Quattro ministri. Tre conferme e un nuovo ingresso. È questo il bottino portato a casa dalla sinistra allargata (Pd più Leu) nel nuovo governo guidato da Mario Draghi. La prima cosa che balza agli occhi, considerato che l’area di appartenenza è quella da cui quotidianamente arrivarno rimbrotti e sermoni sulla parità di genere, è che di donne neanche l’ombra. E questo porta subito alla questione successiva: perché le riconferme di Roberto Speranza alla Sanità e di Dario Franceschini alla Cultura?
Difficile dire se le scelte siano state orientate da quell’esigenza di continuità auspicata dal Capo dello Stato o da precise richieste dei partiti. Verrebbe da escludere, così a intuito, che sia stato il lavoro svolto finora dai due a convincere Mario Draghi. Intendiamoci, fare il ministro della Sanità quando scoppia una pandemia non è una passeggiata. Resta il fatto che la debolezza della risposta sanitaria al morbo è stato forse il principale problema con cui cui il Paese si è dovuto confrontare nell’ultimo anno. E l’idea di premiare chi doveva fare e non ha fatto, come l’esponente di Leu, risulta un po’ bizzarra.