lunedì 31 agosto 2009

Tremonti risponde a Draghi. Niente riforme, c'è la crisi

Niente riforme, c’è la crisi. Il confronto è sottotraccia, come sempre. Ma a Giulio Tremonti quell’elenco di compitini messo sul tavolo da Mario Draghi mercoledì scorso non era affatto passato inosservato. Considerato anche che più il numero uno di Bankitalia dettava l’agenda al governo, più la platea di Cl applaudiva. Così, com’era prevedibile, ieri, sempre dal Meeting di Rimini, il ministro dell’Economia è passato al contrattacco. Il match a distanza è iniziato nel primo pomeriggio, durante una conferenza stampa precedente alla tavola rotonda con l’esponente del Pd Enrico Letta. Qui il ministro ha allargato i confini del confronto prendendosela con tutti quegli economisti che quando si incontrano «ricordano le riunioni dei maghi». E giù esempi per scaldare la platea. Da Mandrake ad Harry Potter, fino al «mago Otelma» per dire che «le riunioni degli economisti sono proprio così e quello che colpisce di più è che nessuno di questi ha mai chiesto scusa, nessuno ha mai detto di aver sbagliato. Sbagliano sempre gli altri». Anche se il bersaglio è ampio e indefinito, è difficile non ricordare le dure e ripetute polemiche con il governatore - che guarda caso è anche il presidente del Financial stability forum, dove i «maghi Otelma» non si contano - sulle stime di Bankitalia. Fa effetto, ha poi aggiunto, «che il coro continui. Se ci fosse il buon senso da parte degli economisti di stare zitti un anno o due ne guadagnerebbero loro stessi e noi tutti». Ma è nella tavola rotonda che Tremonti sferra i colpi più duri. Prima ha rivendicato la diversità italiana, che invece di aiutare le banche considerandole «sistemiche», come hanno fatto gli altri Paesi, ha preferito «aiutare imprese e famiglie». Poi è arrivato al dunque, rispondendo a chi continua a invocare le riforme. Il ministro ha spiegato che a «shock ed elettroshock», espressione usata qualche giorno prima dall’ad di Intesa Corrado Passera, preferisce la «corrente continua». Chiaro il messaggio: a chi, come il governatore, sostiene che le riforme servono per uscire dalla crisi, Tremonti risponde che finché c’è la crisi le riforme non si fanno. Perché, ha incalzato, «è facile ragionare a tavolino», ma quando si ha a che fare con l’emergenza la musica cambia. «La crisi», ha spiegato, «non ti permette di pensare al futuro, bisogna gestire il giorno per giorno». E poi, ha proseguito, chi chiede le riforme «spesso non conosce i contenuti specifici». Quando il ministro è entrato nel dettaglio, però, la platea è rimasta fredda. «Al lavoratore che perde il lavoro fa più comodo la Cig o la riforma degli ammortizzatori sociali?», ha chiesto Tremonti, senza suscitare troppo entusiasmo nel popolo di Cl. Così come non ha riscosso grande successo l’idea che l’abolizione delle Province sia complicata («bisogna cambiare la costituzione») e in fondo non sia così importante, «perché non si risparmia molto sulla spesa pubblica». Più apprezzati, invece, i passaggi social-laburisti, con cui Tremonti a chiuso l’intervento. Entrambi, forse, gettati come esca a Cgil, Cisl e Uil per smussare i prevedibili attriti dell’autunno caldo. Il primo riguarda la compartecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese, tema caro ai sindacati, che secondo Tremonti sarebbe fattibile in presenza di «un patto con gli imprenditori». Il secondo, più sorprendente, riguarda la vicenda della Innse. «La notizia della fabbrica di Milano», ha detto il ministro salendo metaforicamente sulla “gru”, «è la più bella dell’estate, se fossimo in America ci farebbero un film a Hollywood». C’è stata una protesta, ha proseguito, «senza violenza, senza bloccare i servizi pubblici, ma con l’immagine di operai che vogliono salvare la loro fabbrica». Poi, ha concluso, «c’è stato l’arrivo di un imprenditore che non ha chiesto soldi al governo ma ha messo soldi suoi e salvato un’industria».

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