi occupazionali sono inquietanti e suscitano allarme sociale», ha detto il ministro del Lavoro, secondo il quale «solleva un legittimo interrogativo l’affermazione del portavoce della Fiat secondo cui le indiscrezioni stesse sono una provocazione politica a pochi giorni dalle elezioni».

Per quanto riguarda il Lingotto, dopo aver smentito in tutte i modi le indiscrezioni giornalistiche, Marchionne ha ribadito che su Termini «una soluzione si dovrà trovare» e che il gruppo farà tutto il possibile. Sull’ipotesi spin-off dell’auto, anch’essa prospetta da Repubblica, il manager della Fiat, intervenuto a margine della riunione confindustriale, ha detto che si tratta «solo di ipotesi». Lo scorporo, ha spiegato, si può fare in due modi: «o lasciamo l’Auto da una parte e togliamo il resto, o togliamo l’Auto e lasciamo il resto. Non è complicato». Quanto all’esigenza di consolidare prima Chrysler nel bilancio del gruppo Fiat, Marchionne ha osservato che «non ce n’è bisogno». Visto che «con il 20% della casa americana abbiamo già il controllo».

Le voci sul piano hanno influenzato anche i mercati, con il Lingotto che ha chiuso in rialzo del 4,26% a 9,8 euro. La bomba lanciata da Repubblica non ha invece scosso più di tanto i lavori del comitato direttivo di Confindustria, che si è tenuto non casualmente a Torino, in territorio Fiat.

Nel corso del “conclave” sarebbero infatti state confermate le anticipazioni sulla nuova squadra di Emma Marcegaglia, in particolare quelle relative all’ingresso del vicepresidente del Lingotto, John Elkann.

Anche Giorgio Squinzi, ha spiegato l’ex numero uno di Assolombarda Diana Bracco al termine della riunione, entrerà nel team di presidenza. Come previsto, il patron della Mapei, vicino alla Marcegaglia, andrà a sostituire il montezemoliano Andrea Moltrasio con la delega per l’Europa. Una mossa che, unita a quella di Elkann, è stata letta come la chiusura dell’epoca Montezemolo in viale dell’Astronomia.

La giunta di Confindustria che si riunirà oggi a Roma ratificherà la scelta, secondo quanto confermato da Mariella Enoc, presidente di Confindustria Piemonte. Per il rampollo di casa Agnelli ci sarebbe pronta la delega all’internazionalizzazione verso i paesi emergenti.
 
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mercoledì 24 marzo 2010

Emma azzera i montezemoliani

Dentro Giorgio Squinzi, Pier Francesco Guarguaglini e, soprattutto, John Elkann. Scatta il rimpasto in Confindustria. La scadenza finale è per l’assemblea di maggio. Ma i giochi si faranno molto prima. A partire dall’appuntamento di domani, quando Emma Marcegaglia presenterà al voto segreto della giunta il programma e la squadra di presidenza per i prossimi due anni.
Inizialmente la presidente di Confindustria sembrava intenzionata a non operare troppe sostituzioni. L’idea era quella di non stravolgere un vertice che, tutto sommato, ha accompagnato la presidente nei primi due anni di mandato senza troppi scossoni. Alla vigilia delle scadenze, però, le tensioni sotterranee sono venute alla luce. E i cambiamenti si sono resi necessari. Anche perché, secondo molti, in Viale dell’Astronomia c’è qualcuno che starebbe già preparando con congruo anticipo la corsa per la prossima presidenza. Tra questi si fa il nome di Andrea Moltrasio, che ufficialmente farà un passo indietro per seguire l’azienda di famiglia. Difficile, però, non vedere nell’uscita del montezemoliano di ferro un segnale delle manovre in atto. L’imprenditore chimico vicinissimo al presidente della Fiat è da dieci anni in Confindustria e a lui la Marcegaglia aveva affidato una delle deleghe più pesanti, quella sull’Europa.

Al suo posto dovrebbe andare Giorgio Squinzi, patron della Mapei. Il pezzo da novanta della chimica italiana potrà avere la delega, ma non l’incarico formale di vicepresidente. Poltrona che sarebbe incompatibile con l’attuale presidenza della Federchimica. Altro big dell’industria italiana che dovrebbe entrare nel team della presidente è Pier Francesco Guarguaglini. Un ingresso pesante quello dell’ormai storico numero uno di Finmeccanica, che da molti viene letto come una ulteriore apertura (l’ad dell’Eni Paolo Scaroni fa già parte
della squadra con una delega alla globalizzazione) della Marcegaglia verso le istanze dei grandi gruppi partecipati dal Tesoro, che da tempo chiedono maggiore spazio nei piani alti di Viale dell’Astronomia. Richieste che non sono state prive di ripercussioni anche a livello territoriale. A fare le spese dello scontro con i grandi potrebbe essere Antonio Costato, attuale vicepresidente espressione delle pmi del Veneto, che a causa degli attriti con Eni ed Enel sarà probabilmente spostato dall’energia alla semplificazione.
Ma l’arrivo più clamoroso è sicuramente quello di John Elkann. L’approdo del rampollo della famiglia Agnelli nel comitato di presidenza è oggetto di molte letture in questi giorni. Viale dell’Astronomia e il Lingotto hanno smentito la notizia secondo cui l’ingresso nella squadra di Confindustria del vicepresidente della Fiat nonché presidente della controllante Exor sarebbe stato concordato tra Marchionne e Marcegaglia durante un incontro di qualche settimana fa a Torino.
Di sicuro, però, l’arrivo di Elkann in Viale dell’Astronomia non farà troppo piacere a Montezemolo, che da tempo vede il giovane manager scalpitare anche dietro la sua poltrona. Che il rampollo degli Agnelli abbia rapporti migliori con l’ad della Fiat che con il presidente, del resto, non è un mistero. Così come non lo è la
scarsa sintonia tra Marchionne e Montezemolo.
In chiave politica, la scelta di Elkann sarebbe anche la conseguenza dei recenti attriti tra governo e Fiat sulla questione degli incentivi e sulla vicenda di Termini Imerese. Al Lingotto preferiscono chiaramente affidare i rapporti istituzionali al giovane Jaki piuttosto che alla vecchia volpe Montezemolo, che non solo incalza il governo con la sua associazione Italia Futura, ma si prepara anche a mettere i bastoni tra le ruote alle Ferrovie di Stato con i suoi treni superveloci (peraltro acquistati dalla francese Alstom piuttosto che dall’italiana AnsaldoBreda).

A voler essere maligni si direbbe che la scelta di Elkann sia il tassello di un rimpasto dalla chiara impostazione anti-montezemoliana. In quest’ottica andrebbe vista infatti non solo l’uscita del fedelissimo Moltrasio, ma anche l’arrivo di Squinzi. Non va dimenticato che il numero uno della Federchimica è stato uno dei più forti sostenitori della linea confindustriale che ha portato la Marcegaglia alla presidenza in aperto contrasto con la vecchia gestione di Montezemolo.

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martedì 23 marzo 2010

Trecento milioni di incentivi elettorali

L’accoglienza delle imprese non è stata delle migliori. Gli incentivi sono pochi e mal distribuiti, ha commentato a caldo Emma Marcegaglia. Mentre gli esperti di Confindustria del settore moto (Ancma), calcolatrice alla mano, hanno stimato che le somme destinate alle due ruote (12 milioni sul totale) finirebbero in una quindicina di giorni. A poco è servito il colpo di reni del governo, che nel rush finale ha tentato di gonfiare le cifre del pacchetto. Alla fine, dopo mesi di tira e molla tra Giulio Tremonti e Claudio Scajola, il decreto legge varato ieri dal Consiglio dei ministri mette complessivamente a disposizione 420 milioni. Trecento saranno destinati agli sconti per incentivare i consumi. Di questi 200 milioni saranno finanziati con entrate fiscali, 50 con il Fondo finanza d’impresa e 50 con credito d’imposta. Gli altri 120 arriveranno invece sotto forma di sgravi fiscali per gli investimenti nell’innovazione e nel tessile.


Oltre agli stanziamenti, nella versione finale del testo sono lievitate anche le disposizioni. Nel decreto, oltre ad una robusta sezione dedicata alla stretta sui controlli del fisco finalizzata al contrasto dell’evasione, hanno trovato spazio anche misure di semplificazione legislativa che riguardano principalmente gli interventi edilizi, i taxi e le auto a noleggio con conducente. Sul fronte casa è stato ampliato il perimetro dei lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria per i quali basterà una semplice comunicazione. Per i trasporti sono previste misure che consentiranno di «razionalizzare ed incentivare» l’esercizio dei servizi pubblici non di linea, «contrastando pratiche abusive o non rispondenti ai principi dell’ordinamento giuridico».

Confermato il meccanismo previsto per la concessione degli sconti, anch’esso poco apprezzato dalle aziende. I contributi al consumo, si legge nel dl, «saranno erogati fino ad esaurimento delle somme stanziate per ciascun settore». I principali settori che riceveranno gli aiuti sono la mobilità sostenibile, i motocicli elettrici e no, le abitazioni ad alta efficienza energetica, gli elettrodomestici, le cucine componibili, i rimorchi, le macchine agricole, le gru, i motori per la nautica.

Gli incentivi variano da prodotto a prodotto, con ribassi che generalmente oscillano dal 10 al 20% del prezzo. Dal 6 aprile, subito dopo Pasqua, i singoli consumatori potranno richiedere gli sconti ai rivenditori interessati. Finché, ovviamente, ci saranno quattrini a disposizione. Cosa che il commerciante dovrà verificare in tempo reale telematicamente o telefonicamente. Il ministro dello Sviluppo, Claudio Scajola, ha assicurato che saranno previsti «meccanismi per evitare fenomeni di accaparramento». Non è ancora chiaro quali. Per ora si sa solo che i cittadini avranno a disposizione un call center gestito dalle Poste. E sempre le Poste si faranno carico di restituire l’incentivo al rivenditore. I dettagli tecnici dovrebbero essere contenuti nel decreto per ripartire le somme tra i settori coinvolti che Scajola dovrebbe varare già oggi.

Tra le misure previste dal dl ci sarà anche un bonus per Internet veloce da destinare ai giovani. Per quanto riguarda gli sgravi fiscali, 70 milioni andranno al settore tessile. Altri 50 a sostegno della cantieristica navale, delle alte tecnologie dell’aerospazio, della emittenza radiotelevisiva locale e per l’Agenzia per la sicurezza sul nucleare.

Quanto all’impatto sui conti pubblici, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha spiegato che «non crea deficit perché sono tutte entrate da contrasto all’evasione che noi riteniamo assolutamente realistiche. Per essere chiari le abbiamo già in tasca». Certo, ha ammesso Tremonti, la cifra messa a disposizione per gli incentivi «non è molto grossa, ma ne abbiamo discusso in tutti i modi.
 
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Il pasticcio infinito della Centrale del Latte di Roma

Non si sono ancora esaurite le conseguenze del pasticcio delle giunte Rutelli e Veltroni sulla Centrale del latte di Roma. A pochi giorni dalla sentenza con cui il Consiglio di Stato ha annullato la vendita del 75% della società alla Cirio di Sergio Cragnotti e poi alla Parmalat di Callisto Tanzi, i produttori insorgono contro il Comune per il prezzo del latte. Al centro del braccio di ferro c’è il rinnovo dell’accordo tra gli allevatori e la Centrale. Sotto accusa c’è il tentativo della società, tornata nelle mani del Campidoglio, di tirare sul prezzo. «Attualmente», spiega il presidente della Confagricoltura di Roma, Massimiliano Giansanti, «il latte vale alla stalla 0,375 euro al litro. Gli allevatori non sono in grado di sopportare una riduzione di tale prezzo che, se imposta, determinerebbe la chiusura della gran parte delle aziende produttrici dell’agro romano».


Il timore è che il verdetto dei giudici amministrativi influenzi negativamente la trattativa. «Non vorremmo», sostengono gli allevatori, «che la recentissima sentenza del Consiglio di Stato, con gli scenari che apre, possa portare la Centrale ad irrigidirsi su posizioni preconcette». Sugli effetti della sentenza bisognerà sostanzialmente attendere le decisioni dell’amministrazione comunale e del sindaco Gianni Alemanno. Scelte che potrebbero anche determinare un nuovo assetto proprietario dello stabilimento e del marchio. Gli allevatori chiedono solo che, al momento, i problemi societari restino fuori dal tavolo del negoziato sul prezzo del latte.

Richiesta legittima, ma non facilmente attuabile. Del resto, ci sono volute ben nove sentenze per scrivere la parola fine sull’ingarbugliatissima vicenda della vendita della Centrale del Latte. Ora il Campidoglio dovrà anche risarcire adeguatamente la Ariete Latte sano, la società che aveva tentato inutilmente di partecipare alla privatizzazione della Centrale. La piccola società attiva nel settore lattiero-caseario aveva diffidato il Comune sostenendo la nullità della doppia vendita (Cirio prima e Parmalat poi) e della transazione per violazione delle norme imperative che presiedevano allo svolgimento della procedura, in particolare quelle che garantivano la «par condicio» tra i concorrenti e vietavano, dopo la vendita, la rinegoziazione delle clausole osservate sia dal Comune che dalle società che aspiravano ad acquistare il pacchetto azionario.

La cifra esatta non è ancora stata quantificata. Spetterà al Comune, secondo quanto stabilito dal Consiglio di Stato, formulare entro 60 giorni una proposta di indennizzo del danno. In una precedente sentenza il Tribunale amministrativo del Lazio aveva già indicato nel 5 per cento degli utili netti di bilancio conseguiti dalla dalla Ariete nel 2000 la somma di riferimento.

Quanto alla situazione societaria, in soldoni si torna all’assetto già deciso dal Tar nel 2007. Il che significa che la Centrale del Latte di Roma è nuovamente nelle mani del Comune che potrà decidere se avviare o meno una nuova procedura di privatizzazione.
 
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Gli incentivi saranno a carico degli evasori

Un decreto leggero. Sia nel testo sia negli stanziamenti. È questo il compromesso sugli incentivi raggiunto da Giulio Tremonti e Claudio Scajola dopo mesi di braccio di ferro. La bozza su cui i tecnici dell’Economia e dello Sviluppo stanno effettuando le ultime limature è ridotta ai minimi termini: cinque articoli, compreso quello che stabilisce l’entrata in vigore. La parte che riguarda l’aiuto ai settori in crisi prevede la costituzione di un fondo da 200 milioni, alimentato dal Tesoro con il recupero dell’evasione fiscale. Altri 100 milioni dovrebbero arrivare dallo Sviluppo economico.


La spartizione delle risorse è contenuta in un altro provvedimento che Scajola dovrà emanare, di concerto con Tremonti, entro dieci giorni. La tabella è ancora da ultimare, ma lo schema circolato ieri prevede 58 milioni per l’acquisto dei mobili della cucina, 50 milioni per gli elettrodomestici, 12 milioni per la rottamazione dei motocicli, 10 milioni per i motori fuoribordo, 13 milioni per i rimorchi, 18 milioni per i trattori, 40 milioni per le gru edili, 14 milioni per alcuni motori industriali, 85 milioni per le eco-case. Gli stanziamenti non saranno modulabili. Per accedere agli aiuti è infatti previsto un sistema on line che bloccherà l’accesso «in caso di esaurimento della disponibilità del fondo». Nel dettaglio si prevedono fino a 1.000 euro di sconto (il 10% dell’importo) per le cucine componibili. Fino a 750 euro (per il 10% dell’importo) per gli scooter euro 3 e fino a 1.500 euro per le moto elettriche (il 20% del prezzo). Per le case ecologiche l’aiuto arriva a 7mila euro (da 83 a 116 euro al mq in base alla percentuale di efficienza energetica). Mille euro è il tetto per i motoscafi a basso impatto ambientale, mentre sui rimorchi si arriva a 5mila euro. Per le gru a torre lo sconto sarà di 30mila euro.

I primi articoli del dl sono invece dedicati alla stretta sul fisco. A partire da norme più severe in materia di Iva e frodi internazionali. Il decreto conterrebbe anche modifiche alla disciplina delle notifiche all’estero per gli avvisi e atti di riscossione. Mentre un passaggio sarebbe dedicato a deflazione e razionalizzazione del contenzioso fiscale per accelerare la riscossione.
 
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Il made in Italy è legge. Super multe a chi bara

Per una volta le polemiche e gli insulti sono rimasti a casa. E non è poco, considerati i bollori pre-elettorali che scuotono gli schieramenti. A provocare il raro momento di convergenza è stata la difesa del made in Italy, che ieri ha compiuto un significativo passo avanti con il voto bipartisan della commissione Attività produttive della Camera. Un via libera all’unanimità che ha trasformato in legge il ddl Reguzzoni-Versace sulla tutela dei prodotti nazionali.


In base al provvedimento la denominazione “made in Italy” potrà essere usata esclusivamente per prodotti finiti le cui fasi di lavorazione abbiano avuto luogo prevalentemente nel territorio italiano. In particolare, se almeno due delle fasi di lavorazione sono state eseguite nel territorio italiano e se per le rimanenti fasi è verificabile la tracciabilità. Non solo. L’etichetta obbligatoria dovrà anche contenere indicazioni sulla conformità dei processi di lavorazione alle norme vigenti in materia di lavoro, la certificazione di igiene e di sicurezza dei prodotti; l’esclusione dell’impiego di minori nella produzione; il rispetto della normativa europea e degli accordi internazionali in materia ambientale. Le nuove disposizioni riguardano i prodotti tessili, dell’abbigliamento delle calzature e della pelletteria.

Infischiarsene della normativa non sarà privo di conseguenze. La mancata o scorretta etichettatura dei prodotti e l’abuso della denominazione made in Italy saranno puniti con una sanzione amministrativa da 10mila a 50mila euro. La merce sarà sempre oggetto di sequestro e confisca. Se le violazioni sono reiterate scattano le sanzioni penali, con la reclusione da 1 a 3 anni. Che salgono fino a 7 se dietro c’è una apposita organizzazione. Se ad abusare del made in Italy sono invece le imprese, la sanzione andrà da 30mila a 70mila euro con la sospensione dell’attività fino ad un anno.

«L’approvazione della legge è una vittoria per tutti i consumatori e per le numerose aziende che ancora oggi stanno affrontando il difficile periodo di crisi», sostiene il deputato della Lega, Matteo Bragantini. Entusiasta anche Raffaello Vignali (Pdl), secondo il quale «è un gran giorno, in cui si dimostra che si può difendere un sistema economico senza rinchiudersi in un protezionismo egoistico, dannoso per un Paese che ha nell’export un punto di forza». Parla di «pietra miliare» Massimo Calearo (Api), il quale avverte però che «siamo solo all’inizio, al primo step di un percorso che difende la struttura portante dell’economia italiana, la piccola media impresa». Ed ecco il problema: malgrado la buona volontà del Parlamento italiano, senza il sostegno di quello europeo, il provvedimento resterà lettera morta. Determinante, in questo senso, è lo slittamento di quattro mesi dell’entrata in vigore della legge, previa notifica alla commissione Ue per il necessario esame di compatibilità. «Si tratta», ha spiegato il viceministro allo Sviluppo, Adolfo Urso, «di un atto politico, per rafforzare la posizione negoziale dell’Italia su una materia che resta di esclusiva competenza dell’Unione». La speranza è che da Strasburgo non arrivino intoppi. «Faremo ogni sforzo in sede europea», dice Urso, «affinché il regolamento sulla etichettatura obbligatoria, da noi proposto già nel 2003, possa essere approvato celermente dal parlamento europeo».
 
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L’irresistibile ascesa di Palenzona il Mediatore

Destra e sinistra, finanza laica e cattolica, Tremonti e Fazio, trasporti e banche. È difficile trovare un terreno che Fabrizio Palenzona non abbia coltivato. Una strada che non abbia percorso. Solo per mettere in fila gli incarichi ci vorrebbe un libro. Il manager di Novi Ligure che ha studiato legge a Pavia quando il ministro dell’Economia era assistente universitario, tanto per citare le poltrone più prestigiose, è vicepresidente di Unicredit, presidente degli Aeroporti di Roma, presidente di Assaeroporti, presidente dell’Aiscat, nonché consigliere di Mediobanca.


Ma Palenzona è anche, e soprattutto, uomo forte della Fondazione Caritorino, secondo azionista di Unicredit. Da lì è partita l’operazione che porterà alla nascita della Carito, (Carige più fondazione Crt) che nelle intenzioni dei soci fondatori dovrà far rivivere l’antico blasone della Cassa di risparmio di Torino, svenduto per un tozzo di pane, secondo alcuni, per confluire nella grande banca di Alessandro Profumo.

Del manager-banchiere si è tornato a parlare ieri, perché nella pancia di una sua controllata sono finite le azioni di Generali di cui Unicredit si doveva liberare per obblighi antitrust. Un affare concluso acchiappando i classici due piccioni. Palenzona ha tolto una castagna dal fuoco a Profumo, ma ha anche messo un piede in quel Leone che di qui a breve sarà teatro del grande riassetto bancario italiano.

Ed è relativamente a questa partita che circola più di una voce sulle mosse di Palenzona. Dopo la pioggia di nomi trapelati sui giornali è proprio sul numero due di Unicredit che si sarebbero concentrate le attenzioni per una eventuale staffetta con Cesare Geronzi alla guida di Mediobanca.

Anche su Piazzetta Cuccia, del resto la storia di Palenzona parla chiaro: solo lui riuscì allo stesso tempo ad essere con Maranghi e con chi Maranghi lo cacciò via. Tutto, ovviamente, è ancora da vedere. Ma se è vero che, al di là dei balletti, alla fine sulla poltrona più alta delle Generali andrà a sedersi proprio l’ex presidente di Capitalia, le possibilità che il successore di Cuccia sia il banchiere di Novi Ligure sono molto alte. La cosa, tra l’altro, farebbe tirare un sospiro di sollievo allo stesso Profumo, che riuscirebbe a liberarsi di un vicepresidente che non vede l’ora di togliere quel “vice” dal suo biglietto da visita.
 
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Il turismo si fa strada tra i dossier italo-russi

Dopo l’energia, le infrastrutture e il commercio, anche il turismo entra a pieno titolo nel già nutrito elenco dei dossier aperti tra Italia e Russia. L’ennesimo tassello di un’alleanza alimentata dall’intesa tra Berlusconi e Putin. A rafforzare il legame sul terreno delle vacanze e degli scambi culturali ci ha pensato Michela Vittoria Brambilla. Lunedì il ministro del Turismo è volata nella terra degli zar per incontrare l’omologo Anatolij Yarochkin e mettere a punto l’agenda degli interventi in vista del 2011, quando si celebrerà contemporaneamente l’anno della cultura russa in Italia e di quella italiana in Russia.


L’obiettivo è quello di facilitare e intensificare i flussi turistici tra i due Paesi, sfruttando una tendenza già in atto. L’Italia è la sesta destinazione turistica dei vacanzieri russi dopo Turchia, Egitto, Grecia, Francia e Spagna. Con 450mila russi che sbarcano nella nostra Penisola a fronte di circa 220mila italiani che visitano la Russia. Numeri che i dati aggiornati sui primi mesi del 2010 danno in ulteriore crescita. «Puntiamo sulla Russia», ha detto chiaramente la Brambilla.

Il freddo ancora duro e pungente non ha rovinato l’atmosfera. Anzi. I due, in barba agli interpreti, discutono in uno spagnolo fluente e si aggirano tra i padiglioni dell’Intourmarket di Mosca, la Fiera internazionale del turismo, come vecchi amici. Oltre a presiedere i gruppi di lavoro con operatori e associazioni di categoria, la Brambilla ha anche annunciato che è alle battute finali, partirà a maggio, la realizzazione di un call center multilingue, compreso il russo, che offrirà assistenza turistica e servizi di pronto intervento anti-truffe per i visitatori stranieri. Nell’estate dovrebbe poi partire il Magic Italy in tour, una rassegna itinerante che toccherà i Paesi centroeuropei, la Scandinavia e, nel 2011, approderà a Mosca e San Pietroburgo. Resta da sciogliere il nodo dei visti, considerato da Mosca uno dei principali ostacoli al turismo russo in Europa. La Brambilla ha già provveduto a snellire le procedure e i tempi di rilascio. Ma Yarochkin vuole di più: «Confido che Berlusconi riuscirà ad aprire le porte di Schengen anche alla Russia».

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martedì 16 marzo 2010

Per le Generali spunta a sorpresa il nome di Cucchiani

Si scalda il fronte delle nomine. Mentre l’ad dell’Eni, Paolo Scaroni, chiude definitivamente le voci sulla sua possibile candidatura alla presidenza del Leone («non sono interessato»), dal settimanale MilanoFinanza, solitamente bene informato su Piazzetta Cuccia, spunta la carta a sorpresa: il manager Enrico Tomaso Cucchiani, attuale presidente di Allianz Italia.

A comprimere i tempi delle grandi manovre ci sono le scadenze in arrivo. Mercoledì si riunisce il cda delle Generali per esaminare i conti 2009 e fissare la data dell’assemblea per il rinnovo dei vertici. Se l’appuntamento sarà fissato per il 20 aprile (il 24 in seconda) il termine per la presentazione delle liste cadrebbe il 5 aprile. Entro la fine della prossima settimana dovrebbe poi riunirsi il comitato nomine di Mediobanca, primo azionista del Leone con il 14,7%, dove l’ad Alberto Nagel presenterà la lista dei consiglieri per le Generali che si preannuncia più leggera (da 19 a 15 membri).

Gli umori che accompagnano la corsa alla poltrona più alta delle assicurazioni di Trieste cominceranno ad avvertirsi giovedì con la riunione del patto di sindacato di Rcs. Un appuntamento che molti ritenevano l’ultimo anello della catena e che invece si sta rivelando il primo nodo da sciogliere. Sul piatto c’è la questione della presidenza dei Quotidiani. I grandi soci, principalmente Cesare Geronzi (presidente di Mediobanca) e Giovanni Bazoli (presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa) avrebbero raggiunto l’accordo sulla sostituzione di Piergaetano Marchetti, ma sarebbero ancora in contrasto sulla candidatura di Giuseppe Rotelli, l’imprenditore della sanità lombarda che ha l’11% dei diritti di voto. Sui negoziati pesa come un macigno l’articolo pubblicato dal Corriere qualche giorno fa in cui si ricordava ai lettori, pur senza fare mai il nome del numero uno di Piazzetta Cuccia, che da un momento all’altro il ministro Scajola potrebbe sbloccare il regolamento sui requisiti di onorabilità per i vertici delle assicurazioni che bloccherebbe la strada a Geronzi su cui incombono antiche pendenze dei tempi di Banca Roma e Capitalia. Una mossa dietro la quale, secondo i maligni, ci sarebbe lo zampino di Bazoli.

La partita, stando alle indiscrezioni, sarebbe ancora aperta. Ma il nome di Cucchiani fatto ieri da MilanoFinanza lascia immaginare che il presidente di Mediobanca stia pensando di rinunciare al trasloco a Trieste. La sua rinucnia chiderebbe la partita per la presidenza di Mediobanca, dove si era inizialmente parlato di Marco Tronchetti Provera (che ha anche il 5% di Rcs) o di quella, nel nome della continuità, dell’attuale direttore generale Renato Pagliaro. Restano sullo sfondo gli umori della politica. A Milano si ragiona sulla nomina di Rotelli alla presidenza del Corsera, che non dispiacerebbe al premier Silvio Berlusconi, mentre a Roma si vocifera sulle riflessioni del ministro Giulio Tremonti, che sarebbe molto più interessato al destino di Mediobanca che a quello delle Generali.
 
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venerdì 12 marzo 2010

L’aereo costa, il manager va in treno

Giacca, cravatta, ventiquattr’ore e via a 300 chilometri orari. Non sono pirati della strada, ma i nuovi manager. Dirigenti, funzionari, capitani d’industria che per spostarsi preferiscono rimanere con i piedi per terra. I cieli, ovviamente, restano ancora affollati, ma da quando sui binari si viaggia veloci l’esercito dei “pendolari di lusso” si ingrossa giorno dopo giorno. E non solo per scelta. Moltissime imprese, complice anche la crisi che ha imposto una riduzione dei costi, hanno infatti negli ultimi mesi cambiato la politica aziendale sugli spostamenti di lavoro riducendo ai minimi termini o annullando del tutto i viaggi in aereo. In questa direzione si stanno muovendo gradualmente grandi gruppi come Sky Italia, Enel, Engineering, Poste e colossi del credito come Intesa Sanpaolo e Unicredit. Ma il fenomeno è ben più esteso. L’elenco delle società che si sono rivolte alle Fs per convenzioni e accordi, tanto per avere un’idea, è sterminato. Si tratta di 3.200 soggetti, tra aziende private ed enti pubblici. Compresi molti Comuni. Già, perché anche la Pa sta progressivamente abbandonando l’aereo che, con buona pace dei contribuenti, continua ancora a concedersi.

La maggior parte del traffico si concentra chiaramente sulla Roma-Milano, la tratta del business per eccellenza su cui ogni giorno decine e decine di manager fanno la spola per incontri d’affari e appuntamenti di lavoro. È qui che il fenomeno è più visibile. Da quando è partito il servizio che permette di percorrere la distanza in 3 ore, il 14 dicembre scorso, il Frecciarossa delle Ferrovie dello Stato ha trasportato circa il 28% di passeggeri in più rispetto allo stesso periodo dell’anno passato. Un traffico rubato principalmente alla nuova Alitalia. Come dimostrato anche dal fatto che l’incremento maggiore è stato registrato proprio dalle carrozze di prima classe, con picchi del 40%, dove normalmente viaggia la clientela business. Non è un caso che recentemente le Fs abbiano siglato un contratto con Telecom per garantire l’alta velocità non solo sui binari ma anche su Internet. Addirittura, stando a quanto dichiarato dai due ad, rispettivamente Mauro Moretti e Franco Bernabé, la rete wi-fi che sarà attivata sui Frecciarossa «permetterà connessioni venti volte più rapide di quelle analoghe di tutto il mondo». Con un costo che andrà dai 3 ai 10 euro per la seconda classe, mentre sarà incluso nel prezzo del biglietto per la prima.

Non solo, entro l’estate del 2011 l’intera flotta sarà equipaggiata per la visione di film, per servizi interattivi e giochi. Insomma, tutto quello che serve per convincere anche il manager più snob ad abbandonare l’aereo. La quota di chi lo ha già fatto è comunque consistente. Basti pensare che attualmente il 67% dei passeggeri che viaggiano sui Frecciarossa tra Roma e Milano appartiene al segmento business, mentre solo il 26% sale per vacanze o per altri motivi (il 7%). La migrazione dei passeggeri è ben visibile nei dati che riguardano le percentuali complessive di traffico in base al tipo di mezzo scelto. Sempre sulla Roma-Milano, il confronto è abbastanza indicativo. Prima dell’alta velocità la quota del treno era del 32%, mentre il 52% dei passeggeri preferiva l’aereo e il 16% l’auto. Oggi il rapporto è praticamente ribaltato. Un viaggiatore su due sceglie il binario, mentre soltanto il 40% è rimasto fedele all'aereo. Anche l’auto, tra patente a punti, leggi sull’alcol e limiti di velocità, ha perso molto fascino, attestandosi ad un 12%. Malgrado i risultati, Moretti è ancora convinto che il futuro sia “l’intermodalità”, ovvero la sinergia tra cielo e terra. «Il cittadino», ha spiegato ieri l’ad delle Fs, «potrà prendere un biglietto e in relazione all’ora del ritorno decidere se andare con lo stesso biglietto in aereo o in treno in maniera del tutto indifferente».Quanto costerà il biglietto, per ora, preferiamo non saperlo.

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