martedì 21 luglio 2009

La tele del futuro si guarda con cinque telecomandi

Se volete continuare a vedere i vostri programmi preferiti armatevi di pazienza e di molti telecomandi, almeno 5. Per i decoder ve ne basteranno 4.Quando parte il digitale terrestre? Il caos è qui rappresentato dalla tempistica, con canali che scompaiono a scaglioni in base alla città in cui abitate. La Sardegna è già tutta digitale, mentre Valle d’Aosta, Trentino, Alto Adige, Piemonte occidentale hanno attivato lo switch over, cioé hanno spento il segnale analogico di Raidue e Retequattro, fase che è toccata dal 16 giugno al Lazio e dal 10 settembre alla Campania. Lo switch off, cioé lo spegnimento definitivo della tv analogica, scatterà in Valle d’Aosta tra il 14 e il 23 settembre, in Piemonte tra il 24 settembre e il 9 ottobre, in Trentino tra il 15 e il 30 ottobre, in Alto Adige tra il 26 ottobre e il 13 novembre, nel Lazio tra il 16 e il 30 novembre e in Campania tra l’1 e il 16 dicembre.Come vedere la nuova tv? Alla fine per vedere la tv sarà necessario o comprare un nuovo apparecchio televisivo (che avrà obbligatoriamente incorporato il sintonizzatore per il digitale terrestre) o dotarsi di un decoder (con relativo telecomando). Quello più economico, chiamato zapper, vi darà la possibilità (una volta collegato all’antenna tradizionale e alla tv con una presa scart) di vedere tutti i canali nazionali e alcuni aggiuntivi che le emittenti trasmetteranno in chiaro.E i canali a pagamento? Per le trasmissioni in pay-per-view sarà necessario comprare un decoder (o un nuovo televisore con la dotazione specifica) interattivo. In altre parole quello con la possibilità di inserire la scheda. A quel punto potrete acquistare un pacchetto (attualmente offerto da Mediaset e La7) per vedere canali di sport o di film e fiction.Quando serve il satellite? Un 10% di italiani non raggiunti dal digitale e chi vorrà vedere i canali offerti da Sky dovrà comunque dotarsi di un decoder satellitare (con relativo telecomando) da collegare ad una parabola e alla tv sempre tramite la scart. Qui le cose si complicano un po’. Molto probabilmente, infatti, sul decoder di Sky non si vedranno più i canali Rai, mentre già adesso anche quelli di Mediaset criptano il segnale di tanto in tanto per questioni di diritti internazionali. Morale della favola: per vedere la tv a pagamento di Sky dovrete acquistare il relativo pacchetto con decoder, mentre per vedere i canali nazionali sul satellite dovrete dotarvi di un altro apparecchio.Si può vedere tutto? Si tratta del nuovo decoder Tivù (sempre con il suo telecomando), che riunisce insieme il satellite e il digitale terrestre (quest’ultimo già incorporato nei nuovi televisori). Qui sarà possibile oltre alla visione di tutti i canali nazionali che vanno sul digitale terrestre anche inserire le schede a pagamento per la pay per view sia terrestre che satellitare, ma non quella di Sky.Senza antenna né parabola? Infine, per chi non vuole utilizzare né antenna, né parabola, c’è la possibilità dell’IPTV, la televisione via cavo. I decoder) vengono offerti in comodato d’uso dalle compagnie telefoniche insieme alla banda larga. Per ora il servizio è fornito da Fastweb, Telecom e Wind. Cosa si può vedere cambia da compagnia a compagnia.Due consigli per chiudere: se avete il decoder digitale terrestre avviate spesso la risintonizzazione automatica dei canali perché altrimenti vi spariranno alcune reti da un giorno all’altro; se, come la maggior parte degli italiani, siete nel pallone più totale provate a chiamare il numero verde del ministero dello Sviluppo 800.022.000. Male che va avrete qualcuno da insultare.

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Piccole imprese in marcia su Roma

Nessun fischietto, niente tamburi, niente striscioni offensivi né bandiere politiche. È un corteo curioso quello che sfilerà oggi per le strade di Roma. Un corteo silenzioso e insolito. A manifestare saranno micro-imprenditori, artigiani e partite Iva. Lavoratori senza tessere e senza etichette, riuniti sotto le insegne di un movimento spontaneo dal nome eloquente: “Imprese che resistono”. Che resistono alla crisi, ma anche ad un vuoto di rappresentanza. «Perché tutti parlano delle Pmi come il tessuto produttivo, la spina dorsale che manda avanti il Paese, tutti mettono le Pmi al centro delle ricette per la ripresa», spiega l’animatore del comitato, Luca Peotta, «ma se si arriva al punto di costringerci a scendere in piazza, significa che qualcosa non ha funzionato». Ed ecco allora che la marcia delle Pmi diventa automaticamente un dito puntato contro la disattenzione. Quella della politica, ma anche quella delle associazioni. Già, perché oggi in strada ci saranno imprenditori troppo grandi per essere ascoltati dalle mille sigle che rappresentano gli artigiani e i commercianti e troppo piccoli per ricevere il sostegno della grande industria. Sono abitanti della terra di mezzo, invisibili, anomalie che le statistiche non riescono a fotografare. Eppure tutti i giorni, nelle loro aziende, combattono la crisi, come la combattono milioni di lavoratori italiani e come la combattono i loro dipendenti. Alcuni dei quali oggi saranno lì, accanto ai “padroni”, a testimoniare le difficoltà della piccola economia, ad imbarazzare i sindacati che non ci sono più o non ci sono mai stati, a mettere in difficoltà quei partiti che hanno lasciato per strada le promesse e le battaglie.
È un punto di vista, quello dei piccoli, da cui il dibattito in corso tra governo e banche appare distante. Così come quello animato dalla Confindustria o dal Pd, che nella corsa per la segreteria sembra ora aver riscoperto il mondo dimenticato delle Pmi.
Ma in fondo chi marcerà oggi non vuole indicare colpevoli, né individuare nemici. «Siamo solo», spiega Peotta, «imprenditori che vogliono avere la possibilità di resistere». L’intenzione è, insomma, quella di dare una scossa, sia al mondo della politica che a quello della rappresentanza. Qualcuno lo ha già capito. Qualcuno lo sta capendo. Ai primi di luglio “Imprese che resistono” è scesa in piazza a Torino. Una partenza anche simbolica, nel mondo della Fiat e degli operai. Un migliaio allora. Ma le adesioni crescono. Il Nord Est, in primo luogo, ma il messaggio si sta diffondendo rapidamente, con il passaparola, ai distretti produttivi della Toscana e anche del Lazio. Alcune realtà si stanno muovendo anche in Campania. «Dove la situazione dei piccoli è ancora più disperata di quella del Nord», dice Peotta, che non chiude le porte a nessuno. «Sarei felice», spiega, «se accanto a noi sfilassero gli uomini della Cna, di Confartigianato o di Confesercenti, tanto per citarne alcune». E qualcuno, probabilmente, ci sarà. A macchia di leopardo. In occasione della marcia di Torino aderirono sia la Api-Torino sia quella del Piemonte. Non quella di Cuneo. «Ma l’importante», dice Peotta che non vuole fare polemiche, «è esserci e dare un segnale». La speranza per oggi è di raccogliere 2mila adesioni. Già sarebbe una vittoria, visto il caldo, l’estate e i costi della trasferta. L’altro obiettivo sembra un po’ più complicato. Il ministro Giulio Tremonti non sarà disponibile per un incontro. Forse ci sarà il tempo per un tavolo con alcuni parlamentari delle commissioni economiche. «Basta che si faccia in fretta», conclude Peotta, «perché la crisi c’è adesso, domani sarà già troppo tardi».

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venerdì 17 luglio 2009

Brunetta taglia le assenze. E i dipendenti

Assenze per malattia in calo del 38% e 14 milioni di giornate di lavoro in più. Piaccia o no, la cura Brunetta macina risultati. A fornire i dati di un anno di lotta all’assenteismo è stato ieri lo stesso ministro della Pa, che ritiene di essere riuscito a modificare «in maniera strutturale i comportamenti dei pubblici dipendenti». Non solo. Forse con un eccesso di ottimismo il ministro vede anche il «consolidamento di un comportamento di maggiore responsabilità ispirato a principi di correttezza professionale e riconoscimento del merito». Senza andare così lontano, i numeri parlano comunque di una reale inversione di tendenza. Solo a giugno la riduzione delle assenze per malattia è stata del 27,4% rispetto allo stesso mese del 2008. Le percentuali più rilevanti si sono avute negli enti di previdenza (-43,7%) e nelle amministrazioni provinciali (-37,5%), con differenze non troppo marcate dal punto di vista geografico. La forchetta va dal -32,3% del Nord Est al -24,9 del Mezzogiorno. Un ulteriore stimolo a lavorare, e a lavorare seriamente, è quello previsto per i dirigenti. Entro luglio saranno infatti on line retribuzioni, recapiti, assenze e curriculum di circa 190mila “capi” della Pa. In questo modo, ha spiegato Renato Brunetta, il dirigente esce dall’anonimato e «potrà essere messo alla berlina pubblicamente». Sono esclusi dall’operazione trasparenza, purtroppo, magistrati e professori universitari. Ma il ministro ha spiegato che sta studiando qualcosa anche per loro.
Guarda caso, però, si tratta delle stesse categorie, con l’aggiunta dei “medici responsabili di struttura complessa”, che saranno escluse dall’operazione “rottamazione” prevista da un emendamento approvato ieri al dl anticrisi. Brunetta aveva già introdotto la misura nel suo ddl, all’ultimo era però stato costretto a fare marcia indietro sotto il fuoco di fila di sindacati, opposizione e qualche componente delle maggioranza. Ora la norma ritorna. Il provvedimento, presentato in commissione Bilancio dal deputato del Pdl Remigio Ceroni ma sostanzialmente condiviso dal governo, fissa a 40 anni di contributi, di ogni tipo, anche figurativi, l’anzianità massima raggiungibile dagli statali. Dopo quella soglia, in altre parole, la Pa potrà «risolvere unilateralmente il rapporto di lavoro e di contratto individuale, anche del personale dirigenziale, con preavviso di sei mesi». Si tratta di una misura temporanea, dal 2009 al 2011, che rientra, spiega Ceroni, «nell’operazione di snellimento e di taglio dei costi della Pa già avviata dal governo». Senza contare, aggiunge, «che la norma potrà servire anche a liberare posti per la regolarizzazione dei precari». È scettico sul principio l’economista del Pdl Giuliano Cazzola, che però condivide l’impostazione non strutturale del provvedimento in un’ottica di risanamento della pubblica amministrazione.

Arriva lo scudo, senza sanatoria

Ci sono volute diverse bozze, due formulazioni ufficiali e la solita, robusta dose di polemiche, ma alla fine lo scudo fiscale è arrivato. Niente Abruzzo e nessuna sanatoria, l’emendamento al dl anti-crisi presentato ieri dai relatori Chiara Moroni (Pdl) e Maurizio Fugatti (Lega) nelle commissioni Bilancio e Finanze prevede soltanto un’aliquota complessiva del 5% per i capitali rimpatriati o regolarizzati. Per quest’ultima opzione è necessario che i soldi nascosti all’Agenzia delle entrate siano detenuti in Paesi dell’Unione europea. Lo scudo è applicabile alle attività finanziarie e patrimoniali detenute almeno alla data del 31 dicembre 2008 o rimpatriate e regolarizzate a partire dal 15 ottobre e fino al 15 aprile 2010. Il gettito previsto è stato per ora fissato a un euro. Non si tratta di una presa un giro, ma di una cifra fittizia dovuta, si legge nella relazione tecnica, alla «assoluta imprevedibilità» delle risorse che verranno recuperate attraverso l’operazione. Il governo si aspetta comunque un ritorno per l’erario di 3-3,5 miliardi, che saranno inseriti in una contabilità speciale e potranno essere utilizzati a partire dal 2010.Il parto della norma non è stato semplicissimo. La prima formulazione del testo, presentata alla Camera nel corso della mattinata, ha scatenato la furiosa reazione dell’opposizione. Nell’emendamento non erano infatti chiaramente indicati quali reati fossero esclusi dalla copertura dello scudo. Immediata l’insurrezione di Pd e Idv , favorita anche dallo scivolone di Tremonti che ha mandato al diavolo un cronista che chiedeva lumi sulla vicenda. Sotto accusa, in particolare, la possibilità di sfuggire a fattispecie come la bancarotta, il falso in bilancio e il riciclaggio.Nel pomeriggio è arrivata la seconda formulazione, che continua a prevedere l’impossibilità da parte del fisco di utilizzare il rimpatrio come “elemento a sfavore del contribuente, in ogni sede, amministrativa o giudiziaria, in via autonoma o addizionale”. Ma sembra escludere (anche se il testo non è chiarissimo) dal campo di applicazione dello scudo tutti i reati, ad eccezione di quelli tributari relativi alla dichiarazione infedele e all’omessa dichiarazione. Il testo ricalca di fatto le disposizioni contenute nella sanatoria del 2001. L’emendamento prevede anche l’aumento delle sanzioni per l’omessa dichiarazione di detenzione di investimenti e attività all’estero: potrà variare dal 10 al 50% (rispetto al 5 e 25%) ma senza possibilità di confisca. Ora non resta che aspettare il via libera della Ue, che però ha gia fatto sapere che in assenza di elementi discriminatori o di violazioni alla libera circolazione dei capitalia non ci sarà alcun ostacolo.

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mercoledì 15 luglio 2009

L’Ama salva i lavoratori Alitalia. Ma ora chi paga?

Per 34 cassaintegrati della vecchia Alitalia arriverà presto una buona notizia. L’Ama ha infatti deciso che sceglierà i suoi nuovi meccanici tra i circa 4.500 lavoratori rimasti appiedati (seppure con 7 anni di stipendio all’80% garantito) dall’operazione Fenice. La selezione, in particolare, sarà effettuata tra quei 300 che hanno le competenze necessarie per il nuovo impiego. Per loro è previsto un contratto full time a tempo indeterminato. Il che significa gettarsi alle spalle la brutta esperienza vissuta lo scorso autunno durante la trattativa con la Cai e tornare a lavorare con prospettive di crescita professionale, di guadagni e di sicurezza economica. Comprensibile la soddisfazione con cui ieri il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, l’ad dell’Ama, Franco Panzironi, e i sindacati hanno annunciato la firma del protocollo che strapperà 34 persone alla cassa integrazione. Un entusiasmo che dovrebbe proseguire visto che il sindaco ha annunciato che l’iniziativa «sarà estesa a tutte le altre municipalizzate capitoline». I motivi per festeggiare, insomma, non mancano. Eppure, un piccolo dubbio resta: chi paga?Certo, ci sono gli sgravi fiscali previsti per chi assume cassaintegrati e, come ha ricordato il sindaco, si tratta «di professionalità che mancavano». Questo non toglie, però, che la municipalizzata romana (interamente controllata dal Campidoglio) abbia chiuso l’ultimo bilancio (2008) con una perdita di 256 milioni. E che il Comune da diverso tempo tiene in piedi i conti a colpi di anticipazioni di cassa: 100 milioni a gennaio 2008, 50 ad agosto, 60 a novembre (per pagare gli stipendi), altri 250 pochi mesi fa. Ora si va verso il nuovo piano industriale e il recupero degli ingenti crediti, ma la verità è che la società paga ancora circa 35 milioni l’anno solo per interessi sui debiti. Il rischio, in altre parole, è che il costo dei cassaintegrati Alitalia passi dallo Stato al Comune. Sempre di collettività si tratta, ma ai romani chi glielo dice?

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L'Onu torna all'attacco dei respingimenti

Ci risiamo. L’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni unite (Unhcr) torna all’attacco dell’Italia. Ad accendere la miccia sono ancora i cosiddetti “respingimenti” con cui il governo italiano sta cercando di contenere i flussi migratori di clandestini che tentano di raggiungere le nostre coste. Solo che questa volta, oltre all’accusa di non accettare richieste di asilo, l’Italia sarebbe anche colpevole di maltrattamenti ai danni degli immigrati. «L’Unhcr si vergogni e chieda scusa», è stata l’immediata risposta del governo per bocca dei ministri della Difesa e delle Politiche comunitarie, Ignazio La Russa e Andrea Ronchi. Al centro delle polemiche c’è un’operazione di respingimento verso la Libia avvenuta il primo luglio. Secondo l’Alto commissariato le autorità italiane non avrebbero «cercato di stabilire la nazionalità delle persone coinvolte», né tantomeno «le motivazioni che le hanno spinte a fuggire dai propri Paesi». E fin qui è la solita tesi per cui ogni clandestino che sale su un barcone assume automaticamente lo status di potenziale rifugiato. Ma nel corso dei colloqui con le 86 persone (in gran parte di nazionalità eritrea) intercettate dalla Marina a largo di Lampedusa, l’Unhcr avrebbe «raccolto testimonianze riguardo l’uso della forza da parte dei militari italiani» che avrebbero provocato la necessità di cure mediche per sei eritrei. Non solo, prima del trasbordo sulla motovedetta libica a molti sarebbero stati confiscati documenti «di vitale importanza», mentre altri avrebbero riferito di «aver trascorso quattro giorni in mare prima dell’intercettazione e di non avere ricevuto cibo dai militari italiani durante l’operazione durata circa 12 ore».Furioso il ministro La Russa, che tempo fa ingaggiò un duro confronto con la portavoce italiana dell’Unhcr, Laura Boldrini. «Non è ammissibile», ha detto, «la faciloneria con cui questo organismo internazionale accusi i marinai italiani di essere ladri, affamatori e violenti, mentre il loro comportamento è stato assolutamente corretto essendo intervenuti ancora una volta a tutela di questi disperati da quattro giorni in mezzo al mare». «Come ministro della Difesa», ha proseguito, «non posso accettare che i militari italiani vengano dipinti come negrieri». Il ministro ha poi spiegato di aver ricevuto una dettagliata informativa sul respingimento cui fa riferimento l’Unhcr e di aver fatto tutti i necessari accertamenti: «Le risultanze contrastano nettamente con quanto riferito dall’Alto commissariato che, per sua stessa ammissione, ha riportato soltanto la versione delle persone incontrate successivamente nei campi libici, senza interpellare le autorità italiane».Sullo stesso punto ha insistito Ronchi. «La cosa che lascia maggiormente perplessi», ha detto, «è che l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati abbia diramato un comunicato e lo abbia fatto senza procedere ad alcuna preventiva verifica con le autorità italiane delle versioni raccolte». Si tratta, per il ministro, «di accuse false, demagogiche, offensive e ripugnanti che offendono le nostre Forze armate che nel mondo dimostrano ogni giorno la loro moralità, la loro dedizione, umanità, competenza e sacrificio». Di qui la richiesta di scuse immediate all’Italia: «L’Unhcr si vergogni».E mentre il Pd non ha perso occasione per mettere subito in discussione la politica italiana sull’immigrazione, schierandosi al fianco dell’organismo Onu, La Russa ha spiegato nel dettaglio come sono andate le cose, rivelando che alcuni degli eritrei hanno «tentato azioni di forza» e che «nessuno di essi si era dichiarato rifugiato». Quanto ai documenti sottratti, il ministro ha ricordato che «tutto è stato messo in sacchetti individuali consegnati alla Guardia di Finanza che si trovava a bordo della motovedetta libica».

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martedì 14 luglio 2009

Che scudo è senza sanatoria?

Malgrado il polverone alzato dall’opposizione, Giulio Tremonti non sembra intenzionato a mollare l’osso. La diffusione di una bozza d’iniziativa parlamentare sullo scudo fiscale, con la previsione di una sanatoria per reati come la bancarotta e il falso in bilancio, ha intorbidito le acque. Il Pd, e soprattutto l’Idv di Antonio Di Pietro, hanno denunciato a gran voce il tentativo di porre in essere un riciclaggio di Stato. In realtà, la misura allo studio dei tecnici del Tesoro è da mesi oggetto di dibattito nelle sedi internazionali ed è la diretta conseguenza dell’accordo trovato ad aprile al G20 di Londra sulla lotta coordinata ai paradisi fiscali. Un accordo che ha prodotto l’immediata classificazione da parte dell’Ocse degli Stati in diverse liste in base al grado di aderenza agli standard internazionali in materia di trasparenza bancaria e scambio di informazione.
Strada obbligata
Della questione si è discusso anche nel corso dell’ultimo G8 e l’idea che per colpire i paradisi fiscali e l’evasione sia necessario anche utilizzare lo strumento del condono è condivisa da molti Paesi (tra cui Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Polonia e Ungheria), che hanno già messo in atto varie forme di scudo fiscale e di sanatorie per favorire il rientro dei capitali dall’estero. È chiaro, infatti, che alle aliquote agevolate per la regolarizzazione delle somme nascoste al fisco bisognerà affiancare anche una qualche garanzia per le imprese (soprattutto quelle piccole) che altrimenti avrebbero solo da perdere dal rientro dei capitali. Resta da capire quale formula utilizzare e quanto esteso sarà il perimetro della sanatoria, che non dovrebbe comunque comprendere i reati cui faceva riferimento la bozza parlamentare.
Un fondo per l’aquila
L’altro problema su cui stanno lavorando i tecnici del Tesoro è quello relativo all’utilizzo dell’extra gettito per la ricostruzione dell’Abruzzo. Attualmente le ipotesi circolate parlano di due aliquote. La prima al 5% per chi deciderà di investire le somme in titoli di Stato o buoni postali emessi dalla cassa depositi e prestiti destinati all’aiuto per la popolazione colpita dal terremoto. Per tutti gli altri il costo del rientro sarebbe invece del 7-8% sulla somma da regolarizzare. L’idea di Tremonti è quella di creare un fondo ad hoc ben remunerato e costituito per circa 3 miliardi dal gettito proveniente dallo scudo e per altri 3 da privati, che investirebbero (con rendimenti elevati) direttamente i capitali riportati in Italia. Si tratterebbe di 5-6 miliardi che andrebbero a coprire buona parte dei costi per l’Abruzzo stimati in 8 miliardi. La norma, però, sarebbe in contrasto con le direttive Ue sulla libera circolazione dei capitali, secondo le quali le misure anti evasione non possono introdurre un principio di discriminazione. Sulla questione l’Italia ha già avviato i contatti con la Commissione Europea per il confronto sul provvedimento. Lo ha rivelato ieri il ministro per le Politiche Comunitarie, Andrea Ronchi, durante un incontro a Strasburgo con i 72 europarlamentari italiani. Se la soluzione non si trovasse, il governo potrà comunque utilizzare lo scudo per l’Abruzzo.
Il piano b
La norma è già in vigore ed è contenuta nella legge 77 del 2009, che ha convertito il decreto di aprile sugli “interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici nella Regione Abruzzo”. All’art.14, comma 4, si legge che “le maggiori entrate rivenienti dalla lotta all’evasione fiscale, anche internazionale, derivanti da futuri provvedimenti legislativi, affluiscono ad un apposito Fondo istituito nello stato di previsione della spesa del Ministero dell’Economia destinato all’attuazione delle misure di cui al presente decreto e alla solidarietà”. Questa passaggio offre copertura allo scudo e permette di appigliarsi all’articolo 100 del Trattato Ue che consente agli Stati di ricorrere a strumenti eccezionali in caso di emergenze.
Maggiori dettagli non si avranno probabilmente prima di domani, quando il governo dovrebbe alzare il velo sulle modifiche al dl fiscale, che saranno contenute in un maximendamento. Tra le oltre 1.100 proposte presentate ieri alle commissioni Bilancio e Finanze della Camera non compare infatti nessuno dei correttivi strategici, tranne quello presentato dai deputati del PdL Cazzola e Della Vedova sull’innalzamento dell’età pensionabile delle statali. Su cui però non c’è ancora l’accordo nel governo.

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Il G8 sdogana il condono fiscale e scioglie le briglie a Tremonti

I dettagli sono ancora tutti da definire, ma dopo il G8 la strada per lo scudo fiscale è chiaramente in discesa. «Diversi Paesi stanno attuando strategie per favorire il rimpatrio dei patrimoni detenuti in giurisdizioni non cooperative», si legge nel documento finale del summit aquilano che si è concluso venerdì. Di fatto, i grandi del pianeta hanno legittimato l’utilizzo dello strumento come arma per contrastare l’evasione e per riportare entro i confini nazionali preziosa liquidità per il sistema bancario e produttivo. Giulio Tremonti, ovviamente, lo aveva previsto. E non è un caso che poco più di una settimana fa il ministro dell’Economia aveva risposto con un plateale «boh» a chi gli chiedeva lumi sull’operazione.
Del resto, dopo le numerose accuse piovute sul suo capo a causa delle sanatorie varate durante il suo precedente mandato, il ministro aveva giurato a più riprese che la stagione dei condoni era un capitolo chiuso e che misure del genere non sarebbero state riproposte. Per questo Tremonti ha cercato prima il consenso dell’Europa, poi quello delle principali economie del mondo. Arrivati entrambi, il percorso ora dovrebbe essere agevole. Tanto più che il ministro è riuscito ad ottenere dal G8 anche un secondo e prezioso aiuto, rappresentato dall’avere messo in cima alle priorità anticrisi la lotta senza quartiere ai paradisi fiscali. Promettere battaglia contro i Paesi che ospitano i capitali sottratti all’erario (e nel dl anticrisi ci sono già norme a riguardo) porterà evidentemente a moltiplicare le risorse destinate al rientro. Questo significa che dal provvedimento Tremonti potrà ricavare anche più di quei 4-5 miliardi di gettito stimati finora. Soldi necessari non solo a finanziare la ricostruzione in Abruzzo, ma anche a coprire il buco delle entrate provocato dalla crisi.
Legato a doppio filo allo scudo c’è poi il discorso banche, visto che il bottino rimpatriato finirà poi nelle mani delle loro società di gestione. Tutto è dunque appeso alla tregua che sembra essere scoppiata tra Tremonti e gli istituti di credito. In cambio di aiuti alle imprese, il ministro potrebbe mettere sul piatto, oltre alle agevolazioni fiscali, anche il rientro dei capitali.
Quanto ai tempi, le indiscrezioni parlano di un possibile inserimento della norma già all’inizio della prossima settimana attraverso un emendamento al dl fiscale. Ma non è escluso che Tremonti voglia sincronizzare lo scudo con i Paesi della Ue, in quel caso il provvedimento potrebbe slittare. Le ipotesi a cui si lavora per ora sono quelle della doppia aliquota e del doppio condono. Sul primo punto si parla di un’aliquota al 5% per chi deciderà di investire le somme in titoli di Stato destinati alla ricostruzione abruzzese. Per gli altri il costo del rientro sarebbe del 7-8%. Accanto allo scudo per le persone fisiche è poi allo studio anche una sanatoria per imprese e autonomi per azzerare i contenziosi con il fisco, come fu fatto nel 2001-2002. Ma dall’operazione verrebbe esclusa l’Iva, sul cui precedente condono è già arrivata una sonora bocciatura da parte della Ue. Con le due misure combinate le stime del Tesoro puntanto ad un rientro di circa 100 miliardi di capitali e un gettito che potrebbe raggiungere i 10 miliardi.

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sabato 11 luglio 2009

Dal cilindro del G8 date e scadenze. Non accadeva da anni

Doveva essere il G8 delle polemiche, degli imbarazzi, del Noemi-gate. È stato il G8 dei risultati, degli impegni concreti, degli accordi allargati. Sarà stato “merito” della crisi economica, sarà stata la nuova amministrazione americana, fatto sta che nella tre giorni aquilana Silvio Berlusconi è riuscito ad ottenere quello che da alcuni anni a questa parte dal cilindro dei summit internazionali non era mai uscito. Dal G8 giapponese di Hokkaido, lo scorso anno, i grandi avevano sudato sette camicie per presentarsi alla conferenza stampa finale con uno straccio di accordo: un impegno condiviso sul clima che, per accontentare tutti, alla fine non andava al di là di un «nel futuro saremo più attenti all’ambiente». Accanto a questo c’era poi una bella tirata d’orecchie ai petrolieri, con la minaccia che se non avessero smesso di speculare sul greggio si sarebbero attirati l’esecrazione mondiale. Lo stesso era, più o meno, accaduto l’anno prima in Germania e quello ancora prima in Russia. Della maggior parte dei G8, tutt’al più si ricordano gli scontri coi no global e le mise delle first lady.
Silvio Berlusconi ha rivelato in conferenza stampa di avere ricevuto «complimenti imbarazzanti». Qualcuno, ha raccontato, «mi ha detto che è stato il miglior G8 al quale ha mai partecipato». Senza spingersi così in là, bisogna ammettere che il Cavaliere è riuscito a prendere la palla al balzo. Da una parte la crisi, che ha favorito la convergenza su molte questioni (a partire dal Doha round) anche dei Paesi emergenti e che ha permesso all’Italia di ottenere il consenso sul protocollo “tremontiano” con le nuove regole per l’economia e la finanza. Dall’altra mister Obama, che ha consentito al premier di sparigliare il tavolo su temi cruciali come il clima, l’allargamento del G8 e le armi nucleari. Ad oliare il tutto c’è stato poi il consolidamento dell’asse con la Russia di Putin, che ha trasformato Berlusconi in una pedina preziosa per gli equilibri geopolitici tra Europa e Stati Uniti. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Nell’ultima giornata di lavori il G8 ha prodotto un innalzamento dei fondi stanziati per la sicurezza alimentare in Africa da 15 a 20 miliardi in tre anni. Ma è soltanto l’ultimo degli obiettivi centrati dal vertice che si è concluso ieri. Tra i principali c’è, ovviamente, lo sforzo congiunto sulle ricette anti-crisi, sulle nuove regole per la finanza globale e sulla lotta ai paradisi fiscali. Tutti punti su cui ha lavorato negli ultimi mesi il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Il traguardo più plateale è però quello raggiunto sul clima, dove per la prima volta i Paesi emergenti si sono impegnati insieme agli Stati Uniti a mettere nero su bianco un programma concreto di riduzione delle emissioni di anidride carbonica in vista del summit di Copenaghen a dicembre. Un percorso che finora sia la Cina sia l’amministrazione Usa si erano sempre rifiutate di intraprendere. E più che concreta è l’intesa raggiunta sul Doha round. I negoziati per la liberalizzazione del commercio internazionale vanno avanti senza alcun risultato da ben 8 anni. In tre giorni all’Aquila i grandi del G14 più i tre Paesi del Mef hanno deciso di darsi una scadenza effettiva (il 2010) e di dare mandato al segretario generale del Wto, Pascal Lamy, di convocare tutti i ministri del Commercio e degli Esteri per raggiungere un compromesso da presentare già al prossimo G20 di Pittsburgh della fine di settembre.
Un’altra data è quella sul vertice internazionale per ridiscutere del trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari, che dovrà tenersi nella primavera del 2010. Prima dell’Aquila non si era infine mai riusciti a tracciare un percorso di allargamento del G8 agli altri Paesi che dominano la scena mondiale dell’economia. Dalla caserma di Coppito esce invece un’indicazione precisa per arrivare al G14 come formula standard per il tavolo dei grandi. Se i prossimi vertici andranno male come questo, c’è da essere soddisfatti.

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Il G8 rianima il catatonico Doha round

Un colpo di manovella, lo aveva definito mercoledì Giulio Tremonti. Nel secondo giorno di lavori del G8 presieduto da Silvio Berlusconi la spinta si intensifica e la convergenza si allarga. Al punto da aprire uno spiraglio perfino sull'intramontabile Doha round, l’accordo sul commercio internazionale bloccato da circa 8 anni. A sottoscrivere gli impegni degli Otto grandi ieri si sono aggiunti i Paesi del G5 (Cina, India, Messico, Sud Africa, Brasile), più l’Egitto, ospite della presidenza italiana, e la Svezia, presidente di turno della Ue. I quindici capi di Stato e di governo (ma la sigla resta G14) più i tre rappresentanti del Mef (Indonesia, Australia e Corea del Sud) hanno praticamente condiviso tutta “l’agenda globale” del G8, tranne il capitolo clima, su cui c'è stata comunque una significativa apertura dei Paesi in via di sviluppo, favorita anche dal nuovo corso di Barack Obama e dall’asse Italia-Stati Uniti. Tra i punti principali su cui è giunto l’ok anche degli “emergenti” ci sono la volontà di uscire con politiche condivise dalla crisi economica, le nuove regole della finanza (il legal standard) e il sostegno alle politiche di inclusione sociale. È necessario, si sottolinea nella dichiarazione congiunta del G14, sostenere una ripresa «forte» dell’economia e «un tale contesto richiederà la riabilitazione dei settori bancari in alcuni Paesi e la ripresa del credito su una base sana». Nel frattempo, si cominceranno «anche a preparare le strategie di uscita dalle misure straordinarie adottate per rispondere alla crisi». A confermare l’importanza degli accordi «allargati» è stato anche il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria, secondo il quale sui «paradisi fiscali si sono fatti più progressi in 3 mesi che negli ultimi 13 anni». Stesso ottimismo sulle nuove regole globali, anche se in questo caso Gurria ha ammesso che il cammino è ancora lungo.
Ma i riflettori ieri erano tutti puntati su commercio e clima. Sul primo fronte Berlusconi ha incassato l'impegno dei 17 Paesi a chiudere il negoziato entro il 2010. Un impegno che sembra andare al di là della semplice dichiarazione d'intenti. Il premier ha infatti spiegato che il G14 (più tre) ha dato mandato «al direttore dell’Organizzazione mondiale per il commercio, Pascal Lamy, di convocare i ministri competenti di tutti i Paesi che hanno sottoscrittto l’accordo nei primi giorni di settembre in modo da poter presentare una relazione conclusiva al G20 di Pittsburgh». Credo, ha proseguito il premier, che «questo sia un successo di questo vertice. Per combattere la crisi, la cosa più importante è che i paesi in via di sviluppo e i paesi poveri possano commerciare i loro prodotti sul mercato mondiale».
Più complicata la situazione sul clima, dove però sembra che i negoziati abbiano subìto una forte accelerazione. La mediazione raggiunta in sede di G14 ha limitato l'intesa alla necessità di non aumentare il riscaldamento globale di più di 2 gradi rispetto alla media dell'epoca preindustriale. La Cina si è però opposta al taglio delle emissioni dei gas serra nella misura dell’80% di quelli attuali per i Paesi più industrializzati e del 50% per gli altri Paesi entro il 2050. Ma il nuovo asse “climatico” Berlusconi-Obama sembra ottimista. «Da qui a Copenaghen (dove si terrà a dicembre il vertice mondiale sul clima ndr)», ha detto il presidente Usa, «negozieremo con i Paesi emergenti per raggiungere un obiettivo concreto anche per loro. Sono stati fatti importanti passi avanti». Mentre il premier ha sottolineato che «l’atteggiamento di India e Cina è stato molto positivo» e «addirittura ci ha sorpreso».
Massima convergenza, infine, si è registrata sulla questione delle testate nucleari. Obama, ha spiegato il premier, «ha proposto di mettere in agenda un vertice da svolgersi nel maggio del 2010 con tutti i Paesi detentori di armi nucleari per andare verso un mondo più sicuro».

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