martedì 7 luglio 2009

La paura fa 9,3%

Che la situazione non fosse delle migliori era chiaro. Tutti i principali indicatori segnalano da tempo il cattivo stato di salute della nostra economia colpita, come gran parte dei Paesi del pianeta, dagli effetti della crisi. Ma quel deficit/pil nel primo trimestre al 9,3%, pur con tutte le cautele del caso, un po’ di apprensione in più la mette. Non fosse altro perché all’Istat, da quando gli esperti si mettono lì ogni tre mesi a calcolare numeri e percentuali, nessuno lo aveva mai visto. Il dato è infatti il più negativo dal 1999, ma solo perché quello è l’anno in cui sono cominciate le serie storiche. Detto questo, bisogna ricordare che il primo trimestre è sempre il più difficile, quello dove le cifre schizzano, per poi assestarsi durante l’arco dei dodici mesi. Cosa che accade da diversi anni a questa parte, compreso l’ultimo dove la situazione non è stata così rosea (rispetto a 5,7% la chiusura del 2008 è stata al 2,7%). Certo, preoccupano i dati sulla spesa pubblica che sale (+4,6%), sul saldo primario che scende (-4,6%) e sulle entrate che frenano (-2,8%). Ma in fondo lo scenario complessivo non sembra tanto diverso da quello su cui si ragionava l’altroieri, prima di essere gelati dai dati dell’Istat. Il governo, al di là delle polemiche su ottimisti e pessimisti e sulla validità delle stime, sa perfettamente che per uscire dalla crisi il Paese non ha bisogno soltanto di sopravvivere alla tempesta, ma di cambiare il passo prima che gli altri tornino a correre. E per fare questo servono riforme strutturali. Un po’ di tempo c’è ancora. Il quadro, infatti, è quello tracciato un paio di settimane fa dall’Ocse che vedeva l’Europa più o meno nella stessa situazione, se non peggio, dell’Italia.Non a caso ieri il presidente della Bce, Jean Claude Trichet, (che ha lasciato i tassi invariati all’1%) ha spiegato che alla riduzione del deficit ci si penserà nel 2011, tra due anni. Nel frattempo, con la ripresina che dovrebbe arrivare nella metà del 2010, bisognerà attendere gli effetti dei «piani di stimolo» pubblici sull’economia. Quando il ciclo ripartirà, si risolveranno anche i problemi legati alla bassa inflazione. Perché una crescita della domanda porterà ad una graduale ripresa dei prezzi e quindi del sistema produttivo. Solo allora «si dovranno avviare i necessari sforzi per consolidare i bilanci». Resta inteso che tutti dovranno farsi trovare preparati. Soprattutto chi, come noi, ha un deficit elevato. Per questi Paesi, ha spiegato il numero uno della Banca centrale europea, «sarà necessario un aggiustamento strutturale del deficit pubblico almeno dell’1% l’anno».In questo senso, la buona notizia arriva dal decreto fiscale. Nella relazione tecnica della Ragioneria dello Stato del dl, che inizia martedì il suo iter alla Camera, si legge che il miglioramento del saldo netto da finanziare è di circa 1.396 milioni nel triennio 2009-2011 e di 500 milioni l’anno nel 2009 e 2010 del fabbisogno. È invece nullo in tutti e tre gli anni l’effetto sull’indebitamento. «Una quota delle maggiori entrate e delle minori spese derivanti dal decreto e non utilizzate a copertura», si legge nella relazione, «è destinata a incrementare la dotazione del fondo per interventi strutturali di politica economica e integralmente destinate all’attuazione della manovra di bilancio per il 2010 e gli anni successivi».La cattiva notizia arriva invece dall’Europa, dove il tasso di disoccupazione a maggio si è attestato al 9,5% contro il 9,3 di aprile. Nel 2008 era al 7,4%. È il peggior dato dal maggio 1999.

libero-news.it

sabato 4 luglio 2009

Gli operai Fincantieri contro la Cgil

Altro che comportamento antisindacale. Sarà difficile per la Fiom dimostrare in tribunale che l’accordo integrativo di Fincantieri, non firmato dai metalmeccanici della Cgil, rappresenta una violazione dei diritti dei lavoratori da parte dell’azienda. Forse sarà più facile per Fincantieri portare avanti la causa di risarcimento (si è parlato di 20 milioni) contro la Fiom per aver bloccato a più riprese la produzione con scioperi ed iniziative di protesta. Quegli stessi lavoratori, infatti, non sembrano affatto così entusiasti della guerriglia ingaggiata ormai da moltissimo tempo contro il colosso cantieristico italiano. Anzi, interpellati in merito all’accordo integrativo firmato lo scorso primo aprile si sono dichiarati in maggioranza favorevoli. Alla faccia di quelle percentuali bulgare che stando alla versione della Fiom starebbero appoggiando la richiesta di mandare tutto all’aria.

Quando qualche mese fa Cisl e Uil proposero di dare la possibilità a chi non aveva firmato il nuovo contratto di rinunciare all’aumento previsto, l’iniziativa fu subito denunciata come una sfacciata provocazione. In realtà, forse si sarebbe saputo in anticipo quello che è stato il risultato della consultazione effettuata tra i lavoratori. Sessantasei Rsu su 129 elette all’interno del gruppo si sono infatti espresse a favore dell’accordo e, se i numeri non ingannano, si tratta, seppure di misura, della maggioranza della forza lavoro aziendale. Piaccia o non piaccia le Rsu sono rappresentanze sindacali unitarie che vengono elette da tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti al sindacato.

«Come Fim e Uilm», si legge in una nota diffusa dalle segreterie nazionali, «abbiamo ritenuto doveroso, pur ritenendo che l’accordo da noi sottoscritto il primo aprile con Fincantieri sia valido a tutti gli effetti sia economici che normativi, verificare coerentemente con le indicazioni positive avute nelle assemblee svolte in tutti i siti di Fincantieri, il grado di apprezzamento di tutte le Rsu di Fincantieri e delle Società controllate».

Il risultato è, evidentemente, una doccia gelata per i duri della Fiom, che fino a qualche giorno fa parlavano di «grande mobilitazione» e di «inevitabile riapertura delle trattative». Una sicurezza che ha spinto il sindacato guidato da Rinaldini e Cremaschi ha tentare addirittura l’affondo in tribunale contro Fincantieri per comportamento antisindacale. Secondo i metalmeccanici di Cisl e Uil, chi in questi giorni ha parlato «di maggioranze delle Rsu, di maggioranze dei lavoratori e di adesioni al 90% degli scioperi indetti dalla Fiom contro l’accordo in questione di fatto sta sostenendo falsità oltre a dare informazioni prive di fondamento».

Dopo la consultazione, è chiaro che la Fiom dovrà abbassare i toni. Considerato anche che a favore dell’accordo hanno votato anche i lavoratori della Failms e dell’Ugl. Detto questo, la quota di chi non ha gradito il nuovo contratto integrativo è comunque consistente. E tutte le sigle nazionali dovranno farci i conti. Per la Fiom, però, l’episodio rappresenta qualcosa di più. È l’ennesima battuta d’arresto, dopo le contestazioni arrivate dalla base negli ultimi mesi, di un sindacato che rischia di non riuscire più a dialogare né con le aziende né con i lavoratori.

libero-news.it

giovedì 2 luglio 2009

Il massimo grado della magistratura col massimo di stipendi e privilegi

Non è la prima volta che la Consulta finisce al centro delle polemiche. Una delle più vibranti fu quella innescata da Marco Pannella, che a metà degli anni 90 la definì «una cupola partitocratica» per le ripetute bocciature dei referendum sponsorizzati dai radicali. Ma ai giudici costituzionali i nemici non sono davvero mancati. Una volta c’è in gioco la legge elettorale, un’altra i diritti civili, un’altra ancora le tasse, fino alla televisione o, come in questo caso, le prerogative dei vertici istituzionali. C’è sempre qualcuno pronto a puntare il dito, ad accusare, a denunciare.Un curioso destino per quella che dovrebbe essere la massima fonte di diritto italiano e il più autorevole garante del rispetto delle regole e delle leggi fondamentali dello Stato.La Corte costituzionale è un organo previsto dalla Costituzione. Il suo compito, in base all’art. 134, è quello di giudicare sulla «legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge, dello Stato e delle regioni»; sui «conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra Stato e Regioni»; sulle «accuse promosse contro il presidente della Repubblica»; «sull’ammissibilità del referendum abrogativo». Il presunto equilibrio della Corte, regolarmente contestato da chi resta insoddisfatto delle sue decisioni, dovrebbe derivare dalla sua composizione, stabilita dall’art. 135 della Carta. Formano la Corte quindici giudici nominati per un terzo dal Parlamento, per un terzo dal capo dello Stato e per un terzo dalle supreme magistrature ordinarie ed amministrative. L’elezione da parte del Parlamento avviene a scrutinio segreto e con la maggioranza dei due terzi. Procedura che ha spesso provocato assurde paralisi a causa del braccio di ferro tra maggioranza e opposizione, al punto che nel 2002 la Corte fu costretta a rinviare una decisione per la mancanza del numero legale (11 giudici). I membri della Consulta (scelti fra i magistrati anche a riposo delle giurisdizioni superiori ordinaria ed amministrative, i professori ordinari di università in materie giuridiche e gli avvocati dopo venti anni di esercizio) restano in carica nove anni, senza possibilità di proroga né di un secondo mandato. Il presidente viene eletto tra i componenti e resta in carica per 3 anni, rinnovabili, e solitamente viene scelto tra i giudici che stanno concludendo il mandato. Le decisioni della Corte costituzionale possono essere sentenze (decisioni di merito), ordinanze (decisioni processuali), decreti (decisioni procedurali). In sostanza, le pronunce della Corte si possano distinguere in due categorie: le sentenze di accoglimento e le decisioni di rigetto (siano esse di merito o processuali).Non tutti, però, possono ricorrere alla Corte. Sono soltanto due le vie di accesso al giudizio della Consulta. La prima, in via incidentale, prevede che la questione di legittimità costituzionale venga sollevata dal giudice nel corso di un giudizio davanti ad un tribunale. Il secondo metodo, in via di azione principale, prevede invece che Stato e Regioni possano presentare direttamente un ricorso di incostituzionalità.Diverso il caso dei referendum, dove in seguito al giudizio della Corte di Cassazione sulla legittimità, è previsto che la Consulta giudichi l’ammissibilità del quesito. Il vincolo principale riguarda l’impossibilità di riferire l’oggetto del quesito referendario su questioni relative a leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.Sono molte le proposte, mai portate fino in fondo, di modifica della Corte. In particolare quelle relative alla nomina dei componenti e alla cosiddetta opinione dissenziente, ovvero la possibilità di rendere palesi i voti di minoranza nelle varie sentenze.Per consolare i giudici continuamente bersagliati la legge ha, infine, stabilito generosi trattamenti economici. Lo stipendio di un componente e di 416mila euro l’anno, quello del presidente sale a 500mila. Tutto hanno diritto a una segreteria di tre persone più tre assistenti di studio, un appartamento privato al quinto piano della Consulta, ferrovie e autostrade gratis, così come il cellulare e il telefono (anche privato), rimborsi per aerei e taxi, macchina di servizio, che per i presidenti emeriti (si fanno chiamare così gli ex) resta anche in pensione.Al momento di lasciare l’incarico arriva la superliquidazione calcolata sulla base dell’ultimo stipendio moltiplicato per il numero degli anni di lavoro. Compresi quelli precedenti all’incarico. Uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.

libero-news.it

Scudo fiscale e pensioni possono attendere

La manovra estiva è solo una «manutenzione» della Finanziaria. Lo scudo fiscale è allo studio, ma contro l’evasione basta la stretta sui paradisi e il federalismo. Il pil e le entrate tributarie sono in linea con le previsioni e con quelle degli altri Paesi. Se c’era bisogno di ottimismo, il ministro dell’Economia non si è davvero risparmiato. Illustrando nel dettaglio i contenuti del decreto anti-crisi varato dal governo venerdì scorso, Giulio Tremonti si è prodigato in affermazioni rassicuranti. A partire dalla manovra estiva, che è un «aggiustamento sul bilancio pubblico» dell’ordine di 1-1,5 miliardi nel 2009 e di 3-4 miliardi nel 2010. Si tratta, ha spiegato il ministro, «di una cifra oggettivamente piccola» che il Tesoro può tenere «sotto controllo» senza difficoltà. A fronte di questo, il decreto mette invece in azione un effetto leva «molto forte», con «volumi in atto di 30-40» miliardi. La voce principale riguarda le risorse sbloccate per estinguere i debiti della Pa nei confronti delle imprese. Si parla di 23 miliardi di liquidità che il governo è pronto ad immettere nel sistema produttivo. Soldi, ci ha tenuto a dire Tremonti, che ora le aziende ci chiedono ma che prima, quando non c’era la crisi, molti preferivano lasciare allo Stato visto che garantivano buoni interessi. Le imprese, ha detto, «si mettano d’accordo».Anche sul fisco il ministro mette le mani avanti. E a chi gli ha fatto notare che lo stesso premier Silvio Berlusconi ha paventato un crollo delle entrate, Tremonti ha risposto che la situazione «è in linea con le previsioni e le previsioni sono rispettose dei calcoli». E sul fronte fiscale il ministro si è soffermato molto sull’importanza di due strumenti anti-evasione. Il primo è contenuto nel dl e riguarda la stretta sui paradisi fiscali. Nel dettaglio è quello che in giuridichese si chiama inversione dell’onere della prova, uno dei meccanismi più discussi (e discutibili) del sistema tributario con cui il contribuente diventa automaticamente evasore a meno che non riesca a dimostrare il contrario. La norma rischia di mettere alla gogna il cittadino onesto, ma darà chiaramente all’Agenzia dell’Entrate un potere straordinario di contrasto ai furbetti che spostano i soldi all’estero. Il secondo strumento è quello del federalismo fiscale, che spingerà le autonomie locali a controllare di più il territorio. L’effetto combinato delle due riforme, secondo il ministro, sarà sufficiente a scoraggiare gli evasori. È per questo che Tremonti è apparso freddo sullo scudo fiscale. Il governo, ha spiegato, sta seguendo gli esempi di Stati Uniti e Gran Bretagna, ma alla domanda diretta se il meccanismo di rientro agevolato dei capitali sarà introdotto a breve ha risposto «boh». Fonti vicine a Via XX Settembre sostengono che dietro la ritrosia del ministro dell’Economia ci sia anche l’esigenza di non fare un regalo alle banche, che si troverebbero a gestire una massa di liquidità inaspettata proveniente dall’estero e che, forse, potrebbero anche usfruire loro stesse del provvedimento. Per ora la situazione è bloccata a quei 2 miliardi che secondo Tremonti la stretta sulle commissioni fara guadagnare alle famiglie. A spese, ovviamente, degli istituti di credito.Quanto alla riforma delle pensioni, il ministro ha di nuovo lanciato l’altolà. «Bisogna studiare bene, poi vediamo».

libero-news.it

Manager pubblici, fioccano gli incarichi ma stipendi più bassi

La trasparenza, solitamente, è cosa buona e giusta. Il mistero crea, nella migliore delle ipotesi, sospetti e malizie. Soprattutto quando a nascondersi è la classe dirigente, che già normalmente non è in cima ai cuori dell’opinione pubblica. Bene ha fatto dunque il ministro Renato Brunetta, che cammina spedito come un treno nella sua opera rivoluzionaria di modernizzazione della Pubblica amministrazione, a spiattellare sul sito Internet tutti gli stipendi dei manager pubblici. Del resto, un annetto fa abbiamo spiato nei 740 degli italiani e sono ormai all’ordine del giorno le classifiche dei paperoni che siedono nei cda delle società quotate (obbligate per legge a pubblicare bilanci e compensi). Perché non farlo anche per chi deve rispondere in ultima istanza ai cittadini del suo operato? Tanto più che le voci circolano e il passaparola è lo strumento migliore per alimentare leggende e favole sulle retribuzioni d’oro. Ecco, invece, che l’operazione trasparenza ci riporta alla realtà. Altro che ricconi, i manager romani, tutto sommato, mettono in tasca meno dei loro colleghi italiani. Stipendi robusti, intendiamoci, ma la media resta sui 100mila euro. Una cifra che snobberebbe la maggior parte degli assistenti personali di ministri e sottosegretari e che non è neanche paragonabile ai milioni che incassano annualmente i manager delle grandi imprese pubbliche come Eni, Enel e Finmeccanica o, manco a dirlo, dei banchieri che siedono nei cda dei principali istituti di crediti. Certo, ci sono le eccezioni, ma il quadro d’insieme (vedi tabella a pagina 14) appare comunque poco sfarzoso. A Roma tutti poveri? Non esageriamo. Il trucco, come spesso, accade, c’è. E si vede. Spulciando le tabelle con i dati scopriamo infatti che i nomi sono tanti, ma gli incarichi di più. Molti hanno ne hanno due, diversi tre. C’è poi chi ha deciso di strafare occupando contemporaneamente cinque, sei o addirittura nove poltrone. Una sorta di grande slam che alla fine dei giochi permette di recuperare il terreno perduto. Un po’ di qua e un po’ di là, ed ecco che la busta paga si gonfia, tornando a livelli accettabili. È tutto legittimo e perfettamente legale, per carità. E tutti, sicuramente, svolgono con dedizione il loro lavoro. L’importante, come si diceva, è saperlo.

libero-news.it

mercoledì 1 luglio 2009

Sepolto nei ministeri un tesoro da 23 mld

Decine di miliardi parcheggiati nei ministeri in attesa soltanto di essere spesi. È l’ultimo paradosso della burocrazia italiana, dove i soldi, si perdono, si spostano si trasferiscono e si bruciano. Tutto fuorché farli arrivare a destinazione. Alla faccia della crisi e dello sviluppo. A svelare il grottesco fenomeno è stata ieri la Corte dei Conti, che ha diffuso la relazione sulle gestione delle risorse dello Stato. In particolare su quelle già allocate in partite di spesa del bilancio pubblico. In altre parole, si tratta di risorse che tutti sanno dove devono andare e cosa devono finanziare. Lo sanno i ministeri, lo sanno i destinatari. Eppure, i miliardi rimangono per anni insabbiati nei libri contabili. La spesa monitorata dai magistrati contabili nel 2008, quella considerata a rischio, riguarda 19 miliardi in conto residui e 15 in conto competenza. Districarsi nei tecnicismi dell’analisi contabile della Corte non è facile, ma la sostanza è chiara come il sole. Di quei soldi, lo ricordiamo già stanziati da specifiche leggi dello Stato votate in Parlamento e pubblicate in Gazzetta ufficiale, ne sono stati effettivamente erogati soltanto 5 miliardi per i conti residui e 5 per quelli di competenza, con percentuali rispetto alla somma originaria del 28 e del 40%. In pratica, sono rimasti incagliati oltre 22 miliardi. Sono gli stessi miliardi di cui si parla tutti i giorni, in tv e nei convegni, in Parlamento e nei comizi di partito. Sono quei soldi che mancano per l’edilizia, per la sanità, per l’università, per le imprese. Nel dettaglio, c’è il fondo per la competitività e lo sviluppo: su quasi 4 miliardi stanziati ne sono stati erogati solo 271 milioni, il 7%. Oppure c’è il Fondo per le aeree sottoutilizzate, i famosi Fas di cui tanto si è parlato negli ultimi mesi. Ebbene, su circa 2 miliardi e 800 milioni volete sapere quanti ne ne sono usciti dal ministero dello Sviluppo economico? Zero. Poi ci sono le somme da erogare in metria di edilizia sanitaria pubblica, i fondi per la riqualificazione dei porti, quelli per le infrastrutture, fino al sostegno alla finanza d’impresa.Di fatto, scrive la Corte, «la massa spendibile viene sottratta, in tutto o in parte, alla naturale destinazione prevista dalle leggi e dai programmi di spesa che ne legittimano lo stanziamento».Il motivo? Ce ne sono a bizzeffe. Talvolta si tratta di «una insufficiente azione di governo», talvolta da «problemi relativi all’organizzazione amministrativa e contabile», in altri casi è colpa di «disfunzioni riconducibili anche ai soggetti destinatari dei finanziamenti». Alcune volte, infine, è colpa delle stesse leggi di bilancio, così complicate e contradditorie da renderne impossibile l’applicazione.Una cosa, però, è certa. La cosa fa comodo alle finanze pubbliche, che si ritrovano in cassa più soldi del dovuto. La Corte non esclude, infatti, che molte delle situazioni anomale nascondano «un consapevole utilizzo di questi ritardi ai fini del contenimento della spesa pubblica». Un modo, insomma, per far tornare sempre i conti.In realtà, si tratta di «consistenti patologie gestionali» e di «una legislazione ipertrofica» scarsamente «funzionale al raggiungimento degli scopi primari della stessa». Insomma, il giochino delle tre carte non conviene a nessuno, anche perché «il deficit di trasparenza contabile» e «la genericità e la eterogeneità delle denominazioni dei piani gestionali» non forniscono «informazioni finalizzate ad elevare il grado di razionalità economica nella gestione del settore pubblico e a comunicare ai vari interlocutori istituzionali ed economici i risultati dell’azione di governo». È per questo che la Corte auspica che si proceda in fretta «ai processi di modernizzazione della pubblica amministrazione, che sono in cima alle cure del nostro Legislatore». Lo speriamo tutti.

libero-news.it

lunedì 29 giugno 2009

Ogni azienda paga mille euro al mese per la burocrazia

Sedici miliardi e seicento milioni l’anno. Dodicimila euro per ogni impresa. Mille euro al mese. È questa la stratosferica cifra che ciascuna azienda italiana che abbia almeno un dipendente deve versare ogni trenta giorni allo Stato. Non si tratta di imposte, di multe o di mazzette. È l’obolo che chi vuole fare impresa deve pagare alla burocrazia. Roba da far accapponare la pelle. E su cui la sinistra farebbe bene a pungolare il governo (che peraltro con il ministro Brunetta sta già premendo sull’acceleratore) piuttosto che perdere tempo a criticare l’ennesima tornata di misure anti-crisi varata dall’esecutivo per dare un po’ di ossigeno alle imprese e alle famiglie. Mentre i soloni del Pd fanno le pulci alla manovra estiva, infatti, il sistema produttivo brucia 16,6 miliardi solo in certificati e carte bollate.
Qualche giorno fa la Corte dei Conti ci ha rivelato che la corruzione della Pa costa ai cittadini qualcosa come 60 miliardi l’anno. Ora scopriamo che oltre alla “tassa occulta” c’è quella palese, costi che l’azienda deve sobbarcarsi non per infrangere o aggirare la legge, ma per rispettarla. Oneri amministrativi che si vanno ad aggiungere a quelli normalmente previsti, spese extra che l’imprenditore è costretto a sostenere per colpa dell’architettura kafkiana della pubblica amministrazione.
A rivelare le cifre del grottesco fenomeno è uno studio di Unioncamere, che ha dovuto purtroppo constatare una crescita del peso della burocrazia sulle imprese negli anni che vanno dal 2006 al 2008. Nel dettaglio, si tratta di 12.334 euro in media per ognuna dei circa 1,3 milioni di aziende che hanno almeno un dipendente e sono quindi più soggette agli adempimenti di carattere amministrativo. Due anni prima la cifra era di 11.818 euro. Complessivamente si tratta di circa 1,7 miliardi in più che il sistema produttivo ha dovuto sborsare allo Stato, con un incremento medio del 4,4%. La crescita è inferiore a quella dell’inflazione nello stesso periodo. Ma il totale (16,6 miliardi pari all’1,1% del Pil) resta comunque elevatissimo e dimostra che malgrado gli sforzi di semplificare la macchina pubblica, la musica non cambia. Anzi, peggiora.
I ministri della Pa, Renato Brunetta, e della Semplificazione, Roberto Calderoli, hanno già avviato una decisa opera di modernizzazione e di snellimento degli apparti burocratici. Ora, accanto alle misure di sostegno varate dal governo, bisognerà affrettare il cambiamento, per evitare che l’effetto combinato della recessione e della burocrazia tagli definitivamente le gambe alle imprese proprio nel momento in cui ci sarà da combattere per risalire dal baratro della crisi. Tanto più che gli extra costi amministrativi vanno chiaramente a colpire di più quella piccola e media impresa da cui ci si aspetta il colpo di reni per tornare a correre.
Il tema sarà al centro dell’intervento del neopresidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, durante l’assemblea generale che si terrà mercoledì prossimo. Una via d’uscita, secondo Dardanello, può essere rappresentata dalla diffusione della telematica, «che oggi interessa il triplo delle imprese rispetto al 2006» e sta facendo registrare, per chi utilizza Internet per dialogare con la Pa, notevoli riduzioni dei costi. Ma sarà anche indispensabile procedere con decisione sulla strada della semplificazione rendendo pienamente operative riforme come quella della comunicazione unica o dell’impresa in un giorno.Il percorso è ancora lungo. L’indagine di Unioncamere ha rilevato che solo l’8,5% sistema produttivo ha registrato una diminuzione dei costi, mentre per il 63,6% sono rimasti sostanzialmente invariati. Il 27,8% ha invece riscontrato una crescita degli oneri amministrativi. A pagare di più in media sono le imprese dei servizi, circa 12.700 euro rispetto agli 11.700 del settore manifatturiero.

libero-news.it

Ultimatum dell'Europa sulle pensioni

Per Renato Brunetta e Mara Carfagna è un’opportunità per le donne, per Giulio Tremonti lo è per i conti pubblici. Per Silvio Berlusconi, più semplicemente, non lo è affatto. Una cosa è certa: l’innalzamento dell’età pensionabile per le statali s’ha da fare. Ieri la Ue ha aperto ufficialmente la procedura d’infrazione contro l’Italia e fare finta di niente sarebbe, oltre che inutile, anche oneroso. Dopo il prossimo, e ultimo, avvertimento scatterebbero infatti le sanzioni: circa 500 milioni più una penalità per ogni giorno di ritardo. Sui tempi e i modi della riforma, però, tutto è ancora da definire.La questione è stata discussa anche al preconsiglio di ieri sera nel tentativo di ricomporre le divergenze in tempo per il Consiglio dei ministri di oggi. Da una parte c’è chi, come i ministri della Funzione pubblica e delle Pari opportunità, Brunetta e Carfagna, vorrebbe procedere in fretta all’equiparazione dell’età pensionabile a 65 anni per uomini e donne, destinando le risorse risparmiate al welfare femminile. Dall’altra c’è chi, come Tremonti, non smania per la riforma, ma chiede comunque che i risparmi vengano utilizzati per dare ossigeno ai conti pubblici. Le stime parlano di circa 2,5 miliardi nell’arco di 7-10 anni. Soldi che andrebbero a limare quella che l’Ocse ha indicato come la spesa previdenziale più alta (il 14% del pil) dei Paesi industrializzati. Per Brunetta l’obiettivo è a portata di mano. Il ministro dice di avere già in tasca la soluzione, aumento graduale dell’età pensionabile di un anno ogni 24 mesi, da inserire nel decreto anti-crisi oggi all’esame di Palazzo Chigi. Diversa l’opinione del premier, che si è detto disposto a discuterne, aggiungendo, però, che «in un momento di crisi sembra fuori tempo intervenire in questa direzione». Posizione che potrebbe far incanalare la riforma verso un più innocuo ddl, da far viaggiare poi con molta calma alle Camere. A premere, invece, per un intervento immediato, oltre alla Confindustria, è anche la Corte dei Conti, che ieri ha parlato di «occasione propizia» per mettere finalmente mano alle pensioni. Anche in Parlamento c’è chi scalpita. Come la senatrice del Pdl, Cinzia Bonfrisco, che qualche mese fa si era battuta per il recepimento della norma Ue. Alla Camera la battaglia è portata avanti da Giuliano Cazzola e Benedetto Della Vedova, che hanno già presentato un emendamento sblocca-pensioni alla comunitaria 2009. Anche i due parlamentari del Pdl ritengono necessario utilizzare le risorse risparmiate per finanziare misure a sostegno delle lavoratrici.

libero-news.it

mercoledì 24 giugno 2009

L'Italia divisa in due da un binario

Altro che alta velocità. Ritardi fra le tre e le cinque ore, corse annullate, migliaia di passeggeri lasciati a piedi e disagi alla circolazione nazionale che, stando ai comunicati ufficiali delle Fs, dureranno fino alla tarda serata di oggi. Un cataclisma? Macché, a mandare in tilt tutto il sistema ferroviario italiano sono bastati pochi chilometri di binari ostruiti. Per l’esattezza quelli tra Prato e Vaiano dove la scorsa notte, alle 5.10, è deragliato un carro merci privato, fortunatamente senza alcun ferito. Il caso ha voluto che il convoglio, che ha anche urtato un intercity, trasportasse una cisterna di acido fluoridrico, il che ha reso più complicate le operazioni di soccorso e sgombero.
A senso unico
Ma questo c’entra poco. Per rendersi veramente conto di quello che è capitato ieri basta prendere una cartina dell’Italia con i collegamenti ferroviari. Si scopre così che mentre il governo e le Fs si pavoneggiano con il nuovo Frecciarossa, che corre come un fulmine e annulla le distanze, il nostro Paese è ancora esattamente spaccato a metà dalla Firenze-Bologna. In altre parole, o si passa di lì o è meglio mettersi l’anima in pace.Il problema nel problema è poi che la cosiddetta Direttissima che scavalca l’Appennino non è molto diversa da quella, allora all’avanguardia, che fu inaugurata nel 1934. Sta di fatto che per diverse ore i treni non sono transitati affatto, poi sono stati fatti marciare a passo di lumaca e infine alla velocità di 30 chilometri orari dopo il ripristino di uno dei due binari disponibili. Mentre su quel tratto si dovrà procedere a senso unico alternato, tutti i treni (compresi quelli ad alta velocità) che dal Nord vanno al Sud e viceversa sono stati dirottati su altre linee. Con circumnavigazioni folli attraverso Ancona, sul versante adriatico, e Genova, su quello tirrenico. Una situazione simile si era verificata il 6 giugno scorso, in seguito ad un incidente nella galleria Val di Sambro, sempre nel Pratese. Dalle Fs si sono affrettati a dire che tutto cambierà. E presto. Dal dicembre 2009 dovrebbe infatti aprire definitivamente i battenti la linea ad alta velocità tra Bologna e Firenze, che oltre a ridurre i tempi di percorrenza raddoppierà anche il numero di binari su quella che è la principale dorsale italiana.
La velocità non basta
Nessuno ha motivo per dubitarne. Lo scorso marzo si è già svolto un viaggio inaugurale e i tecnici stanno ultimando i collaudi. Ma siamo sicuri che basterà correre di più per evitare disastri come quelli di ieri? L’alta velocità è sicuramente un tassello fondamentale per la modernizzazione del Paese e per uno sviluppo infrastrutturale di cui le imprese e l’economia non possono più fare a meno. Spostare merci e uomini più velocemente è inoltre indispensabile per colmare un gap di competitività che ancora ci divide da molti Paesi europei.
Basti pensare che in Francia sono attualmente in esercizio 1.893 km di rete ad alta velocità, in Spagna 1.594 e in Germania 1.285. Da noi sono attualmente 562 a cui si dovrebbero presto aggiungere altri 314 km. Molto ci sarebbe da dire sui costi, a volte triplicati (la Bologna-Firenze, ad esempio, è salita dai 1.053 milioni dell’ottobre 1991 ai 4.189 milioni del luglio 2007) rispetto a quelli iniziali e comunque enormemente più alti in confronto a quelli riscontrati nei principali Paesi della Ue. Ma da noi, si dice, c’è una particolarissima conformazione del territorio che ha imposto interventi più onerosi. E comunque il successo che sta ottenendo l’alta velocità sulla Roma-Milano, che in pochi mesi ha ribaltato i rapporti di forza con l’aereo in termini di quote di mercato, e i discreti risultati di bilancio ottenuti nel 2008 dalle Ferrovie dello Stato, fanno ben sperare sulla possibilità di ammortizzare gli investimenti senza eccessivi traumi.
Monobinario
La realtà è che l’alta velocità è solo una parte del problema, che riguarda principalmente una rete vecchia e obsoleta di cui il governo e la Rfi (la società delle Ferrovie che gestisce i binari) si dovranno necessariamente occupare. Forse non tutti sanno, ad esempio, che degli oltre 16.529 km di rete disseminati sul territorio nazionale ben 9.223 (il 57%) sono a binario unico. In Sardegna e Valle d’Aosta poi si va ancora a diesel. E lo stesso accade su 4.802 km di rotaie, che non sono elettrificati. Vista la situazione, che la sbandata di un vagone riesca a paralizzare l’Italia per un paio di giorni non stupisce più di tanto. Poteva andare peggio.

libero-news.it

lunedì 22 giugno 2009

Alle piccole imprese prestiti col contagocce

E pensare che quando le banche continuavano a ripetere che non avevano messo in atto alcuna stretta del credito, nessuno voleva credergli. Invece, era tutto vero. Tecnicamente, gli istituti non hanno diminuito le erogazioni. Hanno semplicemente tagliato fuori dalla lista le piccole e medie imprese. A svelare la dinamica perversa che sta soffocando le Pmi è la Federazione degli Artigiani di Mestre, che si è presa il disturbo di fare due controlli sui comportamenti delle banche italiane. Ebbene, dall’indagine è emerso che il 78% dei prestiti va a finire nelle casse del 10% dei richiedenti. In altre parole alle grandi imprese. Il restante 22% è invece stato diviso scrupolosamente tra famiglie, lavoratori autonomi e piccoli imprenditori, che rappresentano il 90% della clientela.
Nel dettaglio, la Cgia rivela che al 31 dicembre 2008 i finanziamenti complessivi erogati dalle banche italiane erano 1.304,9 miliardi. Di questi il 77,9% - in valore assoluto pari a 1.015,9 miliardi - è stato concesso ai pochi grandi gruppi presenti nel Paese, vale a dire il 10% degli affidati. Il restante 90% ha ricevuto solo le briciole: 289 miliardi, pari al 22,1% del totale dell’ammontare erogato.
Sarebbe sbagliato, ovviamente, balzare subito alle conclusioni. Ci sarà pure un motivo che spieghi la strategia delle banche. La Stessa Cgia ammette che «tutto lascerebbe pensare che ciò è dovuto al fatto che i pochi clienti privilegiati sono degli ottimi pagatori mentre gli altri non lo sono». Enigma risolto? Manco per il cavolo. La quota di sofferenze in capo al 10% dei maggiori affidati ha raggiunto, sempre al 31 dicembre 2008, una media nazionale del 76,8%. L’altro 90% dei clienti degli istituti di credito, invece, non ha restituito i prestiti nei tempi stabiliti solo nel 23,2% dei casi. La realtà, spiega la Cgia, è che ci troviamo di fronte ad «un’anomalia tutta italiana, che mette in evidenza come il sistema bancario italiano premia i grandi, che hanno un maggiore potere contrattuale, a scapito dei più piccoli». A questi ultimi vengono, infatti, «richiesti rientri in tempi rapidissimi e spesso non giustificati per far fronte alle difficoltà generate dai grandi affidati».
In vetta alla graduatoria degli istituti che prestano denaro solo alle grandi imprese c’è Milano dove l’89,2% dei finanziamenti, pari a 263,8 miliardi, è destinato alle realtà produttive maggiori. Seguono Roma (86,5% con 157,9 miliardi), Bologna (85,2%, 47,7) e Biella (81,5%, 4,1). Fanalino di coda in questa speciale classifica è Taranto con solo il 53,1% dei prestiti concessi al primo 10% di affidati. Per quanto concerne le sofferenze in capo ai grandi affidati, prosegue la Cgia di Mestre, l’importo da addebitare nello stesso periodo considerato è stato di 40,9 miliardi, pari al 76,8% del totale nazionale. Matera, con una percentuale dell'86,1%, guida la graduatoria. Seguono Biella con 85,2%, Pescara con 84,2%, Roma con 84%.

libero-news.it