lunedì 12 aprile 2010

Silvio smentisce. Ma la manovrina si farà

Aria, terra, aria e fuoco. Scomoda persino i quattro elementi della tradizione ellenica Giulio Tremonti. Snocciola acronimi e formule, battute e metafore, cita Platone. Ma di fronte alla platea di Confindustria riunita a convegno a Parma si guarda bene dal pronunciare quello 0,8% riferito alla crescita del pil italiano nel 2010. Cifra che pure era scritta nero su bianco nella bozza di discorso distribuita ai giornalisti. E su cui, guarda caso, sono concentrati i timori dei tecnici che in questi giorni stanno studiando l’andamento dei conti pubblici e le possibili correzioni in corsa sul rapporto deficit/pil. La prospettiva dello 0,8%, contenuta nel World economic outlook che il Fondo monetario pubblicherà il 21 aprile, è infatti più bassa dell’1,1% contenuto nelle ultime stime del governo presentate con l’aggiornamento al Patto di Stabilità.


Pizzicato dai cronisti al termine dell’intervento, il ministro dell’Economia si è giustificato sostenendo che lo 0,8% «è il dato Eurostat». Un dato che sarebbe comunque sufficiente a far alzare l’asticella che Tremonti ha miracolosamente tenuto in equilibrio con la Finanziaria di fine anno. Roba di qualche zero virgola. Ma dopo l’esplosione della crisi greca l’Italia non ha alcuna intenzione di diffondere messaggi di sfiducia sui mercati internazionali che rischierebbero di ripercuotersi sulle agenzie di rating e sulle emissioni dei titoli di Stato. Dal Tesoro continuano a smentire che ci sia un dossier aperto sulla manovrina estiva. Ma non è un caso che ieri sull’argomento abbia deciso di scendere in campo anche Silvio Berlusconi. «Smentisco decisamente le voci di una finanziaria aggiuntiva», ha detto il premier da Parigi a margine del vertice italo-francese.

Anche il Cavaliere insomma, seguendo la linea del ministro dell’Economia, gioca sull’equivoco generato dall’anticipazione della finanziaria a giugno in base alla nuova legge di bilancio. L’intervento, come ha spiegato più volte Tremonti, servirà a correggere i conti del 2011 dello 0,5% come previsto dagli accordi presi in sede comunitaria. Nella stessa sede, però, il ministro potrebbe decidere non solo di rifinanziare alcune voci di spesa corrente del 2010, si è parlato di 1,5 miliardi per le missioni internazionali all’estero, ma anche di dare una stretta al rapporto deficit/pil per evitare che sfori sopra il 5%. In quel caso, la si può chiamare come si vuole, ma la manovra interverrebbe sui saldi dell’anno in corso. Fonti parlamentari confermano che il piano d’emergenza è sul tavolo del ministro. Tutto è chiaramente appeso non solo all’andamento dell’economia, il cui tagliando sarà fatto ai primi di maggio, ma anche all’esito della proroga dello scudo fiscale che scadrà proprio il 30 aprile. Alcune stime del Tesoro parlano di un possibile gettito per le Finanze di circa 2 miliardi. Ossigeno per le casse dello Stato, che però coprirebbe soltanto gli sbalzi della spesa corrente. Lasciando scoperto il possibile buco da 5-6 miliardi di deficit.

Nei prossimi giorni gli orientamenti del governo saranno più chiari. Non è escluso che già oggi Berlusconi dica qualcosa a riguardo. L’intervento del premier, atteso sempre a Parma, è stato annunciato dallo stesso Tremonti con una sibillina citazione di De Gasperi («i politici pensano alle prossime elezioni, gli statisti alle future generazioni, domani sentirete, sentiremo il presidente del Consiglio dei ministri») che i più benevoli hanno voluto interpretare come un omaggio al capo. Per il resto, oltre a ripercorrere la storia degli ultimi anni, tra globalizzazione, crollo del muro di Berlino, espansione dei debiti pubblici e crisi finanziaria, il ministro dell’Economia ha parlato soprattutto di fisco. Senza aggiungere molto a quanto già detto, per la verità, ma ribadendo la necessità di andare avanti su quella che ha definito «la riforma delle riforme». Non si tratterà di un intervento «platonico», ha spiegato Tremonti, ma di un cambiamento «ad alta intensità politica». Per prima cosa, ha continuato, sarà riaperto il cantiere del Libro Bianco del '94 «per un inventario responsabile e trasparente delle varie opzioni possibili» le cui direttrici sono ormai note: «dalle persone alle cose, dal complesso al semplice e dal centro alla periferia».

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Una Smart contro Marchionne

Smart, Twingo e veicoli commerciali. La notizia non piacerà a Sergio Marchionne. Ma i segmenti di mercato al centro della nuova alleanza tra Renault-Nissan e Daimler (Mercedes) sono proprio quelli su cui la Fiat punta per il rilancio. Utilitarie e furgoni, per intenderci. Come la Panda che sbarcherà a Pomigliano, la 500 con cui il Lingotto pensa di conquistare gli States o i Doblò e Ducato che nel Paese di Obama saranno venduti sotto il nuovo marchio Ram Trucks con l’obiettivo di aumentare le vendite del 50% entro il 2014. Ma le nozze franco-tedesche andranno a stuzzicare anche i buoni rapporti tra Torino e Parigi che hanno portato alle numerose joint venture con la Psa Peugeot Citroen.


A sottolineare il sostegno dell’Eliseo al nuovo progetto c’è l’intenzione dello Stato francese di acquistare, nell’ambito degli scambi azionari previsti dall’operazione, un pacchetto dello 0,55% per mantenere il 15,01% storicamente detenuto in Renault. Insomma, per il Lingotto l’asse annunciato ieri è una bella gatta da pelare. L’alleanza strategica tra i due colossi delle quattro ruote punta a conquistare i vertici delle classifiche mondiali delle vendite. Che tradotto in cifre significa sviluppare sinergie per 4 miliardi di euro.

L’idea è quella di non fare prigionieri. Ovvero di competere con le big in tutti i settori, dalle microcar fino alle jeep. «Parliamoci chiaro», ha detto l’amministratore delegato di Renault-Nissan, Carlos Ghosn, «le nostre aziende, per sopravvivere, devono essere presenti ovunque sul mercato, dalla low cost in India all’auto di lusso in Europa. Ma da sole non ce la fanno». E l’unico modo per mantenersi vive sul mercato, ha spiegato, è andare verso la condivisione di tecnologia per consolidare la produzione.

I punti di forza delle due case, ha spiegato Ghosn assieme all’ad di Daimler, Dieter Zetsche, in una conferenza stampa a Bruxelles, sono complementari e la sinergia può puntare da subito a due settori precisi: le auto compatte e le tecnologie verdi. Renault-Nissan è interessata ai motori di Daimler e, in futuro, anche alla sua esperienza nei marchi di lusso. La tedesca, invece, vuole approfittare del know-how in fatto di utilitarie della madre di Clio e Twingo.

Renault e Nissan sono partner dal 1999, con i francesi che possiedono il 44% della casa giapponese. Con 6,09 milioni di veicoli venduti nel 2009, il gruppo si è piazzato al quarto posto della classifica mondiale dei costruttori. Una classifica stravolta dalla crisi nell’arco degli ultimi due anni. Dalle big three, le tre leader statunitensi del vecchio mercato auto (Ford, Gm e Chrysler) si è passati alle medium six (Toyota, Gm, Ford, Renault Nissan, Volkswagen, con Fiat-Chrysler e Hyundai a lottare per il sesto posto).

I francesi ora vogliono il terzo gradino. Obiettivo che insieme a Daimler, che nel 2009 ha venduto 1,6 milioni di auto, sembra a portata di mano. «L’attività di produzione aumenterà, amplieremo i nostri portafogli e rafforzeremo la posizione sul mercato», hanno detto i due amministratori delegati. L’alleanza, precisano i due big, non sarà l’anticamera di una fusione né farà confusione sui prodotti e sui marchi associati alle due case. La partecipazione azionaria resterà simbolica al 3,1% e ognuno manterrà la propria indipendenza. «Ma sarà un’alleanza strategica di lungo corso», secondo Zetsche, e non uno dei tanti tentativi falliti di partnership come quella Daimler-Chrysler finita nel 2007. Non solo: l’intesa di oggi «non preclude la strada ad altre alleanze», ha detto Ghosn, sempre più convinto che le sinergie siano il futuro del settore. Le rassicurazioni dei due manager sono una magra consolazione per i competitor. Il fatto che non si tratti di una fusione non solo non riduce la portata dell’accordo, ma anzi lo configura come un’alleanza che dovrebbe lasciare maggiori margini di manovra nella scelta delle aree in cui cooperare e della tecnologia da condividere. In modo da avere l’ampiezza di fuoco dei tre marchi con la potenza di un’unica strategia.

La nuova attività comune sarà indirizzata da un comitato di 12 membri, guidato dai due ad. Nei piani, come si diceva, c’è già lo sviluppo delle nuove Smart e Twingo. E dal 2013, tutti i nuovi modelli prodotti in comune saranno disponibili anche in versione elettrica. Infine, una curiosità: per le sue future city car Renault tornerà al motore ed alla trazione posteriori, soluzione che aveva abbandonato dai tempi della Dauphine e della R8.
 
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mercoledì 7 aprile 2010

Partono gli incentivi, ma il centralino va in tilt

«Siamo spiacenti, tutti gli operatori sono momentaneamente occupati, la preghiamo di chiamare più tardi». Inizia così, con un cortese messaggio di scuse, l’avventura degli incentivi per scooter, cucine, elettrodomestici, macchine agricole, motori per la nautica e banda larga. Il muro del call center gestito dalle Poste per conto del ministero dello Sviluppo economico (numero verde 800556670), nel primo giorno di operatività, è praticamente invalicabile. Migliaia di rivenditori, come era prevedibile, si sono attaccati ai telefoni per avviare la procedura di iscrizione e hanno intasato i centralini. Presto un po’ di traffico dovrebbe essere decongestionato attraverso un sito Internet dedicato. Ma per ora di parlare con un operatore non c’è verso. Tutti occupati, sostiene con gentile fermezza la voce di donna registrata. Anche se alcuni fortunati e caparbi commercianti, armati di molta pazienza, sostengono di essere riusciti nell’impresa.


Il discorso cambia per il numero dedicato ai consumatori (800123450). Qui dopo alcune sommarie informazioni fornite dalla solita voce registrata (sempre di donna) si riesce con discreta facilità a parlare con gli operatori. I quali ammettono, però, di ricevere più chiamate dai rivenditori che dai clienti. «Su dieci telefonate», spiega un cortese centralinista (uomo, questa volta), «almeno sette sono di commercianti che non riescono a parlare con nessuno all’altro numero. Cerchiamo di indirizzarli, ma qui siamo autorizzati soltanto ad illustrare ai consumatori le procedure per fare gli acquisti, gli sconti previsti e i requisiti per accedere all’incentivo». Il grosso delle telefonate su questo versante, ovviamente, arriverà dal 15 aprile, quando si potrà materialmente andare in negozio e comprare a prezzi agevolati.

Dalle Poste, che per il disturbo incasseranno circa 7 milioni di euro equamente divisi tra commercianti (3 milioni) e ministero dello Sviluppo (4 milioni prelevati dai 300 complessivi), si limitano a dire che le operazioni sono partite. La spa guidata da Massimo Sarmi, si legge in una nota diffusa ieri, «ha predisposto da oggi tutti i necessari servizi basati sulla rete tecnologica dell’azienda». È in particolare «già attivo il call center per la registrazione dei venditori e le informazioni ai clienti». Per gli abbonamenti ad Internet veloce, invece, dovranno registrarsi solo gli operatori delle telecomunicazioni, e non i rivenditori, utilizzando esclusivamente un indirizzo email dedicato.

Quanto alla procedura per acquisti e erogazione dei contributi, spiegano da Poste, «il consumatore si rivolgerà direttamente al rivenditore». A sua volta il negoziante (o il costruttore) consulterà il call center (dove a quel punto si spera che risponderà qualcuno) per conoscere la disponibilità delle risorse finanziarie e fornire una risposta all’acquirente. Successivamente, dal 17 maggio, «il rivenditore potrà eseguire il procedimento di prenotazione del contributo direttamente sul portale di gestione e prenotazione degli incentivi che sarà messo a disposizione». Saranno poi le Poste, «su disposizione del ministero dello Sviluppo, a rimborsare il rivenditore o il costruttore liquidando le somme con bonifico o postagiro».

Le associazioni dei consumatori invitano comunque tutti a tenere gli occhi bene aperti. Il pericolo è che in questi giorni i prezzi dei prodotti vengano ritoccati al rialzo. Per i clienti che volessero fare i furbetti, invece, è previsto che l’acquirente comunichi il suo codice fiscale. In questa maniera si dovrebbero evitare doppi sconti per lo stesso prodotto.
 
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Da Zapatero a Obama. Gli aiuti all'Aquila mai arrivati

Silvio Berlusconi l’aveva definita la «lista di nozze». Ma quando si è trattato di tirare le somme gli invitati non si sono fatti vedere. E di regali neanche l’ombra. A pensarci ora, col senno di poi, forse era meglio prendersi i contanti e chiuderla li. Invece, di fronte alla gara di solidarietà internazionale immediatamente scattata fra i grandi del pianeta di fronte alla sciagura abbruzzese, il Cavaliere aveva avuto un moto di orgoglio. Niente soldi. Meglio, appunto, una lista di nozze. Un elenco di monumenti danneggiati dal sisma da “adottare” per garantirne il restauro e la ristrutturazione. Le offerte furono così dirottate al ministero dei Beni culturali che stilò l’elenco delle opere da salvare. Quarantaquattro in tutto, per un importo di circa 300 milioni di euro.


L’idea fu lanciata il 16 aprile dello scorso anno. Appena dieci giorni dopo il terremoto che aveva devastato l’Aquila. A un anno dalla scossa, però, la gran parte dei siti inseriti nell’elenco sono rimasti orfani. Soltanto 12 sono stati adottati, più altri quattro fuori lista, con cifre che peraltro coprono solo una parte dell’importo necessario al restauro. Molti dei governi che in un primo momento avevano assicurato il loro sostegno, nascondendosi dietro lo scudo della crisi economica, alla fine hanno preferito lasciare nelle casse nazionale il denaro promesso. Il caso più macroscopico è quello della Fortezza spagnola, che aveva subito un danno da 50 milioni di euro. Una cifra promessa da Zapatero, in considerazione dello storico legame con la penisola iberica del Castello cittadino, fatto costruire nel ’500 dal viceré Pedro di Toledo quale simbolo della dominazione di Carlo V. Ma i soldi non si sono mai visti.

Stesso discorso per gli Stati Uniti. L’amministrazione Obama aveva mostrato interesse per la chiesa di Santa Maria Paganica. Non un impegno stratosferico: 4 milioni e mezzo l’entità del restauro. Spiccioli per un governo che ha sborsato miliardi su miliardi per salvare le banche “troppo grandi per fallire”. Risultato: i 4 milioni sono rimasti alla Casa Bianca. Anche la Cina, che si è fatta beffe della crisi continuando a crescere senza sosta, non ha stanziato nulla per Palazzo e Torre Margherita (4,8 milioni) né per il Palazzetto dei Nobili (900mila euro), come inizialmente promesso. Proprio come il Giappone, intenzionato a intervenire sulla Chiesa di Sant’Agostino (sei milioni l’importo) e l’Australia (oratorio Sant’Antonio da Padova).

Ma a defilarsi sono stati anche gli amici italiani, come il Comune di Trieste, che aveva manifestato interesse per la chiesa di San Pietro a Coppito. O come il presidente del Montepaschi, Giuseppe Mussari, ora candidato per la guida dell’Abi. Il banchiere aveva addirittura promesso in diretta tv a Porta a porta l’impegno per la chiesa di San Bernardino. Costo complessivo: 36 milioni. Da Siena, un anno dopo, non si è fatto sentire nessuno.
 
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martedì 6 aprile 2010

Gli avvocati chiamano Tremonti: meno tasse in cambio di case

Il treno della riforma fiscale sta per partire. E gli avvocati non hanno alcuna intenzione di restare a piedi. Le trattative con Giulio Tremonti sono state avviate da tempo. Ma ora la categoria togata è in grado di rilanciare su un terreno caro al ministro dell’Economia, come quello delle infrastrutture e degli investimenti per lo sviluppo. In ballo c’è una dote da 4 miliardi, pronta ad essere messa sul tavolo. Al centro dell’operazione c’è la Cassa Forense, che dal 15 al 18 aprile terrà a Stresa la sua nona Conferenza nazionale.


In quell’occasione il presidente Marco Ubertini, illustrerà le linee del suo progetto per ridisegnare il ruolo dell’ente previdenziale. «Sotto il profilo finanziario», anticipa a Libero Ubertini, «dobbiamo pensare a strutturarci sul modello, seppur rivisitato, delle fondazioni bancarie, per gestire in modo sempre più efficiente il nostro patrimonio ed anche essere di supporto all’economia italiana». A rendere possibile il nuovo corso della Cassa saranno gli effetti della riforma previdenziale entrata in vigore dal gennaio di quest’anno. Un percorso fortemente voluto da Ubertini con cui l’ente, come direbbe Tremonti, ha messo in sicurezza i conti. In sintesi, i sacrifici chiesti alla categoria per evitare il collasso finanziario di qui al 2030 sono l’aumento progressivo dell’età pensionabile a 70 anni, con 35 anni di versamenti, l’incremento dal 12 al 14% dell’aliquota contributiva e e l’innalzamento dei contributi minimi.

Tutto questo consentirà alla Cassa di sgombrare il campo dall’incubo del default finanziario e di ragionare con maggiore libertà sugli investimenti, che finora hanno riguardato solo in minima parte l’economia reale. Basti pensare che sui 3.827 milioni complessivi soltanto 519 (il 13%) sono dedicati al settore immobiliare. Mentre ben 3.300 (l’86%) sono investiti in azioni, gestioni patrimoniali e in obbligazioni.

Al bando, ovviamente titoli tossici e derivati. Mossa che ha permesso alla Cassa di superare indenne la crisi dei mercati finanziari. Malgrado il buon rendimento dell’attuale portafoglio, Ubertini ha comunque intenzione di rimodulare gli impieghi. L’idea è quella di avvicinare la Cassa al territorio, attraverso investimenti in infrastrutture e sviluppo. Ed è qui il punto di contatto con Tremonti.

Uno dei progetti a cui l’ente previdenziale intende partecipare è infatti quello dell’housing sociale, vecchio pallino del ministro. Il tempismo è perfetto, perché il piano per l’edilizia popolare sta muovendo i primi passi proprio in queste settimane. L’obiettivo di Tremonti è la costituzione di un fondo immobiliare con una dotazione di 2,5 miliardi. Strumento che dovrebbe consentire di realizzare 50mila alloggi nei prossimi cinque anni. La Cassa depositi si appresta a sottoscrivere una quota da 1 miliardo. Il resto dovrebbe arrivare da Fondazioni, banche, assicurazioni e fondi previdenziali privati. Da quest’ultimo fronte Tremonti si aspetta un contributo che si aggira sui 500 milioni. La Cassa forense è pronta a fare la sua parte. Magari chiedendo che una quota degli alloggi sia destinata anche ai giovani avvocati. Ma le occasioni di collaborazione potranno estendersi ad altri settori. E la categoria togata si aspetta di poter avviare un confronto anche sulla riforma fiscale e sugli interventi anti-crisi. Qui le richieste dell’avvocatura puntano ad ottenere l’estensione delle agevolazioni generalmente tarate sul sistema delle imprese, la moratoria sugli studi di settore, ma anche la costituzione di fondi di garanzia e il rafforzamento del sistema dei confidi. Non ultimo c’è il nodo dei pagamenti della Pa. Sembrerà strano, ma anche gli avvocati, come le imprese, aspettano anni prima di vedere il saldo.
 
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Gli eco-incentivi del governo: un affare solo per le Poste

Sarmi perde i giornali, ma incassa gli incentivi. Mentre monta la polemica sullo stop alle tariffe postali agevolate per la stampa, i tecnici di Claudio Scajola hanno definito i termini della convenzione con Poste spa per l’erogazione degli “sconti” su scooter, cucine, macchine agricole, motori per la nautica e Internet a banda larga.


La società guidata da Massimo Sarmi gestirà tutta la macchina organizzativa, a partire dal call center che attiverà l’erogazione dei fondi, fornirà tutte le informazioni del caso e verificherà la regolarità delle operazioni. Non solo. Agli sportelli postali saranno anche affidate materialmente le somme da destinare agli incentivi. Sarà il Bancoposta, in altre parole, a rimborsare tramite bonifico i venditori che hanno praticato gli sconti. Il servizio, ovviamente, non sarà gratuito. Per il disturbo le Poste incasseranno circa 7 milioni. Quattro arriveranno saranno prelevati direttamente dal fondo di 300 milioni, che quindi scenderà a 296. I restanti tre saranno caricati sulle spalle dei commercianti.

Il meccanismo, infatti, prevede che al momento del rimborso erogato ai rivenditori Poste trattenga l’1% della somma a titolo di compensazione. La cifra complessiva che entrerà nelle casse delle Poste non è paragonabile a quello che verrà perso se il governo non risolverà la questione delle tariffe per l’editoria (ogni anno Sarmi si ritrova in tasca circa 240 milioni di rimborsi pubblici per gli sconti effettuati ai giornali), ma è sempre un bel gruzzoletto. Considerato che il lavoro dei postini, stando alle stime effettuate da Confindustria, dovrebbe esaurirsi nel giro di 30-40 giorni. Il tempo necessario ai consumatori per spolpare la torta da 300 milioni messa a disposizione dal governo.

La scelta di affidare la pratica alle Poste è stata fortemente caldeggiata da Giulio Tremonti, che ha già coinvolto la spa di Sarmi nell’operazione della Banca del Mezzogiorno. Come in quel caso, serviva una struttura non solo fortemente radicata sul territorio, ma anche sufficientemente vicina ai cittadini per poter gestire il caos che inevitabilmente si verificherà nei primi giorni degli incentivi. Al ministero dello Sviluppo economico prevedono che al call center arriveranno almeno 575mila richieste di incentivi.

Troppe per essere affidate all’improvvisazione. Per questo il 6 aprile, giorno in cui il decreto attuativo dovrebbe finire in Gazzetta ufficiale, partiranno solo le registrazioni dei rivenditori e dei gestori di telefonia al servizio. Per i consumatori la partenza è prevista per il 15 aprile. Ma non sono esclusi ulteriori slittamenti.

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Incentivi verso lo slittamento. I commercianti non sono ancora pronti

La corsa agli acquisti dovrà aspettare. La partenza degli incentivi, prevista per il 6 aprile, slitterà di qualche giorno. Per ora si parla del 15 aprile, ma non è escluso un ulteriore allungamento della scadenza. I tecnici dello Sviluppo economico hanno già definito tutti i dettagli e il decreto attuativo, ora all’esame della Corte dei Conti, dovrebbe arrivare martedì in Gazzetta Ufficiale, in linea con la tabella di marcia. Ma per far partire la macchina che distribuirà i 300 milioni di aiuti per l’acquisto di scooter, elettrodomestici, macchine agricole, motori nautici e banda larga servirà la registrazione dei commercianti al servizio messo a punto dalle Poste per l’erogazione effettiva degli incentivi e il controllo sulla regolarità delle operazioni. Una procedura che richiederà un po’ di tempo aggiuntivo. L’esigenza di non affrettare la partenza sarebbe stata espressa dagli stessi esercenti, che vogliono evitare di essere travolti dall’assalto dei clienti prima che tutti gli ingranaggi del meccanismo siano ben oliati. Un rischio che, arrivati così vicini alla scadenza, non sarà comunque facile scongiurare.

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giovedì 1 aprile 2010

Napolitano delude la sinistra sull’art. 18

Il rinvio alle Camere alla fine c’è stato. Ma lo scenario è ben diverso da quello ipotizzato dalla sinistra, che sperava di cavalcare lo stop del Quirinale durante la campagna elettorale. Non è un caso che per sottolineare i suoi rilievi alla legge delega sul lavoro il capo dello Stato abbia aspettato l’esito delle urne. Troppo delicato l’argomento per offrirlo in pasto alle strumentalizzazioni politiche. Due gli articoli su cui Giorgio Napolitano chiede approfondimenti e modifiche, il 20 e il 31. Su quest’ultimo, in particolare, si erano concentrate le proteste delle opposizioni e della Cgil. Si tratta infatti delle nuove norme che introducono l’arbitrato nelle liti tra lavoratore e azienda. Norme che, secondo i critici, avrebbero aggirato l’articolo 18 dello statuto aprendo la strada ai licenziamenti selvaggi.


Ben diversa l’analisi del Colle, che ritiene però più opportuno che le tutele per i lavoratori vengano definite per legge sin da subito e non affidate alla valutazione successiva del ministero del Welfare. In particolare, Napolitano ha chiesto che sia maggiormente garantita la scelta volontaria dell’arbitrato da parte del lavoratore. Obiezioni che hanno trovato l’immediata disponibilità di Maurizio Sacconi, il quale si è limitato ad auspicare un esame rapido da parte del Parlamento per consentire «la tempestiva attuazione di importanti deleghe come quella in materia di lavori usuranti». Del resto, anche da Confindustria arriva l’invito a procedere in fretta, vista l’importanza della materia. Mentre secondo Cisl e Uil, il rinvio alle Camera può essere l’occasione per mettere nero su bianco l’avviso comune sull’arbitrato siglato qualche settimana fa.

Accanto ad alcuni rilievi tecnici il Quirinale ha anche bacchettato il governo sulla eccessiva vastità dei temi trattati nel provvedimento. E’ l’ennesimo appello contro le leggi omnibus, che appare però lontano da una contrapposizione con Palazzo Chigi su cui Pd e Idv stanno facendo affidamento in vista della seconda firma attesa da Napolitano, quella sul legittimo impedimento. Anche da ambienti vicini al Quirinale si tende a sottolineare l’assoluta mancanza di collegamento tra il giudizio sul ddl lavoro e quello che arriverà sulla giustizia. Insomma, chi dopo l’antipasto già pregusta il piatto forte rischia di restare a bocca asciutta.

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Fitto paga l’unico flop: mi dimetto da ministro

Per Adriana Poli Bortone finirà tutto a tarallucci e vino. «Dimissioni di facciata», le definisce la senatrice del PdL che ha rovinato la festa elettorale di Silvio Berlusconi spianando la strada alla vittoria pugliese di Nichi Vendola. In realtà, il passo indietro di Raffaele Fitto, che ieri ha ufficializzato l’intenzione di lasciare l’incarico da ministro dei Rapporti con le regioni, è una bomba dalle conseguenze imprevedibili. Certo, l’atto era dovuto. Soprattutto alla luce dei numeri snocciolati ieri dalla Prefettura di Bari, che hanno certificato i danni del mancato accordo con il polo di centro. Il PdL è infatti risultato il primo partito in Puglia e Vendola è dovuto ricorrere, per avere i voti necessari a governare in Regione, non solo al premio di maggioranza (13 seggi), ma anche a quello di governabilità (altri 8). È difficile, però, credere che il caso Fitto finirà con un buffetto sulla testa. Chi ha sentito il Cavaliere in mattinata raccontava di un Berlusconi su tutte le furie. Al punto che secondo alcuni sarebbe stato lui stesso a sollecitare la lettera di dimissioni.


Che la candidatura di Palese fosse nata storta non è un mistero. Basti ricordare quello che disse un fedelissimo del premier come Giorgio Stracquadanio: «Una scelta tutta di apparato, resa pubblica con parole degne di un politburo, non di un partito carismatico». A complicare la vicenda, c’erano state le acrobatiche manovre dei finiani. Con gli ex An pugliesi a sparare contro la Poli Bortone. Mentre lo stesso Fini lavorava ad una soluzione alternativa in stretto collegamento con Casini. D’altra parte, se è vero che Fitto è plenipotenziario del PdLdella Puglia, il coordinatore regionale del partito è il senatore finiano Salvatore Amoruso.

Ora, tutti i nodi tornano al pettine. Ingigantiti da una tornata elettorale in cui, accanto al successo del centrodestra, si sono consumati confronti interni e prove di forza con cui il Cavaliere dovrà fare i conti. La Lega al Nord, Fini nel Lazio e in Calabria, la Destra di Storace, l’Udc di Casini. È questo l’intricato contesto in cui si inseriscono le dimissioni di Fitto, che i più cinici considerano l’occasione d’oro per avviare il percorso che porterà a un rimpasto considerato da molti inevitabile. Di sicuro, il caso Puglia apre le ostilità per il riassetto post elettorale non solo nel governo, ma anche dentro il PdL. Caotico, per ora, il fuoco delle reazioni.

La Poli Bortone punta il dito sui finiani. Dovrebbe seguire l’esempio di Fitto, dice, «tutta la classe dirigente del PdL, a partire dai 13 ex An firmatari della lettera contro di me». I finiani, per bocca dell’europarlamentare Salvatore Tatarella, scaricano subito la croce sul ministro: «Se Fitto non avesse obbedito a un miope calcolo di potere, oggi staremmo festeggiando la vittoria del centrodestra anche in Puglia». Vuole il passo indietro anche l’ex sottosegretario di Forza Italia, Maria Teresa Armosino. Gettano acqua sul fuoco, invece, il presidente dei senatori PdL Maurizio Gasparri e il ministro della Difesa Ignazio La Russa. Secondo gli ex An le dimissioni «sono un gesto di responsabilità che va respinto». Tesi condivisa dal coordinatore pugliese Amoruso. Quanto a Berlusconi, starebbe ancora riflettendo se accettare o meno il passo indietro di quello che, a lungo, è stato uno dei suoi pupilli. Chi ha parlato con il Cavaliere non ha avuto risposte definitive. «Vuole prendere tempo», riferisce uno dei fedelissimi. Non è escluso che Berlusconi decida di convocare l’ufficio di presidenza del PdL. La matassa dovrà però essere sciolta prima del Consiglio dei ministri che, a quanto si apprende, sarebbe fissato per domani mattina.

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Vendola approfitta del suicidio PdL

L’effetto Frisullo non c’è stato. Malgrado il clamoroso arresto, avvenuto il 18 marzo, dell’ex vicepresidente della Regione nell’ambito dell’inchiesta sulla malasanità pugliese, Nichi Vendola è riuscito a fare meglio del 2005. Allora lo scarto fu minimo e il testa a testa durò fino a notte inoltrata. Ieri il candidato del Pd nonché leader di Sinistra ecologia e libertà ha incassato sin da subito un vantaggio netto di circa tre punti percentuali (in serata sono diventati otto) sull’avversario del PdL, Rocco Palese. Eppure, nonostante la vittoria schiacciante (49,6%), i conti non tornano del tutto. I riflettori sono puntati sul terzo incomodo, Adriana Poli Bortone. Lo scostamento tra le preferenze delle liste collegate e quelle raccolte dalla candidata dell’Udc hanno alimentato il sospetto che dietro il successo di Vendola ci sia lo zampino di un voto disgiunto non proprio spontaneo.


Colpi bassi o meno, è fuori dubbio che sul voto pugliese pesi la spaccatura tra il PdL e il partito di Pier Ferdinando Casini. Il 41,8% ottenuto da Palese va infatti ben dal di là delle attese. Il che significa che il candidato fortemente voluto dall’ex governatore Raffaele Fitto si è reso protagonista di un ottimo sprint sull’ultimo miglio. Se ci fosse stata la convergenza con l’Udc (la Poli Bortone ha raccolto il 8 2%) la vittoria sarebbe stata assicurata. «Di quanto avremmo vinto», si è chiesto Fitto, «se il polo di centro avesse appoggiato Palese?». Non si può dimenticare che al livello comunale e provinciale, ha spiegato, «l’Udc governa col centrosinistra».

L’aria che tirava a Bari era chiara ancor prima che i seggi chiudessero i battenti. Nell’arco di poche centinaia di metri, a pochi passi dalla città vecchia, i due comitati elettorali avevano già fiutato il vento. Serio, composto e silenzioso quello di Palese in via Melo. Caotico, rumoroso e palpitante quello di Vendola, che ha da subito costretto la polizia municipale a bloccare il traffico nella centrale via De Rossi.

Finita la festa, sarà il momento di tirare le conclusioni. E le ripercussioni non saranno indolori per nessuno dei due schieramenti. Nel centrodestra il conto sarà presentato principalmente al ministro per gli Affari regionali Fitto. È lui che ha puntato i piedi fino all’ultimo per Palese. Ed è lui ora che dovrà rispondere della sconfitta, peraltro non inattesa. Prima delle elezioni si era parlato addirittura della possibilità di un passo indietro dalla squadra di governo.

Forse ancora più incisive le conseguenze sul centrosinistra. Il successo di Vendola, che nelle primarie ha travolto il dalemiano Boccia, imporrà a Pierluigi Bersani decisioni che faranno storcere il naso nel Pd sia alla componente di maggioranza sia a quella veltroniana, che a suo tempo decretò l’esclusione dell’ultrasinistra dalla coalizione. Ora l’allargamento all’area antagonista sarà inevitabile.

«La sinistra dovrà pronunciare con più forza le parole dell’alternativa», ha detto Vendola. La cosa lascerà perplesso anche Antonio Di Pietro, che si troverà al fianco un leader politico sfiorato dalle inchieste della magistratura e accusato di aver governato in Puglia con un sistema di potere pseudo-craxiano. Il caso ha voluto che ieri Marco Travaglio fosse anche lui a Bari per presentare il suo spettacolo. Chiacchierando con un po’ di amici durante il volo, come rivela Dagospia, ha sentenziato: «Vendola? Anche lui ne ha fatte di cazzate, ma come si fa ad affidare la sanità ad un ex craxiano?».
 
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