lunedì 5 ottobre 2009

I fannulloni licenziati senza preavviso

Per i fannulloni del pubblico impiego il tempo sta per scadere. C’è voluta qualche prova muscolare, ma alla fine Renato Brunetta è riuscito nell’impresa. La rivoluzione della Pubblica amministrazione è arrivata in porto a distanza di soli quattordici mesi. Il decreto legislativo che attua la riforma potrebbe approdare al Consiglio dei ministri per il varo definitivo già venerdì. Il testo presentato ieri dal ministro della Funzione pubblica recepisce alcuni suggerimenti arrivati dal Parlamento e dai colleghi di governo, ma è sostanzialmente (secondo Brunetta al 98%) quello iniziale. Le nuove norme prevedono sospensioni dal servizio fino al licenziamento e multe per i dipendenti più indisciplinati. Ma anche sanzioni per i dirigenti che non hanno fatto bene il loro mestiere. Rigore e severità sono i principi ispiratori della riforma, ma accanto alle punizioni ci sarà anche la valorizzazione del merito, con meccanismi premiali e incentivi economici per le amministrazioni più efficienti.
Al centro della tolleranza zero finiscono gli assenteisti. In particolare è previsto il licenziamento in tronco, senza preavviso, per chi fa finta di essere al lavoro, timbra il cartellino e poi va a spasso. Cacciato su due piedi anche chi si finge malato e fornisce una «giustificazione dell’assenza mediante certificazione medica falsa». Un dipendente, infine, può essere licenziato, questa volta con preavviso, per un’assenza ingiustificata superiore a tre giorni, per «ingiustificato rifiuto disposto per motivate esigenze di servizio» e per «insufficiente rendimento». Sospensioni, con relative sanzioni, sono previste per i manager pubblici responsabili di inefficienze o illeciti.
Sul fronte opposto, la riforma premierà i dirigenti che avranno conseguito determinati obiettivi di risultato e i dipendenti più efficienti. Finisce dunque la stagione degli incentivi a pioggia. La forbice sarà tra il 7 e il 20% da aggiungere alla retribuzione totale. A valutare l’efficienza della burocrazia «sarà un’agenzia che avrà le caratteristiche di un’Authority indipendente di stampo europeo». I membri saranno nominati dal Parlamento con una maggioranza dei due terzi. I tempi della rivoluzione sono immediati. Le norme entreranno subito in vigore. Ma la riforma è complessa e Brunetta, malgrado l’entusiasmo, non vuole procedere con lo schiacciasassi. Ci sarà un periodo di sperimentazione di due anni entro il quale si potranno apportare ulteriori modifiche e integrazioni sulla base delle osservazioni delle parti sociali.

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Si sgretola il welfare di Obama

Sarà pure vero che la riforma sanitaria “costa meno delle guerre di Bush” e garantirà la copertura delle fasce più deboli, che saranno i ricchi a pagare il welfare per i poveri e che lo Stato non aiuterà più nessuna banca. Ma la sensazione è che i duecentomila americani scesi spontaneamente in piazza a Washington qualche settimana fa sotto le insegne dei Tea Party e di Freedomworks avessero ragione. Il new deal di Obama finora è riuscito soltanto a socializzare le perdite di Wall Street con i massicci sostegni alle big del credito e a promettere miracoli attraverso un’espansione della spesa pubblica e un aumento delle tasse. Ma di frenare gli effetti della crisi non se ne parla.
Mentre il presidente Usa continua a zompettare da una tv all’altra per convincere gli americani della necessità della costosissima riforma sanitaria, i disoccupati non solo aumentano, ma finiscono anche fuori dalla protezione pubblica. Il fenomento è stato oscurato dai drammatici dati sul lavoro di settembre, che hanno registrato un calo dei posti di lavoro nel settore non agricolo di 263mila unità e un tasso di disoccupazione balzato al 9,8%, il massimo dal giugno 1983, 26 anni fa, pericolosamente vicino a quel 10% raggiunto ai tempi della crisi del ’29.
Ma il dato più preoccupante è quello relativo ai tempi medi di rioccupazione. In altre parole il periodo necessario ad un lavoratore licenziato per trovare un altro impiego. Questo tempo è salito a settembre a 26,2settimane. E si tratta, purtroppo, di un altro pesante record negativo. Per la prima volta, infatti, il periodo di disoccupazione ha superato quello durante il quale lo Stato garantisce il sussidio per chi ha perso il posto, che si ferma a 26 settimane. Questo significa che l’assegno ordinario fornito dal governo non basta più a coprire tutto il tempo necessario al lavoratore per portare a casa un’altra busta paga. Non accadeva, come riferisce il Dipartimento del Lavoro Usa, dal 1948, ovvero da quando partono le serie storiche dell’istituto di statistica.
Il Congresso, nel giugno del 2008 e poi, con Obama, nel febbraio del 2009, ha parzialmente tamponato il problema prevedendo un allungamento straordinario del periodo di copertura che in alcuni casi può arrivare fino a 46 settimane (e negli Stati dove il tasso di disoccupazione è sopra il 6% fino al 59%). Ma le misure speciali, che stanno provocando un’emorragia di risorse pubbliche, termineranno entro la fine dell’anno. E difficilmente potranno essere riproposte, visto che attualmente sono circa 5,4 milioni (il 35,6% del totale dei disoccupati) le persone che restano fuori dal mondo del lavoro per più di 27 settimane.
Troppe per poter godere tutte dei benefici pagati dai contribuenti. Considerato anche che le richieste di sussidi continuano a salire (551mila nella settimana che si è chiusa il 26 settembre) e che lo stock di disoccupati ha ormai raggiunto i 15,1 milioni, con 7,2 milioni di posti di lavoro persi da quando è iniziata la recessione, nel dicembre 2007.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Basti pensare che nei primi nove mesi del 2009 sono saliti a oltre un milione i consumatori americani che hanno dichiarato “bancarotta personale” per l’impossibilità di pagare la rata del mutuo o della carta di credito.
Difficile difendere ancora le ricette stataliste, se questo è il risultato. E sarà ancora più difficile per Obama difendere un consenso che sta pericolosamente scivolando verso il basso. I sondaggi d’opinione americani disegnano lo sfondo dell’attuale impasse. La fiducia nel presidente è scesa in pochi mesi di 18 punti al di sotto del 50%, proprio per via dell’eccesso di deficit, della disoccupazione e della riforma sanitaria. Si tratta della più veloce e cospicua perdita di gradimento per un inquilino della Casa Bianca dal dopoguerra ad oggi.

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giovedì 1 ottobre 2009

Bene il condono romano per le vecchie multe. Purché sia l’ultimo

Da oggi anche Roma ha il suo bel condono. La giunta ha approvato la delibera per la definizione agevolata delle multe stradali elevate fino al 31 dicembre 2004. I romani avranno tempo fino al 15 maggio 2010 per mettersi in regola pagando il minimo della sanzione, le spese di procedimento e notifica e un aggio ridotto al 4% per la riscossione. Non saranno più dovuti, quindi, il raddoppio della sanzione originaria e le varie maggiorazioni.

Da oggi anche Roma potrà avere le sue belle polemiche sull’opportunità della sanatoria. Un favore ai furbi, una pessima lezione per il futuro, una scorciatoia per fare cassa. I condoni sono materia delicata. E non solo da un punto di vista etico. Non sempre i vantaggi superano in modo così evidente gli svantaggi. E non sempre gli effetti previsti coincidono con quelli reali. Questa volta, però, la reazione di sdegno che puntualmente arriverà non potrà non tenere conto di alcuni aspetti che caratterizzano l’iniziativa. Quanto al merito, non bisogna dimenticare che il condono “condona” solo gli extra, ma non la sanzione originaria. A conti fatti, ognuno pagherà il dovuto. Relativamente agli effetti, il beneficio sarà ugualmente distribuito. Secondo le prime stime la sanatoria farà risparmiare i cittadini, ma anche il Comune. Le multe coinvolte sarebbero infatti circa 1,1 milioni. In base al grado di adesione il Campidoglio incasserà dai 23 ai 77 milioni, soldi che probabilmente non avrebbe più rivisto. Resta il discorso dei furbetti. Ma per stessa ammissione del Comune, il caos sulle multe, «è da attribuire soprattutto a inefficienze e lentezze non imputabili ai cittadini». Più che un favore, dunque, si tratta di un atto di giustizia. Non solo. Si tratta anche della confessione da parte dell’amministrazione di non aver fatto fino in fondo il proprio dovere. Ed è a questo, forse, che dovrebbe servire il condono. A fare in modo che non sia più necessario vararne un altro.

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mercoledì 30 settembre 2009

Unicredit e Intesa fanno da sole: niente Tremonti bond

Tante grazie al governo, ma Giulio Tremonti può anche tenersi i suoi bond. Com’era previsto, i due colossi del credito faranno a meno della stampella del Tesoro. La decisione ufficiale è arrivata nel tardo pomeriggio di ieri al termine dei due cda in cui Unicredit e Intesa San Paolo hanno disegnato le strade alternative che percorreranno per riportare la patrimonializzazione ai livelli richiesti dalla vigilanza bancaria. Con buona pace del ministro dell’Economia, che per i suoi bond dovrà accontentarsi di Banco popolare, Bpm, Mps e Credito valtellinese.
Nota, e limpida, la soluzione scelta dal gruppo guidato da Alessandro Profumo. Il consiglio di amministrazione ha approvato all’unanimità la proposta di un aumento di capitale fino a 4 miliardi. L’operazione avrà un impatto sul Core Tier 1 ratio (l’indice di patrimonializzazione), di circa 80 punti base che andranno ad irrobustire il 6,85% attuale. Se può essere di consolazione per il ministro dell’Economia, la rinuncia all’emissione di strumenti di capitale destinati alla sottoscrizione da parte del governo riguarda anche l’Austria. Unicredit ha infatti approvato anche la sottoscrizione di un futuro aumento di capitale per Bank of Austria da 2 miliardi. Per quanto riguarda l’Italia il consiglio definirà le modalità e i termini dell’aumento, in particolare il prezzo, prima della fine dell’anno. L’operazione dovrebbe concludersi entro il primo trimestre del 2010.
Resta ancora aperto, invece, lo scenario in cui si muoverà Intesa Sanpaolo. Il consiglio di gestione e quello di sorveglianza, hanno deciso, «alla luce di un andamento del gruppo migliore di quanto ci si potesse aspettare, di emettere fino a 1,5 miliardi di euro di Tier 1», ovvero obbligazioni che vanno a impattare sulla patrimonializzazione. Oltre al bond il gruppo accelererà e incrementerà «le azioni di capital management (dismissioni totali o parziali, partnership, quotazioni) previste dal piano d’impresa per garantire al gruppo le risorse patrimoniali necessarie a una crescita dell’attività creditizia anche superiore a quella oggi prevedibile». Intesa, in sostanza, «è in grado di raggiungere e andare oltre gli obiettivi di patrimonializzazione con risorse proprie». Senza il bisogno di operazioni straordinarie e, soprattutto, senza il bisogno di sospendere oltre la distribuzione di dividendi, che riprenderà nel 2010. Non è chiaro se si tratta di una pietra tombale dell’affare Exor-Fideuram, operazione cui sembrava affidato nelle scorse settimane il rafforzamento patrimoniale di Intesa. Il presidente del consiglio di gestione, Enrico Salza, si è limitato a dire al termine del cda: «Non c’è urgenza, si deve vendere bene, non in fretta».

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Il governo licenzia Telefonica

La Cina non c’entra. Ma gli spagnoli se ne devono andare comunque. Che il governo avesse da tempo acceso i riflettori sul dossier Telecom non è un segreto. La partita va avanti da mesi, tra riflessioni sulla presenza ingombrante di Telefonica nell’azionariato dell’ex monopolista e sulla necessità di avviare una volta per tutte il programma di investimenti sulla rete di nuova generazione per consentire finalmente all’Italia di viaggiare sulla banda larga. A un mese dal termine (il 28 ottobre) fissato per ridisegnare il patto di sindacato di Telco (la scatola che controlla il 24,5% di Telecom), Palazzo Chigi ha però deciso di stringere i tempi. A pigiare sull’acceleratore ci ha pensato il viceministro alle Comunicazioni, Paolo Romani, durante un’audizione davanti alla commissione Affari costituzionali della Camera. La quota (42,3%) che Telefonica detiene in Telco «è un problema rilevante che si deve risolvere», ha spiegato l’esponente del Pdl, al quale «penserà l’azienda, ma su cui il governo è molto attento». Romani non ha usato mezzi termini per invocare un rimescolamento degli equilibri societari in nome dell’italianità dell’azienda. «Il governo non può prendere posizione: si tratta di un’azienda privata, con tanto di regole», ha detto il viceministro incalzato dalle domande del deputato della Lega Raffaele Volpi, ma è chiaro che Palazzo Chigi spinge affinché «l’infrastruttura di rete rimanga italiana». In altre parole, o gli spagnoli tornano a casa o Telecom rinuncia al suo asset principale attraverso uno scorporo. Ipotesi quest’ultima che il management della società vede come fumo negli occhi.
Se le intenzioni sono chiare, le soluzioni lo sono molto meno. Assodato che Telefonica è «un problema da risolvere», anche per gli ostacoli all’attività di Telecom in Argentina (Paese dal quale è imminente l’uscita) e in Brasile per questioni di normativa Antitrust, si tratta di capire da chi potrebbero essere sostituiti. E, soprattutto, a che prezzo. Il dossier è da tempo sul tavolo dei quattro soci (Mediobanca, Generali, Intesa e i Benetton) che siedono insieme a Telefonica nel patto di sindacato. I riflettori sono puntati sulla Findim della famiglia Fossati, che, forte del suo 5% di Telecom fuori da Telco, qualche settimane fa aveva ribadito la necessità di dare al gruppo «un assetto strategico definitivo per il futuro». Recentemente alcune banche d’affari avrebbero anche studiato l’ipotesi di un’alleanza con le Poste. Mentre in passato il mercato aveva guardato a un matrimonio con Mediaset, sempre smentito.
L’unica cosa che sembra da escludere, vista l’insistenza del governo sull’italianità, è il coinvolgimento di altri partner stranieri. Il viaggio in Cina, ha spiegato Romani smentendo alcune indiscrezioni di stampa, «non c’entra nulla con Telecom, siamo andati in estremo oriente solo per parlare di infrastrutture e per vedere come lavorano».
Sullo sfondo ci sono poi anche le insofferenze di alcuni soci (in particolare Intesa) sull’attuale gestione dell’ad Franco Bernabé. Attriti tenuti a freno, per ora, dalla regia di Mediobanca sono in qualche modo espressione.
Ma il nodo principale resta il prezzo. Il titolo ieri ha chiuso a 1,22 euro (in calo dell’1,61%), ben lontano dai 2,2 euro ai quali è stata svalutata la partecipazione di Telco in telecom.
Ed è chiaro che per liquidare gli spagnoli servirà qualcosa di più dei 3 miliardi del valore attuale della quota. Ipotesi esplosiva per Telecom, che deve ancora combattere con i suoi 35 miliardi di debiti. La cautela del presidente Gabriele Galateri, quando sostiene che «le sinergie con Telefonica vanno sfruttate fino in fondo», non è casuale.

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Sborsiamo trenta milioni per film che non vediamo

È un bilancio semplice quello di Viale Mazzini. Sulle grandi cifre non ci sono trucchi né inganni. I ricavi della Rai arrivano per il 50% dalle nostre tasche (il canone di abbonamento), per il 38% dalla pubblicità e per il 12% da altre fonti. Tanto per quantificare, i soldi che sborsano gli italiani ogni anno per garantire il cosiddetto servizio pubblico ammontano a 1,6 miliardi.Per scoprire dove finisce il gruzzolo bisogna però inoltrarsi nelle pieghe dei documenti contabili. E qui la semplicità lascia spazio alla bizzarrìa e alla singolarità. Tra le notizie più sorprendenti c’è quella relativa ai film non visti. Tutti, almeno una volta, ci siamo indignati per un programma mal fatto, per un servizio poco pubblico, per un reality di cattivo gusto. Ma sfido chiunque a lamentarsi per una pellicola che non va in onda o per un documentario mai inserito nella programmazione. La chicca è contenuta nel capitolo di bilancio che si occupa del valore dei diritti d’autore e delle licenze. Qui si scopre che nel costo complessivo dei prodotti televisivi e cinematografici acquistati dalla Rai, c’è una quota destinata ai programmi fantasma. Film che non vedremo mai, fiction che non saranno mai inserite in palinsesto. In gergo si chiama «mancata trasmissibilità, replicabilità e sfruttamento commerciale di alcuni diritti». E non si tratta di bruscolini, ma di 30,6 milioni su un totale di 741.Sfogliando il bilancio si apprende poi che il servizio pubblico alimentato dal canone spende 360,7 milioni per fiction, miniserie e telenovelas e 155,1 per i film, ma solo 11,8 milioni per i documentari e 7,8 per la musica e il teatro. Oppure ci si accorge che 2,2 milioni di euro l’anno se ne vanno per i compensi del consiglio di amministrazione e 200mila euro per i sindaci che dovrebbero sorvegliare il bilancio (compresi i film mai visti). O ancora scopriamo che Carmen Lasorella è amministratore unico della San Marino Rtv Spa, controllata al 50% dalla Rai con un valore di carico di 2,9 milioni di euro. E noi sempliciotti che pensavamo che Lasorella fosse una giornalista e che San Marino fosse uno Stato indipendente.Ma il dato più preoccupante, e serio, è quello relativo ai costi del personale. Va premesso che l’elefantiaca Rai di Stato ha a busta paga oltre 13mila dipendenti. Cifra spropositata se si pensa che tutto il gruppo Mediaset in Italia ne ha poco più di 5mila. E il confronto diventa ancora più ingeneroso se scendiamo fino alla voce ”giornalisti”. A Viale Mazzini ne contiamo 2.006 rispetto ai 378 del Biscione.Il bello è che gran parte dei lavoratori della Rai è stata messa lì dai tribunali. Già, perché dal 2002 al 2007, secondo la Corte dei Conti, su 1.221 assunti a tempo indeterminato, 565 sono reintegri obbligatori decisi dal giudice. Il frutto, scrive la magistratura contabile, «di una non puntale osservaza delle disposizioni di legge o contrattuali che disciplinano le modalità di assunzione e di impiego del personale». Risultato: altri soldi del contribuente gettati dalla finestra. Il contenzioso da lavoro costa infatti all’azienda una decina di milioni l’anno a fronte dei circa 900 complessivi del costo del personale. In altre parole, oltre l’1% degli stipendi viene bruciato perché alla Rai non conoscono lo Statuto dei lavoratori.Il tutto (l’esercito dei dipendenti e gli sprechi) fa sì che alla fine dell’anno i conti non tornino per nulla. Quei 900 milioni di costo del personale si raffrontano infatti ai circa 3miliardi del costo della produzione. In percentuale si tratta di un 30% buono, livello decisamente troppo alto per un’azienda che usa i soldi dei cittadini e che sale al 38% se si considerano anche i costi per i viaggi e le trasferte del personale, gli accantonamenti per gli esodi agevolati, i costi del contenzioso e i fondi pensione dei dipendenti. Una situazione, si legge nella relazione della Corte dei Conti, che impone alla Rai di assumere «tutte le iniziative che si riterranno più idonee per mantenere sotto stretto controllo l’andamento del costo di tale fattore». E noi paghiamo.

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Un milione di italiani non paga il canone Rai

Gli italiani sono stufi. E non perché si lasciano convincere da una campagna di stampa. O perché hanno semplicemente deciso di trascorrere il loro tempo libero leggendo un bel libro o andando a fare shopping. Gli italiani sono stufi di pagare una tassa per la tv di Stato. Non si tratta di proclami o di inviti alla disobbedienza civile. Ma di numeri, messi nero su bianco nei bilanci della Rai. Il calcolo è semplice e chiaro. Tra nuovi abbonati e vecchi che fuggono (più o meno legalmente) il saldo finale è che dei circa 16 milioni e mezzo di iscritti, oltre un milione all’inizio dell’anno non ci pensa neppure a versare quei 107, 50 euro nelle casse di Viale Mazzini.Nel dettaglio, nel corso degli anni si è registrato un aumento dei cosiddetti morosi, quelli per intendersi che dovrebbero pagare ma non lo fanno. Nel 2006 erano 684mila, nel 2008 sono balzati a 738mila. Andando un po’ indietro nel tempo, il dato è ancora più evidente. La percentuale di evasione del canone di abbonamento, secondo le rilevazioni della Corte dei Conti, è passata dal 17,72% del totale nel 2002 al 24,99% del 2007. Una crescita avvenuta malgrado l’inasprimento dei controlli e delle richieste di pagamento. Il recupero bonario della morosità è infatti rimasto nelle mani della Rai, ma quella che in termini tecnici viene chiamata la riscossione coattiva è invece stata affidata alle strutture di Equitalia, che utilizzano gli stessi metodi riservati agli evasori fiscali.Accanto a chi si sottrae all’esborso illegalmente, c’è poi chi ha già fatto in anticipo e autonomamente quello che da un po’ di giorni andiamo scrivendo sulle pagine di Libero: la disdetta legale dell’abbonamento. A dichiarare l’inutilizzo o la cessione del televisore sono circa 300mila utenti all’anno, in leggera discesa dal 2006 ad oggi. Complessivamente, come dicevamo, si tratta di un milione di persone che non hanno alcuna intenzione di contribuire al finanziamento del carrozzone dell’emittenza pubblica.

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venerdì 18 settembre 2009

Uno scudo con le maglie più larghe

Traffico di organi, tratta delle bianche, narcotraffico. Con lo scudo fiscale anche il mostro di Rostov o quello di Milwaukee finirebbero per sfuggire alle maglie della giustizia. Sarebbe questo, secondo il Pd, l’effetto delle modifiche alla sanatoria contenute nell’emendamento presentato dal senatore del Pdl Salvo Fleres in commissione Bilancio. Con il nuovo testo, tuona il capo dei senatori Pd, Anna Finocchiaro, che promette “l’inferno” in Aula, «le prove in un procedimento penale per corruzione o per traffico di organi, nonostante siano state offerte spontaneamente per fare rientare i capitali, non si potranno utilizzare». La realtà, spiega la senatrice Cinzia Bonfrisco (Pdl), è «che lo scudo ha bisogno di miglioramenti e chiarimenti. Abbiamo offerto alla riflessione del governo le nostre proposte, che non prevedono stravolgimenti». Il Tesoro dovrebbe presentare le sue valutazioni entro martedì. Sul tavolo c’è sicuramente l’estensione delle garanzie per chi ha procedimenti penali in corso. Un elemento su cui il governo era tornato indietro nella prima formulazione proprio per evitare la prevedibile insurrezione della sinistra, ma che è chiaramente centrale per il buon esito della sanatoria. La questione aperta è se debbano essere inclusi tutti i procedimenti penali aperti alla data del 5 agosto 2009 o se occorra fare distinzioni in base allo stadio del processo escludendo, ad esempio, i procedimenti per reati tributari già arrivati al rinvio a giudizio. L’esigenza di calibrare meglio il raggio d’azione dello scudo viene confermata dai dottori commercialisti. «L’attuale formulazione», ha spiegato il presidente del Consiglio nazionale Claudio Siciliotti, «lascia spazio a profili di incertezza che necessitano chiarimenti. Per certezza intendiamo chiarezza tra cosa lo scudo protegge e cosa no». D’altra parte, c’è anche il rischio che Giulio Tremonti, alle prese con le solite esigenze di bilancio, sia tentato dal calcare un po’ troppo la mano per aumentare l’efficacia, e quindi l’incasso, dello scudo. «È evidente», continua Siciliotti, «che un ampliamento delle fattispecie protette dallo scudo ne può aumentare l’appeal ma è altrettanto evidente che questo obiettivo deve essere contemperato con valutazioni che non siano soltanto di cassa». Il problema principale, a questo punto, è arrivare ad una versione definitiva nel minore tempo possibile. Soprattutto se, come sembra, il governo vuole accorciare i tempi di chiusura dell’operazione al 15 dicembre.

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Le Fiamme Gialle cercano il tesoro di Rocco

Qualcuno, probabilmente, non esiterebbe a definirlo un campione. In senso stretto, però, Rocco Siffredi interrompe la lunga lista di sportivi pizzicati dal fisco. Dopo Max Biaggi, Mario Cipollini, Valentino Rossi e tanti altri, entra nel club anche lui, il re del porno. Siffredi, al secolo Rocco Tano, nato ad Ortona (Chieti) 45 anni fa, è finito nel mirino della Guardia di Finanza per una presunta evasione di centinaia di migliaia di euro attraverso l’apertura fittizia di società in paradisi fiscali, in particolare in Ungheria.Il solito vip che non paga le tasse, si dirà. L’ennesima vittima eccellente che serve al fisco per pubblicizzare adeguatamente l’attività di contrasto all’evasione. Può essere. Ma Rocco Siffredi non è una celebrità come le altre. Le sue gesta, e le sue misure, sono conosciute in tutto il mondo. Attore, regista, produttore cinematografico più volte premiato nel settore dell’hardcore agli Hot d’or di Cannes e agli Avn Awards americani, Siffredi è arrivato ad essere protagonista anche di 25 film hard ogni anno. Secondo una stima approssimativa, alimentata anche dalla leggenda, avrebbe partecipato a più di 1.300 film e avuto rapporti sessuali con più di 4.000 donne. Numeri che, insieme a quelli spropositati (degni del mito assoluto del porno John Holmes) dei suoi attributi, gli hanno procurato l’invidia e l’ammirazione di intere generazioni di adolescenti e no. E che negli ultimi anni, grazie anche alle comparsate in tv e alla stranota e ironica pubblicità delle patatine, gli hanno valso pure la simpatia dei benpensanti e di chi, mentendo, giura di non aver mai visto un sua performance. Inevitabile, visto il soggetto, l’immediata circolazione di battute e giochi di parole, facilmente immaginabili, sulla disavventura di Rocco. Su Facebook, poco dopo la notizia, era già sorto spontaneo un specie di comitato di sostegno. «Dovevi entrare te nel corpo della finanza e non far entrare la finanza nel tuo conto», è uno dei post più eleganti che si possono leggere. Al di là dell’aspetto goliardico, l’operazione della Gdf per Siffredi potrebbe rivelarsi una bella gatta da pelare. Il pornodivo rischierebbe, infatti, non solo una sanzione ma anche il carcere. Una linea di abbigliamento con il marchio R-Rocco e un logo malizioso (una y che evoca il sesso in erezione), un sito di e-commerce con occhiali, magliette, intimo, un sito vietato ai minori di 18 anni (official website of italian stallion) oltre ad altri non ufficiali e poi tutta la produzione hardcore dal 1984 ad oggi (nel 2004 aveva annunciato il ritiro dalle scene, ma l’ultimo film, Animal Trainer 27, è ancora inedito), sono le attività che costituiscono l’impero ufficiale del porno attore. Ma gli accertamenti delle Fiamme Gialle di Chieti, che dallo scorso anno stanno scandagliando la posizione fiscale di tutti coloro che avevano trasferito la residenza all’estero, avrebbero scoperto ben altro. «Incrociando i dati sugli acquisti di veicoli, i contratti di locazione, le utenze domestiche intestate, è emerso anche questo nominativo», riferisce il colonnello Gioacchino Angeloni, comandante provinciale della GdF di Chieti, che sta coordinando le indagini. Siffredi ha anche la disponibilità di una villa a Roma intestata ad una società di capitali di diritto britannico alla quale corrisponde un canone di affitto. «È dunque possibile», continua Angeloni, «che non abbia rescisso il rapporto con l’Italia, anzi riteniamo che è qui per oltre metà dell’anno solare». E dunque deve pagare tutte le tasse in Italia ed eventualmente scomputare con il credito di imposta quelle pagate all’estero. Nell’indagine sarebbe coinvolta anche la moglie, ex pornodiva, socia dell’attività di produzione in Ungheria, dove Siffredi dal ’95 ha trasferito il suo lavoro. L’imponibile evaso finora accertato è «intorno ai 200.000 euro ma l’indagine è ancora aperta con verifiche bancarie. Se si dovessero superare i 77.600 euro per anno e per imposta si rischia la condanna alla reclusione da uno a tre anni».

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Il Tesoro Usa prepara il divorzio da Citigroup

Altro che aiuti di Stato. Le banche, ha detto lunedì Barack Obama, «hanno già ripagato 70 miliardi di dollari al governo e una parte dei nostri investimenti ha dato al contribuente un rendimento del 17%». Ora al conto potrebbero aggiungersi altri 10 miliardi. Questa è infatti la cifra che guadagnerebbe il Tesoro Usa con la vendita del 34% di Citigroup. Si tratta della quota di capitale che Washington ha accumulato attraverso la conversione dei titoli privilegiati ricevuti in cambio delle robuste iniezioni di risorse pubbliche per salvare dal fallimento l’ex numero uno mondiale del settore creditizio. L’operazione è ancora allo studio e non sarà immediata. Secondo quanto riportano Bloomberg e il Wall Street Journal il collocamento delle azioni avverrebbe gradualmente nell’arco di 6-8 mesi, un anno al massimo. Ma il messaggio è chiaro. Come ha detto il presidente Usa nel discorso a 12 mesi dal fallimento di Lehman Brothers, è partita la fase due della crisi. Quella in cui il governo federale toglierà gradualmente le stampelle al sistema economico in generale e a quello bancario in particolare. Anche perché gran parte del mondo della finanza «invece di imparare la lezione, ha scelto di ignorarla» e ha sfruttato gli aiuti di Stato solo per rimpinguare il barile vuoto di bonus e maxipremi. Come dimostrato da quei 60 miliardi cumulativi di ricomopense speciali che i banchieri hanno di nuovo stanziato per il 2009. Ma i rubinetti pubblici ora si chiudono. Non solo. Obama vuole anche dimostrare agli americani che il salvataggio, alla fine, è stato quasi conveniente. Il Tesoro ha già recuperato in anticipo l’investimento in Goldman Sachs, con un profitto di 1,4 miliardi di dollari, in Morgan Stanley, con utili di 1,3 miliardi e in American Express, con un guadagno di 414. Ma il bottino più grosso è proprio quello che potrebbe arrivare da Citigroup. Nel novembre 2008, infatti, Washington ha accordato all’istituto guidato da Vikram Pandit un maxi-piano di aiuti da oltre 300 miliardi di dollari, di cui una buona fetta disponibili nel caso in cui la banca avesse registrato perdite «inusuali e forti» derivanti da prestiti e obbligazioni garantite da mutui. Il Tesoro ha ottenuto lo scorso luglio 7 miliardi di titoli Citigroup a 3,25 dollari l’uno, in seguito alla conversione di 25 miliardi di dollari di azioni privilegiate in titoli ordinari. La plusvalenza potenziale di un rientro del prestito, vendendo i titoli agli attuali valori di Borsa (4,30 dollari la quotazione di ieri a Wall Street), si aggira sui 9,7 miliardi. I dettagli dell’operazione sono ancora da definire. Una delle ipotesi prevede che Citigroup emetta fino a 5 miliardi di nuove azioni e contemporaneamente il Tesoro metta in vendita una quota dei suoi 7,7 miliardi di azioni (il 33,6% del flottante). Ma il governo potrebbe anche decidere di collocare sul mercato piccole tranche di titoli giornalmente o settimanalmente oppure vendere in blocco l’intera partecipazione.

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