Al principio fu creato l'universo. Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa. (Douglas Adams)
lunedì 5 ottobre 2009
I fannulloni licenziati senza preavviso
Al centro della tolleranza zero finiscono gli assenteisti. In particolare è previsto il licenziamento in tronco, senza preavviso, per chi fa finta di essere al lavoro, timbra il cartellino e poi va a spasso. Cacciato su due piedi anche chi si finge malato e fornisce una «giustificazione dell’assenza mediante certificazione medica falsa». Un dipendente, infine, può essere licenziato, questa volta con preavviso, per un’assenza ingiustificata superiore a tre giorni, per «ingiustificato rifiuto disposto per motivate esigenze di servizio» e per «insufficiente rendimento». Sospensioni, con relative sanzioni, sono previste per i manager pubblici responsabili di inefficienze o illeciti.
Sul fronte opposto, la riforma premierà i dirigenti che avranno conseguito determinati obiettivi di risultato e i dipendenti più efficienti. Finisce dunque la stagione degli incentivi a pioggia. La forbice sarà tra il 7 e il 20% da aggiungere alla retribuzione totale. A valutare l’efficienza della burocrazia «sarà un’agenzia che avrà le caratteristiche di un’Authority indipendente di stampo europeo». I membri saranno nominati dal Parlamento con una maggioranza dei due terzi. I tempi della rivoluzione sono immediati. Le norme entreranno subito in vigore. Ma la riforma è complessa e Brunetta, malgrado l’entusiasmo, non vuole procedere con lo schiacciasassi. Ci sarà un periodo di sperimentazione di due anni entro il quale si potranno apportare ulteriori modifiche e integrazioni sulla base delle osservazioni delle parti sociali.
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Si sgretola il welfare di Obama
Mentre il presidente Usa continua a zompettare da una tv all’altra per convincere gli americani della necessità della costosissima riforma sanitaria, i disoccupati non solo aumentano, ma finiscono anche fuori dalla protezione pubblica. Il fenomento è stato oscurato dai drammatici dati sul lavoro di settembre, che hanno registrato un calo dei posti di lavoro nel settore non agricolo di 263mila unità e un tasso di disoccupazione balzato al 9,8%, il massimo dal giugno 1983, 26 anni fa, pericolosamente vicino a quel 10% raggiunto ai tempi della crisi del ’29.
Ma il dato più preoccupante è quello relativo ai tempi medi di rioccupazione. In altre parole il periodo necessario ad un lavoratore licenziato per trovare un altro impiego. Questo tempo è salito a settembre a 26,2settimane. E si tratta, purtroppo, di un altro pesante record negativo. Per la prima volta, infatti, il periodo di disoccupazione ha superato quello durante il quale lo Stato garantisce il sussidio per chi ha perso il posto, che si ferma a 26 settimane. Questo significa che l’assegno ordinario fornito dal governo non basta più a coprire tutto il tempo necessario al lavoratore per portare a casa un’altra busta paga. Non accadeva, come riferisce il Dipartimento del Lavoro Usa, dal 1948, ovvero da quando partono le serie storiche dell’istituto di statistica.
Il Congresso, nel giugno del 2008 e poi, con Obama, nel febbraio del 2009, ha parzialmente tamponato il problema prevedendo un allungamento straordinario del periodo di copertura che in alcuni casi può arrivare fino a 46 settimane (e negli Stati dove il tasso di disoccupazione è sopra il 6% fino al 59%). Ma le misure speciali, che stanno provocando un’emorragia di risorse pubbliche, termineranno entro la fine dell’anno. E difficilmente potranno essere riproposte, visto che attualmente sono circa 5,4 milioni (il 35,6% del totale dei disoccupati) le persone che restano fuori dal mondo del lavoro per più di 27 settimane.
Troppe per poter godere tutte dei benefici pagati dai contribuenti. Considerato anche che le richieste di sussidi continuano a salire (551mila nella settimana che si è chiusa il 26 settembre) e che lo stock di disoccupati ha ormai raggiunto i 15,1 milioni, con 7,2 milioni di posti di lavoro persi da quando è iniziata la recessione, nel dicembre 2007.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Basti pensare che nei primi nove mesi del 2009 sono saliti a oltre un milione i consumatori americani che hanno dichiarato “bancarotta personale” per l’impossibilità di pagare la rata del mutuo o della carta di credito.
Difficile difendere ancora le ricette stataliste, se questo è il risultato. E sarà ancora più difficile per Obama difendere un consenso che sta pericolosamente scivolando verso il basso. I sondaggi d’opinione americani disegnano lo sfondo dell’attuale impasse. La fiducia nel presidente è scesa in pochi mesi di 18 punti al di sotto del 50%, proprio per via dell’eccesso di deficit, della disoccupazione e della riforma sanitaria. Si tratta della più veloce e cospicua perdita di gradimento per un inquilino della Casa Bianca dal dopoguerra ad oggi.
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giovedì 1 ottobre 2009
Bene il condono romano per le vecchie multe. Purché sia l’ultimo
Da oggi anche Roma ha il suo bel condono. La giunta ha approvato la delibera per la definizione agevolata delle multe stradali elevate fino al 31 dicembre 2004. I romani avranno tempo fino al 15 maggio 2010 per mettersi in regola pagando il minimo della sanzione, le spese di procedimento e notifica e un aggio ridotto al 4% per la riscossione. Non saranno più dovuti, quindi, il raddoppio della sanzione originaria e le varie maggiorazioni.
Da oggi anche Roma potrà avere le sue belle polemiche sull’opportunità della sanatoria. Un favore ai furbi, una pessima lezione per il futuro, una scorciatoia per fare cassa. I condoni sono materia delicata. E non solo da un punto di vista etico. Non sempre i vantaggi superano in modo così evidente gli svantaggi. E non sempre gli effetti previsti coincidono con quelli reali. Questa volta, però, la reazione di sdegno che puntualmente arriverà non potrà non tenere conto di alcuni aspetti che caratterizzano l’iniziativa. Quanto al merito, non bisogna dimenticare che il condono “condona” solo gli extra, ma non la sanzione originaria. A conti fatti, ognuno pagherà il dovuto. Relativamente agli effetti, il beneficio sarà ugualmente distribuito. Secondo le prime stime la sanatoria farà risparmiare i cittadini, ma anche il Comune. Le multe coinvolte sarebbero infatti circa 1,1 milioni. In base al grado di adesione il Campidoglio incasserà dai 23 ai 77 milioni, soldi che probabilmente non avrebbe più rivisto. Resta il discorso dei furbetti. Ma per stessa ammissione del Comune, il caos sulle multe, «è da attribuire soprattutto a inefficienze e lentezze non imputabili ai cittadini». Più che un favore, dunque, si tratta di un atto di giustizia. Non solo. Si tratta anche della confessione da parte dell’amministrazione di non aver fatto fino in fondo il proprio dovere. Ed è a questo, forse, che dovrebbe servire il condono. A fare in modo che non sia più necessario vararne un altro.
libero-news.itmercoledì 30 settembre 2009
Unicredit e Intesa fanno da sole: niente Tremonti bond
Nota, e limpida, la soluzione scelta dal gruppo guidato da Alessandro Profumo. Il consiglio di amministrazione ha approvato all’unanimità la proposta di un aumento di capitale fino a 4 miliardi. L’operazione avrà un impatto sul Core Tier 1 ratio (l’indice di patrimonializzazione), di circa 80 punti base che andranno ad irrobustire il 6,85% attuale. Se può essere di consolazione per il ministro dell’Economia, la rinuncia all’emissione di strumenti di capitale destinati alla sottoscrizione da parte del governo riguarda anche l’Austria. Unicredit ha infatti approvato anche la sottoscrizione di un futuro aumento di capitale per Bank of Austria da 2 miliardi. Per quanto riguarda l’Italia il consiglio definirà le modalità e i termini dell’aumento, in particolare il prezzo, prima della fine dell’anno. L’operazione dovrebbe concludersi entro il primo trimestre del 2010.
Resta ancora aperto, invece, lo scenario in cui si muoverà Intesa Sanpaolo. Il consiglio di gestione e quello di sorveglianza, hanno deciso, «alla luce di un andamento del gruppo migliore di quanto ci si potesse aspettare, di emettere fino a 1,5 miliardi di euro di Tier 1», ovvero obbligazioni che vanno a impattare sulla patrimonializzazione. Oltre al bond il gruppo accelererà e incrementerà «le azioni di capital management (dismissioni totali o parziali, partnership, quotazioni) previste dal piano d’impresa per garantire al gruppo le risorse patrimoniali necessarie a una crescita dell’attività creditizia anche superiore a quella oggi prevedibile». Intesa, in sostanza, «è in grado di raggiungere e andare oltre gli obiettivi di patrimonializzazione con risorse proprie». Senza il bisogno di operazioni straordinarie e, soprattutto, senza il bisogno di sospendere oltre la distribuzione di dividendi, che riprenderà nel 2010. Non è chiaro se si tratta di una pietra tombale dell’affare Exor-Fideuram, operazione cui sembrava affidato nelle scorse settimane il rafforzamento patrimoniale di Intesa. Il presidente del consiglio di gestione, Enrico Salza, si è limitato a dire al termine del cda: «Non c’è urgenza, si deve vendere bene, non in fretta».
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Il governo licenzia Telefonica
Se le intenzioni sono chiare, le soluzioni lo sono molto meno. Assodato che Telefonica è «un problema da risolvere», anche per gli ostacoli all’attività di Telecom in Argentina (Paese dal quale è imminente l’uscita) e in Brasile per questioni di normativa Antitrust, si tratta di capire da chi potrebbero essere sostituiti. E, soprattutto, a che prezzo. Il dossier è da tempo sul tavolo dei quattro soci (Mediobanca, Generali, Intesa e i Benetton) che siedono insieme a Telefonica nel patto di sindacato. I riflettori sono puntati sulla Findim della famiglia Fossati, che, forte del suo 5% di Telecom fuori da Telco, qualche settimane fa aveva ribadito la necessità di dare al gruppo «un assetto strategico definitivo per il futuro». Recentemente alcune banche d’affari avrebbero anche studiato l’ipotesi di un’alleanza con le Poste. Mentre in passato il mercato aveva guardato a un matrimonio con Mediaset, sempre smentito.
L’unica cosa che sembra da escludere, vista l’insistenza del governo sull’italianità, è il coinvolgimento di altri partner stranieri. Il viaggio in Cina, ha spiegato Romani smentendo alcune indiscrezioni di stampa, «non c’entra nulla con Telecom, siamo andati in estremo oriente solo per parlare di infrastrutture e per vedere come lavorano».
Sullo sfondo ci sono poi anche le insofferenze di alcuni soci (in particolare Intesa) sull’attuale gestione dell’ad Franco Bernabé. Attriti tenuti a freno, per ora, dalla regia di Mediobanca sono in qualche modo espressione.
Ma il nodo principale resta il prezzo. Il titolo ieri ha chiuso a 1,22 euro (in calo dell’1,61%), ben lontano dai 2,2 euro ai quali è stata svalutata la partecipazione di Telco in telecom.
Ed è chiaro che per liquidare gli spagnoli servirà qualcosa di più dei 3 miliardi del valore attuale della quota. Ipotesi esplosiva per Telecom, che deve ancora combattere con i suoi 35 miliardi di debiti. La cautela del presidente Gabriele Galateri, quando sostiene che «le sinergie con Telefonica vanno sfruttate fino in fondo», non è casuale.
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Sborsiamo trenta milioni per film che non vediamo
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Un milione di italiani non paga il canone Rai
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venerdì 18 settembre 2009
Uno scudo con le maglie più larghe
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Le Fiamme Gialle cercano il tesoro di Rocco
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Il Tesoro Usa prepara il divorzio da Citigroup
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